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A che serve il policentrismo?

A che serve il policentrismo?” in I. Jogan, a cura di, Lo spazio europeo ad alta risoluzione, Inu ed., 2006.

Tra i principi delle politiche comunitarie, il policentrismo è venuto occupando spazi crescenti (CCE 1999). Con un altro ristretto gruppo di temi, a tratti eterogenei, il policentrismo sembra aver consolidato una sorta di common wisdom nel policy-making comunitario rivolto al territorio (Cremaschi 2005).

Il termine policentrismo ha un significato volutamente ambiguo (per delle rassegne: Kloosterman e Musterd 2001; BBR 2002; Waterhout et al. 2005): si presta ad usi diversi alle diverse scale geografiche, alludendo al riequilibrio territoriale e alla generazione di iniziative dal basso, da un lato; al potenziamento dei potenziali competitivi alla scala del continente dall’altro.

In linea di principio, dunque, il policentrismo sarebbe pertinente proprio perchè aperto, inconclusivo, ambiguo: consente, come altri dispositivi discorsivi delle politiche comunitarie, più di quanto definisca. Come altri ‘plastikwort’ (Migliaccio 2004, 115), è uno di quei termini che acquistano significato più per la capacità di trasmigrare che per quella di denotare; contraddistinti da un elevato grado di “astrazione, aura scientifica, popolarità, potere riduttivo, libera combinabilità, assenza di dimensione storico, geografica e sociale” (ivi) queste nozioni gettano delle reti che unificano campi di esperienza diverse, e consentono un certo grado di libertà di riformulazione tematica. Apparentemente, un’operante metafora generativa delle politiche (Cremaschi 2005).

All’atto pratico, dunque, il policentrismo ha più sfumature di significato, la cui origine è ricostruita nel prossimo paragrafo. E’ utile, in questo come in altri casi, una ricerca che, pur nella modestia dell’occasione, tracci le linee genealogiche del concetto attraverso formulazioni e pratiche. Se ne evidenziano così alcuni problemi e, un po’ contraddittoriamente con le due ispirazioni descritte in seguito, l’originale tensione esplorativa e progettuale.

Il paragrafo seguente approfondisce il primo significato possibile: un modello spaziale di equilibrio tra la concentrazione urbana e l’organizzazione in rete delle città europee; inoltre, lega la crescita urbana alla conservazione degli spazi aperti. Questo aspetto resta forse il più interessante per le ricadute sulle buone pratiche locali, ma non presenta grandi implicazioni per le politiche comunitarie.

Il terzo paragrafo esamina l’altro ingombrante significato: in questo caso, il policentrismo sembra la nozione atta a sostenere le iniziative volte a controbilanciare la regione delle capitali europee (sita a cavallo del confine franco-tedesco) e altre aree territoriali suscettibili di significativo sviluppo, limitrofe o periferiche. Un’ambizione che colloca però questa riflessione su un piano molto rischioso e pieno di tranelli.

Questo tema infatti apre al confronto con altre suggestioni, che insistono sullo sviluppo dell’intero continente, oggetto del quarto paragrafo, e affrontano questioni come la competizione globale. Su questo terreno, il policentrismo sembra destinato a restare un riferimento non conclusivo per vari motivi.

Uno di questi motivi, affrontato in seguito, riguarda la pertinenza del tema a diverse situazioni geografico insediative. Scontata la pertinenza del modello policentrico rispetto ad una classica organizzazione christalleriana, resta da chiedersi se rsulti adeguato anche per la situazione italiana. Infatti, per descrivere la configurazione territoriale italiana è stato recentemente fatto ricorso a nozioni multidimensionali come quella di ‘piattaforma’ territoriale. Senza necessariamente abbracciarle in toto, queste formule di moda (già in parte tramontate) hanno il pregio di evidenziare l’intreccio tra scale (locale e globale), e tra manifestazioni specifiche dell’azione collettiva e ambiti territoriali (per esempio, gli ex distretti ma non solo).

In conclusione, questo breve saggio esamina come si è formata una nozione complessa, e quale uso ne sia stato fatto nel dibattito teorico e nella costruzione delle politiche. Che le politiche si nutrino di rappresentazioni, e che queste mostrino di possedere vita propria, non può certo sorprendere (Cremaschi 2002); ma è pur sempre opportuno riflettere su come pratiche significative si influenzino ed evolvano, e quali spazi disegnino (e quali cancellino). L’obiettivo è mostrare quanto il dibattito sul policentrismo celi, e quanto riveli, della configurazione insediativa in una situazione di transizione, nei fenomeni e nelle rappresentazioni.

Per una genealogia

Nello Schema di Sviluppo Spaziale Europeo (SSSE: cfr. CCE 1999) il termine policentrismo costituisce parte (degli scarsi contenuti sostantivi) delle strategie politiche per lo sviluppo bilanciato, competitivo e sostenibile.

Come è noto, lo SSSE –pur avendo a sua volta dei prestigiosi antenati nel Consiglio d’Europa (Pagliettini 2005) – ha cercato di ricucire la trama dei diversi fili territoriali presenti nelle politiche di integrazione economica, infrastrutturali, regionali e, infine, nelle azioni urbane. “Le politiche di sviluppo territoriale mirano a garantire uno sviluppo equilibrato e sostenibile del territorio dell’Unione in armonia con gli obiettivi fondamentali della politica comunitaria, ovvero la coesione economica e sociale, la competitività economica basata sulla conoscenza e conforme ai principi dello sviluppo sostenibile, la conservazione della diversità delle risorse naturali e culturali”. Lo scopo è rimediare alle disparità presenti nel territorio europeo al fine di creare delle Global Integration Zone (GIZ) al di fuori del Pentagono.

Secondo una diffusa immagine sintetica, la ‘regione delle capitali’ concentra gran parte della capacità produttiva del continente. Si tratta di un ‘pentagono’ che comprende l’area a cavallo tra Londra, Parigi, Milano, Monaco e Amburgo. Lo SSSE afferma che il Pentagono ospita -su il 20% del territorio- il 40% della popolazione e il 50% del Pil europeo (CCE 1999).

