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Convivenza, identità e immaginazione: note su una difficile congiunzione a partire da alcune questioni emergenti negli studi urbani

…he said that the world could only be known
as it existed in men’s hearts.
For while it seemed a place which contained men
it was in reality a place contained within them …
Cormac Mc Carthy, The crossing, 1994:134

Apparso su: Scritti di Gruppo, rivista online

C’è un’indubbia ripresa di studi sul legame sociale e la ‘convivenza’ in città che vantano tra l’altro un rapido successo anche editoriale. Sempre più spesso si incontrano riferimenti alla comunità, al quartiere, alla periferia, a volte in modo fuorviante, senza prendersi cura dell’immaginario che connota queste nozioni come metafore ‘morte’, non più in grado rivelare i significati di cui sono intessute.

Per questa ripresa di interesse, come pure per il frettoloso ardore nel trattarli, sono disponibili molte giustificazioni: preoccupano la dispersione e il gigantismo metropolitano, gli incidenti e le rivolte, come pure e a buon titolo i fallimenti delle iniziative urbane. Ma ci sono probabilmente delle ragioni più profonde, legate alle trasformazioni in corso del legame sociale e del fatto urbano; e, contemporaneamente, al cambiamento (francamente, non molto ordinato) degli approcci disciplinari. Queste ragioni sono evidenti, in particolare, nell’ambito in cui opera chi scrive, quello della pianificazione applicata allo spazio fisico (in Italia spesso definita urbanistica tout-court), e più in generale degli studi urbani.

“Scritti di Gruppo” Rivista on line dell’Iagp.it

Questo cambiamento è chiamato in causa da Viviana Fini nel saggio che accosta su piani paralleli la lettura della città, delle dinamiche di convivenza e del percorso disciplinare di quell’area di sapere ‘esperto’ indicata, sia pure in modo ambivalente, dalla dizione di urbanistica.

Concordo in linea di massima sulle direzioni prese dal suo scritto per ricostruire la dinamica del progetto scientifico della pianificazione, e mi sembra utile riprendere in particolare due riferimenti:

a) il primo riguarda la critica al modello di razionalità ‘standard’ (nel nostro settore disciplinare, la più completa ricostruzione è frutto del lavoro di Palermo 1981), e la conseguente riammissione di una nozione ampia di ragione che recupera gli elementi sociali ed emozionali (un’esplorazione disciplinare su questi terreni in: Belli 2004); una critica che ha avuto peraltro un ruolo fertile nella costruzione della conoscenza dei fatti urbani nella forma -non sempre esplicita, né riconosciuta- dell’immaginario urbanistico (Dematteis 1981; Cremaschi 2006), che talvolta ha saputo riconoscere in modo esplicito una matrice costruttivista (Crosta 1995). Più in generale, l’aspetto ‘creativo’ e progettuale della disciplina da sempre si è posto confusamente in alternativa all’aspirazione scientista, sia pure oscillando ambiguamente tra pratiche fertili di ‘ascolto’ delle situazioni e l’ossequio formale ai linguaggi estetici (spesso declinati a loro volta in termini scientisti, sul modello delle teorie che guidano la percezione delle forme);

b) il secondo riferimento utile riguarda la problematizzazione del rapporto con la domanda sociale (Tosi 1994; Crosta 1998) che dovrebbe dare senso all’azione del pianificatore nella ridefinizione dell’azione pubblica postwelfarista. Riguardo a quest’ultimo punto, c’è però da fare una precisione. L’area occupata dalle pratiche di trasformazione del territorio è ibrida, ed è percorsa da molti attori variamente titolati a trattarla a partire da principi di potere, sapere e legittimità formale. In altre parole, urbanistica e politica condividono la stessa ambiguità di fronte alla formazione delle volontà comuni e dei comportamenti condivisi. E’ un campo di pratiche molto conflittuale e segnato dalla storicità della evoluzione sociale, e mai interamente ridotto a schemi funzionali. La riflessione sulle procedure cognitive suggerita da Fini aiuta sicuramente a ripensare l’orientamento dei professionisti (per una quadro delle pratiche di governo del territorio: Palermo 2004) e comunque degli operatori intenzionali, ma non può risolvere interamente una prassi che coinvolge aspetti politici e ‘strategici’, dove conoscenza e azione sono legati nei processi (non sempre intenzionali) della interazione sociale.

