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Roma dopo il Giubileo

  1. in Dossier di Urbanistica Informazioni, 1998

Un evento “inatteso”

Il Giubileo del secondo millennio dell’era cristiana è un evento particolare per il mondo e una tappa particolare per Roma, di cui sono fortemente temute le ricadute organizzative e funzionali sulla città, soprattutto in termini di ingorghi del traffico e saturazione dei servizi.

Non sono ancora delineate del tutto le componenti del quadro previsionale, ma già appare tempo di riflettere –soprattutto in termini comparativi – su alcune delle caratteristiche generali delle strategie urbane a fronte dei grandi eventi.

Ma nel giudizio sulle capacità di gestione andrebbe introdotto una dimensione di prospettiva. Non sempre l’accoppiamento di progetti urbani e di grandi eventi si è rivelato fertile. Per esempio, il regime fascista si impegnò molto nella realizzazione a Roma di un quartiere direzionale esemplare per un evento, l’Esposizione Universale del ’42, che non si tenne mai. Il grande Giubileo del secondo millennio promette il contrario: un grande evento che non si accompagna alla realizzazione di alcun grande progetto.

La riflessione che segue tralascia gli aspetti più interpretativi delle politiche urbane e delle vicende procedurali, già trattati altrove (1), ed è rivolta ad esaminare soprattutto l’eredità che l’evento lascerà presumibilmente a Roma, anche ai fini di una riflessione comparativa con le altre città.

Il contesto e la natura dell’evento

Il Giubileo è un appuntamento religioso, una festa di riconciliazione che si celebra con certa periodicità, in linea di massima ogni 25 anni salvo casi eccezionali. Il credente si mette in viaggio per raggiungere il centro spirituale del cattolicesimo dove visita S. Pietro e i luoghi principali di devozione. Non che tale percorso non si possa compiere individualmente in un momento e in un luogo qualsiasi della propria vita, come la visita alla mecca dei musulmani. Ma la condivisione con altri pellegrini dell’esperienza del viaggio è parte integrante della ricerca di spiritualità; e viceversa, l’arrivo a Roma, la visita dei luoghi sacri e della sede del Pontificato sono altrettanti punti fermi dell’Anno Santo.

Visto però dall’ottica della città che lo ospita, il Giubileo appare un’occasione intrattabile e un po’ sfuggente. In parte, come argomenteremo poi, dipende dalla strategia che fa degli “eventi” un’occasione di sviluppo per le città, tema di attualità nel contesto della competizione tra le città europee. In parte dipende dalla natura particolare dei singoli eventi.

Di tutti gli eventi, il Giubileo è il più anarchico e indisciplinato. Alcuni vincoli interni che rendono il Giubileo un evento poco trattabili. Per esempio, la durata di oltre dodici mesi difficilmente lo rende assimilabile ad altri eventi “straordinari”. Non giova peraltro che l’organizzazione dell’evento segua regole complesse: a tutt’oggi il calendario delle ricorrenze dell’Anno Santo non è stato definito, con le prevedibili conseguenze per chi cura gli aspetti organizzativi. E particolarmente delicati sono i rapporti tra le tre entità dotate di poteri distinti (lo Stato Pontificio, la Repubblica Italiana e il Comune di Roma). La coincidenza del cambio di millennio evoca peraltro delle risonanze epocali a cui non sono indifferenti né gli spiriti laici né le agnostiche forze di mercato.

In sostanza è un evento imposto alla città, per il non trascurabile dettaglio che le sue componenti principali sono indipendenti e non governabili. Il gioco del Giubileo prevede infatti che si attrezzi a servizio di un evento a scatola chiusa: l’“offerta” è gestita dal Vaticano, che pur collaborando risponde a criteri, tempi e gerarchie lontane dal senso comune; la “domanda” è alimentata dalle organizzazione periferiche della chiesa cattolica mondiale, in gran parte esse stesse autonome.

Roma è la città sacra del cattolicesimo che è a sua volta componente importante d’una delle religioni mondiali. Roma è il centro, ma l’area geografica di riferimento del cattolicesimo è più vasta di analoghi centri, ecc. I cattolici sono numerosi e ampiamente diffusi in almeno quattro continenti. Inoltre, figurano in percentuali consistenti sia tra le nazioni e le popolazioni più ricche che tra le più povere del pianeta. Questi elementi, insieme alla facilità dei trasporti da e per i maggiori bacini (la stessa Italia, Polonia, Belgio, Spagna nel continente europeo; Irlanda, Usa, America Latina nel resto del mondo), alla volatilità dei cambi monetari, alla particolare organizzazione semi-gerarchica delle parrocchie che gestiscono i pellegrinaggi in una sorta di autonomia che ricorda il franchising, rendono estremamente difficoltoso ogni esercizio di previsione e di controllo sul lato della domanda.

