A sample text widget

Etiam pulvinar consectetur dolor sed malesuada. Ut convallis euismod dolor nec pretium. Nunc ut tristique massa.

Nam sodales mi vitae dolor ullamcorper et vulputate enim accumsan. Morbi orci magna, tincidunt vitae molestie nec, molestie at mi. Nulla nulla lorem, suscipit in posuere in, interdum non magna.

Dopo il neoliberismo: quali politiche?

Territorio, 46, 2008, pp. 118-122.

Un crescente numero di studi cerca di offrire un quadro interpretativo del cambiamento e dei caratteri innovati delle politiche pubbliche territoriali che, negli ultimi venti anni, sono state sottoposte a un processo di continua ridefinizione. In questa breve nota, si cerca di delineare alcuni caratteri specifici del caso italiano e alcune linee di ricerca generali che appaiono interessanti.

Finora, i non numerosi tentativi di riflettere sul senso e la direzione del cambiamento in atto (per esempio, Palermo 2001), non hanno ancora avuto la dovuta presa sulle politiche urbane e territoriali. A ben vedere, la cultura urbanistica (italiana, ma non solo) resta fortemente improntata a un modello classico, di ripartizione amministrativa del welfare state. Non sorprende il diffuso scetticismo per un dibattito che oscilla da una parte, tra il rimpianto del piano (e della sacralità dello stato); e un riferimento appena più che strumentale alle politiche dall’altro. Come se il problema fosse contrapporre piano e politiche, e non discutere di quali politiche siano possibili e opportune.

Forse è possibile partire da altre premesse. Se l’interrogativo principale riguarda natura e cambiamento delle politiche pubbliche (in particolare, quelle locali), tenendo conto sia dello sfondo più generale, che delle particolarità del caso italiano, si possono cogliere i caratteri innovativi di questa transizione, ed alcuni elementi in prospettiva che conducono al superamento del modello liberista.

Sono caratteri innovativi, in primo luogo, le specifiche particolarità istitutive e costituenti del neoliberismo politico, in particolare quelle caratteristiche che ne fanno un processo che non solo distrugge le istituzioni e le politiche del welfare state, ma ne costruisce di nuove. Da questo punto di vista, è meno interessante studiare il principio astratto delle politiche neoliberali (almeno, dal punto di vista del territorio e delle politiche urbane), che non i risultati locali delle sperimentazioni adattative, frutto della revisione dei contesti politici attraverso “adattamenti regolativi, pratiche istituzionalizzate, e compromessi politici” (Brenner e Theodore 2002).

In secondo, luogo, sono caratteri innovativi (e non secondari) gli esiti dell’ibridazione tra nuove e vecchie istituzioni, tra nuovi e vecchi attori; tema questo dell’interrogativo di Donzelot (2008; vedi anche in questo numero) sull’insorgente ‘inflessione sociale’ del liberismo, come pure di molte ricerche in corso sui caratteri dei sistemi nazionali generati dalle commistioni di fine secolo scorso (Leitner et al. 2007).

Sono caratteri innovativi, infine, le risorgenti, o potenziali, possibilità di manovra degli stati e degli attori operanti in una (nuova?) sfera pubblica, tema che sta al centro di riflessione generali (per esempio, quella di Unger, che supera e per alcuni aspetti corregge la ‘terza via’ di Giddens).

Nelle righe che seguono si prova a trarre indicazioni, in base a un percorso di ricerca ancora molto iniziale, da tre filoni di ricerca: la ricostruzione delle politiche liberiste in Italia, la riflessione sull’investimento sociale, la sperimentazione delle partnership.

Privatizzazione vs. denazionalizzazione

A partire dagli anni Settanta, lo shock liberista avrebbe dovuto stabilire regole nuove per il funzionamento di mercati un tempo protetti. In certi segmenti – tradizionali come il credito, in mutazione come le telecomunicazioni- si è fatto gran ricorso alle privatizzazioni, con risultati tutt’altro che trascurabili. Anche il territorio, le politiche locali e, tra queste, le politiche sociali urbane sono state investite da questo impulso.

