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CITTÀ SENZA CITTADINI

CITTÀ SENZA CITTADINI

(apparso in E. Alecci, M. Bottaccio, a c. di, Fuori dall’angolo, idee per il futuro del volontariato e del terzo settore, L’ancora del Mediterraneo, Roma-Napoli, 2010)

Negli anni Cinquanta le città con un milione di abitanti o più erano meno di una ventina; oggi sono circa 500. Da tempo l’idea stessa di città pare inadeguata a descrivere la forma as­sunta dagli estesi agglomerati nei quali viviamo, come pure il tipo di relazioni sociali fluide e mobili che li caratterizzano. Come si può, allora, proporre un’introduzione critica al fenomeno urbano adatta all’epoca prossima ventura, quella che in molti definiscono “l’era delle città”?

Questa nota illustra rapidamente tre distinte risposte: prima, suggerisce una rapida critica alla dominante nar­rativa della competizione urbana; in seguito, introduce un richiamo ai cambiamenti demografici che fragilizzano queste stesse città; infine, propone un’apertura, piuttosto che una conclusione, sulle conseguenze politiche di questi trend, in particolare sulla trasformazione della idea di cittadinanza.

Il punto di partenza di questa riflessione è la constatazione che la crisi della città nasce dal suo trionfo come modello universale. Mentre le agenzie internazionali certificano la concen­trazione negli agglomerati urbani della maggior parte della popolazione del pianeta[1], con la diffusione mondiale della medesima forma insediativa e del modello di convivenza[2], si pone un generale problema di cittadinanza.

Si ripropone dunque la storica domanda relativa alla città di chi, oggi rinnovata dallo sbalorditivo e, al tempo stesso, cinico festival di nuove architetture[3] a servizio di nuove celebrazioni del potere che divide e manipola; e accanto a questa, una nuova domanda sulla cittadinanza, che chiede di cosa siamo cittadini, e indaga sulla natura del patto e dei legami di convivenza che vanno, almeno in parte, al di là dei confini della comunità politica nazionale.

Una narrazione trionfalista

Una parte delle risposte si trova nella travolgente crescita della globalizzazione che molti autorevoli studiosi hanno indagato per ricostruire, e criticare, gli aspetti cruciali della nuova organizzazione del mondo[4].

L’evoluzione dei mezzi di trasporto e della organizzazione produttiva ha condotto ad un’apparente supera­mento dei limiti posti dallo spazio geografico, ponendo le premesse per  una straordinaria accelerazione dello scambio di merci e servizi, e della circolazione di persone e capitale. Nella globalizzazione, la distanza non sarebbe più un fattore di vincolo, e i flussi del capitalismo sembrerebbero dispiegarsi con piena libertà.

La globalizzazione di cui si parla è, in primo luogo, quella dello spazio finanziario -in co­stante e incredibile movimento- che investe i territori imponendo loro di adattarsi agli esiti delle decisioni presi nei centri della finanza mondiale. In questa narrazione si pone l’accento sui flussi di merci, persone, risorse finanziarie e informazioni, e sulla nuova “geografia” im­materiale che viene a crearsi nello spazio delle reti.

Da questo nuovo spazio (lo spazio dell’informazione, della finanza, di internet, ma anche della divisione internazionale del lavoro, del turismo) le città e i territori sarebbero pressoché esclusi: la frizione della distanza è annullata; il rilievo della prossimità è abbattuto dalle tecnologie; la funzione di memoria collettiva è superata dalla (apparentemente) universale accessibilità delle informazioni.

La libera circolazione conduce a un aumento della competizione e a una maggior mobilità delle imprese e dei posti di lavoro. Il decentramento produttivo, in prima istanza, gioca a sfavore dei territori e delle città, e pone territori diversi l’uno contro l’altro nello sforzo di accaparrarsi sedi di impresa e posti di lavoro. L’insistenza sulla competitività, soprattutto, conduce ad uniformare l’agenda delle politiche economiche e sociali, e pretende di imporre ovunque le stesse misure e priorità economiche.

