A sample text widget

Etiam pulvinar consectetur dolor sed malesuada. Ut convallis euismod dolor nec pretium. Nunc ut tristique massa.

Nam sodales mi vitae dolor ullamcorper et vulputate enim accumsan. Morbi orci magna, tincidunt vitae molestie nec, molestie at mi. Nulla nulla lorem, suscipit in posuere in, interdum non magna.

Agir: il manifesto per la città

Sebbene le periferie rispecchino le crescenti differenze della società, non mostrano più un’opposizione gerarchica e verticale con il centro, se si intende questo come la sede del potere e della ricchezza.
Mentre una volta la città poteva venire rappresentata tramite un sistema piramidale, alla cui base si trovava la periferia e il centro era posto al vertice, oggi il sistema è mutato ed è diventato (un po’) più orizzontale e piatto.
Le periferie accolgono ora al loro interno persone e ceti estremamente diversi, e sono soggette a cambiamenti costanti. Non si definiscono per opposizione ad un potere economico e politico, ma per espressione di aggregazioni e preferenze diverse. Le periferie rispecchiano in grande misura la varietà più generale della società, e sono espressione di questa più di quanto non siano in opposizione con il centro.
Questo ci porta a parlare non più di periferia, ma di periferie al plurale, e più precisamente, di periferie come non tanto l’“opposto”, quanto il “rovescio” della città.
La metafora del rovescio rimanda al permanere di un nesso problematico, che si caratterizza piuttosto per la metamorfosi che per l’opposizione. I quartieri ‘esterni’ sono dunque il luogo del cambiamento evolutivo –spesso della metamorfosi in qualcosa di altro, a volte semplicemente della erosione- del rapporto tra spazi e città, delle forme di cittadinanza moderna.
Se questo è vero, l’interpretazione delle periferie non rimanda tanto alla geografia, alla localizzazione o ai perimetri, come certa ricerca urbana ha teso a privilegiare nella costruzione analitica di modelli e stadi dell’evoluzione urbana; e forse neppure al tipo di problemi, malesseri e luoghi dall’altro, come è stato al centro di certa ricerca sociale sull’indebolimento progressivo dei legami e della coesione sociale, certo più gravi ma non esclusivi nelle zone periferiche.
Questa idea di capacitazione trova oggi molti sostenitori, ma era già presente nella definizione di ‘diritto alla città’ di Henri Lefebvre. In quel famoso lavoro, sia detto di passaggio, figurava al centro della dimensione della città la possibilità di aver accesso a degli opposti: l’individualità e l’associazione, la privacy e l’abitare insieme… Ma figurava soprattutto il diritto all’opera, termine utilizzato anche dalla Arendt, alla capacità cioè di ‘partecipare a’ (e di fruire in modo attivo de) la costruzione della città.
Da qui è l’aggancio sulla riflessione delle politiche per le periferie: che siano in grado di capacitare piuttosto che di ordinare; di estendere la possibilità di fruire –nel senso detto prima- e di ricostruire i beni comuni che la città offre.

“Agir pour les villes et le territoire”, Ufficio culturale dell’Ambasciata di Francia-BCLA; Ordine degli Architetti, Pianificatori Paesaggisti Conservatori di Roma, maggio 2008.

Comments are closed.