Gran parte delle letteratura, in particolare inglese, di è dedicata all’esame critico di questa trasformazione, e a rintracciare gli elementi di continuità tra l’epoca thatcheriana e quella del new labour. In questa prospettiva di ricerca, il campo dell’urban regeneration è stato un elemento centrale della transizione verso un sistema di pianificazione influenzato dall’emergente modello liberista. Il dibattito anglosassone è rimasto catturato da questa contrapposizione, e si è diviso tra i critici della deriva rispetto all’idea di planning al servizio dell’interesse pubblico, e chi si è occupato di trovare gli elementi di novità nelle forme di collaborazione, di governance, di costruzione interattiva di pratiche luoghi (1).

Una prima critica a questo pur cospicuo dibattito introduce a quei caratteri locali rilevanti per il nostro paese, frutto appunto della revisione delle forme di regolazione dei contesti politico-istituzionali, più che dell’adozione di modelli puri. Più che di privatizzazione, insomma, si è trattato in Italia (e in numerosi paesi europei) di un processo di de-nazionalizzazione (Cremaschi 1994): una dismissione cospicua di problemi e strutture, consegnati alla responsabilità degli attori locali. Non direttamente un passaggio ai privati, e alle imprese; quanto una riarticolazione tra diverse ‘scale’ statuali. Ma più che una compensazione tra livelli di governo, questo ha comportato un adattamento della natura politico-istituzionale sia del governo locale che di quello centrale.

Un secondo elemento riguarda appunto la natura delle politiche, il loro carattere concreto, di ‘pratiche’ costruite dentro a dense relazioni (che le rende, per esempio, irriducibili alla dimensione strumentale rispetto alle decisioni). Il quadro delle politiche nazionali e regionali appare, in questi anni, corrodersi progressivamente e risulta alla fine per molti versi poco influente. Di nuovo, questo processo si manifesta in modo diverso a livello centrale e a livello locale; e tra arene diverse dell’azione pubblica. Detto in estrema sintesi, lo stato centrale si ‘allontana’ e privilegia il governo a distanza, limitandosi quasi solo a politiche regolative, in particolare le più astratte (moneta, fisco, ecc.), o repressive; e si riduce simmetricamente la capacità di investimento diretto e di intervento nella gestione dei conflitti. Quello locale al contrario si trova massimamente impegnato nella costruzione dei nuovi assetti allocativi (in particolare, nella rinata economica immobiliare urbana, ancora colpevolmente ai margini degli studi urbani); e nelle azioni, quasi ‘costituzionali’, di costruzione di nuove soggettualità locali (tra cui figurano molti degli interventi di rigenerazione dei quartieri e di sviluppo locale, ma anche operazioni economiche consistenti nel campo delle ex municipalizzate, delle proprietà immobiliari, dei servizi ambientali e dell’edilizia).

Un ultimo elemento, infine, riguarda la crescente consapevolezza dei limiti e responsabilità delle politiche pubbliche, per il modo in cui sono costruite e in cui si trasformano (o non trasformano) in azione. In particolare, questa consapevolezza nasce dall’originale reinterpretazione dell’analisi delle politiche pubbliche che ha avuto una specifica vitalità nella interpretazione italiana della formazione sociale del territorio. L’orientamento costruttivista, e la dimensione sociale, sono i due elementi fertili di questa interpretazione (2). In Italia e in questa fase storica, non solo dunque per motivi teorici, i limiti e le debolezze delle politiche pubbliche appaiono in modo perfino impietoso. Questa combinazione è il risultato di una situazione generale, comune a tutti i paesi, e di una specificità tutta italiana.