Questa rappresentazione incontra un vasto successo ed eco mediatico, e apre non poche pro­spettive interessanti di ricerca. Per esempio, ne è evidente il riflesso sul più importante do­cumento di indirizzo dell’UE, la “strategia” di Lisbona che punta a fare dell’economia del vecchio continente il centro più innovativo e competitivo di tutto il mondo. Innovazione e competitività sono, infatti, due dei temi con i quali le città si devono confrontare[5]. La loro concentrazione alimenta così una nuova gerarchia nel network urbano, con alcune città dove si concentrano le funzioni di comando, le poche città globali come New York, Tokyo, Londra; altre che operano le connessioni tra il sistema globale e le diverse macro-regioni del mondo, le città gateway (come Milano e Roma); e i diversi territori ed economie locali, con le loro capitali regionali.

Alcune delle implicazioni di questo discorso possono sono però discusse e contestate. In particolare, da altri punti di vista si obietta che la geografia e il territorio non si dissolvono nello spazio dei flussi, al contrario acquistano nuovi e più selettivi ruoli; che restano disponibili più modelli di sviluppo di quanto l’egemonica narrazione della competitività territoriale riesca a proporre; e che, infine, la dimensione locale resti influente, e agisca almeno in parte come una variabile indipendente, in particolare quando si traduce in azione politico-strategica.

Non è vero, infatti, che lo spazio dei flussi sia l’ultimo stadio dello sviluppo territoriale, e la città globale il punto di arrivo delle dinamiche urbane. Anzi, se andiamo a guardare la lette­ratura scientifica, troviamo una varietà di combinazioni tra lo spazio dei flussi -delle infor­mazioni, del capitale, delle tecnologie- e lo spazio dei luoghi, delle identità, delle conoscen­ze locali, delle qualità. Studi di caso hanno analizzato i centri dell’economia globale, e han­no in parte corretto l’idea della preminenza della società dei flussi.

La prima correzione, rivincita forse del senso comune, riguarda la resistenza dei luoghi: an­che nelle città globali, ha ricordato Saskia Sassen, le relazioni faccia a faccia sono importan­ti, la socialità e la geografia non scompaiono, anzi “ancorano” il business più astratto alle città, dove si concentrano i professionisti rilevanti nei settori delicati. Per esempio, nel settore della finanza le imprese di certificazioni e le merchant bank tendono a stare in prossimità l’una dell’altra, per controllare il circuito delle informazioni e delle professionalità specializzate di cui hanno bisogno. Lo stesso avviene nel campo della moda, del design, della ricerca ecc.

Una seconda correzione riguarda il senso del cambiamento. Le risorse “mobili” tipiche della società dei flussi (capitale, informazione, lavoratori specializzati…) “atterrano” in un luogo, ma devono tro­vare un modo per relazionarsi con quelle “immobili” per valorizzarle. Risorse, infrastrutture, ambiente sono fissi; i lavoratori meno specializzati tendono spesso ad essere stanziali, sebbene più nei paesi sviluppati che nei paesi poveri (dove la miseria è tale che sono costretti a emigrare). Chi svolge questo ruolo di cerniera? Non è compito delle imprese, che lo pretendono dalle autorità pubbliche, spesso da quelle locali come le città. Per questo le città cercano di attrezzarsi per svolgere una politica economica locale: non si limitano a ospitare, come negli anni del boom economico, o al massimo di compensare con servizi i costi della industrializzazione (come negli anni Settanta), ma cercano di coordinare investimenti e strategie degli attori dell’economia e del territorio.

Infine, oltre ad attivare nuovi intrecci tra flussi e luoghi, le città sono l’unico punto nell’as­setto organizzativo del capitalismo dei flussi dove si provi a governarli. Questa affermazio­ne è un po’ paradossale e merita una spiegazione. Si sostiene che i governi siano deboli di fronte allo strapotere di attori finanziari globali e soggetti imprenditoriali svincolati dalle re­gole nazionali: uno dei motivi consiste appunto nella limitata consistenza e forza contrattua­le degli stati, in competizione tra loro nel gioco delle parti alla scala globale.

