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L’immaginario di Marsiglia e della costa francese

Il Mediterraneo è un mare assurdamente piccolo;
l’ampiezza e lo splendore della sua storia
ce lo fanno immaginare più vasto di quanto in realtà sia
(L. Durrel)

La traiettoria anticipata

Nel consultare le fonti sulla costa francese, su questo arco sottile che congiunge le due penisole latine attraverso una geografia tanto tormentata quanto intensamente frequentata dall’immaginario europeo (sia nelle celebri cornici della Costa Azzurra, sia negli intervalli solitari della Camargue) stupisce meno la diversità dei paesaggi, degli ambienti, dei riferimenti che non l’ambizione a presentare un contesto unitario, un’aggregazione sotto una sigla comune (1). Questa ambizione, che sembra avere da tempo dato forma all’immaginario della regione e della città, copre -e al tempo stesso rivela- le tensioni fondamentali che agitano il Midi.

Il midi è la terra dei trobadores, di Cézanne e Van Gogh, dei primi bagni di mare, degli stagni e della vita selvaggia della Camargue, dei gitani, dei meridionali (italiani compresi) e degli arabi, dell’immersione nel Sud che la cultura alto borghese dell’Europa settentrionale ha progressivamente esperito da un parallelo all’altro. E’ oggi anche un crocevia dei fasti popolari nella società dello spettacolo, congiuntamente celebrati dalla cinematografia popolare, dalla mediatizzazione delle Corniches dell’Estérel o dei Maures, dal consumo turistico estivo. La spettacolare capacità di penetrazione nell’immaginario culturale è una non secondaria risorsa di questa Occitania sentimentale, di cui l’irredentismo vivacchia occasionalmente, ma il cui richiamo si diffonde vigoroso a copertura di più consistenti ristrutturazioni dello stato locale o politiche di liaison internazionale.

Roncayolo, nel raccontare Marsiglia, ricostruisce nelle rappresentazioni pittoriche una specie di equilibrio, di complementarità tra funzioni diverse -parchi, amenità, spazi industriali, porti- strettamente vicine, indice di un “immaginario anticipatore” delle nuove realtà che lo sviluppo economico del XIX avrebbe portato (2): così l’idea di arco mediterraneo sembra assolvere alla funzione di racconto unificante, di dimensione territoriale e, al tempo stesso, di traiettoria comune per operare l’integrazione di molteplici e contrastanti dinamiche che hanno per sfondo le regioni costiere.

Di questo mediterraneo francese si può dire che di un’invenzione recente si tratta, di un racconto e una traiettoria che accomuna da poco tempo le vaste regioni periferiche del Sud della Francia. Un arco mediterraneo che appare il risultato di una sommatoria, per certi aspetti paradossale, di deficit locali e di differenziali competitivi.

Da un lato, la crisi della metropoli portuale, il tardivo decentramento, l’affanno delle strutture economiche tradizionali, portuali e militari in particolare, la de- e la re-industrializzazione, la crisi infine dell’immaginario stesso della città (Roncayolo, 1990) (3); dall’altro, un portato dell’affanno europeo, della competizione con le aree economiche di maggiore e antica industrializzazione decentralizzazione.

Due referenti mobili

L’immaginario della regione sembra pescare insistentemente sulla duplicità del confronto con l’altro, con il Sud, della reidentificazione con il sé, con il Nord: ma si può obiettare che si tratta di due identità in movimento, che perdono sorprendentemente in consistenza geografica quello che acquisiscono in valore universale.

Una prima tensione, che discende da Nord a Sud, proviene dal superamento del ruolo storico di porto commerciale e centro di comando militare. Incide sulla crisi dell'”immaginario” di Marsiglia l’essere il porto di un mare sempre meno misterioso e sempre meno “strategico”, cerniera con un Sud sempre meno unico e unitario.

Non c’è paragone tra l’importanza esercitata dal Mediterraneo, per un paese come la Francia, oggi e in epoca di conquiste o di colonie. Non è un caso che la specializzazione del porto marsigliese siano desolantemente gli idrocarburi, gran volume di merci (con incerta prospettiva) e scarso valore aggiunto. Il depauperamento non è solo nella ragione di scambio, è un venire meno o, meglio, un’evoluzione profonda delle ragioni che hanno portato una nazione e un popolo, e altri nazioni e popoli dietro a questo, ad affacciarsi per secoli sul bel davanzale del Sud.