Al momento dobbiamo fare credito alle stime che sono state avanzate dalla Agenzia del Giubileo, che presentano previsioni imponenti ma non estreme. Si attendono infatti nel corso dell’intero anno circa 24 milioni di arrivi (stima Agenzia del febbraio 1998) a fronte dei circa 8 milioni attuali (1997). Vanno inoltri aggiunti 5 milioni di presenze in coincidenza di particolari ricorrenze, come la festa mondiale della gioventù. Poiché si stima che il soggiorno dei pellegrini sarà di due notti, più breve dunque di quello dei visitatori usuali, il “carico” del Giubileo misurato in presenze dovrebbe passare dai circa 21 milioni attuali a 45 milioni (tenendo conto sia della permanenza in albergo, che della ospitalità presso istituti religiosi e case private).

Effetti sulla città

Il primo effetto del Giubileo dunque è di moltiplicare di un fattore 2 o 3 a seconda degli indicatori la presenza di visitatori. Pur nella incertezza delle stime, è una prospettiva importante, che collocherebbe Roma -almeno provvisoriamente- al rango delle città capitali del turismo mondiale, a livello cioè di Londra e New York.

L’industria turistica di Roma appare sostanzialmente inadeguata sia in termini quantitativi che qualitativi. La disponibilità alberghiera di posti letti a Roma è limitata (84.400) e, incredibilmente, non sarà incrementata da qui al 2000. Diversi espedienti sono stati individuati per ampliare l’offerta. Parte dell’ospitalità verrà gestita da istituti religiosi e da privati, parte da strutture provvisorie per far fronte ai picchi, parte ancora verrà dirottata su città prossime. Ma anche considerando l’offerta dell’intera regione o, in un raggio di 300 km, città come Firenze e Napoli, il sistema ricettivo non è altezza né dell’evento né delle aspirazioni. Inoltre, l’offerta alberghiera risulta troppo costosa per un turismo povero e di massa, come quello atteso per il 2000.

D’altra parte, le interconnessioni dell’evento Giubileo con altri fattori di centralità turistico culturale sono possibili, in principal modo con il patrimonio culturale e archeologico della città.

Da questo punto di vista, anche in virtù di alcune fortunate coincidenze, l’offerta culturale di Roma è stata fortemente potenziata in questi anni. All’interno del programma di opere del Giubileo, inoltre, il recupero del patrimonio culturale è stato ampiamente considerando, godendo da tempo di una notevole capacità propositiva e realizzativa. Nel complesso, l’offerta museale ed espositiva della città è aumentata più negli ultimi anni che nei 50 precedenti, ed è stata coerentemente premiata da un consistente aumento nei visitatori. Ciononostante, la città è ancora carente in termini di offerta di servizi e di organizzazione del turismo culturale, e soprattutto manca di una chiara strategia in questo senso.

Non è chiaro per esempio se è stata compiuta una scelta di specializzazione turistico culturale e se la gestione del Giubileo la favorisce. Da un alto, la proiezione internazionale che proviene dal Giubileo è probabilmente il vantaggio più cospicuo che la città ottiene dalla gestione dell’evento. D’altra parte, appare difficilmente gestibile in termini positivi: la città non si percepisce e non intende presentarsi alla pari di città come Gerusalemme, La Mecca, Benares.

La riflessione comparativa sulle strategie urbane dovrebbe aiutare a illuminare le condizioni che consentono di coniugare eventi e progetti urbani, congiunzione che appare il punto più debole della vicenda romana. Probabilmente vi sottosta un errore di prospettiva nella valutazione degli effetti dell’evento.

La concentrazione

A questo proposito, è stato finora evidenziato che la geografia delle visite dei pellegrini è fortemente concentrata nel tempo e nello spazio. Il visitatore del 2000 si recherà prevalentemente a S. Pietro, principalmente nei periodi dell’anno e della settimana che già oggi registrano le maggiori punte.