D’altra parte, questo stesso gioco si concretizza, e rivela i costi e le ‘poste’, quando perviene  al confronto con le situazioni locali. Quando si rendono manifesti profitti e perdite si innesta un gioco e una contrattazione almeno parzialmente diversa intorno a questioni direttamente percepite dalla popolazione: diventa per esempio possibile valutare i trade-off nel sistema delle decisioni (quanto cioè venga sacrificato di un obiettivo, di una ri­sorsa o di un “valore” collettivo per ottenerne altri: della sostenibilità rispetto allo svi­luppo, per esempio, o della coesione sociale rispetto all’innovazione tecnologica).

La capacità locale di combinare i fattori di sviluppo diventa allora uno degli elementi della competitività territoriale.

In sintesi, l’argomento esposto recita che la grande narrazione della città globale porta a insistere sulla competitività dei luoghi. Letture più attente problematizzano questa visione, e riaffermano un certo livello di autonomia del territorio. Su questo sfondo, si manifesta la possibilità di un ruolo specifico delle città non solo nelle politiche redistributive, ma anche in quelle economiche.

La vulnerabilità sociale delle città

Una più vasta e generale conseguenza del processo di globalizzazione è la sparizione dei cittadini dalle città. È una sparizione frutto di uno strabismo al tempo stesso fisico e politi­co. Le città si svuotano degli abitanti originari perché costose e inospitali; le agende politi­che si riempiono di altre priorità strategiche e imprenditoriali (Expo, Olimpiadi…); nuove popolazioni meno stabili occupano in modo temporaneo o comunque ambivalente le aree centrali (turisti, studenti, city users…): allo stesso tempo, i nuovi abitanti precari, immigrati o clandestini sono invisibili, o ricacciati al margine. Detto in modo schematico, mentre i vecchi cittadini se ne vanno, i nuovi arrivati non sono cittadini, oppure non possiedono gli stessi diritti.

Alcuni aspetti della globalizzazione mostrano effetti diretti sulla struttura interna delle città. Scott[6] li ha efficacemente sintetizzati in tre movimenti: cresce l’eterogeneità culturale e de­mografica, frutto in primo luogo dei grandi processi di migrazione internazionale; l’organiz­zazione metropolitana si scompone, e da un sistema urbano sostanzialmente duale impernia­to sulla contrapposizione tra centro e periferia si passa a sistemi urbani tendenzialmente po­licentrici (e a relazioni policentriche tra le città); aumenta infine l’ineguaglianza sociale e di reddito tra ricchi e poveri e, di conseguenza, la polarizzazione nello spazio delle differenze sociali.

Rispetto a questi trend generali, occorre aggiungere alcuni caratteri specifici delle città ita­liane ed europee, relativamente in particolare al ciclo di crescita[7].

In primo luogo, dopo un ciclo quasi cinquantennale, la fuga dalla città sembra rallentare, sebbene meno in Italia che nel resto d’Europa. Si tratta di variazioni piccole, comunque significative per l’inversione di tendenza rispetto al declino precedente. Le differenze tra paesi dipendono dalla diversa morfologia urbana. La città è divenuta metropoli, con una profonda trasformazione delle relazioni so­ciali; e la metropoli è stata assorbita da grandi regioni urbane policentriche. Una delle mani­festazioni più evidenti è la diffusione residenziale, dovuta in parte ai costi, in parte alla ri­cerca di modelli abitativi a minor rischio di congestione. Ovunque si registra una marcata tendenza alla suburbanizzazione: nel 90% degli agglomerati urbani, la popolazione dei bor­ghi periferici, spesso comuni di prima e seconda cintura, è cresciuta più che al centro.

In secondo luogo, invecchiamento e immigrazione incidono sull’economia e sulla tenuta sociale, con esiti visibili già dalla fine del prossimo decennio[8]. L’evoluzione demografica pone, infatti, un limite alla possibilità di crescita dell’occupazione; e l’invecchiamento della popolazione ne limita il ricambio. Di conseguenza, si manifestano terremoti politici nelle relazioni sociali: la revisione dei contratti e degli orari di lavoro, la pressione per aumentare la partecipazione al lavoro delle donne, la richiesta di alzare l’età pensionabile… In particolare, la domanda di servizi alle famiglie è destinata a crescere; se poi continuerà ad essere assolta da “badanti” (quasi esclusivamente immigrati ospitati a domicilio), la geografia interna delle città ne risulterà sconvolta.

