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Quartieri che cambiano: un’agenda di ricerca

Quartieri che cambiano”, in A. Balducci e Fedeli V., a cura di, Territori della città in trasformazione. Tattiche e percorsi di ricerca, Angeli, Milano, 2007.
vedi anche:Tracce di quartieri

1. Premessa

Una vasta letteratura è tornata di recente ad occuparsi di quartieri. In parte, perché sono diventati oggetto di politiche che, in contrasto con la settorialità degli interventi precedenti, hanno enfatizzato l’aspetto di “arealità” delle iniziative pubbliche (Jacquier, 1991; Balducci, 2001; SEU 2001; Cremaschi, 2003). Un altro motivo di interesse deriva dal fatto che i quartieri rappresentano un terreno comune a soggetti sociali diversi, nonostante la crescente segregazione della popolazione sfavorita (Buck, 2001; Galster, 2001); e nonostante il fatto che gli effetti della localizzazione residenziale sui destini individuali siano spesso sopravvalutati o risultino meno evidenti di quanto mantenuto nel common wisdom (Ellen e Turner, 1997; Lupton, 2003; Friedrichs et al., 2003). Un altro motivo ancora riguarda la manifestazione del cambiamento: i quartieri infatti mostrano l’intersezione tra i cambiamenti sociali ed economici che investono le città, tra le logiche della situazione quotidiana e quelle che influenzano (e spesso confondono) le scale geografiche dei fenomeni, con una tensione fertile che riapre a questa scala la ricerca fenomenologia sui mondi e vitali (Blokland, 2001; Amin e Thrift, 2002; Hoffman, 2003).

Come spesso accade in questi cicli culturali (Cremaschi, 2007), risultati pur singolarmente apprezzabili producono, non di rado, esiti cumulati poco incisivi. Sedimentano inoltre banalizzazioni e semplificazioni poco desiderabili. In tutto ciò, soprattutto, non è messa in discussione la natura del quartiere rispetto alle nozioni di “microcosmo organizzato” sedimentate nella tradizione sociologica e urbanistica.

La ricerca1 che qui si presenta attraverso una prima esplorazione della letteratura cerca di affrontare questi temi, esplorando la costruzione dei legami di convivenza a livello locale “nella città che cambia”. Questa domanda è affrontata in un certo numero di casi studio nelle tre maggiori città italiane (Napoli, Roma, Milano). I casi riguardano “quartieri” e percorsi di trasformazione abbastanza diversi che sintetizziamo provvisoriamente nella tabella riportata in fondo. Le parole chiave sono tre: quartiere; convivenza; cambiamento.

Il primo termine è il più problematico. La nozione stessa di quartiere è incerta, una “scatola nera” (Germain, 2005) di cui poco si conosce la natura, gli effetti e il ruolo nelle politiche; in più, è oggetto di profonde trasformazioni. Come è noto, da tempo è stato messo in dubbio che esista – nonostante la perdurante forza del riferimento – una dimensione autonoma e distinta rispetto ai legami interpersonali da un lato; e al legame sociale nel suo insieme dall’altro. Ciononostante, il quartiere sembra oggi conoscere una nuova fortuna, mantiene la sua storica incidenza sulla identità personale, e sperimenta un revival grazie ai complessi processi di rinnovo urbano. Al momento, teniamo ferma una definizione preliminare, in parte discussa nelle pagine che seguono, che intende i quartieri come l’esito dell’incrocio tra pratiche sociali locali che hanno in comune l’orientamento alla convivenza di gruppi e “popolazioni” diverse.

La seconda parola chiave, convivenza, allude al legame sociale che si crea intorno alla dimensione “abitativa”, nel senso non solo del risiedere in un luogo, ma della più ampia pratica di appartenenza a (belonging), e fare propri2, luoghi e relazioni. L’intreccio tra pratiche di appartenenza e appropriazione è fortemente influenzato da elementi locali, di contesto, che tendono a definire esiti complessi e molto differenziati. E anche da politiche pubbliche e locali, sempre più influenti sui modi della socializzazione, e sulla (eventuale) ricostruzione di legami sociali a livello locale. La ricerca si svolge dunque costruendo diverse storie di trasformazioni locali su un comune modello di analisi. Le componenti concettuali del “modello” – su cui torneremo più avanti – sono tre: l’habitat di significato, le pratiche sociali e le rappresentazioni (tra cui le politiche).

Infine, i casi esplorano questo intreccio a partire da diversi punti di attacco del processo di cambiamento, che a volte è il frutto di processi endogeni, altre il riflesso di fenomeni più vasti, talvolta infine l’esito di politiche che mirano in specifico ai “quartieri”. Misurarsi con il cambiamento di un quartiere non è del tutto arbitrario. È in fin dei conti il cambiamento di una porzione limitata di territorio, per lo più edificato, e degli abitanti che lo usano “sia simbolicamente che praticamente” (Blokland, 2003). La densità di rimandi tra pratiche e significati è una delle ragioni – non recente (Noschis, 1984) – che giustifica una certa curiosità e dà origine anche a questa ricerca. In un dibattito che è acceso e non certo concluso, appare ai più che la società si dissolva, si liquefi da un lato e si globalizzi dall’altro; e che lo spazio venga ristretto, frammentato, o proiettato su scale diverse. Ripartire dal quartiere vuol dire confrontarsi invece con una dimensione riottosa a queste innovazioni; interrogare lo stato delle forme di vita nelle diverse possibili combinazioni; e chiedersi quali siano gli effetti specifici delle trasformazioni economiche o culturali.

La ricerca consiste quindi in studi di caso, nella ricostruzione e critica delle categorie interprative, e nella discussione (iniziale) dei modelli di cambiamento. A questo scopo, un certo grado di disomogeneità tra i casi appare inevitabile, né sembra problematico partire da punti di vista diversi. La questione riguarda meno la definizione dei punti di vista (pratiche, politiche, dinamiche), o dei singoli componenti (area, comportamenti, motivazioni); che non le relazioni poste tra questi, che caratterizzano i modelli di cambiamento. A questo fine, le pagine che seguono riportano i materiali della prima riflessione esplorativa della letteratura recente.

2 Quartieri e “habitat di significato”

Il riferimento al quartiere richiede alcune precisazioni. Si tratta di una storia intellettuale complessa, ma nota, nella quale sono stati variamente combinati gli effetti spaziali e le relazioni sociali.

La definizione di quartiere oscilla tra due riferimenti principali. Da un lato, c’è il riferimento storico e costitutivo alla idea di sottocomunità e di omogeneità culturale; dall’altro, il riferimento all’aggregato fisico e alla concentrazione. Con la nascita dell’urbanistica moderna, inoltre, il progetto della “costruzione della comunità” si materializza nell’idea di “quartiere” (Tosi, 2001); e il quartiere diventa il banco di prova per la sperimentazione delle pratica urbanistica (Cremaschi, 1994).