La polisemia della formulazione politica –una volta approvato lo SSSE- non sfugge ai ricercatori, che prontamente osservano (Davoudi 2003) che nell’idea di policentrismo converge una doppia struttura del discorso.

Da un lato, l’idea di policentrismo è analitica: l’Europa è policentrica (almeno questo è il problema da verificare, la misura da ricercare). E infatti, un rapporto Espon –che esamineremo più avanti- ha misurato il grado e le potenzialità di “sviluppo policentrico” imputabili alle aree urbane con i migliori rating in demografia, trasporti, industria, governance e innovazione tecnologica. Assumendo che città competitive possono svilupparsi tra le più estese e più robuste, alcuni territori sono apparentemente più forti, nell’area Baltico-Scandinava, intorno al ponte dell’Øresund, e nell’arco latino da Barcellona a Montpellier, oggetto di forti investimenti statali; e forse intorno all’area Mittel-orientale di Vienna, intorno alla caduta delle frontiere. In definitiva, le regioni urbane potenzialmente di rango elevato, suscettibili di incrementare il policentrismo del continente sono poche, e con poche chance di divenire GIZ. Sono potenzialità, che dipendono da progetti, che possono sorreggere al massimo idee di organizzazione regionali.

Dall’altro lato, policentrismo è una categoria normativa: il policentrismo è buono per l’Europa. E’ stata più volte indicata l’incoerenza della scala di riferimento (in generale: Davoudi 2003 e Hall 2001; per adattamenti locali: Shaw e Sykes 2004): a livello macroterritoriale, la diversificazione delle aree di “integrazione economica globale” parrebbe una condizione prioritaria per la performance strategica ed economica dell’Unione Europea; a livello meso, invece, lo sviluppo regionale deve sostenere anche le aree periferiche per aumentare la coesione; a livello locale, infine, l’organizzazione metropolitana policentrica sembra più sostenibile e egualitaria.

Non si tratta però di obiettivi omogenei, o necessariamente paralleli. Quello che viene perseguita ad una “scala” può essere non solo diverso, ma addirittura in contraddizione con quanto viene perseguito ad un’altra. Inoltre, non è detto che queste fenomenologie siano coerenti con la stessa categoria di policentrismo, e che questa debba essere ricondotta a qualcosa di più vasto, come allude il non meno vago principio (ma per lo meno è chiaro che di principio si tratta, e non di una situazione) della coesione territoriale (Faludi 2004).

In questo caso, il policentrismo evapora in un richiamo ad una politica di riequilibrio attenta alla densa specificità del dato territoriale. Ma si perderebbe per l’appunto l’ancoraggio analitico e sostantivo.

Se si volesse mantenerlo, come sembrano ritenere in massima parte ricercatori e studiosi, si dovrebbe concludere che la categoria di policentrismo è progettuale, e come tale rinvia a contesti individuali e condizioni molto particolari. Nuove strutture policentriche potrebbero formarsi allora se le tendenze diffusive e conurbative in atto (il policentrismo analitico) fossero accompagnate da politiche infrastrutturali e di specializzazione funzionale, cioè da strategie metropolitane (che devono farsi carico di una determinata qualità del principio ‘policentrista’, non necessariamente di tutte).

Morfologie e integrazione territoriale

A seguito dell’assunzione del policentrismo a rango di spirito guida dello SSSE, un certo numero di studi si è volto a riconsiderarne le fortune e le vicende. Salvo a scoprire che certa radici della riflessione sul policentrismo sono sempre state vitali, e che questioni specifiche su forma e gerarchia dei sistemi urani si sono poste non appena storicamente è sorta la questione dello sviluppo delle città oltre alla forma storica monocentrica e delimitata (da mura).

Non sarebbe difficile –infatti- trovare ascendenze ‘dottrinarie’ importanti e legittime nella storia disciplinare dell’urbanistica. Sembra opportuno accennare brevemente a due possibili filoni: il primo che va ricondotto latamente allo sforzo di ‘pensare l’espansione’ della città storica nel farsi della prima industrializzazione; il secondo, indaga forme e processi di organizzazione del territorio una volta consumata la differenza tra città e campagna, e accolta interamente questa seconda nel modo di vita urbano.

La prima tradizione ha un preciso orientamento formale e urbano. Il piano di New York o l’Ensanche di Barcellona anticipano in fin dei conti il problema, che verrà acquisendo spessore analitico con la Scuola di Chicago, che della struttura della città estrapola un modello che esalta le differenze evolutive delle sue parti; o dagli economisti urbani che -nel secondo dopoguerra- sottolineano la varietà delle attività nella città manifatturiera del XX secolo. Come è noto, un ritorno alla declinazione morfologica avviene con i Ciam che consolidano negli urban cores i modelli di disarticolazione organicista studiati fin dagli anni ’30; e, più tardi, da Lynch e altri, che ne esaltano l’aspetto evenemenziale e percettivo.

La seconda tradizione privilegia un punto di vista regionale, non disegna l’aspetto formale, ma assegna più importanza alle relazioni tra le parti e in particolare agli aspetti dinamici. A scala regionale il policentrismo ha storiche ascendenze nel lavoro di Geddes, che coniò la parola conurbazione per descrivere l’area di crescita esterna alla metropoli, nonché socialmente ed economicamente da questa dipendente. Ma il cruciale aspetto della dinamica e della interdipendenza delle relazioni, e non del loro puro svincolarsi dal centro, diventa chiara più tardi, per esempio con l’esperienza di De Carlo sulla città regione milanese. La decentralizzazione delle attività -conseguenza del decrescente costo del suolo e del lavoro man mano che ci si allontana dai centri- è ben nota fin dagli anni Sessanta, e vede attivarsi i governi locali nelle politiche urbane. Nel frattempo, questa mole di suggerimenti culturali diversi tra loro si fa politica, con le métropoles d’équilibre pensate in Francia negli anni 60’ per contrastare la primazia di Parigi, ampiamente riprese in Italia nelle proiezioni territoriali di Progetto ’80. La presenza di politiche pubbliche a questa scala – attivate dagli stessi discorsi riconducibili al policentrismo- è un ulteriore elemento caratteristico di questa seconda riflessione.

