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Destra, sinistra e politiche urbane: inciampi del riformismo in urbanistica

“Destra e sinistra: inciampi del riformismo in urbanistica”, in S. Lanzani, S. Moroni, Città e azione pubblica, riformismo al plurale, Carocci, 2007.

La dizione di riformismo in urbanistica allude, da un lato, a tradizioni di pensiero con radici ottocentesche accomunate dalla convinzione che agire sull’ambiente urbano (Crosta 1975) corregga le disparità economiche e sociali; e dall’altro, ad una famiglia di pratiche relative alla regolazione dell’uso dei suoli e, in particolare, al controllo della formazione della rendita immobiliare attraverso lo strumento dei piani regolatori.

Quale che sia la combinazione di cui si rivendica l’eredità, non sarà difficile rintracciare elementi critici e disciplinari accoppiati ad orientamenti normativi e assunzioni di valore, che mutano con evidenti cicli e accentuazioni, nell’una o nell’altra direzione. Non c’è un singolo approccio riformista, da questo punto di vista ma tante ibridazioni di metodi, spunti etici e generalizzazioni empiriche, talvolta con pretese dottrinarie, raramente stabilizzate in più ampie formazioni discorsive.

Per esempio, nello scorso trentennio si è diffuso un approccio comune alla gestione della trasformazione postindustriale in diversi paesi europei che, sotto nomi differenti (terza generazione, renaissance, eurocities…) ha promosso politiche, linguaggi, tecniche simili. Se si accetta questa definizione, non sfuggirà il carattere molto ‘costruito’ dell’oggetto –il riformismo in urbanistica- pervaso com’è di apporti eterogenei provenienti da influenze culturali, acquisizioni tecniche, rapporti di forza, credenze accumulate e gioco degli attori.

Il ruolo dello stato, e il rapporto con la politica, sono -in questo approccio- il necessario correttivo ad alcuni palesi fallimenti del mercato. Questo aspetto naturalmente apparenta il riformismo urbanistico con il più vasto riformismo politico in opposizione al mercato nel merito, alle utopie nei mezzi o radicalità dei valori. Inutile sottolineare la rilevanza della distinzione tra le due tradizioni, almeno finché si resta sul piano critico e dottrinario: la distanza si riduce invece, quando si passa al piano delle pratiche. Reiterare la distinzione tra mercato, riformismo (o la più ‘virtuosa’ critica radicale) diventa però controproducente quando c’è incertezza o instabilità sui termini.

Questo saggio prova a verificare il contenuto ‘riformista’ in alcuni casi, scelti perché più familiari a chi scrive, che mostrano l’usura delle categorie interpretative tradizionali. Sono vicende non secondarie (cessione d’immobili pubblici; orientamenti delle politiche abitative; coalizioni di sviluppo urbano; identità dei luoghi) nelle quali si evidenziano comuni nodi concettuali, questioni di metodo e stili d’approccio.

In particolare, sembra di poter indicare un limite comune al modo di procedere storicamente ‘riformista’: una ‘cifra’ astratta e generalizzante, spesso vincolata ad una lettura statica e oppositiva. Affrontare questo nodo può aiutare a superare le critiche correnti -radicali e di mercato- che per difetto di simmetria replicano il limite senza correggere il tiro.

Se la strategia argomentativa è valida, giudicherà chi legge dal punto d’arrivo. Quel che preme è indicare una strada per sostenere politiche più giuste, senza dover incorrere negli errori d’astrattezza, generalità, e semplificazione che sembrano essere l’abituale corredo logico (e il punto debole) delle argomentazioni ‘riformiste’ (e delle repliche d’altra ispirazione).

Il riformismo astratto è poco sexy

L’ urbanistica si vuole fondata sulla tecnica e su scelte di valore; non necessariamente parla di desideri (1), né si confronta con la scala ordinaria delle pratiche. Viceversa, la duplice fondazione tecnica ed etica ambisce a fornire una sorta di dottrina-guida all’azione collettiva.

Ma periodicamente esplodono le contraddizioni tra politiche e i loro principi, l’azione collettiva e i suoi valori. Per esempio il passaggio del planning dall’era thatcheriana a quella blairiana è stato ricostruito lungo il continuum destra-sinistra (Almendiger e Tewdwr-Jones 2000); come pure le politiche abitative (Marcuse 2001; Cowan e Marsh 2001); i fenomeni di gentrification (Smith 1996); le politiche di rinnovo urbano (Moulaert et al. 2003). In queste ricostruzioni, il riformismo urbanista appare una risposta debole al mainstream neo-liberale, divenuto recentemente ancora più pervasivo e pericoloso, una forma di ‘globalized planning’ particolarmente influente di recente sulle retoriche per la città europee (Mc Neill 1999).