Nonostante i progressi registrati in questa direzione, non è facile trattare i problemi urbani a partire da queste due premesse. L’obbiettivo che si pone la frontiera della disciplina è la costruzione di politiche pubbliche locali che vengano consapevolmente indirizzate a configurazioni di attori concreti e a problemi specifici, e siano capaci, al tempo stesso, di sollecitare processi di apprendimento, aggredire i nodi problematici, e rendere espliciti le possibilità e i vincoli esogeni. Che tutto questo sia oggetto di una pratica professionale, è per lo meno dubbio; che siano preferite misure politiche più spicce e congeniali alla attuale organizzazione amministrativa, è abbastanza evidente; che prevalgano, infine, percorsi legati al progetto tradizionale architettonico capaci di evocare (se non di realizzare) processi più creativi, includenti, provocatori, è sempre possibile. Insomma, la pratica urbanistica così configurata è un’attività pubblica piena di incertezze, che si svolge in un contesto politico e plurale, dove le aspettative di intervento sono probabilmente destinate a rimanere aperte.

Inoltre, è stata denunciata di recente non tanto l’alterità delle domande, quanto al contrario l’afasia del pubblico, che costituisce un problema vincolante -ma esogeno- alla pratica (non solo professione, dunque) dell’urbanistica, sia nello specifico dell’agire sullo spazio fisico (Bianchetti 2008), che in generale della costruzione delle politiche per la città e il territorio (che si fanno più complesse e indirette: Cremaschi 2005).

Con queste cautele, provo qui a proporre delle riflessioni che sto conducendo in alcune ricerche presso il Dipartimento di Studi Urbani di Roma Tre e in occasione di scambi con altri centri. Affronto dei problemi che la (mia) ricerca non ha ancora adeguatamente risolto – delle domande piuttosto che delle risposte- anche questo in sintonia con le sollecitazioni provenienti dallo scritto di Fini. Un primo punto riguarda il tema storico del quartiere, un tradizionale ancorché problematico punto di contatto tra le scienze sociali e le discipline progettuali; utilizzato prevalentemente in chiave funzionalista, viene oggi problematizzato dal punto di vista delle pratiche di convivenza.

Un secondo tema -più generale- riprende la questione della convivenza tra culture diverse in città, e rielabora l’astratta nozione di coesione sociale a partire dai processi concreti di reciproca rappresentazione dei gruppi sociali.

Infine, l’ultima questione tocca l’interpretazione del significato delle forme che, a seconda di come vengano trattate, investono problemi di identità sociale o di estetica, altro punto controverso di contatto tra interpretazione e progetti.

Tre temi –convivenza, identità e immaginazione- diventati centrali nelle discipline progettuali una volta passata la stagione empirista e strutturalista; e imposti dalle nuove condizioni di azione territoriale delle società postindustriali. Ma certo temi non ancora interamente riconosciuti e ammessi nella consapevolezza disciplinare.

Dopo la felice stagione di studi tra gli anni ’30 e i ’50, il quartiere è stato liquidato come uno strumento concettuale non più adeguato a interpretare la formazione della identità sociali. Il quartiere è sempre apparso come una dimensione incerta, a mezza via tra i legami interpersonali (le interazioni sociali, le pratiche); e il legame sociale nel suo insieme (le classi, il conflitto). Viceversa, il quartiere invita, come afferma Gans (2002), a concentrarsi sui “pochi ma importanti modi in cui lo spazio naturale influenza la vita sociale e le collettività; e sugli innumerevoli modi in cui le collettività trasformano lo spazio naturale in spazio sociale, e ne modellano gli usi” (pp. 329).