La ricerca delle radici disciplinari rischierebbe fatalmente di cadere in una disputa accademica incapace di far uso, in questa nobile sequenza di anticipatori, delle differenze di prospettiva e di approccio teorico. Forse quello che conta sottolineare –oltre al fatto che numerosi diversi tentativi si pongono in sequenza- sono due aspetti: la diversità dei materiali descrittivi, e le epoche di svolta. Altra cosa è infatti considerare: a) la forma conurbativa, modello della espansione nella prima industrializzazione; b) la forma metropolitana, modello di integrazione nella società del benessere del dopoguerra; c) la forma data dalla dispersione, che caratterizza invece il processo (decostruito) di riarticolazione su più dimensioni degli spazi nella tarda modernità.

Per una volta, la ricerca nazionale non ha inseguito da lontano l’evolversi dei fenomeni. L’indagine sulle forme dell’urbanizzazione è stata intrapresa in Italia da programmi di ricerca diversi -e in parte concorrenti- negli ultimi venti anni, con una sequenza più volte ripercorsa, ma non ancora assestata. Alcune ricerche (pionieristica quella di Itaten, in Clementi, Dematteis e Palermo 1996; ripresa di recente da una ricerca della Società Italiana degli Urbanisti, coordinata da Clementi 2006; su tracce in qualche modo allineate, la comparazione internazionale esposta in Indovina et al., 2005) hanno in comune il tentativo di concettualizzare le forme a partire dai modi del cambiamento (e non il contrario). Un ‘territorio millefoglie’ (Clementi, 2006), dove il problema della descrizione non è affrontare l’elemento unitario o la relazione, ma il gioco tra i due punti di vista nelle molteplici combinazioni territoriali.

In sostanza, da questa rapidissima carrellata si scopre che la componente cruciale delle aree di ricerca alle quali è possibile ricondurre la nozione di policentrismo riposa –in modo implicito o ingenuo nelle prime formulazioni, progressivamente in modo più consapevole- su una qualche nozione di interdipendenza funzionale tra le parti, questione che sarà ripresa nei prossimi paragrafi.

Resta aperta invece, e pertinente, la domanda di ricerca sulla ‘buona’ forma urbana alla luce degli sviluppi post metropolitani, della continua dispersione insediativa, delle varietà di combinazioni locali (Hall 2005; Indovina et al. 2005). In questo caso, il policentrismo alimenta una opportuna rivendicazione ad una maggior partecipazione alla definizione degli assetti, insomma, ad una correzione su base locale delle logiche strutturanti astratte.

Rete urbana e regioni europee

Alcuni studi analitici -di carattere prevalentemente geografico- hanno cercato di colmare il gap di contenuto tra definizioni rigorose, ma caduche, e usi sfuggenti ma fertili. Infatti, l’aspetto più analitico della ricerca sul policentrismo è stato sviluppato da sedi legate al policy-making comunitario, alla scala del continente e in ottica comparativa tra i diversi paesi europei. Val la pena ripercorrere questo percorso intellettuale più per il filo del ragionamento seguito, anche a prescindere dai risultati empirici.

La Conférence des regions periphériques maritimes ha redatto uno Studio (per la parte italiana curato da G. Dematteis) sul modello tendenziale di un’Europa policentrica, indicando anche una possibile correzione ‘volontarista’ (Crpm 2002). In particolare, lo studio si sofferma sulla formazione di quei grandi spazi suscettibili di ospitare formazioni economiche competitive alla scala globale e alternative al centro esistente intorno alla regione delle ‘capitali’. Questo studio evidenzia tra l’altro la marginalità geografica dell’Italia rispetto alle attuali possibili zone di integrazione; anche nello scenario volontarista, le indicazioni di una potenziale GIZ nella pianura padana intorno a Milano rivolta al Pentagono; e di una seconda intorno a Roma e Napoli rivolta al Mediterraneo, resterebbero poco realiste (Dematteis et al. 2006).

L’aspetto dell’interdipendenza è ripreso dal successivo rapporto ESPON (Nordregio 2004) che insiste, più che sui caratteri morfologici, sul fatto che i centri componenti l’unità policentrica devono essere interrelati e cooperanti. In realtà, anche il rapporto Espon si limita ad un’analisi di figure territoriali della organizzazione urbana, pur con qualche tentativo di elaborare l’identificazione delle forme urbane locali (meno sulle relazioni tra aree a livello di continente). Lo studio ha due punti di partenza: l’Europa è composta da un vasto raggruppamento di centri urbani di media dimensione che non sono sovrastati da alcun ‘capitale europea’ a carattere dominante; l’eventuale struttura policentrica risulterebbe dalla sottile costruzione delle aree funzionali urbane riclassificate secondo funzioni e dimensioni come potenziali strutture urbane competitive.

In particolare, vengono individuate delle Functional urban areas (FUA: aree funzionali urbane) mediante i parametri classici della dimensione, della connessione e della localizzazione geografica (1). Questa riflessione dà però origine ad alcune considerazioni sulla struttura urbana del continente non prive di qualche interesse. Considerando le aree funzionali come “building blocks for the polycentric regions”, lo studio individua, nei 29 stati europei dell’area studio Espon (2), 76 MEGA (Metropolitan European Growth Areas: aree di crescita metropolitana di particolare rilievo) tra cui compaiono tutte le capitali (tranne Nicosia, Cipro). Mentre due terzi dei paesi hanno una sola grande area metropolitana, i 6 paesi più popolosi hanno più di 3 MEGA ciascuno. Di nuovo, la concentrazione è evidente: ben 17 grandi aree metropolitane sono all’interno del Pentagono.

Un altro dato utilizzato per analizzare le potenzialità policentriche riguarda la specializzazione funzionale, una dimensione importante per comprendere il grado di policentrismo, anche perché è la caratteristica che rende ogni città diversa dalle altre. La valutazione della specializzazione di ogni FUA consente di stimare i flussi di scambi necessari per l’integrazione economica e politica dell’area.