In realtà le relazioni tra i due termini sono meno chiare di quanto può sembrare, e l’opposizione meno esaustiva (una ricostruzione critica in Monclús: 2003). Ad uno sguardo più ravvicinato, infatti, le categorie di destra e sinistra, come quelle di riformismo e neoliberismo, appaiono assai poco stabili nel tempo, in particolare se applicate al planning. Per esempio, sugli effetti della concentrazione, la globalizzazione, il ruolo del mercato, le diverse scuole di pensiero si dividono come pure le scelte politiche. A complicar le cose – a partire almeno dalla fine degli ani ’70- è attivo anche un riformismo di ‘destra’, un progetto modernizzatore che scompagina la tradizionale e stabile assunzione, tacita ma solidamente ancorata, che fa coincidere innovazione e modernizzazione, riforme e progressismo.

Contrariamente dunque a quanto per semplicità si assume, lo schema bimodale progresso vs. conservazione è insufficiente a descrivere le politiche, e peraltro è solo uno, e non il più recente, dei ‘clivage’ che caratterizzano la politica occidentale (2). La corrispondenza tra opzioni politiche e valori omogenei (valori e politiche di destra e di sinistra; conservatori e riformisti) non si rintraccia così frequentemente come piacerebbe: e a ben guardare, la fase politica recente ha rimescolato l’armamentario ideologico e, soprattutto, il repertorio strumentale (questioni importanti come il decentramento o lo sviluppo locale non sono facilmente collocabili in questo spettro).

Questi sforzi ricostruttivi pongono un duplice problema: da un lato, disvelare le relazioni strutturali sottostanti le posizioni ideologiche; dall’altro, individuare i modi e il ritmo di cambiamento, delle une come delle altre (la relazione tra le due non essendo peraltro semplice). Il rischio che corrono queste rassegne è infatti di replicare all’infinito un lavoro puntiglioso di documentazione che finisce per dar conto, in modo un po’ deludente, di facili fraintendimenti nel travaso periodico d’idee da una parte all’altra dell’oceano (3). Peraltro, i risultati non sono sempre all’altezza delle aspettative. Sovente –soprattutto nella letteratura più consolidata- si assiste alla fortuna accademica di certi filoni di studio che si sviluppano in subculture disciplinari (solo per citarne alcuni: sostenibilità, Migliaccio 2003; partecipazione: Ciaffi e Mela 2006) senza che si avverta la necessità di contrastare razionalizzazioni ideologiche ex-post, dispositivi normativi e pratiche, nonché i diversi e conseguenti problemi teorici e metodologici che sollevano. I problemi ‘wicked’ delle scelte sociali sono difficili; i valori sono per principio conflittuali; anche quando i set di valore sembrano più stabili, gran parte del dibattito scopre le rilevanti eccezioni (l’opposizione iniziale, seguita dal riconoscimento della compatibilità, tra planning e Thatcher; ma anche in seguito tra planning e Blair: Allmendiger e Tewdwr-Jones 2000).

Vuol dire che destra e sinistra vengano meno come distinzioni? Come già autorevolmente sostenuto da Norberto Bobbio, non è una conclusione inevitabile. Neanche la distinzione tra riformismo e radicalismo viene meno: ma certo corrisponde ad orientamenti meno categoricamente distinti. Perfino la riflessione sul cambiamento estremo deve reinventarsi opposizioni concettuali abusate (4).

Ma il fraintendimento sollevato da queste ricerche riguarda non la politica e gli orientamenti ideologici, ma i destini e le conseguenze delle politiche. Più che il gioco tra gli attori politici, spesso strumentale, la questione da affrontare riguarda la formazione dei set di valore, sui quali torniamo rapidamente in conclusione, l’evoluzione e, soprattutto, cosa ne succeda durante fasi di rottura che, in altro contesto, si direbbero paradigmatiche.

Questo gioco delle parti si è ripetuto sovente negli ultimi anni. Ne sono esemplificazioni il dibattito sulla cessione degli immobili pubblici, sugli orientamenti delle politiche abitative, sui regimi urbani, sull’identità, che riprendiamo nei prossimi paragrafi.

Gli immobili pubblici

Nel corso degli ultimi quindici anni sono state avviate numerose iniziative di cessione del patrimonio immobiliare pubblico. Dal punto di vista operativo, il caso è sintomatico di una difficoltà gestionale: l’iniziativa ha attraversato tutte le usuali riformulazioni, dalla proposta di valorizzazione, alla cessione integrale, al trasferimento ai comuni, la costituzione di una serie di sfortunate agenzie, fino alla cartolarizzazione tuttora in corso. Il dibattito su questa questione è stato sovente guidato da nozioni molto generali e ideologiche: il lato pubblico (della proprietà, dell’economia, degli interessi) vs. quello privato, che vengono fatti corrispondere ad azioni tra loro opposte come la nazionalizzazione e la (s)vendita.