In terzo luogo, la divisione sociale interna alle città è attesa  in aumento, mentre al momento è probabilmente inferiore in Italia rispetto all’Europa. Le misurazioni di questo fenomeno sono piuttosto difficili, ma pur nelle evidenti disparità, le divisioni di reddito e di opportunità tra quartieri ricchi e poveri di una stessa città sono inferiori a quelle che ancora esistono tra regioni del Nord e del Sud. Anche in Italia le trasformazioni della geografia sociale vanno nel senso di una maggior polarizzazione, ma con relativa lentezza. Accanto a nuovi insediamenti “concentrazionari” (dai quartieri esclusivi e difesi per i ricchi, alle zone marginali per i poveri) è presente tutta una serie di nuovi modi di vita e di convivenza, un continuo e non necessariamente infelice rimescolamento dei vecchi quartieri di periferia come dei nuovi “borghi metropolitani”[9]. Ma non è detto che la questione sociale urbana non debba peggiorare nel futuro prossimo.

Infine, le città concentrano gli immigrati di cui la nostra economia ha fortemente bisogno[10]. Già ora è superiore al doppio nella maggior parte delle città: la concentrazione in alcuni quartieri, dove l’incidenza della popolazione immigrata sale rapidamente a percentuali rilevantissime, crea un evidente problema di accoglienza, ma in prospettiva anche delle opportunità.

Le dinamiche di trasformazione appena accennate possono portare a esiti positivi come negativi: sono tutte caratterizzate da un segno molto forte, e da un’accelerazione molto rapida. Conflitti e innovazioni che si produrranno pongono un pesante interrogativo alla politica, e alle politiche urbane in particolare e, come si è visto di recente, contribuiscono a riformulare il consenso e gli schieramenti. In ogni caso, sembrano destinate a condurre a importanti correzioni del sistema di welfare.

Movimenti, identità, cittadinanza

La trasformazione del legame sociale nelle città della globalizzazione ha riaperto una rifles­sione sui movimenti sociali urbani, il rapporto con le identità politiche, il fondamento della cittadinanza. Questo argomento è qui brevemente accennato per sottolineare che gli esiti di questa riflessione vanno ad incidere sulla nozione di cittadinanza.

Quasi tutte le città del mondo hanno conosciuto una o più stagioni di forte protesta e crescita di conflitti urbani, spesso momenti che hanno segnato l’identità collettiva della città. Per esempio, i conflitti urbani sulle borgate, il problema dell’abitare in periferia e la disponibilità di servizi collettivi hanno segnato la storia politica del comune di Roma; ma, ponendo a confronto le culture politiche cristiano-sociali e socio-comunista, hanno contribuito in segui­to a ridisegnare il perimetro ideale delle principali forze politiche italiane.

Se nessuno può negare l’importanza dei movimenti e dei conflitti urbani sulla formazione delle identità collettive, la loro incidenza sul processo di cambiamento delle città è conside­rata relativamente limitata. Anche nella teoria urbana il posto dei movimenti sociali è sem­pre stato modesto. Ci sono motivi oggi per una ripresa di questa riflessione proprio considerando le dinamiche del cambiamento urbano.

Secondo una celebre impostazione, i movimenti sociali urbani sono pratiche collettive che combinano conflitti relativi al consumo collettivo, alla cultura del gruppo e ai processi di auto-determinazione[11]. Questi tre elementi continuano a ritrovarsi nello studio dei movimenti sociali urbani, anche se è giocoforza riconoscere che hanno avuto caratteri diversi, forte­mente segnati dall’epoca e dal contesto che li ha prodotti: più concretamente rivendicativi negli anni ’50, all’epoca della “scoperta” della vita quotidiana e delle prime rivisitazione criti­che del marxismo; si sono fatti più oppositivi in seguito, ponendo l’accento su rivendicazioni antagoniste a partire dagli anni ’70.