Nelle nuove geografie economie e planetarie, come pure nel pastiche del villaggio globale, il Mediterraneo appare progressivamente un mare sempre più piccolo. Esperiti nei viaggi culturali i “tentativi di fuga”, si è esaurita l’incessante corsa degli esploratori romantici del Settentrione -il Durrel dell’epigrafe in testa- verso l’esotismo geografico; l’altro da sé, e il viaggio che lo presuppone non esistono più.

Un mare piccolo come ponte, figuriamo come frontiera: il diaframma verso il Sud non è più ostacolo, e comunque il Sud che vorremmo disconoscere e rigettare è ormai oltre le porte di casa.

La seconda tensione proviene dalla strategia di rovesciamento del problema che storicamente è stata proposta per la città e la sua regione: ricostruire con l’entroterra un rapporto produttivo e economico che ne compensi rovesci marittimi. E’ l’identificazione dell’entroterra che fa problema, in questo caso: un riferimento che esplode dalla dimensione locale, paesana, delle montagne e delle campagne segnate dall’esodo, al confronto con Parigi o con i bacini economici e culturali della Catalogna e della Padania, alla sfida insistentemente riproposta con un’Europa sempre più vasta.

La costruzione simbolica della regione come fatto unitario sembra essere la risposta a queste tensioni, una risposta che è stata progressivamente elaborata man mano che venivano affrontati i grandi problemi di questo dopoguerra.

Una rappresentazione che riunifica progressivamente una varietà di situazioni, storie, problematiche e culture caratterizzate in grande misura da una virtuosa autonomia, talvolta marginalità rispetto al corso più profondo della storia francese. In altre parole, la rappresentazione intenzionale e volontaristica di un percorso di sviluppo opera come termine ad quem più che la geografia come termine a quo.

Nel periodo più recente, nel II dopoguerra, si possono individuare alcune vaste questioni che scuotono la provincia profonda e contribuiscono alla “costruzione” dell’ambiente geografico, sia in senso materiale che nel senso di un comune immaginario, di un’identità comune del midi mediterraneo.

La costruzione materiale della regione può essere ricostruita per tappe e episodi, attraverso le politiche che hanno elaborato risposte ai grandi problemi della casa e delle migrazioni, del turismo e dell’edificazione del litorale, della infrastrutturazione per poli e reti.

Sembra infatti imprescindibile pensare alla scoperta del midi nella cultura colta e, successivamente, nel consumo turistico e balneare; o al movimento di ritorno degli espatriati dalle colonie e di nuova immigrazione. Ma questi eventi possono essere rivisti nell’ottica della costruzione, infrastrutturale e per poli, dell’arco mediterraneo in quanto regione del decentramento e del riequilibrio vs. Parigi o, come è di moda, regione europea inserita nell’asse Barcellona-Milano.

L’invenzione dell’arco mediterraneo

L’arco mediterraneo della Francia è un vasto ambiente geografico, composito e diversificato più di quanto si immagini comunemente.

Nelle tradizionali ripartizioni, il Mediterraneo francese si compone di tre regioni amministrative, diverse per storia, eterogeneità e densità: la più vasta e più importante, la regione PACA (Provence-Alpes-Côte d’Azur), ricopre l’ampia superficie di 31.399 kmq di superficie (pari al 5,77% della superficie dell'”esagono”) e ospita 4.260.000 abitanti (il 7,5% della popolazione totale, ma il 9,24% della popolazione francese fuori dall’Ile-de-France); il Languedoc-Roussillon ricopre invece una superficie un pò inferiore (27.376 kmq., il 5%) e una quota di popolazione decisamente inferiore, pari a 2.098.000 abitanti (il 3,7% e il 4,57% della popolazione francese con o senza, rispettivamente, gli abitanti dell’Ile-de-France); infine, la Corsica, la grande isola nel Mediterraneo, con 8.680 kmq e 249.000 abitanti.

La particolarità della Corsica, la resistenza alla assimilazione politica e linguistica al grande paese al quale è congiunta, così come i grandi contributi che ha dato alla storia di quello, è ben nota. Ma anche la Provenza storica, al di là anche dell’identità culturale che l’ha mantenuta autonoma fino al 1481, ha giocato spesso in controtendenza rispetto alla vicende nazionali, e se l’inno d’oltralpe è la Marsigliese (portato nel 1792 dai battaglioni rivoluzionari accorsi in soccorso a Parigi), già l’anno successivo la rivolta antigiacobina di Marsiglia e Tolone ha accenti “federalisti” oltre che contro-rivoluzionari, e di nuovo, in seguito, sotto Bonaparte, il II Impero, con gli eventi della comune e infine con la più recente storia del secondo dopoguerra la regione si schiera contro il sentimento politico prevalente.