La cessione dei beni immobili pubblici è stata strumentalmente assimilata alle politiche di privatizzazione (delle imprese di produzione e dei servizi di proprietà dello stato). Ma il ruolo del patrimonio pubblico immobiliare è difficilmente riconducibile ad una funzione unica e predominante. Solo in pochissimi casi, per quanto importanti, il semplice possesso d’alcune categorie di beni immobili costituisce un condizionamento reale al mercato (foreste, acqua e falde, mari, miniere…). I beni immobili pubblici non necessariamente coincidono con beni pubblici ‘puri’, che casomai corrispondono all’idea di “demanio” inalienabile. E per l’appunto, la cessione dei beni immobiliari riguarda solo i beni alienabili e disponibili. Questi non sono caratterizzati solo dal titolo di proprietà, ma in generale dai rapporti tra pubblico e mercato, dalle forme di contracting-out, ecc. In quest’accezione allargata, la gestione di certi servizi o beni tradizionalmente pubblici può essere conferita ai privati in modo indiscriminato (l’etere), o anche in modo più o meno controllato (i servizi di recapito postale), o ancora può trovare forme di gestione intermedie (la protezione dagli incendi, il soccorso alpino, il servizio delle autoambulanze, alcuni servizi sociali sono gestiti da soggetti terzi, non necessariamente pubblici, attraverso contratti e modelli cooperativi).

Dunque, rispetto alle privatizzazioni in generale, o anche alle privatizzazioni degli alloggi pubblici, la cessione dei beni immobili patrimoniali (non demaniali) fa leva su un elemento, l’inefficienza gestionale pubblica: non si ridimensiona il ruolo dello stato perché si restituisce un settore al mercato, ma si fa ordine nella gestione di beni pubblici. Viceversa, il rimprovero prevalente a questa versione rassicurante, non priva di qualche occasionale lirismo contabile, è la disattenzione per le conseguenze economico-finanziarie, extra-gestionali delle cessioni, in particolare sulla produzione della città.

Questo contesto di riflessione elabora le categorie delle politiche, in particolare quelle relative alla mobilitazione economica del patrimonio, ma risulta inadeguato a rendere conto degli aspetti specifici della problematica. Infatti, le varie forme di mobilitazione economica degli immobili (edifici e terreni, in uso e dismessi) hanno progressivamente registrato l’insufficienza della definizione giuridica e pratica della distinzione pubblico-privato.

In origine, la prima giustificazione della proprietà pubblica, l’esercizio di un servizio di utilità generale, è stata elaborata in contrapposizione al diritto fondamentale alla proprietà privata. Ma già i beni patrimoniali -dicono i giuristi- che pur hanno in comune con quelli demaniali “l’attitudine” ad essere utilizzati per fini di pubblico interesse, ricadono per dottrina nel diritto privato. In ogni modo, la distinzione appare nella sostanza superata (Cassese e Cerulli Irelli, cit. in Cremaschi 1994a).

L’azione pubblica in questo campo, anche nella forma della regolazione generale, non scappa dall’evolversi del rapporto e dal reciproco intreccio delle due nozioni, tanto quanto il diritto di proprietà privato “si è dissociato progressivamente dal suo oggetto, dall’idea di potere, di dominio” (Pastorel, in AA.VV. 1992). Il destino della proprietà pubblica appare a questo punto del tutto metafisico: per difenderla, in tradizioni amministrative robuste, si ricorre all’idea che assicuri “la perennità” dello stato (introduzione, in AA.VV. 1992). Facile allora sostenere la metafisica opposta, e cioè che disfarsi del patrimonio (operazione peraltro ricorrente in Italia: la dismissione ottocentesca dell’asse ecclesiastico non ha equivalenti negli altri paesi di codice napoleonico) svilisca la dignità dello stato.

Questa prima vicenda evidenzia la delicata riformulazione delle categorie interpretative, e l’influenza delle rappresentazioni che svolgono un ruolo operativo rispetto ai grandi orientamenti valoriali. Patrimonio pubblico è la nozione storica, referente di un’idea consolidata d’interesse ed uso collettivo, che non cela il carattere occasionale dei beni che lo compongono, con l’inevitabile rischio di ‘inefficienza’ economica e una famiglia d’iniziative di cessione conseguenti. Giacimento è una nozione più recente (applicata per prima ai beni culturali ma facilmente estendibile: Bobbio 1990) che accetta l’origine casuale e sedimentaria dei beni e pone l’attenzione sull’attivazione delle risorse, assume come nodo il contesto e implica una valutazione positiva dell’autonomia dei soggetti che rovescia la prospettiva d’azione.