Nell’uso pratico, nelle politiche urbane, la nozione di quartiere è ancora più povera. Un quartiere è solo un insieme di issues ed elementi, concentrati spazialmente, con confini geografici ben definiti. Ma anche concettualmente la nozione di quartiere è incerta, una “scatola nera” (Germain 2005) di cui poco si conosce. Nelle scienze sociali, la definizione corrente oscilla tra due riferimenti principali: da un lato, l’idea di sottocomunità e di omogeneità culturale; dall’altro, sulla scia di Wirth, lo nozione di aggregato fisico e di concentrazione. Questa doppia rappresentazione è stata spesso criticata con riferimento soprattutto ai quartieri socialmente omogenei, ai quartieri operai in particolare: la coesione di classe (Ellen e Turner 1997) è insufficiente a garantire l’omogeneità sociale (per esempio, dialetto, nazionalità, religione dividono più di quanto la classe unisca); la dimensione locale (Blokland, 2001) non offre i requisiti organizzativi necessari ad alimentare l’azione collettiva. In particolare, le modalità di appartenenza famigliari, di gruppo o classe sono più spesso trans-locali, e sostengono reti molto più strutturate.

La recente riscoperta del ‘quartiere’ dà frettolosamente per scontato lo svolgimento ‘naturale’ del processo di socializzazione: l’apprendimento dei ruoli intermedi tra famiglia e lavoro è avvenuta storicamente per strada, in piccole comunità (come riscoprono gli architetti neo-romantici) ma anche nelle rivendicazioni per i servizi urbani. Queste esperienze erano prossime ai canali che conducevano all’integrazione lavorativa. Questi due percorsi sono interrotti nelle città contemporanea, e sono alla origine della crisi che porta a concludere ‘la città non fa società’ (Donzelot 2006).

La ricerca che stiamo svolgendo (Cremaschi 2007) riguarda il modo in cui ‘funziona’ la convivenza locale. L’ipotesi che scartiamo (perché superata già da 50 anni come dimostra la sociologia urbana, che peraltro a ciò si è fermata) è che sia una comunità, cioè una qualche forma di legame sociale retto da confini (sociali e non) e riti comuni. Una comunità rimanda a fondazioni, legami naturali, associazioni, tutti elementi che nella società ‘liquida’ non si ritrovano facilmente. E che soprattutto tendono a svanire nella condizione di accelerata mobilità spaziale e sociale tipica della contemporaneità. Inoltre, la nozione di comunità rimanda a un’idea di ordine che non dà adeguato spazio alle dimensioni “eventuali”, cioè dipendenti dal caso e dagli accadimenti. Sono in particolare queste ultime che mettono in gioco la capacità dei soggetti di elaborare riflessivamente il loro ruolo e contributo alla situazione nella quale si trovano ad operare. Sintetizzo in breve tre temi che mi sembrano importanti per la ridefinizione del quartiere come dimensione della azione e della convivenza:

  • il quartiere appare nella città contemporanea come un’intrapresa comune che avviene (o non avviene) nel contesto procelloso delle trasformazioni metropolitane. Non è facile definire l’intrapresa. Facciamo riferimento almeno in parte alle comunità di pratica, ma sappiamo che è un riferimento parzialmente inadatto ad una competenza vaga come quella dell’abitare in prossimità. Questo genere di attività è infatti tanto comune, quanto occasionale;

  • in questa intrapresa appare centrale la dimensione pratica della socialità, che con un salto argomentativo potremmo definire l’esercizio del ‘civile rispetto’. Il rispetto reciproco porta talvolta, ma non sempre, al riconoscimento di valori, spazi, azioni e identità comuni. Quello che sappiamo è che senza il rispetto e la gestione civile della prossimità non avvengono (alla scala del quartiere) le forme più ricche di coinvolgimento. Che si danno comunque anche a scala non di quartiere;

  • infine, la pratica locale della società si incrocia con un’organizzazione sociale e statuale della dimensione collettiva in modi ampi e complessi, che nuovamente non approfondiamo in questa sede. Basi dire, come avvertenza che l’aspettativa diffusa di un prius logico tra società e stato, tra convivenza e politiche, confonde un po’ il quadro interpretativo. Questo legame necessario è -a seconda dei punti di vista- declinato in modo positivo o negativo. Ma questa opposizione tende ad esagerare: la società civile è robusta indipendentemente dalle politiche; oppure la contrario è disfatta e disaggregata. Lo stato schiaccia i legami sociali e li annulla; o al contrario consente di ricostruirli pazientemente in un lavoro omeopatico.