Un noto schema delle tendenze di sviluppo individua un ‘area prioritaria in Europa intorno all’asse Londra-Ruhr-Zurigo-Milano (che venne identificata dalla divulgazione giornalistica nella figura della “banana blu” per via della forma e del colore della graficizzazione). In questa schematizzazione la problematica più evidente è ancora il confronto tra Nord e Sud d’Europa; ma già sono evidenziati i collegamenti che espandono il riferimento dell’entroterra verso Est.

In questa formulazione, un sottosistema territoriale appare in alternativa -da Madrid e Valenza, lungo il Mediterraneo, con un punto di forza a Lione fino a Milano e l’Adriatico- come particolarmente fertile dal punto di vista della innovazione tecnologica e con uno sviluppo e industrializzazione più recente innovativo. Catalogna, Linguadoca, Provenza e Padania sono presentati appunto come “Nord dei Sud” (lo studio è stato per l’appunto redatto a Montpellier, uno dei centri emergenti in questa prospettiva) (Reclus-Datar, 1989).

Nella stessa ricerca vengono sviluppati alcuni sistemi di classificazione delle città: Marsiglia (800.550 ab., 1.087.000 con l’agglomerazione) figura in posizione intermedia, a livello di altre metropoli regionali (tra cui, in Italia, Napoli, Genova, Venezia, Firenze, Bologna) ma è seguita da Nizza (400.000 ab.) e Montpellier (200.000 ab., 284.000 ab. con l’agglomerazione; al rango di Palermo, Bari e Trieste); e in posizione successiva, da Aix-en-Provence (127.000 ab.; con Padova, Cagliari, Verona, Catania, Parma).

Al di là del senso della classifica, discutibile come tutte le raccolte di indicatori (rispondenti in sintesi ai seguenti ambiti: demografia, infrastrutture, università, ricerca e formazione, attrezzature per la mobilità, finanza, cultura e informazione, telecomunicazioni) è significativo che in un confronto europeo compaiano, non in ultima posizione, tutte le città della costa mediterranea.

Un’ulteriore analisi più specifica (che raggruppa gli indicatori in cinque dimensioni: comunicazioni, relazioni internazionali, economia e finanza, ricerca tecnologica e influenza culturale) indica in Marsiglia e Nizza due città contraddistinte da “punteggi” elevati in comunicazione, medi in relazioni internazionali e deboli in economia; in Tolosa (capoluogo del Languedoc-Roussillon, un pò eccentrica rispetto alla costa) e Montpellier città con forti punteggi in ricerca e cultura.

Pochi anni più tardi, la riunificazione tedesca sposta il baricentro europeo. Nuove schematizzazioni comparabili con la precedente accentuano per l’appunto la condizione dell’arco mediterraneo, inserito nella più marcata orientazione Est-Ovest delle dinamiche di crescita. Ortogonalmente a questo, un arco mediterraneo mette in relazione territori di industrializzazione più recente, innovativa e alternativa come Barcellona, il Midi, Lione, Milano, il Nord-Est italiano, puntando in modo (del tutto) ipotetico verso l’Est Europeo (4).

Le tendenze demografiche recenti sembrano confermare tanto un’inattesa “ripresa della metropolizzazione” in Francia (Sallez, Vérot 1993) quanto un ruolo specifico e rilevante dell’asse mediterraneo (beninteso, senza che tutto ciò metta in discussione la primazia di Parigi).

Dei sei, sette poli metropolitani che si contano nel “deserto francese” (ormai non più tale), oltre a Lione, Bordeaux, Lille-Roubaix-Tourcoing, sono indicate Marsiglia-Aix-Vitrolles (1,2 milioni di abitanti, con il discutibile primato del maggior tasso di disoccupazione, 17% e il peggiore trend demografico: -0,2% all’anno tra il 1982 e il 1990); e Nizza-Grasse-Cannes-Antibes che riuniscono nell’insieme 853 mila abitanti e un tasso di crescita annuo fisso sull’1,2% da quindici anni. Si deve aggiungere ancora le conurbazioni di Tolone e Montpellier (437 mila e 284 mila ab. rispettivamente, tutte e due in forte crescita rispetto alle classe di appartenenza)

E’ evidente il forte richiamo esercitato da queste “figure” tipiche della retorica territoriale per legittimare territori inizialmente periferici rispetto la corrente privilegiata Nord-Sud dello sviluppo industriale canonico d’Europa.

