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Mafie e territori: note per una ricerca

Territorio 49, 2009, pp. 134-138.


Il saggio suggerisce che il sistema delle regole formali (il diritto, la legalità) da un lato; e le forme di regolazione sociale dall’altro, entrino in un giro vizioso per la sovrabbondanza (non occasionale) di circuiti istituzionali. Questi alimentano infinite riserve di mediazione che si traducono in forme di ‘disordine’ istituzionale, a loro volta capitalizzati a scopo di rendita da reti sociali particolaristiche. La sregolazione è una caratteristica ipertrofica dei sistemi legali che viene utilizzata da circoli particolaristici per rafforzare il proprio potere di inter-mediazione. Un diverso approccio alle pratiche di trasformazione ‘disordinate’ del territorio permetterebbe dunque di immaginare politiche e forme di regolazione piu’ efficaci, e non solo formalmente
coerenti.

L’analisi sociale della costruzione del territorio in regioni a forte presenza di criminalità organizzata, quali le regioni del Sud d’Italia ma non solo, mostra una strutturale tensione tra la regolazione legale e la regolazione concreta dei comportamenti sociali. In queste regioni, il sistema delle regole formali (il diritto, la legalità) è messo in tensione. Il dibattito sull’economia e le relazioni informali, ha insegnato quanto sia importante considerare anche ambiti di attività e relazioni non regolati né dallo stato, né dal mercato. Ma questa attenzione non può condurre a confondere la dovuta attenzione per l’informale con una giustificazione della illegalità.

Il problema è però che la legalità tende ad essere definita – in modo giuridicamente corretto, ma poco credibile dal punto di vista pratico – in termini di certezze univoche, prive di sfumature. In questo modo la legalità tende a coincidere con una visione astratta di un sistema di regole pubbliche; e di conseguenza, la compliance con le regole tende ad assumere i caratteri di comportamento virtuoso.
Ma si può obiettare che questo requisito si applica alla lettera solo ad alcune regole molto generali e molto precise (imperativi morali come: non uccidere); mentre è meno preciso quando si considera l’insieme – non sempre coerente e sistematico – delle politiche e regolazioni pubbliche. Sarebbe poco utile, insomma, contrapporre uno stato di diritto a uno di illegalità, senza considerare le numerose precondizioni sociali necessarie perché lo stato di illegalità si radichi in un territorio.
Le regolazioni sociali sono dunque una precondizione importante per lo sviluppo, come tra gli altri ha mostrato A. Sen. È stato fatto notare ampiamente come la presenza di organizzazioni criminali (OC) dispiegate su base territoriale produca una carenza di fiducia che “ostacola lo sviluppo di atteggiamenti improntati alla acquisitività di mercato (…) e scoraggia gli investimenti produttivi” (Catanzaro 1988, 207).

La contraddizione tra regolazione sociale e formale viene messo particolarmente in luce nei casi in cui i sistemi di regolazione sono sottoposti a pressione. Nelle aree a presenza criminale, si constata per esempio, che lo stesso sistema di regolazione (e non solo le pratiche) appare piegato agli interessi privati, dove il verbo piegare indica uno dei modi possibili di condizionare l’esito del sistema formale nei limiti delle sue regole di funzionamento e di adattamento. In generale, si potrebbe dire, le regole formali – nel nostro caso, della regolazione urbanistica – si adattano a convivere con pratiche anomale, pur entro il sistema legale. È noto infatti che le organizzazioni criminali, spesso in modo contorto ma non necessariamente illegale, piegano questo sistema a sostenere iniziative immobiliari utili a svariati fini interni alla logica organizzativa (ostentazione, riciclaggio, logistica).
Per ottenere questo risultato, come in generale per difendere la propria esistenza, le organizzazioni criminali devono riuscire a mobilitare un ampio sostegno da parte di svariati ceti e attori. Questo consenso è frutto di un complesso mix di ‘capacità’ professionali, che comprendono pressioni più o meno tradizionali (collusioni, corruzioni, intimidazioni), ma sempre più spesso anche estese collaborazioni tecniche e, non di rado, aperto sostegno politico. A questi fattori, si aggiunge – in talune occasioni – un ancora più esteso consenso, frutto, se non condivisione, di rilassamento nei confronti degli obiettivi della criminalità. È il caso delle opere edilizie che appaiono fornire occupazione o lustro, o semplicemente copertura ad altri più minuti interventi di trasformazione diffusa (per esempio, l’abusivismo edilizio).

