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	<title>Trame urbane/Urban Plots &#187; teorie</title>
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	<description>Come cambiano città e politiche? How do cities and policies change? spunti dalla ricerca di Marco Cremaschi</description>
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		<title>Il coinvolgimento degli abitanti nei processi decisionali</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Oct 2009 13:27:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[La pianificazione del liberismo]]></category>
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		<description><![CDATA[“Il coinvolgimento degli abitanti nei processi decisionali”, in Progettazione Urbanistica, di P. Colarossi e A. P. Latini, Il sole 24ore, Roma, 2008.
 
Coinvolgimento

<p>Il tema del coinvolgimento può essere articolato in più modi. Anzi la varietà dei metodi è una delle caratteristiche che maggiormente colpiscono in questo ambito. La varietà di metodi corrisponde però a una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<address>“Il coinvolgimento degli abitanti nei processi decisionali”, in Progettazione Urbanistica, di P. Colarossi e A. P. Latini, Il sole 24ore, Roma, 2008.</address>
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<address><a href="http://cremaschi.dipsu.it/files/2009/10/Il-coinvolgimento-degli-abitanti-in-Colarossi-Latini-2007.pdf">Coinvolgimento</a><br />
</address>
<p>Il tema del coinvolgimento può essere articolato in più modi. Anzi la varietà dei metodi è una delle caratteristiche che maggiormente colpiscono in questo ambito. La varietà di metodi corrisponde però a una varietà di problemi e finalità, a seconda se i fini sia sostanzialmente pragmatici, se l’ambizione sia invece di riformulazione politica del processo decisionale, o se ancora si intendano affrontare i complessi nodi teorici sottostanti. Nel seguito sono distinti quattro livelli secondo il tema prevalente nell’ordine di specificità rispetto all’attuazione delle azioni urbanistiche: rendere pubblico lo “sguardo” che produce le informazioni su cui si formano le decisioni, cioè comuinicare con un pubblico ideale; strutturare l’ascolto con attori concreti, valutare le alternative e definire i programmi mediando tra preferenze diverse; procedere alla realizzazione degli interventi e dunque (inter)agire. Comunicare, ascoltare, mediare, agire: riassumere in questi quattro capitoli le operazioni di coinvolgimento è in qualche misura un’operazione dettata dalle finalità pratiche e dai limiti di una presentazione sintetica quale la presente. Ma in parte corrisponde anche ad una gradazione di livelli progressivi di partecipazione che è bene discutere criticamente prima di procedere.</p>
<p>Secondo un’abitudine radicata, infatti, si assume che la partecipazione degli abitanti all’elaborazione delle decisioni urbanistiche avvenga per livelli progressivi: gli abitanti possono essere oggetto di semplici comunicazioni, possono partecipare a dibattiti esprimendo un’opinione, oppure prendono parte nei processi di consultazione che conducono alla formulazione di progetti, possono esprimere le proprie preferenze tra alternative già stabilite o talvolta collaborare alla formulazione delle alternative stesse. In una scala ideale, si va dunque dal coinvolgimento in forma passiva nel primo caso; ad un coinvolgimento pieno e attivo nell’ultimo, passando per numerosi stadi intermedi. Questa rappresentazione è stata icasticamente celebrata nella nota immagine della “scala” della partecipazione (Arnstein 1966). La distinzione di più gradini e livelli corrisponde a dimensioni anche intuitivamente diverse delle pratiche decisionali ma si presta anche a qualche equivoco. La principale difficoltà di questa trasposizione è che tende ad avvalorare l’idea che il massimo di partecipazione è sempre meglio degli altri gradi, mentre il minimo di partecipazione è sempre manipolativo. La scala analitica appare allora una “mappa” ideologica, con una progressione per gradi di “autenticità” da livelli bassi, prossimi alla pura manipolazione strumentale, a livelli maggiori di partecipazione, più autentici e fertili. In altre parole, l’idea rigida della scala struttura in modo gerarchico modalità (buone e meno buone) di partecipazione, ma assume che ciascuna sia linearmente confrontabile su un’unica scala di valore.</p>