Va da sé che trasferire la proprietà d’alcuni immobili ai privati è un problema solo laddove la proprietà pubblica e quella privata si rappresentano reciprocamente in termini oppositivi, come nel discorso del patrimonio: opposizione che svanisce -o si riduce molto-, quando l’idea di giacimento introduce una modalità di regolazione congiunta tra una pluralità di soggetti diversi per diritto, scopi e responsabilità di una funzione collettiva.

Casa e politiche per la casa

Nulla di apparentemente più ideologizzato delle politiche per la casa (5) fin dalla storica contrapposizione tra proprietà e affitto. Nella pratica nazionale, però, i diversi regimi politici hanno sempre praticato il sostegno alla proprietà (attraverso la divisione delle cooperative, per esempio). Ma nel lungo periodo, i paesi avanzati presentano una totale trasformazione delle condizioni di partenza e dei modi d’azione rispetto al primo dopoguerra.

Infatti, le politiche abitative osservano cruciali riformulazioni, una vera e proprio metamorfosi delle relazioni tradizionali tra politica pubblica (statale) e territorio. Ridefinizione che più di un osservatore attribuisce proprio alle inedite combinazioni tra ambiti spaziali, attori emergenti, modi d’intervento.

Le misure abitative che hanno accompagnato la fase storica dell’espansione urbana e sono durate per tutto il ciclo della ‘modernità’ (Harloe 1995; Topalov 1987) hanno costituito un terreno fertile per le politiche per la città. Da questo punto di vista, la politica della casa è stata uno dei pilastri –forse il modello- della “nazionalizzazione” dell’intervento pubblico sui mercati fondiari. Com’è noto, questa garanzia è stata costitutiva nella formazione dei sistemi di welfare che hanno accompagnato il dispiegarsi del modello urbano-industriale. Casa, città, cittadinanza sono state legate da una misura universale e da un mediatore statuale (che le politiche di privatizzazione stanno annullando: Cremaschi 1994b).

Nel contesto della prima modernizzazione, il principale dilemma etico delle politiche della casa ha riguardato la natura dell’alloggio, se fosse cioè merce o diritto. Nel primo caso, ne discendono alcune conseguenze in termini di limiti dello stato e d’indirizzo regolativo. Nel secondo, indicazioni opposte, che però sono restate prevalentemente disattese. Va da sé che su questa premessa si fondano considerazioni congiunturalmente rilevanti, riguardo per esempio il cambiamento in corso: per esempio, l’edilizia pubblica sarebbe per natura riformista e di sinistra, perché avvalora i diritti; la proprietà e le privatizzazioni di destra, come ha sostenuto autorevolmente Marcuse, perché sostiene il mercato. L’esito un po’ paradossale a cui perviene questo ragionamento, facilmente adattabile al caso italiano, è che non ci sono mai state politiche abitative ‘riformiste’, cioè politiche che togliessero la casa dalla condizione di merce. Al massimo, ci sono state delle politiche di mediazione e di sostegno all’edilizia sul modello keynesiano, sostanzialmente varianti del modello di mercato.

I problemi contemporanei sono diversi e, corrispondentemente, sono cambiate le politiche. Nei paesi avanzati la casa è patrimonio di oltre la metà, a volte tre quarti delle famiglie. I problemi abitativi nei paesi avanzati non dipendono dalla scarsità, ma dalla povertà. Inoltre, sono influenti processi d’omogeneizzazione con iniziative d’altri paesi (Padovani 2002; Tedesco 2002); queste seguono schemi di ‘europeizzazione’ notoriamente influenti su più di un settore di policies (Radaelli 1998); la finanziarizzazione del mercato scompone e ricompone il rapporto tra reddito, risparmio, investimento edilizio di famiglie e imprese, creando sia bolle speculative sia combinazioni potenzialmente nuove (edilizia sociale di mercato); infine, le forme di territorializzazione delle pratiche abitative mostrano caratteri specifici (Marcuse e Van Kempen 2000), e in parte combinazioni inaspettate, che accostano gruppi sociali e territori in forme meno univoche di un tempo.

Ancora, l’onda della globalizzazione ridefinisce le problematiche abitative: da problema d’espansione del mercato edilizio, a problema di povertà; da questione di patrimonio, a questione di tenuta e costruzione di legami sociali, d’identità (esemplare da questo punto di vista la questione dell’immigrazione: Bricocoli e Centemeri 2005).

Insomma, tutto è cambiato. Il problema fondamentale riguarda dunque la stabilità delle categorie su cui si operano le politiche della casa, in particolare della nozione di merce, mercato e le possibili alternative. Le prospettive più interessanti sembrano avvalersi delle nuove combinazioni (attori terzi, che fanno politiche non profit con strumenti di mercato): queste sono le condizioni –non facili- del riformismo contemporaneo, che deve al tempo stesso produrre alloggi sostenibili e condivisione abitativa.