Tutto questo non sarebbe possibile – in definitiva – senza un investimento di capitale collettivo in processi a somma negativa. Questa riflessione apre una prospettiva di ricerca sul problema del capitale sociale di una qualche rilevanza. Ma apre anche una domanda di indagine sulla organizzazione territoriale dei circuiti criminali. E, infine, pone la questione del rapporto critico tra regolazione sociale e le diverse forme di regolazione e sregolazione che costruiscono il territorio.

In questa nota di ricerca si introducono questi tre temi, presentando un primo percorso su un incrocio che sembra rimasto finora poco esplorato dalla letteratura scientifica.

Fiducia e non fiducia

Lungi dall’essere un’attività residuale, il crimine organizzato si è imposto nel corso degli ultimi decenni come una attività sistematica. In molti casi, è stata paragonato alle attività di impresa, per quanto di un sistema di mercato molto particolare. Anche per questo, la prospettiva del capitale sociale è stata adottata per studiare i comportamenti collusivi mafiosi (Sciarrone 1998).

La Spina riprende da Coleman (1988) il suggerimento di considerare due diversi tipi di capitale sociale:

  • il primo, è il capitale sociale come bene pubblico puro. I benefici dei beni pubblici puri sono caratterizzati dalle note condizioni di non escludibilità, ovvero assenza di barriere o prezzi all’accesso; e dalla rivalità, ovvero dal fatto che il consumo individuale non riduce la possibilità di consumo degli altri. Caratteristica precipua del capitale sociale è di essere un sottoprodotto, il frutto non intenzionale di altre attività. Come è noto, la presenza di beni pubblici puri è stata ritenuta da più fonti una precondizione allo sviluppo di una società locale, e il capitale sociale così inteso vi appartiene a buon diritto.

  • il secondo tipo è il capitale sociale particolaristico, che viene cioè catturato da coloro che vi investono, e che quindi non è universale, e soprattutto non è frutto di azioni inintenzionali. Al contrario, questo secondo è frutto di apposite strategie, non di rado utilitaristiche. Questo capitale premia il gruppo, è confinato dalle sue barriere di accesso, e non si presta alla fruizione degli esterni. I suoi benefici, al contrario del precedente, ricadono su un gruppo definito di soggetti noti. Gli effetti di questo secondo tipo di capitale sono discussi, e non si può escludere – in linea di principio – che certe forme di relazioni personali (per esempio, l’appartenenza a circoli privati, come i Lyons) contribuiscano anche al capitale nella sua forma pubblica, o beneficino l’insieme della società. In ogni caso, la portata del capitale particoralistico è limitata, e ne è dubbia la sostenibilità nel lungo periodo per l’insieme della società. In definitiva, le implicazioni del capitale particolaristico nei processi sociali e, in particolare, di quelli di sviluppo vanno sempre esaminati caso per caso, nella storicità dei processi (ma questa raccomandazione vale anche nel caso dei beni pubblici puri).

Secondo questa ricostruzione, il Mezzogiorno di Italia è afflitto da una storica scarsità di capitale sociale universale e pubblico, e viceversa da un eccesso di capitali particolaristici appropriati da circuiti ristretti e personalistici.

La pur incompleta evoluzione della mafia in una struttura di affari richiede una forte espansione dei legami con svariati circoli che esercitano un potere da gate-keeper. In un’inchiesta giornalistica, Abbate e Gomez evidenziano – a margine della narrativa principale – il ruolo dei ‘complici’1, cioè di quelle persone che hanno accettato la ‘coabitazione’ e operano a margine della organizzazione.

Gli affari di questa richiedono infatti controllo degli appalti, riciclo di denaro, costanti informazioni sui politici e la politica. Questi esiti risultano dalla capacità di influenzare reti di persone Queste reti di conoscenza sono evidenti esempi di network – spesso strutturati e stabili – che condividono un particolare capitale particolaristico. Anzi, il parziale indebolimento di Cosa Nostra in Sicilia è dovuto anche alla tensione alla quale sono sottoposti questi circuiti, e al tendenziale (non costante, né definitivo) aumento della ritrosia dei ceti borghesi-imprenditoriali ad associarsi al crimine (nonché agli effetti delle politiche pubbliche e della azione giudiziaria di repressione). Viceversa, la resistenza dei circuiti mafiosi alla repressione giudiziaria si avvale delle stesse reti e ricorre alle stesse forme di capitale.