Infine, le potenzialità di sviluppo policentrico (3) sono espresse in seguito a considerazioni sulla prossimità morfologica delle FUA. A questo scopo sono stati usati indicatori relativi a popolazione, trasporti, produzione manifatturiera, titoli di studio/diffusione della conoscenza e strutture decisionali. Il punto di partenza delle riflessione resta sempre l’esigenza di avere delle città-regioni fortemente competitive al di fuori del Pentagono. Per questo si individuano le FUA più “forti” che possano costituire the “cornerstones of new global integration zones”. In particolare, si individuano delle zone dove le FUA sono più vicine l’una con l’altra. Anche le MEGA sono differenziate in base a massa, competitività, connettività e diffusione della conoscenza (4).

I dati relativi ai flussi e alle reciprocità fra aree funzionali, per determinare eventuali interconnessioni tra esse o interconnessioni potenziali, non sono semplici da reperire, e questo costituisce un limite rilevante. Nel rapporto vengono evidenziati soltanto degli esempi di co-operazione e networks, come forme di policentrismo istituzionale e strutturale a scala europea, a partire dagli scambi e gli accordi internazionali tra Università: mobilità Erasmus e dal traffico aereo europeo.

Inoltre, il ragionamento consente di argomentare ulteriormente sulle dinamiche e sui punti critici (5). Per esempio:

  • il ‘tasso’ di policentrismo –una valutazione non sempre traducibile in modo in equivoco in indici analitici- appare in diminuzione, soprattutto per l’estensione dell’area di influenza delle maggior aree metropolitane dovuta all’incremento di accessibilità (per le condizioni di trasporto su strada, ferrovia ecc.); da questo punto di vista, la diminuzione pare destinata a continuare, a meno di catastrofi sul lato costo del petrolio;

  • la definizione del Pentagono sembra troppo riduttiva, anche in puri termini geografici; la presenza di città importanti, ma esterne (Manchester, Berlino, Venezia, Genova, Parigi), suggerisce piuttosto un ambito più vasto e più significativo; anche la riflessione sui potenziali (per lo più demografici, ma legati anche agli spostamenti giornalieri) contrasta l’immagine iper concentrata del Pentagono, e favorisce l’dea di un urbano diluito su quasi tutto il territorio europeo (come appare anche nelle mappe riprese da MIIT 2005c);

  • lo studio empirico delle relazioni tra il policentrismo e le performance economiche e ambientali dei paesi membri non dà risultati particolarmente significativi, come peraltro succede spesso con queste misure aggregate. Nonostante che il policentrismo risulti associato con quasi tutti i maggiori obiettivi politici della Ue, -la competitività economica, l’eguaglianza sociale, la sostenibilità ambientale- l’evidenza statistica –si è costretti a concludere- è debole;

  • nella costruzione analitica e geografica della nozione operativa di policentrismo gioca, con rilievo, la classificazione funzionale delle aree urbane. Come è noto, la costruzione di classifiche è una parte (non originale e non gratificante) del lavoro di indagine, sempre ampiamente criticabile nei suoi presupposti. Il punto specifico in questo caso riguarda le funzioni connesse al ruolo di interfaccia tra territori e flussi globali, che sono solo parzialmente catturate dalla concentrazione demografica o di imprese e risultano in parte tributarie al rango dei centri;

  • da questo punto di vista, c’è un po’ di contraddizione tra la ricerca di potenziali aree di rango superiore attraverso le due strade dell’analisi dei trend demografici, da un lato; della presenza di funzioni rare, dall’altro. Infatti, i due termini tendono a coincidere nei piani alti della gerarchia urbana ed a divaricarsi in vario modo ai livelli inferiori, una tendenza non facilmente recuperabile.

Al fondo di questa seconda direzione di ricerca, risiede la volontà di individuare dei potenziali competitivi, almeno parzialmente declinati secondo le specificità territoriali, che sostengano lo sviluppo del continente. Questi potenziali, identificati nelle città, conducono ad alcune scelte analitiche che, probabilmente per la limitatezza dei dati disponibili, tendono a concentrarsi su alcune caratteristiche di massa e demografia. I tentativi di individuare degli approcci analitici alla questione delle interdipendenze presentano, da questo punto di vista, risultati molto esili.

Una nozione scalare

L’idea di policentrismo riflette in fin dei conti un presupposto fondamentale: la nozione christalleriana che le città organizzino i territori in vista di confronti che avvengono su altre scale geografiche. In questa idea l’aspetto fondamentale è la corrispondenza gerarchica tra funzioni di coordinamento e territori, nella immagine simbolica della piramide dove una base (territorio ed economia) risponde ad un vertice (comando politico e di mercato).

Si può in definitiva proporre una riflessione sul modello logico del policentrismo, giocando sui tre elementi di base territoriale, vertice di comando e campo scalare di gioco. Molte delle politiche di cui ci troviamo a fare uso sono state sviluppate dentro a questi riferimenti. Questo è vero nelle tradizionali politiche allocative di riequilibrio territoriale, ma non è meno vero per politiche più diffuse, ma solo parzialmente diverse.

Una delle definizioni oggi prevalenti di sviluppo regionale assegna infatti importanza al rafforzamento delle capacità localizzate, pur nella consapevolezza che le opportunità dipendono da attori diversi (imprese e località) che interagiscono in un sistema di regole dinamiche. La misura tradizionale della competitività di impresa –la produttività- è affiancata da altri fattori di contesto. Non solo la geografia non scompare come vincolo, ma i luoghi acquistano vieppiù importanza come dispositivi di individualizzazione. Torniamo alla vecchia idea di Geddes della pianificazione come strumento per coltivare la ‘uniqueness’ dei luoghi.

In questo caso, nella metafora della piramide, è ribaltata l’idea di gerarchia: il vertice è visto come una funzione espressa dalla base, più che il contrario. Ma non si rompe la simmetria tra i due elementi che compongono l’immagine, simmetria messa in discussione dalla proiezione di razionalità diverse e concorrenti, di vertici diversi che proiettano immagini concorrenti del mondo. Coltivare le specificità, e trovare chi le apprezzi, sono infatti attività non coincidenti; e la globalizzazione accentua la dipendenza dagli scambi.