Ma più in particolare, si potrebbe obiettare che resta poco considerato il vistoso problema della mediazione pubblica e dei connessi problemi di deviazione burocratica; e, viceversa, sono ignorati i potenziali aspetti progressivi d’altri strumenti (i voucher, per esempio), in principio (ma erroneamente) connotati come liberisti (Beltrametti 2005). Queste sono obiezioni non peregrine, ma che giustamente possono essere considerate al tempo stesso generali (riguardano tutti i sistemi pubblicisti, welfare, educazione ecc.); e locali (dipendono da condizioni di contesto e d’organizzazione del sistema ‘produttivo’ dei beni comuni). In particolare, la vicenda evidenzia la mancanza di una riflessione sugli strumenti e l’evoluzione dei modi del governo.

Chi governa la città

Nel caso delle coalizioni di sviluppo una vasta letteratura ha discusso della natura dei regimi urbani e delle caratteristiche delle strategie di sviluppo che ne discenderebbero.

Si tratta di un tema ormai ampiamente studiato (Bobbio 1996; Le Galès 1998 e 2002), che cerca di caratterizzare le scelte di governo delle città in base all’influenza di coalizioni d’interessi privati e istituzioni pubbliche, al mix di convenienze economiche e al tipo d’accordo che sono in grado di esprimere.

Nell’originale formulazione statunitense, le coalizioni sono spesso legate a stili di politiche: combinazioni d’interessi fondiari, finanziari, politici ed edilizi formano delle vere e proprie ‘macchine per lo sviluppo’. Secondo questo filone di ricerca, interessi pubblici e privati si coalizzano in ‘growth machine’ per reggere il governo locale e influenzare le decisioni rilevanti sullo sviluppo urbano. Città diverse sono state esaminate in questa prospettiva, estesa man mano anche a casi europei (Molotch e Vicari 1988).

I regimi possono assumere differenti ‘stili’ di governo secondo lo stadio di sviluppo, della maturazione delle aspettative, del livello di ricchezza complessiva… L’indagine cerca di caratterizzare appunto stile, composizione, provenienza delle coalizioni di governo, quasi obbedissero a leggi esterne in qualche modo legate ai fattori oggettivi dell’organizzazione urbana. In definitiva, gli stili di politica sarebbero riconducibili alla logica degli interessi e del consenso.

La letteratura si presta ad esercizi di virtuosismo censorio, significativamente connotati da appartenenze accademiche e geografiche. Per esempio, geografi inglesi in visita nei paesi latini colgono facilmente l’occasione per stigmatizzare la deriva dei riformisti mediterranei (Mc Neill 1999 e 2001). In realtà, l’evoluzione del planning e della governance urbana degli ultimi trenta anni si svolge su binari relativamente comuni alla gran parte delle città nord occidentali. La funzione dello sviluppo urbano è cambiata dalla crisi del fordismo e dalla conseguente deindustrializzazione urbana della fine del secolo scorso. L’entrepreneurialism vigoroso sperimentato dalle città americane ha alterato i ruoli del pubblico e privato: lo stesso pianificatore non è più un regolatore ma parte attiva del processo di sviluppo (Frieden 1990).

La questione non riguarda l’analisi di modelli diversi, quanto un panorama tutt’altro che ovvio. Per esempio, a causa della non infrequente combinazione (Savitch e Kantor 2002) di politiche ‘progressiste’ e regimi ‘conservatori’ (Parigi, Toronto); e, viceversa, di politiche apparentemente liberali con regimi progressisti (Barcellona, Roma). Anche in questo caso la corrispondenza tra valori e politiche non è scontata (Parkinson 1998).

Restando a Barcellona, il caso forse più famoso, gli effetti (non sempre scontati) distributivi e re-distributivi (analiticamente difficili da distinguere) delle politiche pongono rilevanti problemi nell’ottica delle trasformazioni strutturali di medio-lungo periodo, e vanno valutate caso per caso. E in questo caso non si possono negare le combinazioni originali che politiche di sviluppo socialmente orientate possono predisporre (Guzzo 2006). Va ripetuto che le valutazioni vanno fatte in un contesto che non rimane lo stesso, ma che nel tempo cambia e si adegua. Da questo punto di vista, è forse più importante inserire la valutazione su uno sfondo interpretativo, e uscire dall’ansia da prestazione che porta a giudicare per ‘modelli’: esemplare per l’aspetto strategico e qualitativo (della progettazione degli spazi urbani), Barcellona lo è meno per altri non meno importanti (l’organizzazione metropolitana e gli spazi verdi: Monclús 2003).

L’episodio del governo urbano mette nettamente in luce un vizio antico: la predilezione per modelli esplicativi monocausali, lineari e generalizzanti. Oltre ad essere poco plausibili, nelle condizioni attuali, questi modelli contrastano vistosamente con la realtà empirica. Si possono reggere dunque solo attraverso una sovraproduzione retorica, che deriva una presunta legittimità dalla difesa di valori solo apparentemente indiscutibili.