Sulle specificità si tornerà nel terzo paragrafo. Per quanto riguarda la situazione generale è la ricollocazione dello spettro degli orientamenti politici, che dalla opposizione novecentesca tra conservatori e progressisti, tradizionalisti i primi, modernisti i secondi, si riarticola su posizioni nuove. Senza voler esaurire una riflessione evidentemente ampia, si può riconoscere che la destra di oggi è più populista che conservatrice, ma al tempo stesso più modernizzatrice che semplicemente reazionaria. Al contrario, la sinistra conserva gran parte del proprio bagaglio ideologico, ma accentua per necessità gli aspetti difensivi dei diritti acquisiti, con un orientamento che assume non di rado toni nazional-corporativi (Donzelot 2008); e al tempo stesso dimostra una crescente insofferenza per le proiezioni moderniste e i rischi che queste implicano.

La possibilità di una terza via, terza come lo è stata storicamente la socialdemocrazia, è stata annunciata più volte e più volte reclamata anche da posizioni autorevoli, non senza dei suggerimenti interessanti: ma certo, la sua praticabilità e la sua capacità competitiva (non solo in termini elettorali, ma anche di efficacia) resta tutta da esplorare. Ancorché insufficiente e priva delle necessarie sfumature, questa iniziale dicotomia può rappresentare il punto di partenza di una riflessione sul senso del cambiamento.

Va da sé che questo schema è utile se aiuterà, e lo vedremo in seguito, ad affrontare alcune delle grandi questioni sul tappeto, per esempio il nuovo sistema di relazioni internazionali, il rapporto tra ambiente ed economia, la coesione sociale (che giustificano le politiche urbane e territoriali).

Le politiche di ‘investimento’ sociale

Da qualche anno è in corso, principalmente in ambienti anglosassoni, una riflessione sulle trasformazioni del welfare state e sui caratteri che le politiche sociali hanno assunto nella nuova formulazione dell’investimento sociale.

La riflessione sulle vicende del Social Investment State, idea originalmente proposta da Giddens (1998) ma con numerosi e importanti antecedenti (Perkins et al. 2004), si propone di identificare il ruolo dello stato in un’epoca di superamento dei caratteri più primitivi e dirompenti del liberismo politico. Anzi, a seconda di molti commentatori, gli aspetti emergenti dalle trasformazioni epocali dell’azione pubblica, dilaniate da opposte pressioni al tempo stesso dissolutrici e rifondatrici, si pongono in quale modo ‘oltre’ i caratteri che contraddistinguono l’era liberista. E’ come se, nel momento in cui si cominciano a riconoscere gli aspetti propri di questa, se ne annunci già il superamento. O, per meglio, dire, mentre si cominciano a riconoscere gli aspetti di rinnovamento anche istituzionale del liberismo, si constata altresì la “relativa imprevedibilità degli esiti locali ai quali questi conducono” (Coppola 2008).

Al fondo di queste ricostruzioni, si riconoscono alcuni elementi che caratterizzano il modello del Social Investment State. Si tratta di un approccio orientato al futuro che riconosce allo stato un ruolo imprenditoriale; supera la contrapposizione tra regime statalista e deregulation, rilegittimando l’intervento pubblico nella prospettiva di costruire le nuove basi economiche della competizione globale; incorpora dunque un orientamento produttivista, nel senso che la giustificazione delle politiche pubbliche risiede principalmente nella loro capacità di assicurare il ri-ordinamento produttivista della società (Jessop 2002); legittima il mercato come strumento dell’interesse pubblico, ma controbilancia la dimensione economica con quelle non economiche, come pure il principio di regolazione con quello di liberalizzazione-deregolazione (Giddens 1998); la finalità dell’azione pubblica, infine, viene riformulata in termini di benefici individuali, piuttosto che di correzione degli assetti collettivi, con enfasi quindi sulla redistribuzione delle opportunità piuttosto che del reddito.