Nei flussi dell’internazionalizzazione, l’univocità del rapporto tra territorio-economie e politica-mercato è messa in discussione. Come si vede, i piani di confusione di intrecciano: né il territorio è funzione delle economie, né la sua organizzazione è funzione della competizione di mercato. Gli spazi di gioco tra questi elementi sono alterati dal compenetrarsi delle scale geopolitiche. Anche per questo competizione e qualità (coesione sociale, sostenibilità…) non sono ‘automaticamente’ coerenti, né necessariamente in contraddizione. Rispetto alla diffusione di un modello standard di sviluppo, questa concezione autorizza la riflessione di percorsi plurali e personalizzati, e insiste sulle dimensioni progettate delle politiche di sviluppo locale. Ma non esaurisce tutte le questioni, in particolare quelle relative ai rischi di scegliere.

Affermare l’importanza dei fattori di contesto non risolve il contrasto tra le forze in campo -nello spazio dei flussi e nello spazio dei luoghi- che restano incommensurabili. La fase di atterraggio dei flussi nei luoghi è il momento cruciale in cui si capisce quale risorsa si combina in quale mix.

In tutto ciò è riconoscibile un processo di riformulazione delle scale, o meglio, di trasformazione del modo in cui nel capitalismo maturo lo spazio viene conformato dal gioco degli interessi sulle coordinate geografiche e politiche (Brenner 2001). Le scale geografiche sono materiale di rilievo per il discorso che stiamo affrontando: in particolare, è già emerso come il tema del policentrismo acquisti significati diversi a seconda della scala alla quale è agito.

Più in particolare, la riflessione sulle condizioni delle politiche del territorio afferma che l’azione pubblica si svolge tra le scale, nel gioco che queste lasciano in particolare nelle dinamiche geopolitiche (solo per citare un caso letterario: Ohmae 1995; Scott 1998).

In questo processo, sia il territorio che le politiche sono cambiate. Sia pur in modo schematico, va ricordato che sono cambiate sia la rappresentazione che la rappresentanza politica dei territori (Gelli 2005). Come pure è cambiata la scala geografica e politica dove le iniziative -una volta ‘locali’- sono agite. Questo richiederebbero un diverso sforzo di descrizione e concettualizzazione. Qualche progresso è stato però compiuto in questa direzione.

Policentrismo e competitività

Connotare la forma della interdipendenza, il gioco tra diverse logiche di azione –individuali e collettive- è la posta in gioco della ricerca. In particolare, connotarla in modo non banalmente sistemico -come nelle aspettative del secondo dopoguerra- quando il territorio restava una proiezione delle relazioni funzionali di legami sociali e di logiche economiche esterne, e senza possibilità di reciproca influenza. Ma piuttosto connotare questa interdipendenza in modo pertinente rispetto ai sistemi di azione attivati in loco, e al tempo stesso, aperto alla interfacce con i processi di articolazione del capitalismo globale.

E’ quindi un po’ paradossale che il ‘campione’ delle figure territoriali all’origine della riflessione sul policentrismo –la regione centrale delle capitali europee descritta nello SSSE, a volte schematizzata nella immagine del ‘pentagono’(Melhbye 2000)- ometta questa indicazione. La riflessione sulle forme delle interdipendenza è precisamente quello che manca nella fotografia della concentrazione di fattori (demografici, di ricchezza, di ricerca). Concentrazione che non presuppone necessariamente delle relazioni funzionali tra questi territori, che pur esisteranno laddove le economie sono integrate, ma non necessariamente in tutta la vasta area considerata e non sempre nello stesso modo. Anzi, la creazione e il rafforzamento delle interdipendenze è questione chiave della formazione di nuove forme territoriali, diverse dalle tradizionali città.

Ma proprio le caratteristiche di prossimità e l’interdipendenza sono messe in questione (Amin e Thrift 2001) e non solo per problemi empirici, peraltro non facilmente superabili (la definizione di area in base agli spostamenti casa lavoro, per esempio, rispecchia un’immagine di società non precisamente attuale). Sulla prossimità si confrontano questioni teoriche e interpretative di non poco peso.

Solo apparentemente, infatti, l’approccio ‘funzionalista’ -dominante nei documenti ufficiali, come lo SSSE – prevale anche nei fatti: una versione meno definita, e in fondo, più processuale, è presente in molti diversi ambiti.

Nel primo modo di intenderlo, il policentrismo è inteso come una proprietà funzionale di un sistema di città, di una regione o di un continente, aggregati territoriali che possono quindi essere comparati con altre configurazioni spaziale alla stessa scala geografica o politica.

Questa rappresentazione è funzionale a discorsi diversi a seconda delle scale: a livello locale, la nozione di policentrismo esplora configurazioni spaziali più sostenibili e meno gerarchici di quelli basate sulla concentrazione polarizzata; a livello complessivo, vorrebbe misurare capacità differenziali di performance economica dei territori. Quest’ultima aspirazione, come pure i paralleli giochi sulla competitività dei territori, sembrano però poco convincenti. Al contrario, la rappresentazione delle relazioni transcalari del territorio è un problema cruciale da affrontare. Gli aspetti che contraddistinguono una situazione territoriale, all’incrocio tra relazioni e luoghi, più che ad una scala geografica o un livello gerarchico funzionale. In questo caso, la nozione di policentrismo non appare né necessaria né risolutiva; forse trovano miglior impostazione i diversi problemi –sostenibilità urbana, crescita, coesione territoriale- che si davano un po’ frettolosamente risolti dalla prima felice formula policentrica.

Questi problemi non sono certo sfuggiti ai ricercatori. Per esempio, la domanda forse più ‘densa’ riguarda la capacità delle reti di città intermedie di creare GIZ di successo (Hague e Kirk 2002). Questa questione (al centro di una recente ricerca comparativa: Hall e Pain 2006) affronta la questione, in particolare, se le città europee, oggi strutturate con varianti intorno al modello della città regione, siano in grado di creare sviluppo e compensare l’assetto monocentrico del continente. Altre domande, sollevate da diversi autori (vedi anche Hall 2005; Meijers 2005), riguardano il contributo che il policentrismo è in grado di offrire alla coesione, in particolare a quella territoriale, e alla sostenibilità.