Identità e comunità urbana

Limiti e pregi di questa mediazione tra metodi e valori sono ancor più chiari nella trattazione dell’identità urbana. L’identità è un prodotto vulnerabile ma resistente a mutamenti, ricostruzioni, falsificazioni, all’omogeneizzazione strisciante della globalizzazione culturale.

Anche l’identità territoriale ha subito la progressiva deistituzionalizzazione occorsa all’identità individuale. L’astrazione moderna dei processi produttivi e culturali nega le specificità dei luoghi (Cremaschi ed Elisei 2004), con più di un’analogia all’evanescenza delle identità individuali (Leonini 1988); tutte e due non a caso aprono un ‘mercato’ delle identità. Il successo della nozione d’identità territoriale (e le difficoltà di definizione fanno tesoro dei caratteri evocativi del termine) si spiega in questo contesto.

L’identità è frequentemente presentata come un accumulo di proprietà funzionali comuni ad un gruppo ristretto. La funzione esercitata è di rispecchiare il gruppo in un sistema simbolico che permette processi d’integrazione. Come noto, è spesso associata a due condizioni talvolta enfatizzate come prerequisiti: le vicende temporali lunghe (che hanno accompagnato nel corso della storia la formazione di culture locali); e gruppi di riferimento relativamente ristretti (la dimensione comunitaria), nell’implicita assunzione che storie comuni e prossimità esercitino condizioni positive se non indispensabili.

In sostanza, dell’identità si dà una visione patrimoniale (una dote fatta di set d’artefatti simbolici più o meno coerenti) e collettiva (un bene non divisibile e comune ad un gruppo sociale), quasi che la rappresentazione simbolica (identitaria) derivasse dalla proiezione di componenti materiali (il territorio).

Recentemente, si è insistito invece sul carattere ‘costruito’ della nozione d’identità, sia di quelle apparentemente consegnateci dalla storia, sia quelle forgiate dal mercato e –come denunciato da tempo- dai revival culturali a rischio di nostalgie folkloriche (Scamozzi 1986). Da questo punto di vista, il carattere derivato del discorso identitario non appare né accidentale né strumentale, ma piuttosto il contenuto proprio della nozione. In questo senso, è il territorio (substrato materiale) ad essere definito dall’identità (costrutto strategico), piuttosto che il suo contrario.

L’identità territoriale è un valore e una costruzione strategica, avviene nel contesto del confronto con l’‘altro’ e dentro a regole di gioco che distribuiscono poste tra operazioni di successo; in questo senso la sua costruzione è strumentale e accidentale. Al tempo stesso, è anche un dispositivo narrativo che struttura lo scambio e accompagna la costruzione delle politiche (Moscovici 1989); da questo punto di vista, la costruzione della storia richiede un minimo di coerenza e tende a produrre comportamenti omogenei. Insomma, l’identità territoriale è come un favo appiccicoso passato per molte mani: una griglia che setaccia tra i contenuti possibili secondo una doppia logica, strategica e discorsiva.

Il turismo viene spesso indicato come la pratica sociale che modella con maggior incisività il senso dei luoghi, ben più delle trasformazioni consapevoli e delle critiche erudite. I flussi turistici decentrano la produzione di senso, un aspetto tipico della contemporaneità, come le trasformazioni della socializzazione primaria nei sobborghi e nelle periferie recintate, o della leadership politica per effetto della televisione. Rispetto a questo, la capacità del discorso moderno di difendere le identità funzionali resta strutturalmente indebolito e a rischio, a favore di nuovi stili ed operatori.

Un problema comune a molte euristiche che affrontano le forme della città contemporanea è la combinazione tra lo ‘sguardo’ post-moderno e i valori che ancora vanno cercati nell’orizzonte del moderno (una commistione frequente, per esempio in Giddens, e comunque meno inusuale di quanto possa superficialmente sembrare).

Limiti e pregi di questa mediazione sono chiari nella vicenda della identità urbana. L’identità è un prodotto vulnerabile ma resistente: a mutamenti, ricostruzioni, falsificazioni, all’omogeneizzazione strisciante della globalizzazione culturale, alle impossibili fondazioni delle dottrine che proclamano un ‘autentico’ storico (e come conseguenza ne minano dall’interno la permanenza).