<p>Invece, si può estendere l’idea di gradi diversi di partecipazione fino a considerare che livelli e modalità diverse corrispondano a diverse esigenze di coinvolgimento di una società che si fa sempre più complessa e frammentaria. In questo modo, si possono apprezzare più laicamente virtù e pregi delle diverse forme di concertazione in rapporto alla natura dei diversi processi decisionali, e inoltre diventa possibile riconsiderare anche i limiti della estensione generica delle responsabilità di decisione. A questo proposito, occorre ricordare sia la varietà delle decisioni che la conflittualità dei soggetti. Da un lato, il coinvolgimento di più interessi e soggetti in processi decisionali complessi porta ad una complessificazione delle decisioni in generale, e di conseguenza anche delle eventuali forme di partecipazione. E’ esperienza diffusa in Italia, ma corrisponde ad una tendenza generale, l’inconcludenza delle grandi decisioni e la costante frizioni di interessi e remore nella arena pubblica, di cui sono sintomi i rifiuti locali di decisioni prese altrove (nel caso dell’alta velocità o delle localizzazioni di centrali energetiche, per esempio); l’allungamento dei tempi dovuto alle continue revisioni delle decisioni; l’insicurezza e la resistenza al nuovo o al diverso (dal rifiuto iniziale delle aree pedonali fino alle ribellioni contro i campi zingari).</p>
<p>Rispetto alla versione “virtuosa” della partecipazione –l’approccio democratico che restituisce la parola agli esclusi- l’esame delle situazioni decisionali evidenzia non rare condizioni nelle quali l’impasse deriva proprio da veti reciproci posti dal coinvolgimento delle parti. In queste situazioni appare non sempre opportuno “coinvolgere” nello stesso modo attori, interessi, soggetti di diverso titolo e competenza; e, per converso, non sempre abitanti, interessi e attori avranno desiderio di “coinvolgersi” con la stessa intensità. In una società conflittuale e differenziata ciascuno si troverà a giocare contemporaneamente più di un ruolo, dato che il numero di decisioni collettive importanti è elevato, ed una generalizzazione della partecipazione a tutti i settori comporterebbe un sovraccarico insopportabile per gli individui, e raramente un beneficio per la collettività. Inoltre, la possibilità generica di partecipare a decisioni senza corrispondere i costi (come sovente capita nei conflitti ambientali o localizzativi, così come evidenziato dalla ampia letteratura sulla sindrome nimby: “non nel mio giardino”) si presta a esiti non ottimali e a ulteriori manipolazioni.</p>
<p>In altre parole, il coinvolgimento dipende dal livello ma anche dalla responsabilità del soggetto da coinvolgere e da questa definizione –cliente, utilizzatore, attore a pieno titolo- dipende in definitiva il modello di partecipazione che verrà adottato. Le conseguenze di questo modo di procedere influenzano sia le politiche che le descrizioni dello spazio fisico. Politiche o progetti sono diversi a seconda se possono essere calibrati sul profilo di una moltitudine di clienti legati da un mero rapporto funzionale, da utilizzatori motivati da strategie personali o da attori sociali che investono l’iniziativa o il luogo di una elaborazione personale. Va subito ammesso che la tradizione della pianificazione tende –sia pur con le dovute eccezioni- ad intendere il destinatario delle politiche come un soggetto passivo di decisioni prese altrove. In questo caso, il richiamo all’interesse generale è garantito dal richiamo generico ad una nozione –quella di comunità- che ha il pregio di indicare insieme il gruppo sociale e il luogo in cui si insedia. In realtà, questa nozione non sempre consente di intendere in modo soddisfacente i luoghi da un lato, e gli utilizzatori dall’altro, e inoltre comporta una dipendenza tra i due termini eccessivamente forte: inoltre, stabilisce un retroterra ideologico che influenza fortemente le riflessioni sulla partecipazione. E’ chiaro che gruppo sociale e luogo si influenzano a vicenda: ma forse il riferimento estensivo e massiccio alla comunità porta ad un’eccessiva corrispondenza tra luoghi e attori. L’alternativa consisterebbe nell’evidenziare che le pratiche sociali sono gli elementi attivi di costruzione della realtà sociale e di definizione dell’involucro dello spazio, piuttosto che la loro conseguenza.</p>