La prima maggiore questione riguarda però la domanda se le città siano il motore dello sviluppo e, di conseguenza, la configurazione territoriale delle aree locali nel contesto dei processi di globalizzazione. La sfida anche teorica è di pensare il locale in modo non disgiunto dal globale, sfidando di fatto la disarticolazione ipotizzata da chi vede il trionfo dello spazio dei flussi ai danni di quello dei luoghi.

In questa direzione, un certo numero di studiosi ha evidenziato da tempo l’emergere di territori regionali sullo scenario mondiale. Questi territori si disarticolano dallo spazio nazione e, acquisendo qualche grado di autonomia e riconoscibilità, operano come “piattaforme territoriali per l’economia del post-Fordismo” (Scott 2001, c.vo mio): anzi, globalizzazione e città-regione sarebbero le due facce di uno stesso processo.

Questa formula –le piattaforme territoriali- è evidentemente un punto di arrivo di una lunga riflessione sul confronto tra locale e globale, tra competitività e coesione, che ha occupato laboriosamente i due decenni precedenti. Anche in questo non è inutile un piccolo sforzo di ricostruzione delle incrostazioni di significato prese a riferimento, in particolare, dal riuso strategico di questa nozione avvenuto in un momento particolare di formazione delle politiche territoriali in Italia. Con questa idea, infatti, si affronta da un’altra prospettiva il problema della nuova natura delle interdipendenze al cuore anche della nozione di policentrismo. E d’altra parte, si cerca un ancoraggio sostantivo nella direzione opposta a quella che portava a sfumare nel più generale principio della coesione territoriale.

Piattaforme e connessioni territoriali

La piattaforma (termine che in informatica stava ad indicare uno standard di fatto che consentiva a imprese indipendenti di operare sviluppando componenti o software con comuni riferimenti) indica più in generale un dispositivo che funziona perché beni e servizi si interfacciano grazie ad essa. Anche in economia gestionale, l’idea più semplice di beni intermedi concepiti come piattaforme (per esempio, gli chassis comuni a vetture prodotte da case diverse) rimanda ad una nozione di interscambiabilità e di potenzialità derivanti da una sinergia, in questo caso progettata.

Interi settori della società dell’informazione agiscono in realtà sulla interfaccia tra “mondi” differenti, anche senza particolare ricorso ad accordi preventivi: per esempio, le case discografiche sono orientate in modo non banale dalle scelte tecnologiche dei consumatori che influiscono sui sistemi di riproduzione (in una generazione sono trascorsi vinile, nastro, cd, ipod); la stessa tv commerciale italiana è stata, secondo l’interpretazione del suo fondatore, una ‘piattaforma’ di contatto tra venditori e acquirenti, senza per questo che vengano meno le implicazioni culturali. In tutte queste definizioni viene enfatizzato il significato di bene comune, incorporato da certi sistemi tecnici, organizzativi o produttivi quando sono adottati da una massa critica di utilizzatori.

Nella versione ottimista della nuova economia globale, e in modo ancora più ampio, si può sostenere: “una piattaforma rappresenta uno standard di fatto, un parametro non decretato dal governo” (Ohmae 2001). Sono standard “fatti” così diversi come la lingua inglese, il dollaro, l’apertura dell’economia (6); sono parte del “continente invisibile, un sistema emergente, un sistema che si plasma e fissa la propria rotta attimo per attimo” (ivi). Il carattere che viene sottolineato, comunque, è il tendenziale regime di oligopolio che la piattaforma tende a esercitare. Ma nella potenziale evoluzione delle piattaforme, l’aspetto più promettente è che creano ‘comunità’ tra gli individui che consumano beni, servizi e, sempre più spesso, esperienze ed emozioni (puri servizi, fortemente legati alla produzione delle identità).

Le due idee di comunità (di utilizzatori) e piattaforma (di interfaccia) si sposano quasi naturalmente con l’evoluzione della ricerca sui distretti italiani, in particolare con chi (AASTER 2001) ne ha sempre sottolineato gli aspetti di società, per l’appunto ‘intermedia’. Non si tratta di riflessione analiticamente e teoricamente ‘spesse’: si tratta piuttosto di suggestioni che riprendono con vivacità le forti assonanze di discorsi diversi intorno a un problema comune consistente. Da questo punto di vista, la nozione di piattaforma esprime tutta la carica di regolazione sociale, che siamo abituati ad associare alle forme organizzate di sapere localizzato; senza prescindere dalle connessioni a distanza tipiche delle reti lunghe della globalizzazione. Al tempo stesso, trova nella comunità un riferimento al radicamento delle forme di vita da una parte, ma anche al rischio delle derive localistiche e ai ripieghi nazional-identitari dall’altro.

In questa prospettiva, si riformulano sia le caratteristiche economico-sociali delle formazioni storiche del territorio italiano, sia le nozioni più localistiche di cooperazione e competizione tipiche dei distretti. Si evidenzia la ristrutturazione delle connotazioni tradizionali del modello italiano e, insieme, le nuove relazioni trans-locali del capitalismo globale. Più recentemente, queste riflessioni approdano ad una formula più ambiziosa, l’idea che spazio dei flussi e dei luoghi si combinino in diversi modi dando vita a nuove ‘comunità geopolitiche’ (Bonomi 2003). Queste ultime riformulano su base ideal tipica le fenomenologie territoriali riscontrate da tempo, in particolare nella terza Italia, individuando delle aggregazioni meso rispetto al localismo dei distretti e alle grandi formazioni economico-sociali; ma soprattutto delle aggregazioni orientate a particolari relazioni con i flussi di globalizzazione e altri particolari ‘luoghi’ e spazi. Queste associazioni a rete sono assunte sotto il termine di piattaforma, come aggregazioni per l’appunto transcalari di specificità territoriali e connessioni globali.