Più in specifico, la nozione di quartiere è stata storicamente associata all’idea di comunità, da un lato; e di classe lavoratrice, dall’altro (due referenti attualmente problematici). I quartieri, nella tradizione socio-urbanistica, sono prevalentemente intesi come delle comunità operaie (anche per riabilitarli rispetto alla critica ottocentesca degli slum: Topalov, 2003), sono ricondotti preferibilmente alla costruzione della città industriale tra otto e novecento, e mostrano due impegnative caratteristiche: forti relazioni interne e precisi confini. Nei paesi a tradizione urbana, come il nostro, si possono trovare ascendenze più antiche (borghigiane e artigianali) che non modificano nella sostanza l’uso e il significato della categoria analitica. Inoltre, modelli noti e influenti (come quello della scuola di Chicago) hanno contribuito a stabilizzare nozioni quali popolazione, sostituzione e invasione, area naturale, in un approccio “naturalistico”. Altri modelli hanno insistito su aspetti culturali, accettando una maggiore autonomia e mutevolezza dei comportamenti. Ciascuna di queste tradizioni ha una coda critica abbastanza nota.

Questa rappresentazione è stata spesso criticata (Ellen e Turner 1997): né la coesione di classe è apparsa sufficiente a garantire l’omogeneità sociale (per esempio, dialetto, nazionalità, religione dividono più di quanto la classe unisca); né la dimensione locale offre tutti i requisiti organizzativi necessari ad alimentare l’azione collettiva (le modalità di appartenenza famigliari, di gruppo o classe sono spesso translocali sostengono spesso reti più strutturate) (Blokland, 2001).

L’uso che prevale, in definitiva, è povero e funzionale. Anche di recente (Galster, 2001), si definisce un quartiere come un insieme di issues ed elementi concentrati spazialmente, sia simbolicamente che fisicamente, con confini geografici ben definiti. Comunque sia esteso l’elenco delle issues, le aree residenziali sono descritte per le loro qualità percepite, fisiche e sociali sullo stesso piano. Quando poi si costruiscono – su queste premesse – dei modelli di cambiamento, inevitabilmente si resta condizionati dall’orizzonte esplicativo implicito alla scelta delle componenti originarie.

Non si coglie allora l’aspetto problematico che deriva dalla sovrapposizione di reti sociali diverse, caratteristica che è stata riconosciuta da tempo come specifica alla dimensione locale rispetto alla pretesa omogeneità del quartiere tradizionale. Dal riferimento alle reti (e non ad una comunità), si ricavano due elementi critici: non solo il carattere relativo della valutazione delle issues, dipendente appunto dalle diverse posizioni nella rete; ma soprattutto il carattere negoziale e strategico che deriva dalla sovrapposizione tra reti diverse.

All’interno di un quartiere si stabiliscono relazioni e interazioni fra coloro che in qualche modo utilizzano quella specifica area. In questo caso, “concentrazione spaziale dei fattori” e “marcatura dei confini” sono gli elementi concettuali più rilevanti, che appaiono però dipendere più dalla necessità delle politiche di territorializzarsi che dalle fenomenologie concrete. Ma appunto concentrazioni e confini sono nozioni costruite, relative e relazionali al tempo stesso. Non c’è dubbio che oggi il cambiamento appaia rilevante su ciascuno dei due riferimenti: sulla dimensione spaziale e su quella sociale, come pure sui modi di indagine, sulla capacità di chiarezza analitica o, viceversa, sullo spessore ideologico e cognitivo.

Agenti e habitat locali

Per partire da qualcosa di diverso dall’elenco delle funzioni prestate localmente, occorre introdurre una prima distanza dalla nozione di quartiere in termini di set di valori fisici e sociali; e ripensarlo in modo opposto come l’esito negoziato e costruito di set di relazioni definite contestualmente.

Si trova un’interessante analogia con la riflessione di qualche tempo fa sulla contrapposizione tra attore e sistema, che cercava di ridurre il chiasmo tra le due tradizioni di azione sociale e struttura. Nel momento però in cui si accentua il richiamo alla dimensione locale, e si riconoscono tutte le sfumature e le dipendenze dal contesto di questa, anche la semplice relazione attore e sistema appare insufficiente. Soprattutto appare impegnativa la riduzione del sistema degli attori a un sistema. Soccorre una distinzione intermedia introdotta da Baumann e Hannerz (2001) che pluralizzano l’idea di “agency”, riformulandola in quella di habitat molteplici. Gli “habitat di significato” sono una formulazione migliore, meno occlusiva e autosufficiente di “mondi vitali”, più utili per l’analisi dei significati culturali. Non esisterebbe cioè una, e una sola, relazione con il sistema, ma tanti habitat culturali che mettono in relazione le reti di attori con specifiche relazioni strutturali. L’habitat (come il locale) è flessibile per natura, e riflessivo: «l’agire opera e nello stesso tempo produce, trovandovi risorse e obiettivi così come limiti» (Hannerz ivi, p. 28). L’angolatura dei significati è necessaria per ogni considerazione del locale e delle sue pratiche e, in particolare, per tenere in conto non solo la flessibilità, l’espansione o contrazione degli habitat di significato (che possono coincidere con individui o collettività), ma anche la loro possibile condivisione. Come questa si produca, non è problema di poco, in un mondo non solo genericamente globalizzato, ma fortemente sottoposto a processi di “riscrittura” simbolica, artificiale, e tecnologicamente mediata.

La condivisione eventuale risulta anche, e soprattutto, dall’intersecazione di habitat differenti, e dal consolidarsi dei modi e delle forme in cui questo avviene. L’intersecazione restituisce alle relazioni sociali una prospettiva dinamica sui modi di composizione degli habitat. Un quartiere, uno spazio locale, appare in questa prospettiva dalla “convivenza” di più habitat, che è per definizione incerta e problematica, non di rado conflittuale. Nessun habitat può quindi pretendere alla rappresentazione autentica della identità locale; la presenza di habitat diversi essendo, al contrario, la caratteristica proprio di uno spazio locale.

Capacità abitative

Il riconoscimento e l’apprensione di habitat, differenze, complementarietà e conflitti è un’attività intuitiva sulla quale si è poco riflettuto. Occorre a questo proposito formulare una definizione di capacità abitativa.

Le capacità non sono attributi personali, ma relazioni che si costruiscono in contesti di appartenenza. Il sapere, e il sapere fare, è costruito sulla base di competenze individuali e di relazioni funzionali, variamente distribuite tra individui e istituzioni legati dallo svolgimento di attività pratiche.

Anche l’attività di abitare richiede un apprendimento, che non di rado è parte fondamentale del sentimento di belonging, e che costituisce la distinzione tra gli insediamenti tradizionali e quelli moderni (e torna come rimpianto o aspirazione nei quartieri di nuova progettazione: Lees, 2003).

La pratica di abitare ha subito un’estensione problematica. Nella evoluzione dai sistemi abitativi moderni, i rapporti abitativi sono stati più volte riformulati. Anche la socievolezza è oggetto di apprendimento: il (buon) vicinato risulta così come un’impresa comune (al limite, come una comunità di pratiche), e non come una delimitazione amministrativa o organicista.