Per un’idea locale di giustizia

In questo breve excursus su quattro casi si è palesato un certo ‘conservatorismo’ di parte della letteratura accademica, che tende a reiterare pur difendibili convinzioni piuttosto che verificarne la trasformazione nel crogiuolo delle trasformazioni. Questo atteggiamento è fonte di stanchezza e confusione, nonché di ripetitività e scarsa incidenza di parte della ricerca urbana più recente. I quattro casi mostrano però dei problemi più ampi, nell’ordine:

  1. dal lato delle interpretazioni, l’erosione delle grandi categorie etico-deduttive di stato e mercato ha mostrato, nel caso degli immobili pubblici, l’emergere di dispositivi linguistici intermedi orientati in parte dalla vischiosità dei casi, in parte dalla possibilità di attivare risorse;

  2. dal lato degli strumenti, il degrado degli strumenti statali di gestione, nel caso delle politiche abitative, mostra l’incidenza delle logiche perverse delle burocrazie e la necessità di innovare con radicalità adeguata al tasso di cambiamento dei fenomeni;

  3. dal lato dei modelli, il ricorso ad abusate categorie generali e grandi scenari si rivela particolarmente ineffettuale nel caso dei regimi di sviluppo urbano, che mostrano invece combinazioni interessanti proprio nei momenti d’instabilità e di variazione;

  4. infine, per quanto attiene al metodo, la rilevanza dei fattori culturali nella costruzione stessa dei fenomeni suggerisce, come nel caso delle identità territoriali, l’abbandono di strategie descrittive naturalistiche e la sperimentazione, certo rischiosa, di combinazioni più originali.

Sono elementi importanti, ma non esaustivi né ordinati. Comunque, sembrano indicare la comune necessità di porre mano alla declinazione locale d’alcuni principi universali, quella idea di giustizia locale che anche Elster (1995) commentava.

Non c’è dubbio, infatti, che si possano commentare a lungo i guasti della urbanizzazione capitalista; e che l’attività di aggiornare la critica abbia salda fortuna accademica e incessante ripresa nella pubblicistica internazionale. Tutto questo esercizio manca però la presa e non pare in grado di cogliere gli elementi d’innovazione perché prende a riferimento un quadro di valori inteso come cornice esterna e indipendente dalla realtà da valutare. Questa assunzione è tanto frequente quanto insostenibile.

La linearità di rapporto tra potere-economia-valori svuota a priori qualsiasi tentativo riformista di introdurre spazio di gioco. Apparentemente, il riformismo fa largo uso di giudizi di valore esterni alla ragione economica, mentre il pensiero neo- liberale appare meno critico, delegando i risultati al gioco tra le forze del mercato. Una volta introdotti, però, i giudizi di valore tendono ad assumere il ruolo di variabili indipendenti, aprendo il varco a critiche radicali che hanno spesso buon gioco a rendere implausibili gli esiti faticosamente raggiunti dalle pratiche riformiste.

Com’è noto, alcuni problemi più specificatamente etici –per esempio, le difficoltà di fondazione dell’interesse pubblico e generale- sono invece consolidati in letteratura e hanno aperto un dibattito teorico consistente, sia pure in progress. Altri problemi più interpretativi, per esempio il ribaltamento di prospettiva su valori e azioni provenienti dalla prospettiva d’indagine delle pratiche, sono egualmente noti, anche se meno assimilati.

Il confronto tra valori e politiche diventa possibile a condizione di precisare la nozione di valori: si tratta di qualcosa molto distante dai valori ideali, costitutivi delle propensioni fondative delle azioni. L’eguaglianza, la solidarietà sono valori in questo senso. Al contrario, si potrebbero considerare i valori nel senso di beni comuni, fortemente ibridizzati con altre poste e condizioni.

Sono valori -in questa seconda dizione- ideali diversi, compositi, costituiti al contempo da orientamenti di fondo, rappresentazioni che strutturano le azioni, identità personali ecc. E’ un valore per esempio la propensione a camminare invece che prendere l’auto, qualcosa d’inscindibile dalle condizioni di contesto come dalle situazioni d’interazione.

Più precisamente, questi valori ideali sono combinati in configurazioni (Sciolla 2004) che organizzano e strutturano una pluralità d’orientamenti. Configurazioni che, a certe condizioni e a certi gradi, saranno coese e coerenti; e influenzeranno i relativi comportamenti.

Se si conviene che i valori intesi come beni comuni e come configurazioni d’orientamenti sono importanti nel caratterizzare la qualità del riformismo che si vuole innestare nelle pratiche politiche; ma se non s’intendono dette configurazioni come ‘dati’ esterni, sostanzialmente indipendenti e immutabili; bensì come elementi in qualche modo riconducibili alle azioni e alle reti d’attori, e quindi soggetti ad una dinamica e ad un inviluppo con credenze, appartenenze, pratiche, ecc.; allora, i valori collettivi non vengono prima delle politiche pubbliche, e anzi, ne sono spesso l’esito. O meglio ancora, potremmo riprendere l’autorevole definizione di Lowi (6) a suo tempo fertilmente provocatoria, e affermare che sono le politiche a fare i valori, e non viceversa.