Quello che abbiamo incontrato finora nella ricerca in corso è abbastanza lontano dalle tradizionali immagini oppositive. Società civile, residui comunitari, spezzoni di politica e di politiche, attivismo politico e comunitarismo di propinquità, sembrano molto più con-fusi di quanto si voglia descrivere. Questo non toglie che ci siano dinamiche e attori più potenti, che è però importante collocare nel flusso e nella rete di relazione specifica a ciascun contesto.

Quindi, in definitiva, la definizione di convivenza è un po’ labile, ma fertile. Si basa sulla capacità degli abitanti di stabilire modi di reciproca accettazione e sulla evoluzione di questi modi nel tempo e sul loro eventualmente radicamento. Si tratta al tempo stesso di codici, pratiche, arti di fare, come pure conflitti e vicende, spesso tanto intrecciati che riesce difficile descriverli in astratto.

La riflessione precedente è però importante perché di recente –a partire almeno dagli anni ’80- è avvenuto un ritorno alla città molto celebrato. Interi settori economici e pratici si sono trasformati: il mercato edilizio, per esempio, ha colto le opportunità di marketing offerte da alcuni modi di abitare. In pochissimo tempo, rispetto alla inerzia precedente, interi quartieri (centri storici e villaggi tradizionali in Europa, negli Usa la vicenda è stata un po’ diversa) sono stati ‘gentrificati’, occupati cioè da un nuovo ceto medio-alto fortemente sensibile all’aspetto simbolico-culturale anche nella scelta residenziale. Questo processo può essere esemplificato in vario modo, e alcuni aspetti socialmente cruciali sono connessi al processo di sostituzione ed espulsione della popolazione precedente. In questa occasione, però, vogliamo toccare delle questioni emergenti che riguardano la convivenza urbana e sono riproposte da riflessioni sulla natura della ‘urbanità’.

I quartieri nuovi, o trasformati da developers e gentrifiers, propongono una nuova idea di urbanità, fatta di stili di consumo, rapporto con il lavoro, identità culturale. In questo contesto, ha assunto un certo peso la versione ideologica della riscoperta delle identità dei luoghi: centri storici, piazze affollate, quartieri operai. Un nuovo romanticismo celebra i quartieri urbani come il luogo che preserva le identità sociali, e concilia storia e modernità; laddove sobborghi o periferia li negherebbero entrambi. Questo atteggiamento non è raro nella storia urbana, in particolare europea, ma si ritrova facilmente in operazioni e movimenti diversi come la renaissance urbana, le politiche urbane della UE, il new urbanism.

Le identità collettive tradizionali si dissolvono, e la formazione di nuove è incerta. Anche l’identità sociale attribuita a luoghi –quartieri e città – viene ridefinita. Gli stessi spazi urbani non appaiono più definiti per sempre, scritti nella pietra; al contrario, risultano mutevoli per natura: piuttosto che essere degli spazi, “diventano” progressivamente dei luoghi. E’ interessante anche il processo inverso (Blokland 2001) che dalla costruzione sociale del luogo conduce alla formazione delle identità sociali. In un’epoca di migrazioni e identità liquide, il riferimento a spazi e riferimenti comuni contribuisce al reciproco adattamento di nuove popolazioni e vecchi simboli.

Quale forme assume la coesione della società locale in queste trasformazioni? La coesione sociale e la formazione delle identità sono altri esempi di problemi tradizionalmente affrontati in chiave funzionalista che oggi godono di una certa riconsiderazione in termine interazionisti e costruttivisti. Il timore prevalente è per la sparizione o la ‘frattura’ (anche spaziale) della coesione sociale (Donzelot 2006), in una società individualizzata e carente di processi di integrazione. Ma anche la nozione di integrazione in ambito urbano va rivista. Assumere che le la prossimità spaziale produca direttamente integrazione sociale non sarebbe corretto. L’integrazione che si produce in ambito urbano è a sua volta il risultato di un processo eventuale, di un apprendimento di modi e arti della convivenza, di scambio e ridefinizione delle rispettive identità (Tosi, in Cottino 2003).