Anzi, la capacità di riprodursi è data proprio dalla forza delle reti particolaristiche nel guadagnare posizioni competitive e nel garantirsi incolumità. Al tempo stesso, le reti particolaristiche si avvantaggiano della erosione dei beni pubblici puri e della impunità che deriva non solo dalla tenuta interna dei networks (complicità, omertà, i doppi codici di appartenenza della ‘borghesia mafiosa’: Santino), ma anche dalla impunità che deriva dal ‘disordine’ delle procedure.

Territori criminali

Negli studi dedicati alle organizzazioni criminali viene evidenziato un carattere particolare delle mafie italiane. Ancorché legati a precise aree di attività e interessi, e nonostante le numerose differenze tra le diverse varianti regionali, le mafie italiane appaiono fortemente legata alla dimensione territoriale. In alcuni casi, è addirittura impossibile pensare la sopravvivenza della cosca o banda criminale al di fuori della propria regione, città o quartiere.

Non a caso, per descrivere e interpretare il fenomeno della criminalità organizzata, si fa ricorso a definizioni articolate e complesse del fenomeno mafioso, che mescolano per necessità elementi tradizionali e moderni, modelli organizzativi e codici culturali.

In questo approccio pluridimensionale, la mafia siciliana – in particolare – aspira al controllo di un territorio in una prospettiva di lungo periodo e, quindi, accosta elementi per certi aspetti innovativi alle consuete caratterizzazioni in termini di apparato violento, monopolista della protezione privata, basato su forti network sociali e definiti codici culturali. Questi elementi ulteriori (Sciarrone 1998) sono quelli che, da un lato, garantiscono la capacità evolutiva ed adattiva del crimine organizzato di stampo mafioso; e dall’altro, ne costituiscono un limite e una specificità caratterizzanti rispetto ad altre organizzazioni transnazionali.

Questi elementi specifici e problematici sono:

  • il requisito della riconoscibilità e, in un certo senso, della pubblicità della presenza del potere mafioso, che si giustappone alla segretezza di azioni e vincoli associativi; senza la manifestazione pubblica e il pubblico riconoscimento il fondamento del binomio minaccia/protezione viene meno; è anche vero però, che l’evoluzione in corso della mafia (Catanzaro 1988), e maggior ragione della Camorra, tende a indebolire l’esercizio del ruolo di power broker, e a assumere motivazioni e funzioni solo strumentali;

  • il supporto o lo scambio attivo con gruppi e ceti collaterali, in particolare del sistema politico e dell’apparato tecnico-burocratico; questo aspetto è invece crescente proprio con l’evoluzione organizzativa e la specializzazione dei settori di investimento di interesse delle mafie;

  • un certo grado di consenso sociale, che si sposa con l’acquiescenza sul piano culturale e l’omertà sul piano più strettamente giudiziario, motivato in parte dal retaggio pubblicista, in parte dai benefici economici, in parte infine dalla mancanza di alternative;

Senza questi elementi, conclude La Spina (2005: 33): “Cosa Nostra non è né potrà essere (a meno di trasformarsi in un’entità strutturalmente nuova) una multinazionale del crimine sganciata dal proprio territorio, essendo il rapporto con il territorio medesimo un tratto essenziale”.

Ma cosa si intende in questo caso per territorio? Certamente vuol dire radicamento nella società locale. Ma c’è anche una specifica dimensione spaziale, distinta alle diverse scale. Alcune ricerche, per quanto diverse, offrono degli elementi significativi per incominciare a pensare in modo sistematico la logica territoriale del crimine organizzato, e la relazione con le diverse scale geografiche.

Isaia Sales riprende numerosi classici lavori di storici su Napoli per caratterizzare una prima risposta che potremmo interpretare nei termini di co-evoluzione di spazi e legami sociali:

l’insediamento camorristico corrisponde … ad un preciso spazio geografico, ad uno stabile habitat territoriale: i suoi luoghi di presenza sono quelli interessati alla produzione e all’approvvigionamento del grande mercato di consumo di Napoli, le strade di collegamento tra le città e il suo hinterland agricolo, le rotte del contrabbando di generi alimentari (i porti e le dogane). Nella città invece l’insediamento è localizzato nei vicoli a preponderante presenza di plebe”.