In termini pratici, si riscontra facilmente come questo orientamento sia presente in pressoché tutti i settori di politiche, e in misura rilevante in quelli che interessano il territorio. Ne sono tributarie, per esempio, tutte le prospettive che fanno gioco sulla valorizzazione del capitale sociale (dallo sviluppo locale, alle politiche di quartiere); tutte le iniziative che insistono sulla educazione permanente, la mobilità lavorativa, l’educazione e la cultura in generale.

In definitiva, mentre ancora il processo di dispiegamento ideologico dei detrattori dello stato e dei sostenitori del razionalismo liberista non è concluso, in numerosi paesi -dove questi processi sono stati esperiti da tempo- non solo il modello liberista appare esaurito, ma emergono possibili reinterpretazioni della sua eredità. Da questo punto di vista, viene sottolineato il ‘valore strategico’ (Perkins et al. 2004) di tre principi guida:

  1. il ricongiungimento tra politica economica e sociale, e tra le rispettive razionalità: a parte l’inflazione del riferimento al capitale sociale, si pensi alla influenza di questo intreccio nella costituzione stessa della ‘nuova’ economia cognitiva;

  2. l’insistenza sull’eguaglianza delle opportunità, e quindi sulla necessità di politiche correttive dei fallimenti di mercato, in particolare nei confronti di ceti, popolazioni e regioni sfavorite;

  3. il sostegno alla partecipazione all’economia, e in particolare al lavoro, con l’avvertenza che l’aspirazione a valori di giustizia mantiene una sua inconciliabile autonomia dalle aspirazioni efficientiste e produttivistiche compatibili con questo principio.

Sono tutte e tre punti critici. Ma forse l’elemento del capitale sociale è quello che meglio traduce al momento l’influenza di questa riarticolazione sulle politiche. L’enfasi sul capitale sociale è pervasiva, e spesso pretenziosa (Bricocoli in questo stesso numero). Soprattutto al cospetto delle aspettative e delle domande pregresse, che richiederebbero non di rado risposte più semplice ma più consistenti.

Al tempo stesso, la retorica del capitale sociale mette troppo facilmente a sintesi dei processi sociali fragili e impegnativi. E’ forse opportuno ricordare che la versione corrente banalizza delle concezioni piuttosto esigenti. L’idea era già presente, per esempio, nella definizione di ‘diritto alla città’ di Lefebvre, che poneva al centro della dimensione della città la possibilità di aver accesso a degli opposti: l’individualità e l’associazione, la privacy e l’abitare insieme… Dove figurava soprattutto il diritto all’operare (e il termine è naturalmente denso), la capacità cioè non solo di partecipare a (anche in termini politici); ma soprattutto di fruire attivamente della costruzione della città (di operare appunto).

Questo è il dilemma e il limite delle politiche per le periferie, il punto dove l’inflessione sociale del liberismo (e le prospettive di superamento) si mostra in tutta la sua problematicità: politiche che si vogliono in grado di capacitare, piuttosto che di ordinare, e quindi politiche oltre lo stato, in una dimensione di azione pubblica da ricostruire in modo esteso. Politiche che potrebbero essere intese come la possibilità di fruire –nel senso detto prima- e ricostruire i beni comuni che la città offre, operazione certamente radicata nei processi di attivazione ma che non può che continuare a rimandare in modo problematico alla contemporanea sparizione dei beni comuni prodotti dallo stato.

Partnership e particolarismo

Il riferimento alle partnership è chiaramente una delle caratteristiche della diffusione del modello neoliberista, ancorché il carattere episodico e anarchico delle partnership sia consistente, e nonostante che sotto questa etichetta stiano emergendo “strane formazioni organizzative” (Larner e Craig 2005). A maggior ragione se si considera l’estensione assunta dal riferimento alle partneship, utilizzata sia per promuovere inclusione sociale che per realizzare investimenti e programmi di sviluppo locale.