Al centro di questa ripresa è posta la nozione di pratica. Le “pratiche” non sono sola routine, bensì una forma dell’agire collettivo che “funziona” per l’attivismo di chi vi prende parte. Anche in questo caso, si trova che la coesione locale è frutto di processi di elaborazione collettiva che risentono dell’intreccio di storie individuali, dei frangenti storici e degli ‘investimenti personali’ (il processo di attivazione) che rendono disponibili risorse e beni comuni. Come sempre in questi giochi, le finalità dei diversi attori non sono necessariamente condivise, anticipate o concordate.

Attraverso lo studio delle pratiche si può affrontare anche la formazione delle identità sociale. L’identità dei luoghi è un prodotto sociale, che si costruisce iterativamente. La “concentrazione” e i “confini” sono due tipiche nozioni “costruite” dagli abitanti in un processo di elaborazione collettiva. Queste identità sono un prodotto vulnerabile, ma resistente: a mutamenti, ricostruzioni, falsificazioni, all’omogeneizzazione strisciante della globalizzazione culturale, alle impossibili fondazioni delle dottrine che proclamano un ‘autentico’ storico (e come conseguenza ne minano dall’interno la permanenza).

Infine, il terzo tema che propongo nasce proprio dal processo di costruzione delle identità sociali e dei luoghi. Più in generale, riguarda l’immagine (pubblica) delle città e dei luoghi, il significato cioè che le forme fisiche assumono nei processi di attivazione.

Gli studi urbani recenti leggono la crisi della città come una manifestazione della crisi della modernità. La trasformazione dei processi identitari delle classi e dei gruppi sociali è stata legata per tutta la prima modernità a specifici luoghi – quartieri, fabbriche, associazioni…– e a legami di prossimità. La razionalizzazione postfordista scardina la coincidenza tra la prossimità nel processo produttivo e quella residenziale, e apre la prospettiva ad una riarticolazione più vasta della identità sociale. Questi sono però dislocati dal rescaling della società contemporanea. che possono essere locali, basati sulla prossimità; o transcalari, legati ai flussi. Dal punto di vista degli users, alcuni tipi sociali – i cosmopoliti – risultano in grado di approfittare di queste nuove opportunità; altri, meno mobili e flessibili, sono al contrario penalizzati.

Questa si sposta progressivamente (come sostiene D. Harvey: 2002) su un asse temporale. La crescita del turismo globale ne è la manifestazione più evidente. Il turismo tocca tanto i paradisi tropicali che i centri storici. Il viaggio recupera nel tempo della vacanza la perdita di senso dello spazio di vita quotidiana. La distorsione del nesso tra spazio e coscienza sociale ha portata epocale, che stiamo ancora esplorando.

La ricerca urbana ha toccato in parte questo tema, ma sembra più attratta dalle interpretazioni epocali del cambiamento (come testimoniano gli sforzi di dare dei modelli alla città globale, postmoderna, creativa ecc.). In queste riflessioni, la costruzione delle identità individuali appare influenzata soprattutto da processi globali. Ma la narrativa della crisi urbana – nella sua forma attuale – eccede in “superlativi”, rendendo un cattivo servizio all’impresa critica della ricerca urbana (Beauregard, 2003), e appare viziata da eccessi di drammatizzazione e di pretesa generalista.

Nulla di più lontano dal pensiero del movimento moderno. L’estetica del funzionalismo in architettura aveva cercato volenterosamente di cancellare i rituali che velano il potere: la città moderna doveva rivelare, non nascondere, la dura essenza del ruolo e delle gerarchie. Questo strategia culturale non ha avuto successo: non solo il potere non si assoggetta alla pura forma degli architetti, ma nuovi rituali tendono sempre a ricrescere. La città postmoderna gioca con questi nuovi significati e riti in modo cinico, a volte mistificante. Ma il problema del senso rimane intatto, sia sotto l’ansia purificatrice dei razionalisti che nel gioco estetizzante dei postmoderni.