Le stime svolte dall’Agenzia per l’Area di S. Pietro prospettano un incremento fino a 5 volte i visitatori attuali nelle udienze settimanali del papa, con punte di oltre 300.000 persone nell’area della Basilica. Considerando che la metà dei pellegrini si muoverà in autobus, è facile considerare le difficoltà in termini di congestione e parcheggio.

Altre aree della città saranno coinvolte, principalmente le Basiliche maggiori e i luoghi di devozione di singole comunità nazionali, alcuni monumenti turistici e musei più importanti, nonché stazioni, metro, ed aeroporti, con un ulteriore problema di dislocazione da un punto all’altro della città dei 120.000 visitatori presenti in media ogni giorno.

I trasporti sono stati il settore maggiormente penalizzato dalle vicende dei piani di intervento. Nuove infrastrutture di trasporto pubblico non sono realizzabili in tempo utile, e anche gli interventi sulla rete stradale sono stati molto ridimensionati rispetto alle ambizioni. Addirittura alcuni aspetti cruciali di assetto dei trasporti sono ancora incerti.

Ragionevolmente, dunque, l’attenzione è stata spostata verso la gestione dei flussi e verso gli aspetti organizzativi e gestionali che li governano. Una parte rilevante del programma di investimento per il Giubileo andrà indirizzata in questa direzione, principalmente su materie quali il coordinamento dei servizi pubblici sanitari e di sicurezza, il sistema informativo, tecnologie di controllo e prenotazione a distanza, ecc.

La gestione dei grandi flussi di persone (la Roma di Sisto V offre ancora insegnamenti di attualità) riposa su dei semplici dispositivi: la zonizzazione degli spazi, la segmentazione dei flussi, la creazione di interfacce dedicate. Nel caso di Roma è risultato necessario concentrarsi su quest’ultimo aspetto, proprio perché la gestione dei precedenti risulta in qualche modo obbligata.

Le interfacce individuate consistono principalmente in tecnologie, strutture e personale volte a orientate e accompagnare lo spostamento dei gruppi di pellegrini su percorsi pressoché obbligati. Una scelta vincolata, nella situazione data, ma non impropria a confronto con modelli diversi dove uno stretto controllo (p. es., nell’accesso alle manifestazioni sportive) o al contrario l’assenza di filtri (escluso il biglietto: cfr. Disneyland) non esimono comunque dai rischi di code e congestione.

In definitiva, è possibile proporre il seguente schema di valutazione dei probabili esiti delle azioni programmate in vista del Giubileo.

Programmi Esiti

Ricettività – +

Offerta culturale +++ ++

Mobilità – —

Gestione dell’accoglienza +++ +++

Come già detto, si tratta di un risultato molto diverso da quello inizialmente prospettato e, in qualche misura, di un risultato modesto rispetto alla entità dell’evento.

Il dubbio che suggerisce e che peraltro è stato spesso sollevato, al di là delle vicende proprie a Roma, è il seguente: è nella natura degli eventi offrire tutte le magnifiche ricadute positive che di solito vengono loro attribuite, oppure c’è un fattore di fascinazione del circuito politico che cede alla prospettiva di vantaggi indiretti, non necessariamente impropri, ma comunque poco attinenti alla occasione che li giustifica?

Il fascino degli eventi

Questa domanda è di particolare attualità per almeno due condizioni ricorrenti in Europa.

La prima, è quella delle città d’arte a forte attrattività turistica, per le quali sono per l’appunto allo studio sistemi di selezione dell’offerta, di controllo degli accessi, di sostegno all’incontro tra domanda e offerta.

La seconda situazione è quella, più generale, originata dalla scarsità di risorse proprie che indirizza le città a sviluppare politiche finalizzate alla acquisizione di risorse esterne.

Questa è la radice di un atteggiamento favorevole alla moltiplicazione di eventi (Olimpiadi, le Fiere, i Festival, i Giochi) e naturalmente alle opere e progetti urbani connessi (stadi, palacongressi, auditorium, ecc.).