I bassi abitati di Napoli incoraggiano la vita di strada. I conflitti nella gestione della spazio pubblico privatizzato hanno storicamente consentito a personalità autorevoli, il prototipo del camorrista, di assumere il ruolo di mettere ordine. Questo sedimento storico definisce il repertorio delle competenze del tipico camorrista, caratterizzato dalla quotidianità delle esperienze, dall’esercizio della prossimità, dalla precarietà della vita urbana e la necessità di sopravvivenza.

In un reportage più recente, e divenuto famoso, il racconto di Saviano introduce all’organizzazione spaziale del crimine a Napoli e nella regione urbana contermine, descrivendo una complessa geografia e un articolato spazio tempo, dove i legami perversi che sostengono la Camorra si dispiegano in una organizzazione sociale ‘regole come un orologio’.

L’efficienza è in effetti uno degli attributi che anche Falcone riconosceva alla Mafia. Forse val la pena riflettere che lo stretto controllo sui circuiti sociali, così come sulla circolazione di beni e informazioni, sia qualcosa di più di mera efficienza. Si tratta piuttosto di una forma alternativa di ordine sociale.

Saviano descrive anche una macrogeografia del territorio. Il porto e i suoi magazzini: le ville di lusso dove i boss si isolano dalle periferie congestionate; le piazze disadorne delle periferie dove la droga è venduta al dettaglio, come in un supermercato; le caverne, gli anfratti naturali, di depositi abbandonati dove si immagazzinano rifiuti e scorie tossiche; i campi coltivati dove sono dispersi al posto dei fertilizzanti inquinanti chimici e residui industriali (causando una delle maggiori crisi della regione).

Secondo Isenburg, nelle condizioni della economia contemporanea è da considerare uno specifico modo di produzione dello spazio geografico da parte del circuito illegale. In questo approccio macro, Isenburg suggerisce una tipologia di territori permeabili agli illeciti basata sulla densità dei circuiti di movimento:

  • i territori isolati e scarsamente abitati sono utilizzati per esempio per i sequestri, la coltivazione (come i parchi naturali Usa) o il raffinamento della droga;

  • i territori dove invece ‘scorre un rapido, intenso e intermittente flusso di persone, di merci, di denaro” (Isenburg 2000: 179). Località di riviera, casino, consentono sia incontri, soggiorni, che riciclaggio. Questi ultimi sono anche i luoghi privilegiati nelle strategie di duplicazione della presenza di organizzazione mafiose (Sciarrone 1998). I porti e in generale i luoghi di traffico delle merci, di rottura di carico, di smistamento (dei rifiuti) sono facilmente veicolo di merci illegali o di operazioni di occultamento.

Micro e macro geografie dell’ordine sociale si inviluppano una nell’altra. Ma queste importanti caratterizzazioni non devono far scordare la transcalarità dei circuiti illegali. In questa ipotesi, il crimine assume forme ‘globali’ e tende a esercitare il proprio ruolo in forme organizzative analoghe e in modi simili. Questa analogia sembra però adattarsi poco alle caratteristiche fin qui esaminate, e gli studi più accurati tendono al contrario a sottolineare la persistenza strutturale di aspetti specifici e locali della mafia e della camorra. Anche se coinvolte in reti transnazionali e scambi globali, il carattere locale delle ‘fratellanze’ mafiose prevale (Paoli 2000).

S-regolazioni” e regolazione sociale

Più precisamente, dunque, le OC costruiscono un circolo vizioso a proprio favore: producono la sfiducia, e distruggono il capitale sociale esistente, per poter richiedere successivamente la protezione. A questo punto, si crea non di rado la possibilità di connivenza tra vittime e OC ai danni di altri concorrenti. In questo modo, la sfiducia si estende e penalizza i comportamenti illegali.

Se l’effetto della cattiva regolazione è evidente sui processi di sviluppo economico, ancora più incisivo è l’effetto sullo sviluppo sociale. La fiducia, un certo grado di ordine, la stabilità delle aspettative, la certezza delle regole sono componenti delle regolazioni sociali importanti quanto il sistema legale e giuridico. Anzi, le regolazioni sociali sono componenti decisive della qualità sociale di una regione (Donolo 2001).

La carenza di fiducia è legata alla produzione di s-regolazioni (ibidem), cioè di ‘ordini parziali’, il cui esito è mediamente meno soddisfacente per i contraenti, e progressivamente peggiorativo. La sregolazione è una caratteristica ipertrofica dei sistemi legali che viene utilizzata da circoli particolaristici per rafforzare il proprio potere di inter-mediazione. Su questa possibilità si inseriscono efficacemente gli interessi illegali con la loro duplice pressione a livello pubblico, attraverso i propri complici, e a livello illegale con il ricorso a minacce e intimidazioni.