Il terreno operativo delle partnership è dunque di straordinario interesse sia per la pertinente con-fusione di economico e sociale, che per l’imprevedibilità degli esiti. L’interpretazione della diffusione delle partnership in Italia non è ancora stata risolta in modo soddisfacente, ma ci sono ragioni per pensarle come un carattere distintivo rispetto alla esperienza internazionale (Cremaschi 2005).

La commistione di ruoli tra pubblico e privato è una delle caratteristiche del nuovo quadro di politiche, una delle più dibattute e criticate. E mette in luce la natura critica dei sistemi di regolazione, e il loro difficile temperamento (Donolo, 2001). Rispetto alla questione posta in termini ideologici dalla rivoluzione liberista, il contrasto non è più tra regolazione e de-regolazione (si ricorderanno gli strali contro i lacci e laccioli che ingabbiano l’intraprendenza sociale). Piuttosto la domanda riguarda la risorgenza di forme di regolazione, la loro qualità e natura.

Anche in questo caso, prevale nel dibattito accademico una polarizzazione non reciprocamente esclusiva che testimonia il carattere ambiguo della transizione in corso. Si riproduce sul tema la contrapposizione tra chi sottolinea il ruolo di ‘fiancheggiatore’ nel processo di svuotamento dello stato a fronte della persistente inadeguatezza del mercato (Jessop 2002), con il rischio però di insistere eccessivamente su ‘cosa è andato perduto’ (Larner 2003); e chi considera con interesse l’esito dei processi di ibridazione, anche in termini di recupero di forme di regolazione pubblica (Keil 2002), in una prospettiva post-strutturalista che considera i modi in cui il neoliberismo produce nuove regolazioni e nuovi spazi.

Questa seconda prospettiva sembra particolarmente interessante nella ripresa di studi, tra l’altro sulle modificazione della vita quotidiana nelle condizioni urbane del neoliberismo, più volte toccate dagli interventi di questo numero di Territorio (ma vedi anche: Balducci e Fedeli 2007).

Nelle transizione italiana, e nelle condizioni di erosione e riformulazione di scala tipiche del nostro paese, le questioni delle partnership assumono un aspetto centrale. Nell’irrisolto bilanciamento dei poteri istituzionali, e insieme nel contesto di riforme incrementali e disgiunti, la proliferazione delle partnership appare qualcosa di più di un accomodamento contingente, assume per certi aspetti il carattere di una vera alternativa alla governabilità.

Questo aspetto ha evidentemente a che fare con la resilienza degli accordi locali e la forza delle formazioni sociali territoriali che caratterizza il nostro paese. Non di rado si insiste sul carattere vitale della dimensione locale, e sulla capacità dei sistemi locali e del ‘capitalismo delle famiglie’ di far fronte alle incertezze strutturali congiunte del paese e della globalizzazione.

C’è forse un aspetto che risulta marginalizzato in questa prospettiva, e che invece appare centrale nel nuovo ruolo della economia fondiaria e della condizioni urbana del neoliberismo: si tratta della presenza di regimi non funzionali all’ordine di mercato ma non per questo meno resistenti. Lungi dall’essere residuali, clientelismo e collusioni hanno spesso contraddistinto le regolazioni sociali delle società mediterranee, nel mezzogiorno ma non solo. Oltre a questo, c’è uno specifico allarme per la penetrazione delle economie criminali in settori parzialmente nuovi (l’immobiliare o i servizi alle imprese) fortemente legati alle nuove condizioni urbane.

Letti insieme, gestioni clientelari, particolarismi e criminalità rappresentano un’inquietante lettura alternativa della attivazione locale, e rivelano un ulteriore aspetto perverso del riferimento al capitale sociale (Cremaschi 2007a). Naturalmente, va qui distinto il capitale sociale universale e quello che viene catturato da reti particolariste, frutto di strategie non di rado utilitaristiche. Questa è l’ambiguità, sovente lamentate, delle partnership e delle coalizioni collusive nelle operazioni di cooperazione tra forze di mercato e istituzioni.