Ovviamente non si tratta di una risposta semplice, ma ci sono almeno tre dimensioni che sono state messe in luce dal dibattito e che possono essere, con molto schematismo, restituite in questo modo:

  • i sostenitori affermano che gli “eventi” forniscono la massa critica necessaria alla realizzazione di opere di interesse generali; il ragionamento semplice ha sovente la struttura del calcolo economico, ma si regge sul non dimostrato postulato della complementarietà tra l’”ordinaria” dotazione infrastrutturale e lo “straordinario” contributo dell’evento specifico. In realtà questo calcolo complesso, non è sempre soddisfacente neanche nei casi più semplici degli stadi sportivi (2), mentre per grandi progetti urbani entrano in giocano fattori difficilmente quantificabili. A prescindere dai punti tecnicamente deboli delle metodologie di previsione degli impatti economici, il punto essenziale è che gli eventi di massa richiamano consumatori a reddito basso, che materialmente spendono poco nella città di destinazione;

  • i detrattori fanno presente gli effetti distorcenti dello stravolgimento delle regole amministrative ordinarie, delle convenienze economiche e, in particolare, del gioco politico, che si surriscalda in una sorta di “festival” promozionale (3). La posta in gioco è la mobilitazione di risorse aggiuntive rispetto ai normali flussi finanziari e, spesso, l’attivazione di consenso politico. Paradossalmente, sono questi gli esiti che una buona attività di lobbying riesce il più delle volte a garantire.

  • altri ancora mettono l’accento sui caratteri qualitativi connessi in generale alle grandi trasformazioni: gli eventi consentirebbero una discontinuità, un salto di scala, una rottura della linea evolutiva di un milieu rafforzando, si può dire, il carattere di esternalità positiva della città (4). E’ la tesi delle catastrofi benefiche, dei vincoli esterni, dell’opportunità in una parola di uno “shock” per recuperare gli elementi di debolezza (si pensi a cosa è stato il processo di integrazione europea per l’Italia). Gli esiti in questo caso vanno giudicati volta per volta, ma la posta in gioco è la rivoluzione culturale che produce un orientamento nuovo delle risorse umane, tesi felicemente riassunta nella categoria dell’“azzardo”. In questo senso, le politiche urbane dei grandi eventi sarebbero scelte consapevolmente orientate ad aprire nuove prospettive non interamente calcolabili.

Recentemente, è stata proposta una definizione di città “come economie del movimento”, dispositivi cioè che distribuiscono nello spazio i flussi di persone, e condizionano in parte le cosiddette economie esterne (Hillier 1996).

Per analogia, possiamo definire i grandi eventi come dispositivi che distribuiscono nel tempo il “movimento” di grandi folle, e determinano economie di scala. Questa analogia permette di evidenziare il presupposto comune alle politiche di cui discutiamo oggi: l’uso della folla generata dagli eventi .

A. Bailly et al., “Changing cities, restructuring, marginality and policies in urban Europe”, European Urban and Regional Studies, 3,2 , 1996

M. Cremaschi, “Folla come risorsa”, Croma Ricerche, 4, 1997

M. Cremaschi, “La ribellione degli Eventi”, ibidem, 1-2, 1998

C. Calvaresi, L’Agenzia del Giubileo a Roma, Urbanistica, 110, 1998

B. Hillier, “City as movement economies”, in Space is the machine, Cambridge UP, 1996.

K. L. Shrospshire, The Sports Franchise Game, Cities in pursuit of Sports Franchises, Events, Stadiums, and Arenas, Pennysilvania UP, 1995.

M. Venturi, Grandi eventi, la festivalizzazione delle politiche urbane, Il Cardo, Venezia 1994

1 Il pur ragionevole tentativo di piegarlo alle strategie urbanistiche e infrastrutturali della città è tramontato in fretta, con una storia complessa già raccontata in Cremaschi 1998 e 1998; Calvaresi 1998.

2 Nella logica che misura l’impatto di un’opera in base al moltiplicatore economico dell’investimento, i progetti più costosi risultano inevitabilmente i più convenienti. Per una rassegna relativa agli impianti sportivi delle città negli USA cfr. Shrospshire 1995.

3 Da un articolo di W. Siebel – “Die Festivalisierung der Politik”, apparso sulla Die Zeit del 30 ott. 1992- è scaturito un dibattito interessante che, anche per prossimità a vicende emblematiche degli anni ’80, ha messo in evidenza soprattutto gli esiti negativi: M. Venturi 1994.

4 Si insiste in questo caso sulla costruzione di capacità locali. A differenze delle vulgate un po’ riduttive sul marketing urbano, si insiste in questo caso non sono sul carattere “imprenditoriale”, ma su una più generale intenzione “pro-attiva”: cfr. per esempio, A. Bailly 1996.

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