Più recentemente, il campo dei movimenti si è fatto più complesso e frammentario: tutt’altro che scomparsi nelle società urbane, si sono moltiplicati e diffusi; mentre il carattere conflit­tuale è andato (almeno in parte) svanendo, hanno assunto connotati più orientati cultural­mente su identità non riconducibili al conflitto di classe e su stili di vita; tra l’altro, sono cre­sciute componenti identitarie e comunitarie decisamente conservatrici (anche nel tradizionale senso politico).

Una prima annotazione indica una ristrutturazione del campo per la quale si ritrovano oggi in due principali combinazioni;

da una parte, iniziative autonome e autogestite si ritrovano frammiste ad altre (di vario segno e diverse per nature) nella grande famiglia delle azioni locali organizzate da comi­tati e gruppi locali, non di rado riorganizzati nel terzo settore, e variamente, in modo più o meno diretto, sostenute dalle amministrazioni pubbliche con qualche forma di pro­gramma locale o partnership orientato al sostegno sociale e alla partecipazione comuni­taria; tra le caratteristiche principali figurano l’orientamento a trattare problemi locali (casa, esclusione sociale, insicurezza, degrado urbano…); e la messa in opera di specifi­che competenze nella mobilitazione e attivazione dei soggetti locali, nonché di “capaci­ty-building”. La collocazione a cavallo tra protesta e mediazione esemplifica bene quel processo di ibridazione delle pratiche sociali neo liberiste che viene suggerito come ca­rattere non episodico di questi elementi[12];

dall’altra, processi e componenti dei movimenti sociali urbani sono entrati in risonanza con i nuovi movimenti globali, e sono stati talvolta sussunti direttamente nelle reti di protesta contro gli effetti della globalizzazione finanziaria. Si tratta in questo caso di movimenti nuovi per il carattere transnazionale, la non coincidenza con i conflitti di classe, e i riferimenti culturali eterogenei ma certamente postindustriali. Invece, è evi­dente la continuità con il conflitto tradizionale intorno alle politiche di welfare e il con­trasto politico e ideologico alle iniziative di privatizzazione: come pure il conflitto con le politiche pubbliche sia locali che nazionali intorno a nodi cruciali dell’azione pubblica.

In tutte e due i casi, la crescita delle migrazioni planetarie, che investe profondamente le città, interferisce con il manifestarsi dei movimenti. Delle due famiglie di iniziative appe­na descritte, le azioni locali -in particolare, nelle città dell’Europa occidentale- incontrano quasi sempre come destinatari e soggetti le nuove popolazioni immigrate; nelle megalopoli emergenti sono frequenti invece movimenti popolari che combinano la rivendicazione di di­ritti sociali e la produzione di nuove forme di identità collettiva (per esempio: i piqueteros di Buenos Aires).

Inoltre, in tutte e due i casi -ma soprattutto nel secondo- l’accento è posto sul carattere co­struttivo dei movimenti. Questo carattere assume sovente dei nuovi connotati che sembrano importanti nel contesto della globalizzazione delle culture, oltre che delle economie: la co­struzione delle identità e delle pratiche è translocale e transnazionale, viene cioè modellata su reti di relazione e pratiche di connessione a distanza: per esempio, la traiettoria migrato­ria, il circuito delle rimesse economiche, come pure la formazione politica e l’espressione del voto elettorale.

Costruendo nuove identità, queste esperienze, locali o transnazionali, riarticolano l’idea di cittadinanza. A fondamento di questa congiunzione, sta l’idea che la cittadinanza sia un pro­cesso, piuttosto che un riferimento statico; e l’articolazione in nuove scale della sovranità, una volta associata univocamente e strettamente al territorio. Sono tutte due nozioni non ovvie, e di porta­ta straordinaria. La prima implica un processo storico di interpretazione ed espansione dei diritti; la seconda, la possibile (ma controversa) articolazione di questi su diverse scale geografiche (tra cui quella nazionale conserva il privilegio di regolare la cittadinanza politica)[13].