Al di là delle specificità dei singoli contributi, non necessariamente omogenei, importa qui sottolineare la triplice radice di questa riflessione: il tentativo di coniugare l’originalità del modello italiano dei distretti e dei sistemi locali produttivi con le nuove logiche economico produttive; l’enfasi sugli aspetti della regolazione sociale accanto ai vincoli della competizione globale; l’importanza delle strutture territoriali intermedie capaci di quella flessibilità necessaria a modellarsi sui settori economici competitivi nelle nuove condizioni (né, dunque, quelle apicali nella gerarchia globale; né genericamente tutte le realtà locali in quanto tali).

Questa riflessione viene ad un certo punto ‘importata’ (evidentemente da critici non solo ben informati, ma capaci di tradurre l’elaborazione teorica più avanzate in formule operative) in alcuni documenti ufficiali di indirizzo della programmazione territoriale (MIITT 2004a). Questa famiglia di studi fa parte di un tentativo volto ad individuare “i sistemi territoriali ed urbani di immediato secondo livello rispetto all’armatura infrastrutturale di rango europeo” (ivi). Senza (comprensibilmente) avvertire la necessità di darne delle definizioni troppo stringenti, le ‘piattaforme’ diventano una delle figure territoriali (insieme ai territori urbani di snodo, e ai fasci infrastrutturali di connessione, oggetto di successive indagini) atte a dare un’immagina aggiornata rispetto, per esempio, alle non più attuali visioni di Progetto ’80, dell’Italia postmetropolitana.

In questa aspirazione, le piattaforme servono a dare un criterio di priorità a connessioni territoriali ulteriori rispetto alle reti europei da un lato, e alle priorità locali (regionali) dall’altro. Per far questo, dovrebbero selezionare “i processi di mutamento più significativi”, per esempio di quei sistemi produttivi emergenti che hanno saputo ‘riconvertirsi ed accedere ai grandi circuiti internazionali …ma che hanno ancora bisogno di essere accompagnati da politiche pubbliche mirate ad accrescere l’accessibilità alle grandi reti e a potenziare la connettività tra locale e globale’ (MIITT 2005).

La ‘piattaforma territoriale’ è dunque una figura retorica che, alla stregua del policentrismo, e sia pur con minori ambizioni, ha tentato di porsi verso le politiche con lo stesso atteggiamento generativo. Non sarebbe comprensibile questa specifica avventura senza ricordare la peculiare asimmetria del regionalismo italiano, e in particolare il conflitto tra ministeri centrali, parzialmente espropriati delle proprie funzioni e competenze; e centri regionali in carica di politiche ancora relativamente in formazione. Non c’è dubbio che rappresenti un tentativo di re-introdurre –a mò di cavallo di Troia- delle misure normative e di controllo sull’operato delle regioni, almeno tanto quanto cerca di offrire delle opportunità ai territori intermedi.

Ma al di là del gioco politico contingente, che giustifica l’introduzione del concetto ma non il suo sviluppo autonomo, l’idea di piattaforma territoriale gioca la carta retorica dell’ossimoro, associando il termine più immateriale elaborato nella recente ricerca economico-gestionale, con il referente spaziale più denso di riferimenti alla concreta materialità dei rapporti locali.

Ma soprattutto, riprende l’intuizione dell’interfaccia tra mondi diversi, in particolare tra le diverse scale –locale, globale- dell’azione collettiva. In un certo senso, la nozione di piattaforma territoriale –sia nella versione più generale di Scott, che in quella più applicativa degli indirizzi nazionali- assume la compresenza di quei tre elementi già rapidamente ricordati: la tendenza ad acquisire un rapporto egemonico nell’interfaccia tra un gruppo di utilizzatori e il resto della economia-mondo, dove il territorio stesso viene elevato al rango di dispositivo di controllo oligopolistico; un forte senso di comunità, che fonda modi di agire comuni sulla condivisione di stili di vita e condizioni culturali; la presenza di istituzioni -anche innovative e in via di formazione- che consentono una regolazione sociale delle relazioni locali consapevole dell’incrocio tra reti lunghe e reti corte.

Successive ricerche (Dematteis et al., 2006) insistono sulla dimensione intermedia dei territori di snodo, in particolare tra le troppo vaste aspirazioni delle ricerche che cercano di definire le Zone di integrazione funzionale da un lato (per esempio, CRPM 2002), e le troppo dettagliate prescrizioni delle FUA (BBR 2005). In questa formulazione, viene introdotta un’idea di macro-regioni che agisce da cerniera tra le grandi politiche di assetto continentale e le aspirazioni dei territori locali. Sembrerebbe in questo caso –più che un’alternativa- una delimitazione più accurata su una dimensione geografica meno estesa, dal punto di vista territoriale; e più specifica, dal punto di vista delle relazioni.

Ma al di là del punto di arrivo di queste ricerche, e del destino stesso del suggestivo ma equivoco termini di piattaforme, sembra di poter concludere che in questa riflessione si è iniziato a por mano ad un’interpretazione delle caratteristiche transcalari dei territori che risulta al tempo stesso cruciale e problematica. E che però consente di staccarsi da alcune ingenuità descrittive e normative del policentrismo aggredendo nodi e problemi di maggior interesse e specificità, in particolare per il nostro paese.

Conclusioni

Alcuni esiti paradossali dell’eccessiva esposizione della nozione di policentrismo erano già stati evidenziati fin dai primi commenti a ridosso dello SSSE: “il policentrismo, invece di descrivere una realtà in essere o emergente, perviene a

determinare quella realtà” (Davoudi 2002). Inutile aggiungere che, se se ne volesse salvare a tutti i costi l’aspetto analitico e comparativo, si rischierebbe di renderlo banale e poco utile; mentre se si volesse applicare in modo fertile l’aspirazione normativa, si incontrerebbero una serie di problemi connessi alla varietà delle situazioni territoriali (Shaw e Sykes 2004), alle differenze dei modelli insediativi, al ruolo dei decisori e ai rapporti tra questi.

Ma il problema principale è probabilmente l’indifferenza alle scale territoriali. Nelle versioni correnti, il policentrismo tende ad accreditare l’idea che i problemi locali e quelli del territorio dell’Unione possano essere affrontati in modo coerente e omologo a tutte le scale. Viceversa, il più volte celebrato ‘ritorno delle città’ allude a tutt’altri fenomeni, in particolare enfatizza una rinnovata centralità politica ed economica delle città proprio perché queste –come attori collettivi- operano attraverso le scale geografiche e i livelli di decisione.