La posta in gioco è comunque il rafforzamento congiunto dell’armatura urbana del Midi alla quale sono riconosciute indiscusse qualità e capacità, sia nel milieu ambientale che culturale. Da qui il grande sforzo profuso nell’acquisizione di imprese innovative, università e tecnopoli, nonché nel collegamento con le reti transeuropee di comunicazione (Tgv-Sud in testa).

Reimpatri e immigrazioni

Negli anni successivi alla seconda guerra mondiale la Provenza- Costa Azzurra è stata la prima regione per afflusso di immigranti in Francia, nonostante la diminuzione della capacità del mercato del lavoro agricolo, a partire dagli anni ’50, di assorbire manodopera occasionale e a basso livello scolastico. Le più recenti difficoltà dell’economia industriale e, soprattutto, gli elevati prezzi dei suoli e delle case, hanno dirottato in seguito i nuovi arrivi verso il Languedoc-Roussillon (che presenta il più elevato tasso annuale di crescita migratoria a partire dal 1975). Componente non secondaria dei flussi migratori, non relativa in modo specifico al litorale ma comunque sensibile al fascino della costa, il trasferimento di residenza di pensionati di altre città e regioni, attratti dal clima (solo 100 giorni di pioggia all’anno) e dalle attrattive residenziali. Comunque, all’ultimo censimento gli stranieri residenti nella regione sono 369 mila, pari all’8,6% del totale; più della metà degli immigrati è di origine nordafricana.

L’arrivo degli stranieri ha una storia profonda, nel paese, ma è stata comunque una rottura di equilibri delicati e una profonda alterazione del processo e delle modalità di costruzione del territorio: i grands ensembles, focolai di crisi sociale e frontiera della integrazione etnica, segnano le periferie urbane, mentre la domanda di villette o mini proprietà da parte di pensionati e turisti più o meno agiati condiziona fortemente i prezzi del terreno e l’attività edilizia.

a) Gli arrivi

L’immigrazione in Francia è per tre quarti un’immigrazione dal Mediterraneo (comprendendo anche il Portogallo tra i paesi mediterranei). Gli stranieri in Francia sono, all’epoca dell’ultimo censimento, circa 3,6 milioni, dei quali gli attivi sono 1,6 milioni, pari al 6,5% della mano d’opera francese, oltre a 826 lavoratori naturalizzati francesi (il 34%). La composizione per nazionalità è non solo fortemente variegata, ma varia in larga misura il tasso di acquisizione della nazionalità: per esempio, dei 278 mila italiani e dei 244 mila spagnoli sono naturalizzati oltre il 60%, mentre dei 488 portoghesi solo il 20% ha acquisito la nazionalità francese. Dei 695 mila lavoratori del Maghreb solo il 19% è naturalizzato, percentuale inferiore al 47% naturalizzato dei 90 mila indocinesi che lavorano in Francia.

La regione Paca conta 127.000 lavoratori stranieri, cioè il 7% degli attivi, terza regione in Francia dopo l’Ile-de-France (714.000, 13,2%) e la regione Rhône-Alpes (186.500, 7,7%) (Insee, 1990). In particolare, il dipartimento delle Bouches-du-Rhône, figura tra i primi 9 dipartimenti per presenza di stranieri. Ma in realtà la concentrazione degli stranieri è molto più elevata nei centri urbani, sulla costa e in determinati quartieri, soprattutto nei quartieri pubblici di periferia.

Il Midi francese è costantemente terra di immigrazione nell’arco di tutta l’epoca moderna, ma le successive ondate sono fortemente differenziate per caratteristiche nazionali ed etniche.