La cittadinanza intesa come un processo tende ad operare in modo duplice e opposto:

a) sta­bilisce dei confini che definiscono le identità collettive, non necessariamente su base giuri­dica, ma combinando variamente riferimenti a etnie, lingua, religione e pratiche sociali (come la sessualità, le culture antropologiche), e pertanto opera in base a dei principi di esclusione messi in campo con una certa libertà culturale, sia pur dentro ai limiti dei regimi politici;

b) costruisce dei set di beni comuni, di modalità di accesso a risorse colletti­ve e di processi di allocazione dei benefici a chi si riconosce nel gruppo, negoziando le mo­dalità di redistribuzione entro a più ampi processi politici, e pertanto avvia un processo inclusivo dentro al gruppo, ma un confronto tra gruppi che alimenta la politica di nuova linfa.

In questo processo le identità possono essere arbitrarie (almeno fino a un certo punto: sono “immaginate” e socialmente costruite) e, comunque, costruite dentro a delle “controversie” politiche che hanno un certo peso (come nel caso delle identità nazionali di baschi, catalani, irlandesi ecc.); ma, al tempo stesso, definiscono l’accesso a set di beni più ristretti rispetto a quelli definiti dall’appartenenza nazionale (che governano diritti universali come quelli politici), e talvolta anche più mutevoli.

La connessione con il territorio è, come detto, più controversa: per la fondazione degli stati nazione e delle comunità di diritto a questi legati, su questo nesso si fonda la nozione stessa di cittadi­nanza. Questa connessione garantisce o nega l’accesso ai diritti fondamentali che definisco­no l’appartenenza alla comunità politica. Infatti, è fuor di dubbio che la comunità politica sia stata garantita finora dagli stati nazionali, e che questo assetto continuerà ad essere operante e influente nel prossimo futu­ro. Ciononostante, vanno registrate le novità o le promesse provenienti da nuove aggregazioni esistenti e in fieri (la cittadinanza europea, il cosmopolitismo o l’attesa di una nuova cittadinanza universale); o da combinazioni e intrecci di scala territoriale (doppie cittadinanze, migrazioni e pluriap­partenenze).

Detto questo, un certo numero di studiosi insiste che, nelle condizioni attuali, il rapporto tra territorio e cittadinanza si è fatto più complesso; e che la sfera dei diritti (e delle culture po­litiche) connesse all’idea di cittadinanza si è espansa ed evoluta.

Infatti, nell’articolazione della geopolitica provocata dalla globalizzazione, avviene un “in­garbugliamento” delle diverse scale territoriali alle quali era stato possibile finora far corri­spondere in sequenza ordinata un progressivo dispiego di appartenenze sempre più vaste: lo­cale, regionale, nazionale ecc.

Queste tendono non solo ad entrare in tensione, ma soprattutto a ridefinirsi in termini di contenuto. L’appartenenza e la lealtà politica tendono dunque a ri-territorializzarsi, a venire ridefinite -pur dentro alla cornice dello stato nazione dall’appartenenza a “piattaforme” terri­toriali che -su base urbana o regionale- riorganizzano i confini di inclusione/esclusione alla base dell’idea di cittadinanza. In questa ipotesi, le città acquistano un nuovo motivo di interesse, come luogo dove si elaborano le condizioni di convivenza di un nuovo ordine globale.


[1] Unchs Habitat (2007) Global Report on Human Settlements, Earthscan, London.

[2] R. Burdett, D. Sudjic (2007), a cura di, The Endless City: the Urban Age project, Phaidon, London.

[3] Solo per fare un esempio, la Biennale di Venezia degli ultimi dieci anni si è concentrata ostinatamente sempre e solo su due temi: come affrontare il futuro (2004, 2002, 1996), e come conciliare l’architettura con la società (2008, 2006, 2000).

[4] Per dei punti di vista diversi su un tema in rapida espansione, si vedano: S. Sassen (2003), Le città nell’e­conomia globale, Mulino, Bologna (ed. or. 2001); P. Hall e K. Pain (2006), The Polycentric Metropolis: Learning from Mega-City Regions in Europe, Earthscan, London. Più divulgativo e vicino al lettore italia­no, G. Piccinato (2002), Un mondo di città, Comunità, Torino.

