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Palermo: poveri abitanti della grande città europea

Palermo 1presenta tre condizioni particolari la cui coesistenza la distingue da altre metropoli: una rilevantissima domanda debole marginale; una consistente area di famiglie povere a forte rischio; una vasta area di degrado sia edilizio che sociale, distinta tra un grande quartiere centrale e numerose “isole” di povertà e degrado urbano nelle periferie. Come mostrano peraltro numerose esperienze europee, questi non sono problemi specifici della città.

Se Palermo è oggi divenuto un caso esemplare delle strategie di riqualificazione urbana, occorre però che si confronti con il carattere paradigmatico nuovo e con la stratificazione sociale del problema del disagio, come sono stati messi in luce dalla riflessione sulle politiche abitative e urbane in diverse città europee negli ultimi venti anni (2).

Una breve digressione autorizza l’affermazione di una comune problematica europea per le politiche di rinnovo urbano. Negli anni Cinquanta si intravedeva un destino che sembrava avvicinare territori diversi per tradizioni storiche e vincoli geografici, un destino dal quale le città meridionale parevano escluse. La condizione metropolitana costituiva infatti la tendenza conclamata di sviluppo delle città nei paesi a economia avanzata, di mercato o pianificata.

Gli sparsi nuclei parevano destinati non solo ad agglomerarsi, ma addirittura a costituire un organismo (la grande metropoli, la città-regione, ecc.) di rango superiore. L’addensamento fisico pareva inoltre simmetrico ad altri processi sociali che venivano intesi spesso acriticamente intesi in modo positivo: l’omogeneizzazione dei modelli di consumo (la casa, l’auto…), la libertà localizzative delle grandi funzioni (l’ipermercato…), l’organizzazione scientifica della produzione (la grande fabbrica, i centri direzionali, ecc.). I problemi della città del Sud erano misurati dal ritardo rispetto a questo modello.

Già con la fine degli anni Settanta si verifica una “rottura” qualitativa nel processo di sviluppo urbano dei paesi “maturi”. Il modello metropolitano, peraltro solo parzialmente realizzato in Italia, non costituisce da allora l’opzione unica o privilegiata. La condizione urbana appare in tutta Europa frammentaria; l’idea stessa di un modello privilegiato risulta del tutto inattuale. Per certi aspetti ogni città fa un caso a sé; per altri, i nuovi problemi attraversano tutte le realtà, mature o meno.

Il presunto ritardo delle grandi città del Mezzogiorno -se misurato sul vecchio trend metropolitano espansivo- è paradossalmente annullato se commisurato ai problemi urbani.

Infelicemente, l’arretratezza relativa dell’economia e delle garanzie collettive nel nostro mezzogiorno e la lacerazione nei sistemi di welfare e di protezione sociale nei paesi del Nord Europa mostrano molti punti in comune. Nei “comuni destini” delle città europee c’è oggi il rischio di un generalizzato impoverimento; la diffusione di un nuovo “disagio urbano”; e l’emergere di luoghi specifici di concentrazione della povertà urbana. Forse più intenso, forse più radicato e recidivo, il disagio urbano di Palermo (e delle altre città del meridione) non è strutturalmente diverso da quello delle altre città europee.

Su queste tre problematiche, impoverimento, disagio, concentrazione, Palermo ha dunque molto da insegnare, dal lato delle fenomenologie, e molto da imparare dal lato delle politiche dalle altre esperienze europee.

E’ stato affermato che un carattere nuovo della povertà nei paesi avanzati consiste nel suo disporsi al di là della problematica economica come problema di “esclusione sociale” (3). Due aspetti sono inoltre cruciali per analizzare queste nuove forme: la condizione di “rischio” di grandi proporzioni, l’esposizione ad una possibile avvitamento; ed una diversa “natura” delle situazioni di povertà, e del loro rapporto con il resto della società, la condizione di trovarsene fuori, di costituire una popolazione “in sovrannumero”. Già solo in termini di povertà economica, una parte consistente delle famiglie palermitane appare a rischio, sia che il capofamiglia risulti occupato stabilmente o in condizioni lavorative marginali (4).