<p>L’esempio più noto è l’antropologia dei luoghi di Augé che riprende da de Certeau la convinzione che l’abitante e le pratiche dell’abitare stiano al centro della vita quotidiana: ma l’abitante “ri-fabbrica [la città] per il suo uso proprio, eludendo i vincoli dell’apparato urbano: impone all’ordine esterno della città la sua legge di consumatore dello spazio”. E rovesciando una prospettiva tanto comune quanto erronea: “Il quartiere è dunque, nel senso forte del termine, un oggetto di consumo di cui l’’usager’ si appropria sotto il segno della privatizzazione dello spazio pubblico” (de Certeau 1980). Abbiamo così teso allo spasimo il riferimento al soggetto fino a rovesciare paradossalmente la prospettiva inizialmente delineata. La partecipazione è opera collettiva che pone al centro l’abitante. La nozione di abitante (Tosi A. 1994) implica un ruolo attivo da attore delle pratiche decisionali, e circoscrive così un problema teorico comune alle due prospettive del piano e dell’azione, di cui parleremo tra poco. L’abitante costruisce collettivamente il senso dell’azione pubblica, ma al tempo stesso paradossalmente agisce per rendere privato l’uso dello spazio. La privatizzazione è condizione perché l’abitante rimodelli lo spazio sulle proprie pratiche. Le pratiche sociali di uso dello spazio con tutte le loro multiplicità e contraddittorietà sono lo spunto sul quale costruire un’immagine dello spazio coerente con una società di flussi e di identità multiple. Mantenere la ricchezza di questa apparente contraddizione è la condizione per un approccio contemporaneo non banale alla questione di come ricondurre pratiche sociali multiple e conflittuali ad un processo di decisione che è anche occasione di stabilire il senso proprio dei luoghi e dello spazio.</p>
<p>In altre parole, la partecipazione era vista come una critica all’ineguale ripartizione del potere, critica controversa perché in alcuni casi inefficace e velleitaria se non addirittura distorcente (Mollet). In questa prospettiva la partecipazione era un principio antagonista al piano e alla sue forme, un modo per conseguire due finalità: attribuire autenticità a processi deliberativi alienati, rinforzare l’autonomia politica di decisori deboli. Il fine della due stagioni della partecipazione –quella organicista degli anni cinquanta, e quella conflittuale degli anni settanta – era di autenticare procedure astratte con la linfa vitale dei mondi di vita espropriati dal controllo sull’ambiente.</p>
<p>La prima stagione della partecipazione aveva un carattere fortemente paternalista, la seconda piuttosto un carattere conflittuale. Nonostante il rapido declino dell’interesse per il tema registrato da allora, questi episodi hanno consentito di aggiornare le esperienze italiane con riflessioni provenienti da altri paesi (Crosta 1990) con sistemi politici più orientati ad una rappresentazione pluralista degli interessi.</p>
<p>Una luce diversa sul rapporto con i destinatari degli interventi nasce dalla rimodulazione delle relazioni tra piano e decisione, da un lato; e tra azione e gestione dall’altro. Se si elidono le priorità logiche e le gerarchie concettuali, piano e azione appaiono più concretamente come due dimensioni che interferiscono fortemente l’una con l’altra: nell’action planning per esempio la selezione degli obiettivi e la definizione delle modalità operative interagiscono nella costruzione del progetto. In questo contesto la partecipazione degli abitanti può forse perdere l’aura palingenetica ma acquista una funzionalità nuova. Anzi, non è difficile riconoscere in questo contesto nuovo sia l’ambiguità strutturale dei meccanismi di partecipazione, sia la capacità di creare energie e risorse estendendo i confini dell’arena politica.</p>