In particolare, nel nostro paese si evidenzia una condizione -sempre più generalizzabile come tipica dell’ipercapitalismo- e cioè la produzione di sregolazioni (Donolo 2001), ‘ordini parziali’ il cui esito è mediamente meno soddisfacente per i contraenti, e progressivamente peggiorativo (3).

Spostando l’attenzione dalla regolazione legale al sistema concreto delle regolazioni sociali si acquista una prospettiva più incisiva sulla penetrazione criminale. L’insieme delle regolazioni e delle sregolazioni, infatti, non si contrappone in modo antinomico al potere legale, in un gioco a somma zero. Il gioco tra regolazione sociale, istituzionale e sregolazioni (almeno in parte intenzionali) sembra emergere con evidenza nelle realizzazioni delle politiche urbane.

In definitiva, un ulteriore elemento specifico della situazione italiana è la fortissima presenza nel nostro paese di regolazioni localiste e particolari, che hanno permeato da tempo la politica locale, ma hanno compiuto un salto di scala con la regionalizzazione, la riforma costituzionale, e la diffusione di forme di economia mista.

Il localismo si aggiunge alla debolezza storica del corpo politico centrale, alla corrosione delle ideologie e della morale dei soggetti politici, e al tradizionale e strutturale consociativismo della politica conseguente alla necessità di tenere insieme un paese fortemente frammentato. Particolarismo e consociativismo trovano una forma istituzionale congeniale nella partnership tra soggetti pubblici e privati, una forma di commistione tra mercato e responsabilità pubblica che è tipica delle esperienze più avanzate di sperimentazione neoregolativa e post liberista.

Conclusioni

In definitiva, la prospettiva di ricerca che rilegge il processo di incapsulamento del modello liberista nel complesso contesto regolativo degli stati nazioni (sconvolti dalla globalizzazione e dalla riformulazione delle politiche pubbliche), conduce a valorizzare gli aggiustamenti, le pratiche, i compromessi rispetto all’assetto precedente, più che il confronto tra modelli puri. Da questa prospettiva, gran parte del dibattito critico sul planning sembra viziata da una forte e superflua astrazione; inoltre, sembra insistere su potenzialità di implicazione, da un lato, o limiti strutturali dall’altro che non solo non sembrano contraddittori e reciprocamente esclusivi, ma probabilmente riguardano caratteri generali dei sistemi sociali, e ne sopravvalutano invece l’incidenza sul campo di azione legato alle trasformazioni e alla pianificazione urbana.

Gli elementi fin qui rapidamente scorsi sembrano indicare una prospettiva di approfondimento di un certo interesse e un po’ diversa, in particolare intorno ai tre temi passati in rassegna: la ristrutturazione e ricostruzione delle arene politiche pubbliche, in particolare la ‘distanza’ acquisita a livello centrale, e al contrario il coinvolgimento nei processi costituenti a livello locale; l’accentuazione sociale di politiche che, per motivi e occasioni diverse, spesso ideologicamente opposte, fanno perno sulla attivazione degli attori implicati; la realizzazione di nuovi e instabili accordi a cavallo di reti di attori e istituzioni di diversa provenienza e caratura politica, che marcano il problematico rapporto tra stato e mercato, da un lato; tra interessi comuni e particolari dell’altro.

Balducci, A. e Fedeli, V. (2007), a cura di, Territori della città in trasformazione. Tattiche e percorsi di ricerca, Angeli, Milano.

Brenner N., Theodore N., a cura di (2002), Spaces of Neoliberalism: Urban Restructuring in North America and Western Europe, Blackwell, London.

Coppola, A. (2008), “Recensione: Jason Hackworth, ‘The neoliberal city’”, Territorio, 46.

Cremaschi, M. (1994), “La denazionalizzazione del problema abitativo”, Urbanistica, 102.