Tra il 1850 e il 1914 si registra la prima ondata storica di migrazioni in Francia; la popolazione straniera si concentra, oltre che a Parigi, nei dipartimenti posti lungo il confine orientale, dalle regione minerarie e industriali del Belgio a Nord, fino alle Alpi marittime prospicienti l’Italia a Sud, con una forte caratterizzazione delle nazionalità immigrate a seconda del paese confinante; così, nel Sud Est, in particolare in Costa Azzurra e nelle Alpi Marittime, ma anche nel Languedoc (dove gli stranieri sono più del 5% della popolazione attiva), sono presenti soprattutto italiani, nei lavori edili, nel bracciantato e nelle saline, grazie anche alla convenzione bilaterale sulla immigrazione sottoscritta nel 1904 dai due governi (in totale, gli italiani sono il 36% del 1.160.000 immigrati presenti nel 1911).

Nel periodo tra le due guerre, oltre alle conseguenze del richiamo di personale dalle colonie del Maghreb, dalla Cina o dall’Indocina, un ulteriore impulso alle immigrazioni è dovuto alla crisi demografica e all’accoglienza dei rifugiati politici, primi tra tutti polacchi, ma anche russi e armeni. Al censimento del 1931 gli stranieri sono 2.890.000 (di cui oltre 508 mila polacchi), il 6,6% della popolazione. Ma nel complesso, in particolare dopo la crisi del ’29, la presenza di stranieri fu disincentivata (meno 450 mila tra il ’31 e il ’36), e diminuì fortemente.

Nel dopoguerra, infine, ricomincia il forte afflusso di stranieri, che a metà degli anni Settanta riporta la percentuale degli stranieri ai livelli raggiunti nel 1931, grossomodo oltre al 6% del totale. E’ più sensibile in questo periodo di alta congiuntura economica e demografica l’afflusso dalla penisola iberica e dal Maghreb.

b) I ritorni

Dal 1954, dalla caduta delle colonie di Indocina alla decolonizzazione in Africa, l’afflusso dei rimpatriati, così come degli stranieri, è continuo. Solo a Marsiglia, la popolazione aumenta del 50% tra il 1954 e il 1964, ma in tutta la regione l’intera evoluzione demografica è dominata dal saldo migratorio. I rimpatriati di origine francese dall’Algeria e dall’Africa del Nord sono 130.000 a partire dal 1962; la loro presenza condiziona naturalmente il dibattito politico e, almeno in parte, le scelte di sviluppo. L’edificazione di quartieri di edilizia pubblica negli anni Cinquanta e Sessanta raggiunge intensità drammatiche, e esiti discutibili.

In questo frangente si consuma, tra l’altro, la capacità di utilizzare le risorse culturali e sociali della città per posizionarla in modo favorevole nella fase di recessione economica che si sarebbe di lì a poco profilata. All’origine dei mali della capitale del Midi si colloca dunque anche un problema di inserzione e di governo di un processo, senza dubbio conflittuale e problematico, di integrazione politica e sociale.

Le infrastrutture del decentramento

La fisionomia della regione della costa mediterranea all’inizio degli anni Novanta non ha più gran che a vedere con la situazione del primo dopoguerra.

Una regione agricola e portuale, con alcuni centri di commercio e alcune produzioni consolidate, si è trasformata radicalmente in un’area contrassegnata dai flussi internazionali e dalle connessioni tecnologiche. Da questo punto di vista la connessione alla rete Tgv di Aix e Marsiglia, quasi completata, segnerà probabilmente un forte impulso proprio alle attività più innovatrici presenti nella regione e alle funzioni di rango internazionale: “infrastrutture” di qualità, come le università e i centri di ricerca già ora proiettati su standard e dimensionamenti “europei”, riceveranno senzaltro grandi benefici dal miglioramento dei collegamenti con la capitale e, trasversalmente, con i paesi confinanti. Tutto ciò non si svolge in modo del tutto pacifico (e i contrasti tra agricoltori e ingegneri Sncf proprio sull’itinerario del Tgv lo stanno a dimostrare).

Se l’agricoltura beneficia infatti di condizioni climatiche favorevoli e di grandi investimenti nella irregimentazione delle acque (ed ha così potuto mantenere un ruolo economico nonostante la marginalizzazione in termini di impieghi offerti) il suo ruolo collaterale, di tutela di un paesaggio assurta a cifra dell’identità regionale, è insidiato dalle funzioni più forti.

Più di tre quarti della popolazione regionale vive sulla costa o nelle vallate dei fiumi più importanti, il Rodano e la Durance, in una fascia di territorio non più profonda di 50-60 km, che si riducono a meno di dieci verso il confine italiano. Sull’arco mediterraneo la densità demografica (100-200 ab. per kmq.) è incomparabilmente più elevata del resto del territorio (10-20 ab. kmq.) e prossima alla media europea; ma i comuni del litorale vero e proprio superano quasi sempre i 300 ab/kmq.