<p>Si ricorderà peraltro che una certa quota di “coinvolgimento” è garantita per legge, almeno nel caso dei provvedimenti maggiori, sotto forma della pubblicizzazione degli strumenti e con l’istituto delle osservazioni: istituzione quest’ultima che garantisce i diritti dei proprietari fondiari, ma che risulta spesso l’occasione di un confronto anche da parte di altri soggetti sui modi in cui gli strumenti interpretano e conformano l’interesse generale. Il fine di queste procedure è istituzionale: uno strumento è legittimo, infatti, se ha acquisito i pareri istituzionali e se ha consentito l’espressione degli interessi legittimi. Poiché gli interessi diffusi non sono sempre noti e, comunque, non sempre sono note e facile da stimare le implicazioni delle operazioni urbanistiche, sono necessarie delle fasi di consultazione. In altri ordinamenti giuridici anche queste sono istituzionalizzate (ad es., le public inquiries); da noi tendono a gravare principalmente sulla fase tradizionalmente detta di analisi.</p>
<p>D’altra parte, da più parte è stato sottolineato come il coinvolgimento dei destinatari e dei potenziali interlocutori (quindi di utenti-abitanti, ma anche di operatori-promotori) diventi una condizione di successo delle operazioni urbanistiche. Si parla allora del contributo alla efficacia del piano per la capacità di anticipare e guidare la soluzione dei conflitti. Infatti, sempre più spesso il sistema decisionale nelle società complesse appare zavorrato da procedure sovrapposte e imbrigliato dai veti incrociati prodotti da autorità, o poteri reali, che presidiano interessi legittimi ma confliggenti (ad es. sindaci e sovrintendenti).</p>
<p>In tale situazione si dice che il processo decisionale ha assunto una natura disgiunta e incrementale: disgiunta, perché le decisioni vengono prese in sedi diverse con processi autonomi, ed esplicano solo localmente e al momento dell’attuazione effetti cumulati e densi di implicazioni; incrementale, perché raramente il sistema politico dispone delle risorse di autorità necessarie a imporre trasformazioni strutturali di rilievo, ed opera quindi al margine con piccole modificazioni (incrementali, appunto). La risorsa che può essere messa in gioco per superare l’impasse della politica è il consenso: inoltre, il requisito dell’integrazione delle politiche infatti è raramente osservato, e casomai può essere anticipato proprio in sede di coinvolgimento locale.</p>
<p>In generale, si può considerare che più recenti provvedimenti normativi consentono ampi varchi alla negoziazione dei contenuti programmatici degli strumenti e all’intervento di operatori privati nella realizzazione di opere pubbliche (p.es., i programmi di riqualificazione), generalizzando così l’apertura del perimetro delle decisioni pubbliche che aveva caratterizzato la pianificazione urbanistica degli anni Novanta, con il ricorso a strumenti di partecipazione nella progettazione (laboratori, indagini ecc.) o con il potenziamento della fase di consultazione preliminare (per esempio, con la pratica di diffondere “piani preliminari” o schemi direttori prima della decisione di piano).</p>
<p>Nelle pagine che seguono i suggerimenti per strutturare iniziative di partecipazione sono distinti su livelli diversi,di crescente complessità, che dipendono dal prevalere dell’aspetto conoscitivo o operativo e dal grado di interattività della procedura. I primi due livelli riguardano in generale tutti i processi decisionali; mentre i successivi affrontano questioni non solo specifiche al dominio urbanistico, ma tendenzialmente cruciali nel modo di operare tipico di questa fase.</p>
<p>Si tratti dello scambio informativo nel quale avviene il “rilievo” dei bisogni e delle pratiche sociali, talvolta definito come la fase dell’ascolto; della consultazione e concertazione estesa alla platea dei decisori pubblici e privati in occasione di progetti o di operazioni complesse e intersettoriali, anche ai fini di valutarne gli esiti e la portata; della costruzione di scenari condivisi, e in generale dell’elaborazione di alternative strategiche; e infine dell’elaborazione congiunta di tecnici e utenti non professionali di progetti, più sovente micro-progetti, di trasformazione urbana che può giungere idealmente fino alla co-gestione di interventi complessi, attraverso il ricorso sistematico alle risorse locali in particolare nei casi delle azioni sociali (contratti di quartiere, programmi Urban) o dei programmi di sviluppo.</p>
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		<title>Mafie e territori: note per una ricerca</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Oct 2009 16:56:33 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[La pianificazione del liberismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Territorio 49, 2009, 	pp. 134-138.