Ma la letteratura scientifica intende con il tema della povertà un problema più ampio: perdita di relazioni o “disaffiliazione“, generata da processi di precarizzazione delle condizioni lavorative e da processi di fragilizzazione dei legami sociali. In breve, l’approfondirsi della frattura tra chi è “dentro” e chi è “fuori” dalla società.

E Palermo risulta una delle capitali italiane per l’entità della domanda economicamente o socialmente debole, espressione con la quale si indicano sia le categorie sfavorite a basso reddito (per esempio, gli anziani poveri), che la cosiddetta domanda “anomala” (5) espressa da soggetti particolari privi di tutela, sovrapposta ma non sempre direttamente assimilabile a quella originata da povertà (per esempio, gli immigrati, i nomadi, gli occupanti di alloggi abusivi,…).

Infine, la domanda proveniente dall’area dell’estremo disagio abitativo è stata stimata da diversi osservatori in un numero rilevante (6). Comunque definita, Palermo presenta la più alta incidenza percentuale di domanda debole e marginale tra tutte le aree metropolitane; anche in valore assoluto, si situa appena dopo metropoli molto più vaste come Roma, Milano, Torino e Napoli.

Il “disagio urbano” è un termine in voga che si presta a mille fraintendimenti. Non si caratterizza solo per la dimensione fisico-urbanistica, che pure è costitutiva. Nasce dalla mancanza di una dignitosa condizione urbana, un bisogno non meno cruciale della casa, della salute, del lavoro… In un certo senso, è una dimensione abortita del sistema di protezione sociale, riflette una lacuna nella idea di cittadinanza sociale. Diffuso in vaste aree delle città, il disagio dipende, senza coincidervi, con i problemi urbani standard (mancanza di abitazioni, carenze infrastrutturali, scarsa qualità). Il disagio urbano che scopriamo oggi risulta dagli effetti composti di specifiche carenze. Ma l’attuale disagio, a differenza del disagio tradizionale, non deriva dal divario di numero o di prezzo tra case e famiglie (per il quale basterebbe colmare la differenza per risolvere il bisogno) (7). E’ dove i problemi abitativi si legano con quelli sociali, e dove l’esclusione abitativa si lega ad altre forme di esclusione, si manifesta un nuovo disagio.

In questo senso, le nuove politiche urbane in Europa hanno evidenziato che intorno alla problematica abitativa si gioca una partita rilevante per il legame sociale e per la vitalità urbana. La casa riassume in sé le caratteristiche della povertà e del disagio. E’ un elemento decisivo nelle dinamiche di degrado urbano e nei percorsi soggettivi di impoverimento e fragilizzazione. La disponibilità di un alloggio è spesso il crinale tra appartenenza ed esclusione. E’ questo è l’aspetto “politico” (nel senso pieno della civis) che è stato trascurato nelle politiche urbane trascorse e di cui sono (speriamo di poter dire sono stati) esempi critici i quartieri periferici, a Palermo come a Napoli: chi controlla l’accesso alla casa regola un meccanismo delicato di sicurezza individuale e coesione sociale. Tanto è vero che gli interessi speculativi si intrecciano sovente con la criminalità organizzata e si avvantaggiano della precarietà di intere comunità. La somma di distorsioni e illegalità nel mercato abitativo ha condotto a un accumulo impressionante di fenomeni di degrado, di abbandono, di cui l’edilizia o le occupazioni “abusive” sono un aspetto. Quando questi lasciti si intrecciano con situazioni di forte povertà e marginalità si creano dunque situazioni esplosive, o semplicemente territori “fuori controllo”.

La concentrazione del disagio è il tema più dolente, per Palermo, e più sensibile anche nelle esperienze europee (8). Il concatenarsi dei fattori di povertà, degrado, esclusione giunge a creare -o contribuisce a mantenere- una frattura gravissima nel corpo della società locale. Non è un caso che i quartieri a forte segregazione sociale siano più frequenti nelle città del Mezzogiorno che non altrove, in Italia, e che quindi alla gravità della condizione abitativa si sommino penalizzazioni in termini di povertà economica, di esclusione sociale, e limiti frapposti al diritto di cittadinanza.