La ridefinizione del vicinato come (eventuale) comunità di pratiche incontra però alcuni limiti: la comunità di pratiche è, infatti, un’impresa comune negoziata (ogni membro negozia all’interno della comunità il proprio ruolo ed il modo in cui svolgerlo); prevede il coinvolgimento nell’impresa comune (lo svolgimento efficace dell’attività richiede che gli individui sentano propria l’impresa comune); prevede la mutua rilevanza (ogni membro riconosce come rilevante l’operato di ogni altro membro al fine di svolgere l’impresa comune).

A ritroso da questa definizione, potremmo ricavare una definizione più limitata e problematica del quartiere, come costruzione di un set, una scena comune tra comunità di pratiche. Alcune di queste hanno infatti un raggio di azione delimitato, costituiscono dei luoghi, si appoggiano a delle strutture materiali. È ragionevole ipotizzare che, intorno al quartiere (comunque definito), avvenga un certo ispessimento e radicamento di queste forme di appartenenza. E che in particolare, alcune delle appartenenze trans-locali (ceto sociale, stili di consumo, gruppi etnici, comunità religiose…) escano rafforzate dalla appartenenza a reti e comunità locali.

In questo senso, possiamo estendere la nozione del locale, e del quartiere, e considerarli propriamente come degli effetti del gioco tra habitat di significati e pratiche. Effetti nello stesso senso in cui si precisa che la prossimità (o la distanza, per quel che vale) sono difficilmente analizzabili in quanto tali, non possedendo caratteristiche strutturali né facilmente oggettivizzabili, nemmeno in habitat di significato stabili e condivisi.

La prossimità e la distanza dipendono dalla costruzione locale dei significati e dalla intersecazione degli habitat, secondo regole e opportunità che risultano dalla combinazioni proprie a certe situazioni. La lunga citazione che segue mette in evidenza gli aspetti più propriamente epistemologi (e di travalicamento disciplinare) coinvolti in questa definizione (in particolare l’ibrido incitarsi di sensazione, soggettività, rappresentazione simbolica e pratica) che discuteremo in altra sede. Mette in evidenza inoltre il carattere “fabbricato” delle distanza e della prossimità. Ma soprattutto la tensione interna tra componenti disgiunte e non necessariamente coerenti; e sappiamo in particolare che quelle legate in qualche modo alla pratica e quelle legate all’immaginario possono produrre effetti dirompenti (si pensi alla costruzione pratica/simbolica dello straniero, alla criminalità, alla identità…).

Per quanto un po’ elaborata, questa definizione serve a prendere le distanze sia dalle definizioni iper-sociologiche di quartiere come riflesso di un “spazio sociale”, sia dagli approcci minimalisti che stanno spesso alla base delle politiche pubbliche:

«Si constaterà una volta di più che … la prossimità… non è un dato puramente fisico, ma è sempre al tempo stesso materiale ed ideale, soggettiva e socialmente costruita. Ciò significa che da un lato sfugge in parte all’oggettivazione; e che, dall’altro, può essere afferrata sotto differenti aspetti, anche disgiunti: come una percezione (una sensazione immediata), come una rappresentazione (una costruzione simbolica), o come una categoria pratica. Queste diverse dimensioni della prossimità non coincidono necessariamente. In effetti, la prossimità è una costruzione nella quale l’immaginario prende la sua parte. Permette all’individuo di “fabbricare” la distanza» (Lefeuvre, 2005, pp. 91).

D’ora innanzi, parlando di quartiere si intenderà questa combinazione di habitat locali condivisi, risultati dall’intersecazione di significati da un lato e dai processi combinatori originati dalle relazioni sociali dall’altro.

Uno “spazio” di un certo tipo

In ambedue le narrazioni tradizionali (la sottocomunità; la concentrazione spaziale) manca, o viene meno, una riflessione relativa al sostrato “quasi-organizzato” e materiale della convivenza nei quartieri.

Questa riflessione può essere riformulata in analogia con quella operata (quasi di mano sinistra rispetto alla sua riflessione principale) dalla Douglas sulla natura della casa (1991). Il termine casa indica in numerose lingue sia la residenza che la famiglia. Nella terminologia della Douglas, l’organizzazione familiare è costituita in forma di casa (home) dalla circolazione di beni e manufatti dovuto a regular doings (che traduciamo qui con “facimenti regolari”, ma potrebbe essere reso anche con sforzi, pratiche). Questi facimenti sovrintendono ai circuiti funzionali legati alla alimentazione, pulizia, cura ecc. Il pacchetto di queste “funzioni” definisce la nostra idea di casa e di famiglia, in un tempo storico data. La forma che assumono implica una certa gerarchia e organizzazione, nonché divisione del lavoro, ripartizione di ruoli, specializzazione di spazi, elaborazione di routine e riti. Secondo la Douglas, infatti, la rotazione di beni e servizi nella casa3 conduce ad un ordine funzionale e ad una forma di organizzazione, sia pur elementare. Tutto questo – e non il fatto di condividere lo stesso indirizzo- si chiama per l’appunto “casa”.

I facimenti non sono altro che pratiche, la cui dimensione “funzionale” e ritualizzata è esaltata nell’approccio durkheimiano della grande antropologa. La circolazione è un’attività quotidiana tutt’altro che banale, che richiede competenze e capacità: nella sua materialità, restituisce la natura sempre congiuntamente pratica e simbolica dei facimenti.

Queste nozioni potrebbero apparire in prima istanza limitate ad una versione del quartiere come luogo della riproduzione sociale, in contrapposizione alle funzioni di produzione legate ad altri luoghi. In realtà, né la riproduzione sociale, né il consumo sono così facilmente legabili a dei luoghi, e a delle culture locali; né peraltro la produzione della società avviene in luoghi separati, e in rapporti a questa deputati.

Ma qui l’attenzione è posta soprattutto sui “facimenti regolari” (necessariamente al plurale) e sulla conseguente idea di ricorrenze organizzative e spaziali4. Sono facimenti regolari l’approvvigionamento e lo smaltimento (di cibo e giornali…); la circolazione, la sosta, la mobilità; il controllo, la regolazione, la cura di luoghi e situazioni (da parte di vigili urbani, giardinieri, “gattare”…); molta parte dell’accesso ai cosiddetti servizi di prossimità avviene per tramite di facimenti regolari (accompagnare i figli a scuola, a sport, a danza; passare dal medico, in farmacia…), ecc.