<p>
Il saggio suggerisce che il sistema delle regole formali (il diritto, la legalità) da un lato; e le forme di regolazione sociale dall&#8217;altro, entrino in un giro vizioso per la sovrabbondanza (non occasionale) di circuiti istituzionali. Questi alimentano infinite riserve di mediazione che si traducono in forme di &#8216;disordine&#8217; istituzionale, a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<address>Territorio 49, 2009, 	pp. 134-138.</address>
<p><em><span style="font-size: small"><span style="color: #000000"><span lang="it-IT"><br />
Il saggio suggerisce che il sistema delle regole formali (il diritto, la legalità) da un lato; e le forme di regolazione sociale dall&#8217;altro, entrino in un giro vizioso per la sovrabbondanza (non occasionale) di circuiti istituzionali. Questi alimentano infinite riserve di mediazione che si traducono in forme di &#8216;disordine&#8217; istituzionale, a loro volta capitalizzati a scopo di rendita da reti sociali particolaristiche. La sregolazione è una caratteristica ipertrofica dei sistemi legali che viene utilizzata da circoli particolaristici per rafforzare il proprio potere di inter-mediazione. Un diverso approccio alle pratiche di trasformazione &#8216;disordinate&#8217; del territorio permetterebbe dunque di immaginare politiche e forme di regolazione piu&#8217; efficaci, e non solo formalmente </span><span lang="fr-FR">coerenti.</span></span></span></em></p>
<p lang="fr-FR" align="justify">
<p lang="fr-FR" align="justify">
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">L’analisi sociale della costruzione del territorio in regioni a forte presenza di criminalità organizzata, quali le regioni del Sud d’Italia ma non solo, mostra una strutturale tensione tra la regolazione legale e la regolazione concreta dei comportamenti sociali. In queste regioni, il sistema delle regole formali (il diritto, la legalità) è messo in tensione. Il dibattito sull’economia e le relazioni informali, ha insegnato quanto sia importante considerare anche ambiti di attività e relazioni non regolati né dallo stato, né dal mercato. Ma questa attenzione non può condurre a confondere la dovuta attenzione per l’informale con una giustificazione della illegalità.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">Il problema è però che la legalità tende ad essere definita – in modo giuridicamente corretto, ma poco credibile dal punto di vista pratico – in termini di certezze univoche, prive di sfumature. In questo modo la legalità tende a coincidere con una visione astratta di un sistema di regole pubbliche; e di conseguenza, la compliance con le regole tende ad assumere i caratteri di comportamento virtuoso.<br />
Ma si può obiettare che questo requisito si applica alla lettera solo ad alcune regole molto generali e molto precise (imperativi morali come: non uccidere); mentre è meno preciso quando si considera l’insieme – non sempre coerente e sistematico – delle politiche e regolazioni pubbliche. Sarebbe poco utile, insomma, contrapporre uno stato di diritto a uno di illegalità, senza considerare le numerose precondizioni sociali necessarie perché lo stato di illegalità si radichi in un territorio.<br />
Le regolazioni sociali sono dunque una precondizione importante per lo sviluppo, come tra gli altri ha mostrato A. Sen. È stato fatto notare ampiamente come la presenza di organizzazioni criminali (OC) dispiegate su base territoriale produca una carenza di fiducia che “ostacola lo sviluppo di atteggiamenti improntati alla acquisitività di mercato (&#8230;) e scoraggia gli investimenti produttivi” (Catanzaro 1988, 207).</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">La contraddizione tra regolazione sociale e formale viene messo particolarmente in luce nei casi in cui i sistemi di regolazione sono sottoposti a pressione. Nelle aree a presenza criminale, si constata per esempio, che lo stesso sistema di regolazione (e non solo le pratiche) appare piegato agli interessi privati, dove il verbo piegare indica uno dei modi possibili di condizionare l’esito del sistema formale nei limiti delle sue regole di funzionamento e di adattamento. In generale, si potrebbe dire, le regole formali – nel nostro caso, della regolazione urbanistica – si adattano a convivere con pratiche anomale, pur entro il sistema legale. È noto infatti che le organizzazioni criminali, spesso in modo contorto ma non necessariamente illegale, piegano questo sistema a sostenere iniziative immobiliari utili a svariati fini interni alla logica organizzativa (ostentazione, riciclaggio, logistica).<br />