In generale, si pone il problema di confrontare valori e pratiche (politiche) in modo biunivoco, assumendo cioè che ambedue siano variabili dinamiche che cambiano nel tempo. Questo è quasi impossibile senza una mappa storica per la comprensione della successione dei fenomeni. Anche in questo caso i riferimenti devono essere necessariamente circoscritti. Siamo in una fase storica di crescente individualizzazione, d’incremento dell’incertezza e d’indebolimento dei legami collettivi. Un minimo di prudenza sembrerebbe doveroso. Viceversa, anche un po’ d’attenzione per le prospettive teoriche che questa situazione crea non sembrerebbero del tutto inopportuna.

Conclusioni

Le riflessioni proposte conducono ad una certa insoddisfazione per gli esiti di filoni di ricerca recenti che ripetono le conquiste dell’analisi critica degli anni ‘70, ma mostrano limiti d’elaborazione che dipendono soprattutto da un’eccessiva affezione a categorie generalizzanti; dalla predilezione per modelli esplicativi universali; e dalla corrispondente sovrapproduzione retorica. La finalità di smascherare gli esiti socialmente ineguali delle politiche di mercato, è spesso accompagnato da un’analisi elementare del gioco della politica (oggetto invece d’importanti sviluppi negli ultimi venti anni); e dall’insostenibile pretesa che gli orientamenti valoriali seguono criteri omogenei.

Sembra dunque opportuno rivedere come valori e azioni si combinino in un momento di scomposizione dei frame della politica e delle giustificazioni etiche complessive. Riformismo è parola equivoca, che per giunta si porta appresso un secolo di promesse non mantenute, quando non di millanterie. Ma su un punto non c’è esitazione: il riformismo è (per definizione, non può non essere) responsabile del dove, del quanto, del come s’inverano le visioni e le deliberazioni.

A ben pensarci, il poco tanto che può fare del riformismo un’idea ‘sexy’, un argomento persuasivo, capace di sollecitare le pur necessarie emozioni ed entrare in positiva competizione con le utopie, è la responsabilità del cambiamento. In modo più concreto, parafrasando Amato, l’opposizione non è concettuale, ma pratica: sollevo i problemi in modo radicale; li affronto da riformista.

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1 Come spiegare il successo di certe politiche urbane? Bogotà ha ridotto il traffico e consegnato il 20% in garage delle auto “grazie a un sistema di bus molto migliorato e più sexy”: George 2006. Il difficile rapporto con la felicità, oggetto dell’intervento di Peñalosa allo scorso Word Urban Forum di Vancouver, è un problema cronico del riformismo.

2 Solo per completezza, le famiglie politiche europee rispecchiano divisioni politiche che si sono sovrapposte nel tempo e, pur rimanendo concettualmente indipendenti tra loro, hanno dato vita a numerose combinazioni spesso corrispondenti a partiti ancora in vita che rappresentano gli interessi di, nell’ordine, aristocratici e borghesi; rurali e urbani (vi siete mai chiesti perché il 50% del budget europeo vada alla politica agricola?); liberali e conservatori; modernizzatori (nel senso fordista) e reazionari; cristian-sociali e socialisti. Gli ibridi sono numerosi: cattolici rurali, liberali di sinistra, socialisti modernisti (fordisti) e, recentemente, conservatori ambientalisti. La questione ambientale ha aperto un nuovo clivage negli anni ottanta, e forse la questione bioetica ne aprirà un altro tra breve.

3 Per esempio: sono stati spesi decenni di studio e ricerca per spiegare che, in Europa, tra stato e mercato si frappone lo stato locale e che la politica adegua i suoi strumenti: Bobbio 2000; che le città sono anche attori politici: Le Galès 2002; che la competitività urbana è una fola perigliosa: Parkinson 1998.

4 Con un po’ di sorpresa, constatiamo al cuore stesso della ricerca storica sulle ‘rivoluzioni’ politiche (Paige 2003) che non vi si trova traccia delle questioni canoniche: lotta di classe, conquista dello stato, violenza politica. All’avvio della rivoluzione francese, la rinuncia ai ‘privilegi’ di classe è spontanea e omogenea, frutto di un esteso convincimento comune; e solo più tardi si riformeranno fazioni e conflitti. Anche in questo caso, l’accento è posto sul riorientamento cognitivo nel suo insieme (spesso così pervasivo da superare i conflitti di interesse).

5 Questo paragrafo è stato elaborato nel corso della ricerca Prin-Miur “Beni comuni locali e coesione sociale”, coordinatore nazionale Alessandro Balducci.

6 Secondo il quale “la policy determina la politics e non viceversa”, che rovesciava l’allora prevalente approccio sistemico e illustra come le diverse “arene” tendono ad attivare gruppi di interesse che influenzano ‘à rebours’ i decisori e i loro orientamenti strategici.

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