In analogia, vale la pena di chiedersi se e quali effetti di assestamento di routine e di forma embrionale di organizzazione siano prodotti dalla rotazione regolare dei doings. Inutile forse precisare che la forma di organizzazione in questo caso è ancora più blanda, di carattere ancor meno funzionale, crucialmente più aperta a ridondanze, incongruenze, effetti indiretti. Forse è più utile ricordare che i doings e le loro organizzazioni non solo non coincidono necessariamente con il “quartiere”, ma sovente sono frutto di agenti privi di un riferimento locale forte o dipendenti da logiche generali e astratte. I netturbini, come i commercianti, sono esempi significativi di questa ambigua doppia appartenenza: a logiche e organizzazioni centralizzate o interdipendenti con altre aree e scale, ma così fortemente ancorati a quell’ambito locale.

Questi effetti indiretti sono così importanti che (come già per la prossimità) si potrebbe considerare proprio il ‘quartiere” – microcosmo e “concentrato” localizzato – come il risultato, l’effetto indiretto delle ricorrenze regolari dei facimenti. E questa prospettiva appare tanto più interessante quanto sostanzialmente trascurata dalle letture che premiano i modelli comunitari o le forme di socializzazione intenzionali e legate alla prossimità. E qui si apre la riflessione sui destini incrociati di legami sociali e facimenti regolari. I primi, come noto, sono deboli e plurali; i secondi parzialmente sindacati da processi di ristrutturazione e dislocazione (l’accentramento del commercio, per esempio; il trasferimento dei modi di aggregazione su scale metropolitane e non locali, ecc.).

A nessuno sfugge l’importanza di queste attività regolari, né le relazioni sofisticate con le condizioni di accessibilità, i modelli culturali, le forme di socializzazione, le politiche locali. Anzi, si potrebbe dire che gran parte della critica al modernismo (si pensi in particolare, ma non solo, al dibattito sollevato dalla Jacobs e alla polemica con Gans) sia stata in gran parte una riscoperta della importanza di queste ricorrenze ma, soprattutto, della crucialità dei loro effetti indiretti.

Comunque, una “specie di spazio”

Le pratiche costruiscono (e sono costruite ne)gli habitat condivisi, come prima definiti; non solo sono numerose, ma tendenzialmente sono tutte quelle che avvengono lì.

Questo è il paradosso infruttuoso che sta alla radice della tradizione di ricerca sui microcosmi e le sottocomunità, che sovrastima la coerenza e l’integrazione tra pratiche coesistenti. Al contrario, nella città che cambia, sono sempre più frequenti pratiche che vengono poste in relazione, e si trovano in frizione quando non in conflitto, per l’avvicinamento di mondi e habitat diversi. Ma tutto questo avviene in uno specifico ambito spaziale, in un ordinamento di elementi (materiali e simbolici, come già detto) che costituisce un luogo.

Ma se questo è vero, è vero anche il contrario. Accanto allo spazio funzionale proprio della organizzazione antropica, il luogo si costituisce anche come il risultato di interazioni assai più libere e disgiunte (come nella decostruzione di Perec in Espèces d’espaces).

Gans, a proposito del più generale rapporto tra relazioni sociali e spazio (Gans, 2002), invita a concentrarsi sui “pochi ma importanti modi in cui lo spazio naturale influenza la vita sociale e le collettività; e sugli innumerevoli modi in cui queste collettività trasformano lo spazio naturale in spazio sociale e ne modellano gli usi” (pp. 329). Gli usi – e gli utilizzatori – hanno dunque a disposizione alcune occasioni privilegiate di relazione con gli habitat locali: tra le molte possibili, alcune influenzano in modo “causale” più o meno forte l’azione individuale e collettiva. Fin qui Gans: e non sorprende riscontrare ancora una volta l’esito arido delle grandi contrapposizioni (microcosmo vs. villaggio globale).

Si può espandere ancora un po’ questa definizione ricordando la Massey secondo la quale gli spazi “diventano” piuttosto che essere: le identità (sociali e dei luoghi) – costruite nella rivisitazione del vissuto e del passato – conducono alla costruzione del locale. Ma è vero anche il processo inverso (Blokland, 2001), che porta dalla costruzione sociale del luogo alla formazione delle identità sociali.

Come spesso succede, la capacità analitica delle grandi dicotomie non coincide con quella euristica. Piuttosto, sembra utile riprendere l’accentuazione sugli usi a partire da alcune attività pratiche. Le pratiche –ibride per natura, sempre interscalari e influenzate da fattori generali, solo in parte contestuali – illuminano le combinazioni locali di limiti e risorse.

Queste considerazioni arricchiscono la preliminare distinzione per grado funzionale del quartiere, come spesso avviene disaggregandone funzioni diverse in ordine crescente: per esempio, appartenenza, fruizione di servizi e opportunità (Kearns e Parkinson, 2001). In maggior dettaglio, se ne può ricordare un elenco appena più lungo: difesa dell’intimità e costruzione di forme dell’abitare, con i materiali e l’opportunità resi disponibili localmente; pratiche di consumo e riproduzione della vita quotidiana, inserimento nel ciclo funzionale di rotazione di merci, servizi, informazioni e persone che costituisce un quartiere come una organizzazione sociale; strategie famigliari di orientamento dell’evoluzione prospettiva dei destini individuali nel repertorio delle carriere morali possibili; incontri informali nello spazio pubblico; rappresentazioni simbolico-identitarie e attivazioni delle risorse locali intorno a questioni e obiettivi comuni.

C’è un evidente crescendo di esposizione alla reciprocità in queste dimensioni di pratiche, e anche una crescita di intensità e criticità delle interazioni. Sono classi idealtipiche che cercano di ordinare gli usi dei quartieri secondo un duplice criterio: la crescita della intenzionalità (abitare, utilizzare servizi in comuni, progettare il proprio futuro…); e la crescita della dimensione interattiva (incontrarsi e partecipare alla attività di reciproco riconoscimento, fondamento della condivisione; prendere parte ai processi di significazione collettiva).

Non è inutile ricordare che i due criteri non sono coincidenti, anzi in più di un caso sono contradditori: la dimensione interattiva, con l’enfasi sugli esiti, mina, anche concettualmente, le fondamenta dell’intenzionalità dell’azione. Disporli sulla stessa sequenza aiuta però a considerare la varietà delle pratiche e delle relazioni sociali che combinano il tessuto di vita del quartiere. Inoltre, ciascuno di questi elementi è presente, sia pur in misura diversa, nei casi studio in esame.

In definitiva, i quartieri sono implicitamente ambivalenti: esercitano una certa influenza sulle relazioni sociali senza condizionarle; si costituiscono per sovrapposizione di reti sociali, ma subiscono gli effetti di organizzazione verticale dei settori funzionali del mercato e dello stato; stabilizzano ritmi, routine e codici, ma dipendono da pratiche fluide ed anarchiche; si svolgono nello spazio fisico, ma ne ridefiniscono continuamente la materialità. Questa ambiguità sembra, più che un limite, un’opportunità per costruire descrizioni profonde e accurate del mutamento dei quartieri.