Per ottenere questo risultato, come in generale per difendere la propria esistenza, le organizzazioni criminali devono riuscire a mobilitare un ampio sostegno da parte di svariati ceti e attori. Questo consenso è frutto di un complesso mix di ‘capacità’ professionali, che comprendono pressioni più o meno tradizionali (collusioni, corruzioni, intimidazioni), ma sempre più spesso anche estese collaborazioni tecniche e, non di rado, aperto sostegno politico. A questi fattori, si aggiunge – in talune occasioni – un ancora più esteso consenso, frutto, se non condivisione, di rilassamento nei confronti degli obiettivi della criminalità. È il caso delle opere edilizie che appaiono fornire occupazione o lustro, o semplicemente copertura ad altri più minuti interventi di trasformazione diffusa (per esempio, l’abusivismo edilizio).</span></span>
</p>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">Tutto questo non sarebbe possibile – in definitiva – senza un investimento di capitale collettivo in processi a somma negativa. Questa riflessione apre una prospettiva di ricerca sul problema del capitale sociale di una qualche rilevanza. Ma apre anche una domanda di indagine sulla organizzazione territoriale dei circuiti criminali. E, infine, pone la questione del rapporto critico tra regolazione sociale e le diverse forme di regolazione e sregolazione che costruiscono il territorio.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">In questa nota di ricerca si introducono questi tre temi, presentando un primo percorso su un incrocio che sembra rimasto finora poco esplorato dalla letteratura scientifica.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="justify">
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small"><strong>Fiducia e non fiducia</strong></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">Lungi dall’essere un’attività residuale, il crimine organizzato si è imposto nel corso degli ultimi decenni come una attività sistematica. In molti casi, è stata paragonato alle attività di impresa, per quanto di un sistema di mercato molto particolare. Anche per questo, la prospettiva del capitale sociale è stata adottata per studiare i comportamenti collusivi mafiosi (Sciarrone 1998). </span></span></p>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">La Spina riprende da Coleman (1988) il suggerimento di considerare due diversi tipi di capitale sociale: </span></span></p>
<ul>
<li>
<p align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: small"><span style="color: #000000">il 	primo, è il capitale sociale come <em>bene pubblico puro</em>. 	I benefici dei beni pubblici puri sono caratterizzati dalle note 	condizioni di non escludibilità, ovvero assenza di barriere o 	prezzi all’accesso; e dalla rivalità, ovvero dal fatto che 	il consumo individuale non riduce la possibilità di consumo 	degli altri. Caratteristica precipua del capitale sociale è 	di essere un sottoprodotto, il frutto non intenzionale di altre 	attività. Come è noto, la presenza di beni pubblici 	puri è stata ritenuta da più fonti una precondizione 	allo sviluppo di una società locale, e il capitale sociale 	così inteso vi appartiene a buon diritto.</span></span></span></p>
</li>
<li>
<p align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: small"><span style="color: #000000">il 	secondo tipo è il <em>capitale sociale particolaristico</em>, 	che viene cioè catturato da coloro che vi investono, e che 	quindi non è universale, e soprattutto non è frutto di 	azioni inintenzionali. Al contrario, questo secondo è frutto 	di apposite strategie, non di rado utilitaristiche. Questo capitale 	premia il gruppo, è confinato dalle sue barriere di accesso, 	e non si presta alla fruizione degli esterni. I suoi benefici, al 	contrario del precedente, ricadono su un gruppo definito di soggetti 	noti. Gli effetti di questo secondo tipo di capitale sono discussi, 	e non si può escludere – in linea di principio – che 	certe forme di relazioni personali (per esempio, l’appartenenza a 	circoli privati, come i Lyons) contribuiscano anche al capitale 	nella sua forma pubblica, o beneficino l’insieme della società. 	In ogni caso, la portata del capitale particoralistico è 	limitata, e ne è dubbia la sostenibilità nel lungo 	periodo per l’insieme della società. In definitiva, le 	implicazioni del capitale particolaristico nei processi sociali e, 	in particolare, di quelli di sviluppo vanno sempre esaminati caso 	per caso, nella storicità dei processi (ma questa 	raccomandazione vale anche nel caso dei beni pubblici puri).</span></span></span></p>