Cremaschi, M. (2005), “Lo Stato delle partnership”, Territorio, 21.

Cremaschi, M. (2007a), “The dark side of social capital: crime, development, and social regulations in Southern Italy”, Aesop International Conference, Napoli, july.

Cremaschi, M. (2007b), “Quartieri che cambiano: un’agenda di ricerca”, in A. Balducci e Fedeli V. Cremaschi, M. (2008), a cura di, “Legalità debole, criminalità e periferie”, in Territorio, in stampa.

Crosta, P. L. (2007a), “Interazioni: pratiche, politiche e produzione di pubblico. Un percorso attraverso la letteratura, con attenzione al conflitto”, Critica della Razionalità Urbanistica, 19.

Crosta, P. L. (2007b), “L’abitare itinerante come ‘pratica dell’abitare’ che costruisce territori e costruisce popolazioni. Politicità delle pratiche”, in A. Balducci e Fedeli V.

Donolo, C. (2001), Disordine. L’economia criminale e le strategie della sfiducia, Donzelli, Roma.

Donzelot, J. (2008), a cura di, Ville, violence et dépendance sociale, La Documentation Française.

Giddens, A. (1998), The third way, The renewal of social democracy, Polity, London.

Larner, W. (2003) “Guest editorial: Neoliberalism?”, Environment and Planning D: Society and Space 21(5): 309–312.

Larner, W. e Craig, D. (2005), ‘After Neoliberalism? Community Activism and Local Partnerships in Aotearoa New Zealand’, Antipode, 403-424.

Leitner H., Peck J., Sheppard E. S. (2007), a cura di, Contesting Neoliberalism: Urban frontiers, Guilford Press, New York.

Mangabeira Unger, R. (2006), What Should the Left Propose? Verso, Londra (tr. it., Democrazia ad alta energia, Fazi, Roma 2007).

Palermo, P. C. (2001), Prove di innovazione. Nuove forme ed esperienze del governo del territorio in Italia, Angeli, Milano.

Perkins D., Nelms L., Smyth P., (2004), Beyond neo-liberalism: the social investment state?, Social Policy WP 3, Centre for Public Policy, University of Melbourne.

Jessop B. (2002), “Liberalism, neoliberalism and urban governance: A state-theoretical perspective”, Antipode, 34 (3):452–472.

Keil R. (2002), ‘‘Common-sense’’ neoliberalism: Progressive conservative urbanism in Toronto”, Canada, Antipode, 34 (3): 578–601.

1 La letteratura su questo tema è vasta e difficilmente riassumibile. Nel contesto britannico, probabilmente due posizioni contrapposte sono segnate da Allmendiger e Healey. Gran parte della cultura internazionale del planning combina elementi delle due posizioni, ma resta catturata da questa contrapposizione non sempre fertile.

2 In particolare, nel lavoro di Crosta si perviene alla critica più decisa del modello funzionalista delle politiche, e a stabilire la necessità di interrogarsi sulle politiche non come decisioni, ma come momenti che colgono il cambiamento, gli aggiustamenti tra attori diversi sul campo (Crosta 2007a).

3 La sregolazione è una caratteristica ipertrofica dei sistemi legali che viene utilizzata da circoli particolaristici per rafforzare il proprio potere di inter-mediazione. Su questa possibilità si inseriscono efficacemente gli interessi illegali (Cremaschi 2007). La sregolazione riguarda la formazione di un ordine che dipende non dalla produzione di decisioni regolative, né dalla semplice assenza di decisioni (che non impedisce a molte istituzioni, per esempio i dipartimenti universitari, di funzionare lo stesso); ma dalla produzione di regolazioni non decisive, tali cioè da preservare all’infinito il potere di mediazione dei circuiti particolaristici e dei mediatori. Questo è stato il tema della seconda parte del convegno (Cremaschi 2008, in stampa).

Leave a Reply

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>