3. Convivenza e legame sociale

Qual è la posizione del quartiere rispetto ai grandi cambiamenti che riguardano la questione sociale e quella urbana in questo ultimo periodo? Valgono per la scala locale le elaborazioni, e che tendono a sottolineare i caratteri innovativi e di rottura della fase storica nella quale ci troviamo a vivere, sottolineando gli esiti di mutazioni che sono, al tempo stesso, “strutturali, simultanee e interdipendenti”?

La ricerca urbana è spesso attratta da interpretazioni epocali del cambiamento; anche la riflessione sulla coesione sociale sottolinea la distanza dal modello novecentesco e keynesiano di società, e il riapparire di fenomeni frattura e crisi sociale. Gli effetti sul legame sociale urbano sembrano però evidenziare più di un elemento di casualità o, comunque, una forte dipendenza dal contesto istituzionale e dal percorso evolutivo precedente.

Se fosse così, qualche cautela andrebbe espressa sulle attese di ricostruire a livello locale il legame sociale messo a repentaglio da processi globali, attese che tanto hanno segnato le politiche dei quartieri in Europa (Madanipour et al., 1998).

Un’altra rivoluzione urbana?

La natura del cambiamento urbano solleva sia questioni di costruzione delle teorie scientifiche che di sociologia della conoscenza. Il consenso diffuso sulle trasformazioni della realtà urbana, a partire almeno dagli anni Settanta del secolo scorso, pone infatti problemi di misura (ovvi, ma non sempre rispettati) e di costruzione del quadro interpretativo. Ignorando i primi, si può facilmente scadere nella litania minacciosa dell’avvento della crisi urbana, un po’ ripetitiva e tutto sommato poco utile. Ma è il quadro interpretativo – che giustifica le teorie e le stesse misure della crisi urbana – cela altresì la questione più delicata ed importante.

Molte delle letture urbane e delle teorie oggi in circolo insistono sulla radicalità del cambiamento, sull’epocalità della crisi, e sulla incommensurabilità dei fenomeni rispetto ai periodi precedenti (l’era degli stati nazione; la modernizzazione industriale nelle sue varianti liberale e keynesiana). Conferme non sono possibili che nel periodo lungo: nel frattempo, questi approcci esaltano frammenti fenomenici assurgendoli ad anticipazioni del futuro. In definitiva, l’accettabilità di questi sforzi interpretativi si misura meno nella predittività della scienza tradizionale, che non nella credibilità della rappresentazione offerta e negli usi che autorizzano. Il prezzo che si paga, in questa linea di lavoro, è sottodimensionare la durata, la resistenza e la continuità rispetto al cambiamento.

Più in particolare, gli argomenti usati per sostenere la discontinuità toccano alcuni punti critici, con i quali sarebbe difficile dissentire. La città moderna, fatta di elementi specifici (prossimità, concentrazione…), avrebbe avuto il pregio di rimescolare le carte delle gerarchie sociali e culturali e di moltiplicare le opportunità di vita per i singoli. La fine del processo di espansione della sfera pubblica borghese segnerebbe un punto critico del progetto moderno. Con l’accelerarsi della globalizzazione, l’urbano si manifesta come forma insediativa prevalente, mentre la città si dissolve. Si instaura inoltre un modello di diseguaglianza sociale e segregazione spaziale all’opposto del progetto moderno.

Questo processo è più evidente nelle metropoli globali della nuova gerarchia planetaria, ma in qualche misura è visibile altrove. I ceti sociali superiori si disperdono fisicamente, si disincarnano dalla città ma al tempo stesso si reintegrano in reti sociali più ampie, a loro agio con il carattere traslocale e globale dei flussi contemporanei. Inoltre, la capacità di integrazione della società risulta indebolita dalla crescente individualizzazione; dalla resistenza delle forme di coesione a torto considerate premoderne (comunità, neo-tribalismi, identità religiose, nazionali…); dalla debolezza dell’azione pubblica.

Riassumendo in modo un po’ rapido, la città perde la storica funzione di produrre integrazione, come avveniva con l’avviamento al lavoro, e con l’”educazione urbana” fornita dalla strada (secondo le note osservazioni della Jacobs e degli storici della città, ma anche degli studiosi della economia del vicolo). Questa tesi impegnativa è stata lungamente commentata nel processo di elaborazione e critica del superamento della territorialità e della distanza –da studiosi come Castells, Sassen, Soja, e altri.

Conseguentemente, le identità collettive tradizionali si dissolvono, e la formazione di nuove è incerta. E anche l’identità sociale attribuita a luoghi –quartieri e città – viene ridefinita. L’identità si formerebbe in processi che possono essere locali, basati sulla prossimità; o transcalari, legati ai flussi. Alcuni tipi sociali – i cosmopoliti – risultano in grado di approfittare di queste nuove opportunità; altri, meno mobili e flessibili, sono al contrario penalizzati.

Spesso, l’uso di questi studi tende a sedimentare una narrazione sulla crisi della forma e dell’ideale di città in relazione alla crisi della modernità. La narrativa della crisi urbana – nella sua forma attuale – eccede in “superlativi”, rendendo un cattivo servizio all’impresa critica della ricerca urbana (Beauregard, 2003), e appare viziata da eccessi di drammatizzazione e da pretese generaliste.

In questo contesto, lo studio dei quartieri si trova un po’ schiacciato. Da un lato, i quartieri sono oggetti di moda, vengono riprogettati anche per contribuire alla commercializzazione di nuove identità. Dall’altro, i quartieri sono contesti di “relegazione”, stigma terribile di marginalità. Nell’uno e nell’altro caso, si può convenire che “è fin troppo facile sottostimare le continuità [e]… la sorda routine della vita quotidiana, nonché il ruolo che svolge nel sostenere il continuo lavorio di manutenzione per normalizzare le relazioni sociali” (Forrest e Kearns 2001, p. 2127). La routine e la riduzione a normalità sono alveolare dai ritmi dei “facimenti regolari”. Gran parte dei quartieri sono fatti di queste materia ordinaria: e gran parte dei problemi dei quartieri dipende dalla mancanza di questa ordinarietà. La perdita di coesione sociale riguarda la società nel suo insieme, ma si rintracciano quartieri ordinariamente coesi e quartieri privi di coesione sia tra quelli ricchi che tra quelli poveri.

In particolare, l’identità dei quartieri è un prodotto di questi processi di normalizzazione, resistente a mutamenti e falsificazioni, nonché all’omogeneizzazione strisciante della globalizzazione culturale.

Non è scontato che l’appartenenza al quartiere non ricopra più alcun significato a fronte delle più fluide identità metropolitane. Certo, i quartieri sono più legati alla residenzialità e alle routine del quotidiano, convivono con forme di identità sociale più complesse e articolate su altre geografie di rete. Ma sono pur sempre il luogo dove gli strumenti basi della convivenza diventano familiari e utilizzabili.

Legame sociale

Tenersi alla larga dai “superlativi” della crisi urbana non significa minimizzare il rischio di rottura presente nella percorso attuale del cambiamento sociale.