</li>
</ul>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">Secondo questa ricostruzione, il Mezzogiorno di Italia è afflitto da una storica scarsità di capitale sociale universale e pubblico, e viceversa da un eccesso di capitali particolaristici appropriati da circuiti ristretti e personalistici. </span></span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: small"><span style="color: #000000">La pur incompleta evoluzione della mafia in una struttura di affari richiede una forte espansione dei legami con svariati circoli che esercitano un potere da gate-keeper. In un’inchiesta giornalistica, Abbate e Gomez evidenziano – a margine della narrativa principale – il ruolo dei ‘complici’</span></span></span><sup><span lang="it-IT"><span style="font-size: small"><span style="color: #000000">1</span></span></span></sup><span lang="it-IT"><span style="font-size: small"><span style="color: #000000">, cioè di quelle persone che hanno accettato la ‘coabitazione’ e operano a margine della organizzazione. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">Gli affari di questa richiedono infatti controllo degli appalti, riciclo di denaro, costanti informazioni sui politici e la politica. Questi esiti risultano dalla capacità di influenzare reti di persone Queste reti di conoscenza sono evidenti esempi di network – spesso strutturati e stabili – che condividono un particolare capitale particolaristico. Anzi, il parziale indebolimento di Cosa Nostra in Sicilia è dovuto anche alla tensione alla quale sono sottoposti questi circuiti, e al tendenziale (non costante, né definitivo) aumento della ritrosia dei ceti borghesi-imprenditoriali ad associarsi al crimine (nonché agli effetti delle politiche pubbliche e della azione giudiziaria di repressione). Viceversa, la resistenza dei circuiti mafiosi alla repressione giudiziaria si avvale delle stesse reti e ricorre alle stesse forme di capitale. </span></span></p>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">Anzi, la capacità di riprodursi è data proprio dalla forza delle reti particolaristiche nel guadagnare posizioni competitive e nel garantirsi incolumità. Al tempo stesso, le reti particolaristiche si avvantaggiano della erosione dei beni pubblici puri e della impunità che deriva non solo dalla tenuta interna dei networks (complicità, omertà, i doppi codici di appartenenza della ‘borghesia mafiosa’: Santino), ma anche dalla impunità che deriva dal ‘disordine’ delle procedure.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="justify">
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small"><strong>Territori criminali </strong></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">Negli studi dedicati alle organizzazioni criminali viene evidenziato un carattere particolare delle mafie italiane. Ancorché legati a precise aree di attività e interessi, e nonostante le numerose differenze tra le diverse varianti regionali, le mafie italiane appaiono fortemente legata alla dimensione territoriale. In alcuni casi, è addirittura impossibile pensare la sopravvivenza della cosca o banda criminale al di fuori della propria regione, città o quartiere. </span></span></p>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">Non a caso, per descrivere e interpretare il fenomeno della criminalità organizzata, si fa ricorso a definizioni articolate e complesse del fenomeno mafioso, che mescolano per necessità elementi tradizionali e moderni, modelli organizzativi e codici culturali. </span></span></p>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">In questo approccio pluridimensionale, la mafia siciliana – in particolare – aspira al controllo di un territorio in una prospettiva di lungo periodo e, quindi, accosta elementi per certi aspetti innovativi alle consuete caratterizzazioni in termini di apparato violento, monopolista della protezione privata, basato su forti network sociali e definiti codici culturali. Questi elementi ulteriori (Sciarrone 1998) sono quelli che, da un lato, garantiscono la capacità evolutiva ed adattiva del crimine organizzato di stampo mafioso; e dall’altro, ne costituiscono un limite e una specificità caratterizzanti rispetto ad altre organizzazioni transnazionali.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">Questi elementi specifici e problematici sono:</span></span></p>