Si sostiene che nel Centro storico si concentrino le situazioni di estremo disagio sociale e di degrado urbanistico. Ma oltre al centro storico vanno considerati an­che i borghi sto­rici, che mostrano forse situazioni meno clamorose ma certo non meno difficili per chi vi abita (9). In realtà, andrebbero considerate diverse tipologie di degrado ambientale: borgate e quartieri pubblici, lottizzazioni speculative e nuclei storici in degrado, che presentano sovente problemi simili.

Forse uno dei caratteri specifici di Palermo sono proprio queste varianti di quelle che in Europa sono chiamate -un po’ genericamente- le aree urbane “in crisi”.

Palermo può diventare il banco di prova di un modello diverso di politiche urbane: non solo più stringenti, non solo più efficaci, ma orientate ad integrare nell’azione di riqualificazione urbana il complesso delle finalità sociali ed economiche, civiche e urbanistiche.

Infatti, non sarebbe bene illudersi che l’avvio del processo di riqualificazione contenga da solo le risposte ai problemi storici della città; in realtà, pone numerose nuove sfide. Per esempio, oltre il 70% degli im­mobili del centro sto­rico richiederebbero in­terventi di ristruttura­zione e/o sostituzione.

Se i pur auspicabili processi di recupero si avviassero senza un approccio integrato in senso proprio, la si­tuazione della popola­zione più povera potrebbe addirittura peggiorare. Il recupero dei manufatti andrebbe a indebolire il tessuto delle attività residue presenti nel centro e nei borghi storici. La partita della riqualificazione si gioca anche su questo terreno difficile.

Forse è possibile che a partire dal lavoro di Palermo, e di altre città nel meridione, si apra una riflessione più ampia che sarebbe di particolare attualità ora che le politiche abitative nazionali sembrano dichiaratamente inadeguate e in cerca di riformulazione: è probabilmente necessaria una fase di sperimentazione che, come nel secondo dopoguerra, chiami le amministrazioni locali a un ruolo innovativo e di anticipazione sul quadro nazionale. Forse non è fuori luogo chiedersi addirittura se le città non debbano costituire nei prossimi anni l’oggetto prioritario di una riflessione, se non addirittura di un intervento straordinario.

1 Pubblicato su Quaderni di Architettura ??

2 Questa riflessione nasce dagli studi redatti da chi scrive e da M. Marino e A. Tosi finalizzati alla proposta contenuta in L’Agenzia per la casa per il comune di Palermo, Priorità, finalità sociali, alternative organizzative, Palermo, 1995.

3 A. Tosi, “La casa, un problema di povertà”, in Urbanistica 102, 1994.

4 Secondo stime ormai non più tanto recenti, la fascia di gravissima indi­genza riguarda a Palermo quasi 90 mila persone; ma nel complesso, i poveri sono va­lutati in circa 220 mila. Cfr. G. Ingrassia, a cura di, Indagine campionaria sui principali aspetti socio-economici della cittˆ di Palermo con particolare riferimento alla povertˆ economica, Palermo, 1988.

5 Si tratta di oltre 30 mila unità, per due terzi composta da anziani poveri e da extracomunitari. Cfr. anche D. Gruttadauria, a cura di, Domanda marginale nel sistema residenziale di Palermo, Rapporto di ricerca per il Comune di Palermo, marzo 1994.

6 Per queste notizie, cfr. M. Marino, Progetto operativo per l’Agenzia sociale per la Casa, Comune di Palermo, sett. 1997.

7 M. Cremaschi “Disagio abitativo e esclusione sociale”, in, a cura di A. Tosi, La casa: il rischio e l’esclusione, Angeli, Milano, 1994, pp. 76- 148.

8 Per tutti, valgano come riferimento: C. Jacquier, Voyage dans dix quartiers européens en crise, Paris, l’Harmattan, 1991; P. Lawless, “Social Integration and new Urban Activities, The Improvement of the Built Environment and Social Integration in Cities”, Berlin, 9-11 oct, 1991, European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions,. Luxembourg 1992; P. Lawless, “Regeneration in Sheffield, from radical intervention to Partnership”, in D. Judd, M. Parkinson, a cura di, Leadership and Urban Regeneration, Sage, Newbury Park, 1990,.

9 M. Marino in L’Agenzia per la casa…, cit.

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