La formula della “disintegrazione” sociale riassume l’interrogativo sulla dinamicizzazione delle forme di ineguaglianza, lo stiramento della gerarchia sociale (Donzelot 1984). Come viene rimproverato a Donzelot dai critici più radicali, la rappresentazione della “città che si disfa” introduce ad un quadro interpretativo credibile, ma anche a possibili linee di azione correttive tacciate come “riformiste”.

Non a caso, questo modello insiste sull’effetto casuale della combinazione che risulta dalla scomposizione della città in epoca di globalizzazione, dove la prossimità conflittuale degli attori della città industriale è sostituita dalla contiguità casuale. In una formula “la città non fa più società” (Donzelot e Jaillet, 2001). Al contrario, le popolazioni più povere appaiono integrate nella città compatta, sia pure in periferia, ma escluse dalla società. Nasce da qui la preoccupazione per una questione urbana, questa volta non direttamente determinata da quella sociale ma con tutta una serie di interdipendenze complesse.

Questa ricostruzione appare interessante ancorché esigente, ed anche in formulazioni recenti (AaVv., 2005) viene rivisitata criticamente e, in particolare, viene interpretata alla luce dello – spesso invocato, ma non sempre ovvio– passaggio alla pluralizzazione del legame sociale5.

Sovente si trovano riferimenti ai legami sociali, a diversi modalità di costituzione del nesso fondativo sociale. Il legame sociale è una costruzione antica ed ambiziosa che risente certo della sua derivazione organicista, concepita sui presupposti funzionali della filosofia morale e della condivisione di identità per strati e ceti. Mentre le osservazioni delle pratiche e l’analisi dei casi reinvia a una molteplicità di scambi dagli aspetti diversi e contraddittori (ivi).

Il legame sociale più d’altri può indicare pratiche non solo diverse, ma conflittuali; e ancor di più, pratiche di dissimulazione, di organizzazione spontanea o rapporti di forza. Il plurale rende opaca – invece d’esaltare– l’effettiva varietà, e al contempo sposta l’attenzione dai rapporti di scambio tra le diverse forme fenomeniche. Il ricorso al plurale è spesso implicito nelle politiche urbane, che introducono in modo un po’ facile un rapporto di sostituzione tra legami “più strutturali” (tipicamente quelli societari, deprecati perché vengono meno); e i legami sociali locali, urbani e di quartiere, che sono chiamati a surroga dei precedenti.

Da qui il rimprovero, condivisibile anche a proposito di altre formule che si diffondono con troppa facilità, del carattere eufemistico dei plurali. E, viceversa, la necessità ancora una volta di ricostruire criticamente la nozione di “legame” nella varietà dei casi. In particolare, senza dimenticare gli elementi forse più importanti in questa prospettiva, cioè conflitti e frizioni da un lato, relazioni translocali dall’altro.

A questo proposito, le politiche per le città sembrano vicine ora a svoltare pagina. La fine dello scorso decennio ha visto la massima diffusione dell’approccio dell’azione locale che, per affrontare il disagio sociale localizzato, prevedeva azioni integrate nei quartieri. I risultati ottenuti sono stati variamente valutati, ed ora il modello è sotto revisione. Gli interventi emblematici della scorsa stagione (per esempio, i programmi comunitari Urban) avevano prodotto esiti perversi: pur migliorando i luoghi, hanno sostenuto la progressiva sostituzione della popolazione originaria. L’assenza di mobilità sociale appare uno dei principali problemi che l’approccio locale non riesce a trattare adeguatamente. Come pure non riesce a trattare in modo efficace i problemi di sicurezza in particolare nelle condizioni dove prevalgono economie informali e forme di legalità “debole”. Ma più in generale le diverse generazioni di politiche urbane, i meriti e i relativi insuccessi, mettono in causa una modalità di costruzione dell’azione pubblica, che da sempre fatica a confrontarsi con i caratteri ambigui del locale.

4. Come cambiano

Che i quartieri cambino, è quasi un’ovvietà, legati come sono ad una popolazione e alle sue dinamiche, da un lato; al posizionamento relativo in un sistema insediativi, dall’altro. Per chi, questi cambiamenti siano rilevanti (Forrest e Kearns, 2001) è un’altra questione.

Una breve rassegna delle difficoltà insegna alcune cautele (Lupton e Power, 2004). La direzione del cambiamento non è ben chiara, soprattutto considerando le diverse situazioni. La polarizzazione e segregazione spaziale di ceti e popolazioni diverse (spesso aggravate da discriminazioni legate alla etnia, alla lingua) caratterizzano la struttura spaziale di tutti i paesi. Anche in situazioni dove la divisione sociale è più marcata della nostra si esita ad indicare coordinate precise; e, nel caso, italiano, il perdurante dualismo territoriale penalizza in particolare le regioni e le città meridionali6.

Eppur si muovono

Le numerose teorie dei cambiamenti dei quartieri (rassegne numerose e studi critici sono apparsi a seguito della diffusione di politiche areali in molti paesi europei) riguardano soprattutto l’evoluzione di una popolazione relativamente stabile; o al contrario, le trasformazioni fisiche effetto di interventi esterni. Nella sostanza, due modelli sono più frequentati: il primo individua degli stadi di sviluppo, quasi sempre correlati a grandi narrazioni e a strategie esplicative monodimensionali (la competizione dei gruppi etnici, secondo Park; il flusso di capitale, secondo la scuola della gentrification); il secondo, modelli causali più o meno complessi (lineari o circolari, eventualmente correlati agli stadi di sviluppo).

Una posizione intermedia raccorda il cambiamento localizzato con le dinamiche socio-economiche del sistema urbano; in particolare, il riflesso di condizioni strutturali come l’accessibilità al mercato del lavoro, la struttura economica e (crescentemente) la discriminazione razziale (Lupton e Power, 2004).

Ma nel complesso, ricordano sempre le due ricercatrici, si sa poco del cambiamento dei quartieri. Salvo ricordare alcune costanti storiche, e cioè il miglioramento nel lungo periodo della posizione assoluta di singoli quartieri, la stabilità delle differenze relative nello stesso periodo, la riduzione delle differenziazioni spaziali fino agli Settanta e una ripresa nel periodo più recente (ivi). Oltre ai pochi, grandi caratteri comuni, ricerche più fini (sempre ricordando la scarsità di dati) segnalano andamenti diversi tra tipi di quartieri simili; l’influenza del posizionamento del sistema socio-territoriale di appartenenza e dei grandi cambiamenti occupazionali e demografici; nonché effetti contraddittori di medesimi cambiamenti in quartieri diversi.

Questa varietà di situazioni contrasta in particolare con la ripresa della povertà urbana. Questo è un fenomeno generale, ma può a volte concentrarsi in aree e quartieri. In un primo momento, negli anni ’90, i nuovi pericoli della esclusione sociale – solo pochi anni dopo la celebrazione dei movimenti e delle istanze partecipative- sono apparsi profondamente iscritti nello spazio della città (Dubet e Lapeyronnie, 1992; Allen, 1998; Oecd, 1998; Magatti, 2007). Questa riflessione ha generato una certa mole di considerazioni causali sul cambiamento delle città attraverso i quartieri7.