In un recente inusuale resoconto, si recupera un episodio importante nella maturazione civile di questo paese, che riprendo qui per esteso (Susani 2008). Dopo il tragico terremoto del Belice, i tecnici della ricostruzione hanno un’ambizione: dare un carattere diverso ai nuovi insediamenti, più egualitario e progressista. Lo fanno, però, in modo tecnocratico e astratto, in coerenza con i sapere e i presupposti dell’epoca. Il manuale predisposto con buona volontà per l’occasione recitava: “ il carattere unitario dei nuovi insediamenti è dato dalla volontà di coinvolgere direttamente tutte le residenze in rapporti diretti e molteplici con le attrezzature pubbliche eliminando distinzioni di centro e periferia, fra luoghi di maggiore e minore interesse, e quindi di maggiore o minore peso sociale”. La città di Gibellina nuova esemplificherebbe questa utopia.

Invece, commenta l’autrice, “l’idea della totale democratizzazione del tessuto urbano è ingenua e affascinante. Eppure l’effetto non è buono. Amiamo le città antiche, ci è facile leggere negli incastellamenti, nei palazzi signorili, nelle piazze, le strutture di potere. Le città antiche sono trasparenti, rappresentano il proprio senso, e in più ti mostrano potere ormai morto, schiavitù sconfitte. Le città antiche ti fanno sentire forte, sopravvissuto e dunque vincitore” (ivi, 41-42).

L’episodio rivela come i significati sono posti in relazione sempre mediata con i luoghi, addirittura capovolta. La forme del potere di un tempo possono paradossalmente prestarsi ad una esperienza emancipatrice.

Il timore spesso paventato è che ogni nuovo intervento sia però fagocitato dai sistemi di identificazione che il mercato elabora per le nuove popolazioni di consumatori: i centri storici ricostruiti, i waterfront, i nuovi quartieri satellite non ricreano la città integrata, anzi perpetuano i nuovi principi di diseguaglianza e segregazione. La città perde forma, confini, significato: si riprende i caratteri di autonomia e naturalità che il modernismo cercava di irreggimentare. La rappresentazione uniforme del consumo sostituisce la gerarchia delle forme che rispondeva alla celebrazione del potere.

Eppure, la lettura dei significati sociali delle forme fisiche è sempre negoziata, un campo in continua ricostruzione. La capacità delle élite di egemonizzare il consenso ed elaborare i ‘concetti spaziali’ appropriati alle strategie urbane fa da pendant alla resistenza degli abitanti, alla loro capacità di riproporre usi imprevisti (Cottino 2003). La produzione dei nuovi concetti spaziali -lungi dall’essere espressione di un puro esercizio di potere- risponde al gioco di pratiche conflittuali. A questo titolo, l’immaginario sociale rientra nel raggio di azione degli studi urbani, un materiale esile intorno al quale sembrerebbe utile coagulare un programma di ricerca che stabilisca un ponte tra la narrativa storica e la formazione locale delle identità.

Questi temi si propongono in modo prepotente a chi si accosta oggi ai problemi sociali di una città che non ha più la ‘forma’ ordinata, a volte crudele ma comprensibile, della città moderna; come pure a chi si trova a dover operare in queste condizioni, e provvisoriamente dare risposte a domande non sempre formulate pur non disponendo di fondamenta certe. Per esempio, a chi deve affrontare problemi pratici, come l’ideazione o gestione di nuovi quartieri pensati per popolazioni eterogenee – dai modi di vita mobili, più liberi e più precari –rispetto al lavoro e al consumo.

Non mi nascondo che queste pagine sollevano senza risolverlo un problema ampio che riguarda la natura della nuova urbanità che si sta generando. Si tratta di un campo di ricerca importante, un po’ trascurato dal mio ambito di studi, che forse potrebbe giovarsi da incontri con altre discipline, ma che già presenta –mi sembra- più di una consonanza con le riflessioni proposte in questa occasione.

Riferimenti bibliografici

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