[5] Per una presentazione divulgativa degli orientamenti europei sulle politiche regionali, sul ruolo delle città, e sulle politiche urbane, si vedano, i documenti della Commissione europea: CCE (2008),  Al servizio delle re­gioni, Politica regionale dell’UE 2007-2013, Lussemburgo; CCE (2003), Il partenariato con le città, Lussem­burgo. Per una presentazione critica, rimando a M. Cremaschi (2005) L’Europa delle città. Accessibilità, part­nership, policentrismo nelle politiche comunitarie per il territorio, Alinea, Firenze.

[6] Scott A. J., 2001, Le regioni nell’economia mondiale. Produzione, competizione e politica nell’era della glo­balizzazione, Mulino, Bologna (ed. or. 1998).

[7] Quasi due terzi delle città dell’Unione europea hanno registrato una pur debole crescita della popolazione (la media complessiva delle 242 città è appena positiva, pari allo 0,22%), mentre nel terzo rimanente è diminuita (l’ultimo Audit urbano disponibile, del 2004, ha misurato le variazioni sul quinquennio precedente: si veda il sito http://ec.europa.eu/regional_policy/themes/urban/audit/index_it.htm).

Al contrario, più di due terzi delle città italiane sono in calo (tra cui tutte le città con più di 250 mila ab.); il saldo migratorio interno verso le grandi città è negativo, anche se cresce il numero di stranieri che scelgono i grandi centri (Espon, Osservatorio europeo del territorio: www.espon.eu).

[8] Le persone con più di 65 anni in Europa sono oggi il 16% della popolazione, ma raddoppieranno entro il 2060 (Eurostat); già ora sono più numerose in città, dove ha risieduto la generazione dello sviluppo industriale dei due dopoguerra, ma è possibile che l’incidenza cresca per effetto della concentrazione dei servizi sanitari e assistenziali.

[9] Sui quartieri difficili è disponibile una vasta letteratura, nella quale segnalo a cura della Caritas Italiana (2007), La città abbandonata. Dove sono, come cambiano le periferie, Mulino, Bologna. Per una lettura delle trasformazioni anche di altro tipo di quartieri, mi permetto di rimandare al volume, da me curato: (2008), Tracce di quartiere, il legame sociale nelle città che cambia, Angeli, Milano.

[10] Se si detrae il movimento di persone interno ai paesi dell’Unione (circa il 2%), la quota degli immigrati risulta pari al 6% per l’UE27, e all’8% per l’UE15, quando negli USA è allo 11%. Il dato italiano – oltre il 6% – è appena superiore alla metà di quello europeo ma, secondo stime diverse (per esempio, della Caritas) è destinato a raddoppiare nei prossimi anni.

[11] La definizione di Castells è di qualche anno fa: M. Castells (1983) The City and the Grassroots: A Cross-cultural Theory of Urban Social Movements, Berkeley, UP. Successivamente, nel suo contributo all’interpreta­zione della società dell’informazione, Castells ha sostenuto che le città non sono più base di movimenti sociali, perché questi sono messi fuori campo dalla nuova società dei “flussi”, e ridotti quindi a un ruolo difensivo tutto sommato residuale. Cfr. dello stesso: (2002) La nascita della società in rete, Università Bocconi, Milano (ed. or. 1996). In questo modo, si è persa la possibilità di considerare i movimenti come la sede di produzione di nuove identità ur­bane.

[12] J. Donzelot (2007), a cura di, Ville, Violence et Dépendance sociale, Documentation Française, Paris. Per una sintesi, vedi dello stesso: (2008) “Il neo liberismo sociale”, in Territorio, 46.

[13] La letteratura sul tema è molto vasta. Per le note che seguono, ho fatto riferimento a E. Isin e P. Wood (1999), Citizenship and Identity, Sage, Ca.; B. S. Turner (1993) a cura di, Citizenship and Social Theory, Sage, Ca.; per un’introduzione, più cauta, vedi D. Zolo (1994), a cura di, La cittadinanza. Appartenenza, identità, diritti, Laterza, Roma e Bari.

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