Per questa via, una maggior attenzione è stata posta sui rischi di precarietà e fragilità che toccano in generale tutto il corpo sociale. Inoltre, l’immigrazione e le frizioni interculturali ispessiscono i termini del confronto. I modelli di cambiamento dei quartieri risultano allora più complessi e problematici (Briata, 2007); e mescolano soprattutto gli effetti di distinti processi, tra cui la riarticolazione delle scale geografiche della globalizzazione8; e la diversificazione degli stili di vita, sulla quale si interrogano – con diversi intenti – sia gli agenti del marketing che gli studiosi dei processi di individualizzazione (Bauman, 2005).

Inoltre, propone alcuni interrogativi più aperti: alcune delle caratteristiche della contemporaneità -la mobilità, la multi-appartenenza, il ‘supermercato’ delle identità, la disponibilità di diversi ambiti “locali” – incidono certamente sulla idea tradizionale di quartiere. Ma forse pensare che tutte le forme di vita locali e tutti i “locali” siano riformulati dalle pur potenti forze della globalizzazione e dal nostro disincanto postmoderno è pretendere troppo: va riconosciuta una certa “lentezza” alle forme di socialità e a quelle urbane, che non si lasciano facilmente scomporre e riarticolare nonostante l’incedere dei cambiamenti epocali (Beauregard e Haila, 1997).

Periferie: prima o poi…9

L’indebolimento dei legami famigliari, comunitari e nazionali – frutto della modernità ma accelerati dai processi di globalizzazione – sembra richiedere una compensazione nei termini di “azioni collettive comunitarie” per la produzione di beni e servizi e la (ri)costituzione del legame e della coesione sociale.

Alcune formule tipiche del secondo dopoguerra – l’espressione “a macchia d’olio” in italiano; il riferimento al periodo dei “trente glorieuses” in Francia- rendono esplicito il carattere fordista della produzione dello spazio urbano. Il risultato materiale più evidente di quel periodo è la nozione di periferia (Laino, 2003; De Leo, 2005).

Per come è conosciuta in Europa continentale, questa indica una cintura di quartieri compatti, ad alta densità, abitati da ceti medi e proletari, sia operai che impiegatizi. La periferia è un classico prodotto del taylorismo, in termini di standardizzazione, ripetizione e produzione di massa degli edifici. Lo è in un senso anche più profondo: il principio taylorista investe sia la produzione che il consumo della vita quotidiana nelle periferie “moderne”.

La trasformazione dei processi identitari delle classi e dei gruppi sociali è stata legata per tutta la prima modernità a specifici luoghi – quartieri, fabbriche, associazioni…– e a legami di prossimità. La razionalizzazione postfordista scardina la coincidenza tra la prossimità nel processo produttivo e quella residenziale, e apre la prospettiva ad una riarticolazione più vasta della identità sociale10. Questa progressivamente si sposta, come sostiene Harvey, su un asse temporale. La crescita del turismo ne è la manifestazione più evidente; ma il processo di distorsione del nesso tra spazio e coscienza sociale che si apre allora ha portata epocale, che stiamo ancora esplorando. E il turismo tocca tanto i paradisi tropicali che i centri storici.

In questo senso, la periferia non è il contrario del “centro”. Con troppo romanticismo, infatti, si descrive il centro come il luogo che preserva le identità sociali, conciliando storia e modernità; laddove la periferia le negherebbe entrambe. Questo atteggiamento è frequente nella storia urbana, in particolare europea, ma è continuamente ripreso dai decisori, ed è stato recentemente popolarizzato nella figura della renaissance urbana (che facilmente si rintraccia dietro a molte politiche comunitarie). Anche in questo caso si sopravvaluta il significato materiale e simbolico del centro, e la sua qualità; e si sottovaluta per altri versi quello della periferia.

Al contrario, certe periferie – come la banlieue parigina che periodicamente esplode – accomunano condizioni ed esperienze, vissute non di rado sotto il segno della povertà e della discriminazione, in “un luogo di identità forte, un’atmosfera sociale condivisa” (Coppola, 2006): una visione che sarebbe stata condivisa da un grande indagatore della periferia come Pasolini.

Ma sia il centro che la periferia operano in modo debole rispetto alla domanda di senso sociale dei cittadini. È la metropoli nel suo complesso lo sfondo necessario per ricostruire i modi della trasformazione sia dell’uno che dell’altra11. L’idea di periferia dovrebbe rimandare ai limiti dell’agire politico più che a un problema di confini o di compensazioni materiali. Non è (solo) la mancanza di attrezzature, valori formali, qualità fisiche, come lamentano i fautori di politiche urbane dal lato del mattone; è la mancanza di nesso “politico” tra spazi e relazioni sociali che il mattone da solo non può creare (Laino, 2007). Più che al “malessere” di una parte di città rispetto ad un’altra, dovremmo sottolineare la scarsa mobilità sociale e l’esclusione politica. Non a caso, le fondazioni operanti sul tema insistono più sul problema della democrazia (Hilder, 2005; Taylor et al., 2007).

Quindi, sembra difficile al momento parlare di periferie in generale. Anzi, il rischio è che si legittimi un uso strumentale della riqualificazione urbana ancora una volta come strumento anticiclico a favore del settore edilizio. C’è sicuramente in vista un problema di potenziale saldatura tra discriminazione politica, censura culturale, segregazione etnica e povertà, di cui alcune grandi città del mezzogiorno sono forse la vetrina. Nel frattempo, studiare la “sorda routine della vita quotidiana” può dare elementi utili per attivare politiche di convivenza più generali.

Contesti e problemi della ricerca

In definitiva, la ricerca delimita il cambiamento secondo tipi e percorsi che si costruiscono dentro allo spazio di più ampie trasformazioni. Alcuni tipi di cambiamento sono lenti, molecolari, dal basso, caratteri peculiari delle formazioni socio-spaziali italiane: Altre realtà urbane sono sottoposte a cambiamenti più rapidi e più incisivi. Altri ancora sono esito di interventi e politiche più o meno esterni e operati dall’alto. Questo significa non di rado che sono operati in base a presupposti generali o non contestualizzati, non di rado su convinzioni e modelli trasposti da altre premesse o esperienze. Questa non infrequente discrasia sembra costitutiva di molti casi locali, e introduce l’interesse al ruolo della politica e delle politiche come agenti di attivazione del locale. Altri infine, forse i casi più interessanti, risultano dalla combinazione dei due elementi precedenti, secondo modalità che vanno indagate localmente ma che sembrano delineare alcuni percorsi ricorrenti e significativi.