Comunque, tutte e due i modi di intendere il policentrismo –il localismo partecipato, il globale competitivo- condividono una rappresentazione dei fattori di scala che appare astratta e carente proprio in relazione alle integrazione tra flussi e territori.

In definitiva, la forma dello spazio e degli effetti territoriali delle iniziative economiche –contrariamente all’ordine descrittivo del policentrismo- dipendono dalla multiscalarità della azione locale. Al contrario, definizioni monodimensionali –appunto come quella di policentrismo- rischiano di sottostimare l’effetto e l’importanza di fenomeni che operano su ambiti diversi.

Vale la pena segnalare, invece, che ancora insufficiente attenzione è stata dedicata alle forti differenze nei modelli insediativi delle regioni italiane. Le città d’Italia, su cui si spende (sembra inevitabilmente) una retorica perfino fastidiosa, sono molto diverse tra di loro, e non tutte sono ‘città’ nello stesso modo (7).

Ma non si può ignorare che le politiche urbane, e in certa misura il discorso del policentrismo, siano uno strumento di compensazione dei sistemi-paese per mitigare il divario tra capitale (Parigi ‘cuore’ della Francia; Londra motore finanziario d’Europa ecc.) e città intermedie. Se dovessimo adottare questo schema di politiche in Italia, incontreremmo una prima difficoltà perché non abbiamo una città univocamente motore di sviluppo nazionale; e una seconda, perché le città intermedie non sono province di prima industrializzazione, ma formazioni socio-economiche caratterizzate da un variegato complesso di fattori.

Importare il riferimento al policentrismo in Italia –anche solo per confrontarsi sugli aspetti morfologici delle città- implica cioè delle specificazioni che rischiano di comprometterne quel nucleo analitico che sorregge la funzione comparativa; mentre trascura quegli aspetti più minuti legati alla sostenibilità della forma urbana su cui c’è ancora molto da indagare. D’altra parte, sembra altrettanto azzardato sostenere su queste basi le scelte territoriali necessarie per lo sviluppo competitivo nelle nuove condizioni dell’economia globale.

Si avverte insomma una certa insoddisfazione per i risultati operativi raggiunti finora. A fronte delle aspettative e delle pretese appare un generale scetticismo per le possibilità operative, se non normative, del termine, al di là dell’utile -ma generico- richiamo alla sostenibilità delle forme urbane.

Meglio allora insistere su quei tentativi, in corso ma ancora embrionali, di contrastare la rappresentazione monodimensionale della formazione dello spazio esplorando altre possibilità e altre nozioni, meno ideologiche, ma più rispondenti alla situazione di paesi come il nostro.

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1 Le Fua sono agglomerazioni tra centri di almeno 20 mila abitanti e le aree urbane adiacenti, frutto di diverse definizioni statistiche tra i paesi membri. Nei 29 paesi oggetto di Espon sono presenti 1.595 Fua.

2 Oltre i 25 membri della EU, l’Osservatorio Espon comprende anche Bulgaria, Romania, Norvegia e Svizzera

3 Come è noto, le zone di integrazione globale, ricordate anche dallo SSSE, incernierano sull’idea policentrica un disegno di diversificazione economica. Ne sono naturali candidati il ramo settentrionale (Amburgo, Øresund, Göthenburg, Stoccolma, Oslo) in continuità con il Pentagono e sostenuto da alcune delle linee di forza del sistema europeo dei trasporti. Altre eventuali zone riposano, nelle aspettative, sull’asse Lisbona, Madrid, Barcellona, Montpellier, strutturato dal TGV e dalla presenza di importanti industrie ad alta tecnologia; in parte, la zona orientale tra Vienna, Bratislava, Praga, Dresda e Berlino, sull’onda dei flussi generati dalla riunificazione con l’Est. Strutture policentriche in formazione all’esterno del Pentagono al di fuori, le regioni urbane policentriche sono poche: Ostrava, Venezia-Padova. Al di fuori del core europeo, le aree italiane potenzialmente policentriche sono Napoli e Salerno; Genova La Spezia, Pisa, Firenze, Livorno; Torino; Bologna Parma, Modena; Udine, Trieste; Verona.

4 Le potenzialità policentriche sono ancora esplorate studiando le isocrone di trasporto intorno alle aree urbane precedentemente definite e prendendo in considerazione come riserva di espansione le porzioni di municipalità limitrofe che non distano più di 45 minuti di automobile dalla FUA più vicina. Nuove circoscrizioni sono studiate intorno alle aree urbane considerando i comuni compresi entro una isocrona di 45 minuti di percorso in auto (PUSH, Potential Urban Strategic Horizon). Quando più aree contigue sono parzialmente sovrapposte definiscono delle aree urbane potenzialmente policentriche (PIA,Potential Polycentric Integration Area).

5 L’occasione di queste riflessioni è scaturita dalla partecipazione dell’autore ad una ricerca Espon (cfr. BBR 2005), nell’ambito di un team presso il BIC-Lazio di Roma, composto da M. Giacobbi, G. Pineschi e R. Labruna.

6 Singolarmente, si può osservare sono oggetto di potenziale sfide da parte di altre ‘piattaforme’ (lo spagnolo o il cinese, l’euro, le liberalizzazioni sostenute politicamente in certi stati o città-stato) eventualmente sostenute da interessi o nazioni.

7 Un solo esempio: per ottenere l’equivalente del peso delle capitali europee, dobbiamo sommare l’intera regione urbana di Roma, Milano e Napoli. Ma soprattutto, le singole aggregazioni metropolitane possiedono caratteristiche morfologiche e profili produttivi decisamente diversi, e instaurano rapporti territoriali e politici non comparabili con le autorità regionali. Si pensi alla megalopoli intorno a Milano, alla conurbazione di Napoli, alla metropoli centripeta di Roma e Torino, al sistema emiliano o toscano, o alla città diffusa veneta, e ai rapporti con le rispettive regioni (Cremaschi 2006c).

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