Il riferimento alle sregolazioni consente di concepire la formazione di un ordine dipendente non dalla produzione di decisioni regolative, né dalla semplice assenza di decisioni (che non impedisce a molte istituzioni, per esempio università e condomini, di funzionare lo stesso); ma dalla produzione di regolazioni non decisive, tali cioè da preservare all’infinito il potere di mediazione dei circuiti particolaristici e dei mediatori. Le sregolazioni producono giochi ad esito decrescente, e naturalmente moltiplicano gli spazi di mediazione e il potere degli intermediari.

In conclusione, questa rassegna invita a considerare il presupposto delle regolazioni sociali come condizione per l’efficacia di regole pubbliche anche nel campo della legalità. Spostando l’attenzione dalla regolazione formale al sistema concreto delle regolazioni sociali si acquista una prospettiva più incisiva sulla penetrazione criminale. È pur vero che la debolezza dei poteri legali alimenta le sregolazioni; e il rafforzamento della legalità, al contrario, li indebolisce. Ma le due modalità non sono interamente antinomiche e l’insieme delle sregolazioni non si contrappone al potere legale in un gioco a somma zero.

Sregolazioni, regolazioni sociali e sistema legale formano una specie di triangolo. Un sistema legale per poter funzionare richiede una forte ed efficace regolazione sociale, senza la quale resterebbe un castello di carta. Viceversa, senza regolazione sociale, le sregolazioni possono facilmente convivere con un sistema legale astratto.

Una conseguenza di questa impostazione è che il rafforzamento della legalità non passa tout-court attraverso la produzione di norme e politiche, o viceversa attraverso la cancellazione delle norme ipertrofiche; ma va piuttosto diretto alla produzione di regole semplici e robuste. Inoltre, le politiche pubbliche devono sostenere i processi di regolazione sociale che sono in difficoltà e sono invece il prerequisito della riaffermazione della legalità. Va in particolare ricordato – a scanso di equivoci- che tra repressione e controllo, e riaffermazione delle regole da un lato; politiche di attivazione sociale dall’altro, non c’è contraddizione o successione temporale.

Questa considerazione incontra due problemi, che sembrano centrali ma che devono essere oggetto di ulteriori ricerche: il primo di efficacia, alla luce degli scarsi, ancorché non disprezzabili, risultati ottenuti finora in questa direzione; il secondo di efficienza, per il dumping tra le diverse istituzioni locali e centrali, diversamente esposte a complicità, ricatti e intimidazioni. E riporta dunque la questione della legalità non solo alla difesa delle istituzioni, e neppure solo al sostegno della società civile, ma alla più complessa demarcazione di comportamenti di segno opposto dentro alle prime come alle seconde.

Note

1. Il libro è una ricostruzione giornalistica di alcuni episodi centrali nella storia recente della mafia siciliana, e ruota intorno alla cattura di Provenzano e al negoziato a distanza con il governo Berlusconi sulle misure di repressione. Qui interessa in particolare l’investimento nel mercato immobiliare, e l’attività di controllo che la mafia esercitata nella formazione della rendita. Il libro riporta diversi episodi riconducibili al controllo degli appalti; alla realizzazione di centri commerciali; alla preparazione ad arte di piani per consentire investimenti irregolari. Il controllo degli appalti, per lavori o per forniture, in Sicilia ha dimensioni economiche e coinvolgimenti politici paragonabili alla Tangentopoli milanese. Gli appalti fruttano alla mafia una tangente del 2%, pari a quella pretesa dai partiti politici, lo 0,5% va invece ai funzionari della macchina amministrativa, versata dal cartello di aziende che controllavano le assegnazioni dei lavori. Ancora di più per le forniture, soprattutto quelle sanitarie. Inoltre, le cosche sono in concorrenza per realizzare ipermercati nell’hinterland di Palermo. La decisione passa sia per il comune che per la regione. Per ottenere la decisione bisogna far pressione su molti politici, anche di rango nazionale. Infine, la realizzazione di investimenti turistici, con o senza finanziamento pubblico, richiede il coinvolgimento di tecnici con capacità elevate e l’appoggio di una rete di imprenditori e politici. Gli episodi citati sono riferiti a tecnici e politici di ogni provenienza; talvolta si fa ricorso, a scopo di preventivo depistaggio, a esponenti – apparentemente integerrimi – della cultura progressista.

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