La dicotomia tra l’entroterra e il litorale inizia a manifestarsi già alla metà del secolo scorso: l’esodo rurale, l’isolamento della montagna, portando le Alpi meridionali a scendere dai 350 mila ai 250 mila ab. in cent’anni, a profitto peraltro dei maggiori comuni, mentre il litorale è cresciuto di un milione di abitanti negli ultimi 25 anni. Nello stesso intervallo di tempo, sono raddoppiate anche le presenze turistiche. Gli arrivi sulla costa sono superiori ai 13 milioni per anno, due terzi dell’intera accoglienza della regione (che pure conta una parte non irrilevante di territorio montano utilizzato per turismo estivo e invernale). Il contributo dell’industria turistica all’economia della regione è forse anche maggiore del 25% di impieghi assorbiti sul mercato del lavoro.

La Costa Azzurra detiene il primato per la presenza di alberghi di livello (metà dell’offerta alberghiera è a tre o quattro stelle) ma, al tempo stesso, ha concesso, a partire dagli anni Cinquanta, l’edificazione di seconde case, spesso mini-appartementi in edifici alti, che hanno segnato irrimediabilmente il paesaggio.

Ma il litorale infrastrutturato per il turismo (l’aeroporto di Nizza, per esempio) è anche il luogo di atterraggio privilegiato delle iniziative innovative che segneranno probabilmente il futuro della regione.

Nuove strutture di ricerca sono state sperimentate in regione, la seconda in Francia (e Marsiglia la seconda città) per presenza di attività di ricerca. Nelle politiche locali, una strada delle alte tecnologie dovrebbe mettere in contatto le tecnopoli regionali: oltre a Sophia-Antipolis, Var- Technopole (Tolone), Marseille Technopole (Luminy e Chateau-Gombert); Aix 2000, Avignon-Agropolis, Manosque- Cadarache, alle quali vanno aggiunti i cinque domini di specializzazione di Montepellier L.R. Technopole, Labège-Innopole nell’agglomerazione di Tolosa.

La prima “Technopole”, polo tecnologico che riunisce le istituzioni della ricerca più innovativa in un ambiente di qualità, è stato realizzato nell’area di Antibes-Grasse, sull’altopiano di Valbonne. Sophia-Antipolis è stata sovente presa a modello in tutto il mondo come esempio di città delle scienze e delle industrie. In seguito all’arrivo di industrie informatiche nella regione, nel 1969 nasce prima su 50 ha, poi su 2.300 un parco di attività supportato da personalità della ricerca nazionale, dalla Datar, dalle comunità locale.

La scelta di indirizzo, consona allo spirito della regione, è stata il vincolo di due terzi del Parco a verde, e una ricca dotazione di servizi di prossimità e loisir. Oggi, il centro raccoglie oltre 830 tra imprese e organismi di ricerca e dà lavoro a 14 mila addetti (40% stranieri). Per il futuro sono previste considerevoli espansioni, e tra l’altro la messa in rete, in modo ancora più consistente di quanto già non sia, con le altre tecnopoli nella regione e nel mondo.

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1 La regione PACA (Provence-Alpes-Côte d’Azur) ricorda fin dalla sigla l’articolazione geografica e storica che sottosta al quadro amministrativo.

2 “…la proprieté de plaisance, mais tout proches, les éspaces industriels, le port; une hiérarchie, vue de la demeure d’un maître. L’expression d’un imaginaire qui s’est composé et élargi au XIX siècle, en empruntant aux réalités acquises mais aussi aux attentes ou aux anticipations nées des changements économiques”, Roncayolo, 1990, p. 12.

3 “L’imaginaire du XIXe siècle reste puissant, exaltant, tonifiant pour le lecteur d’aujourd’hui parce qu’il ne raconte pas une histoire mais formule un projet. Porte de l’Orient, Poret du Sud, Europort, les slogans se croisent aujourd’hui. Ils ne disent rien d’autre que les écrits de 1830-1850, sauf que les Européens n’ont plus l’impression d’apporte la civilisation, mais d’organiser des marchés et des aides en tentant de maîtriser des concurrences”. ibi, p. 292.

4 Centro studi Pirelli, Le regioni europee in prospettiva, 1990 cit. da Migliorini, Pagliettini 1993.

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