Una mappa provvisoria (tab. 1) caratterizza i casi allo studio secondo due criteri, uno legato ai tipi di cambiamento dei quartieri, il secondo a livelli e problemi sollevati. Più in particolare, le fenomenologie indicate in riga selezionano alcune situazioni ricorrenti – la concentrazione di popolazione sfavorita, la sostituzione di ceti popolari, l’arrivo di nuova popolazione – che sembrano significative ancorché non esaurienti dei percorsi evolutivi dei quartieri. In colonna, sono indicati alcuni ambiti degli spazi urbani contemporanei. Il quartiere – come già introdotto – si articola su riferimenti diversi, sia pur non in via esclusiva, che diventano progressivamente problemi attivati dai modi di cambiamento: come luogo di vicinato e prossimità, per la produzione di identità e appartenenza; come articolazione della città, per la fruizione di spazi pubblici e di servizi comuni; come territorio, per la definizione di opportunità localizzative ed economiche spesso dipendenti dai processi di riarticolazione metropolitana. In questi incroci alcuni dei casi evidenziano la tensione evolutiva degli habitat di quartiere, altri la frizione e il conflitto tra nuovi e concorrenti habitat, prodotti da popolazione nuove o nuove congiunture.

In questa ipotesi, sarà possibile in definitiva disegnare almeno una tipologia qualitativa, riportando i tipi ai grandi processi di ristrutturazione: l’individualizzazione della esperienza quotidiana, la erosione delle routine e delle forme culturali tradizionali, la frizione tra culture e pratiche diverse, spesso sovresposte in modo oppositivo (la nuova “moltitudine”: non solo gli immigranti, ma anche i nuovi ceti narcisisti o gli esclusi dal capitalismo globale); l’articolazione della geografia sociale della città, che premia processi strutturali disgreganti (gentrification, marginalizzazione, diffusione); il gioco della politica e delle politiche che incide fortemente sulla formazione del locale.

Insomma, il lavoro ha lo scopo di discutere se la socialità di quartiere vada erodendosi secondo la grande narrazione dei difetti della città capitalista della globalizzazione; e se davvero le nuove forme di attivazione del basso incidono sulla elaborazione delle forme di convivenza. O se, come è più probabile, i processi strutturali hanno esiti non sempre coerenti, e a volte accentuano i caratteri della individualizzazione (che comunque rimane lo sfondo dominante); a volte consentono la ricostruzione locale di pratiche comuni, la condivisione di significati, la convivenza tra culture, ceti e gruppi diversi. Inoltre, significa discutere alcune categorie operative che tendono a “cannibalizzare” le descrizioni della città, per quella forza insita nella diffusione epidemiologica delle rappresentazioni sociali (ma questa è un’altra storia: Cremaschi, 2007).

E naturalmente, esplorare se il gioco della politica e delle politiche – e la questione non piccola del destino della democrazia – incida e come su queste tendenze.

Tab. 1. Tavola sinottica dei casi studio

Processi di cambiamento per contesti e intensità Ridefinizione del vicinato e delle appartenenze Ridefinizione di servizi e spazi comuni Ridefinizione delle opportunità alla scala metropolitana

Concentrazione di un ceti popolari, marginalità o immigrati

Primavalle (RM)

Via Padova (MI)

Montecalvario (NA)

Progressiva sostituzione della popolazione originaria con ceti benestanti

Torre Maura (RM)

Chiaia (NA)

Porta Ticinese (MI)

S. Lorenzo/ Pigneto (RM)

Crescita per trasferimento di nuovi abitanti

Ladispoli (RM)

Garbagnate (MI)

Giugliano (NA)

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1 I componenti del gruppo di lavoro sono D. Ceccarelli, M. Di Carlo, A. Coppola dell’Università degli Studi di Roma Tre; G. Longo del Politecnico di Milano; M. T. Sepe, D. De Leo e G. Laino dell’Università di Napoli Federico II.

2 Nel noto lavoro di de Certeau, la “privatizzazione” del pubblico è il fondamento della nozione di locale e di resistenza alle logiche sovraordinate. È anche lo spunto per cogliere quanto nel sociale, nei legami, nella convivenza è frutto di una volontà di coesistenza, e non solo l’effetto della pesante desertificazione sociale connessa alle ricomposizioni e ristrutturazione della città contemporanea.

3 Cfr. nel resoconto della Douglas il “magico” riapparire del calzino pulito nel cassetto, dopo il viaggio che dal cesto della biancheria lo ha portato alla lavatrice, e poi al filo da stendere, sul tavolo da stiro, ecc. Uso liberamente immagini suggerite altrove (Marazzi, 1999).

4 Presenti anche nella recente ripresa di temi lefèvriani (Amin e Thrift, 2001).

5 Questa trasformazione grammaticale e generativa viene sempre più spesso associata al noto e più consueto processo – da tempo identificato (Donzelot, 1984) – che dal sostantivo (società, per esempio) ha estratto l’aggettivo (sociale) per poi risostantivizzarlo come “il sociale”. In questo processo si perde un po’ della cosalità originaria, acquisendo nuances costruttivistiche che vengono accentuate ulteriormente dalla successiva trasformazione in plurale (i sociali, i legami sociali).

6 Per questo aspetto, mi sembra ancora valida l’elaborazione predisposta tempo fa per riformulare il disagio abitativo in termini di contesti territoriali differenziati (Tosi, a cura di, 1994).

7 Il cui incrocio con i processi di gentrification conduce a una notevole riarticolazione di questo approccio, e alla ripresa degli elementi di autonoma differenziazione dei gruppi sociali coinvoli (Beauregard, 1990; Butler, 2005; Annunziata 2007).

8 La città a “tre velocità” (Donzelot, 2004), che opera gentrificando, ma anche producendo suburbi e segregazione. Ma anche la città articolata in quattro settori nella nuova economia postfordista: colonie delle elite; suburbi; quartieri popolari; e aree abbandonate (Marcuse e van Kempen, 2000). Con un taglio diverso, ma con alcuni elementi comuni, una descrizione a scala metropolitana individua numerosi e diversi “paesaggi” (Granata e Lanzani, 2006). Pur nei limiti delle generalizzazioni, questi lavori hanno incomune lo sforzo di coniugare processi generali e condizioni specifiche ai contesti.

9 Prodi a caldo paventò la diffusione in Italia delle rivolte nelle periferie francese. A. Dal Lago lo ammonisce su Il manifesto (8 nov. 2005), ricordando il film La Haine, di M. Kassovitz, 1995 (il cui refrain era: jusqu’ici, tout va bien …): “…non perché le nostre periferie siano migliori di quelle francesi. Il fatto è che per il momento sono diverse. Da noi, la povertà è trasversale, annidata nelle famiglie normali che tirano la carretta, sepolta nelle stamberghe dei migranti, non confinata ed etnicizzata negli anelli che circondano le città. Ma questo non significa che domani forme analoghe di conflitto non siano possibili”.

10 Si evidenzia così l’ambigua posizione della nozione di società civile: Jerometta et al. 2005.

11 Tra i lavori dei componenti del gruppo di ricerca, vedi: Lucciarini e Violante, 2007; Di Carlo, 2006.

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