<ul>
<li>
<p align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: small"><span style="color: #000000">il 	requisito della riconoscibilità e, in un certo senso, della 	pubblicità della presenza del potere mafioso, che si 	giustappone alla segretezza di azioni e vincoli associativi; senza 	la manifestazione pubblica e il pubblico riconoscimento il 	fondamento del binomio minaccia/protezione viene meno; è 	anche vero però, che l’evoluzione in corso della mafia 	(Catanzaro 1988), e maggior ragione della Camorra, tende a 	indebolire l’esercizio del ruolo di <em>power broker</em>, e a 	assumere motivazioni e funzioni solo strumentali;</span></span></span></p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">il 	supporto o lo scambio attivo con gruppi e ceti collaterali, in 	particolare del sistema politico e dell’apparato 	tecnico-burocratico; questo aspetto è invece crescente 	proprio con l’evoluzione organizzativa e la specializzazione dei 	settori di investimento di interesse delle mafie;</span></span></p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">un 	certo grado di consenso sociale, che si sposa con l’acquiescenza 	sul piano culturale e l’omertà sul piano più 	strettamente giudiziario, motivato in parte dal retaggio 	pubblicista, in parte dai benefici economici, in parte infine dalla 	mancanza di alternative;</span></span></p>
</li>
</ul>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">Senza questi elementi, conclude La Spina (2005: 33): “Cosa Nostra non è né potrà essere (a meno di trasformarsi in un’entità strutturalmente nuova) una multinazionale del crimine sganciata dal proprio territorio, essendo il rapporto con il territorio medesimo un tratto essenziale”.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">Ma cosa si intende in questo caso per territorio? Certamente vuol dire radicamento nella società locale. Ma c’è anche una specifica dimensione spaziale, distinta alle diverse scale. Alcune ricerche, per quanto diverse, offrono degli elementi significativi per incominciare a pensare in modo sistematico la logica territoriale del crimine organizzato, e la relazione con le diverse scale geografiche.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">Isaia Sales riprende numerosi classici lavori di storici su Napoli per caratterizzare una prima risposta che potremmo interpretare nei termini di co-evoluzione di spazi e legami sociali: </span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000">“<span lang="it-IT"><span style="font-size: small">l’insediamento camorristico corrisponde … ad un preciso spazio geografico, ad uno stabile habitat territoriale: i suoi luoghi di presenza sono quelli interessati alla produzione e all’approvvigionamento del grande mercato di consumo di Napoli, le strade di collegamento tra le città e il suo hinterland agricolo, le rotte del contrabbando di generi alimentari (i porti e le dogane). Nella città invece l’insediamento è localizzato nei vicoli a preponderante presenza di plebe”. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">I bassi abitati di Napoli incoraggiano la vita di strada. I conflitti nella gestione della spazio pubblico privatizzato hanno storicamente consentito a personalità autorevoli, il prototipo del camorrista, di assumere il ruolo di mettere ordine. Questo sedimento storico definisce il repertorio delle competenze del tipico camorrista, caratterizzato dalla quotidianità delle esperienze, dall’esercizio della prossimità, dalla precarietà della vita urbana e la necessità di sopravvivenza.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">In un reportage più recente, e divenuto famoso, il racconto di Saviano introduce all&#8217;organizzazione spaziale del crimine a Napoli e nella regione urbana contermine, descrivendo una complessa geografia e un articolato spazio tempo, dove i legami perversi che sostengono la Camorra si dispiegano in una organizzazione sociale ‘regole come un orologio’.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">L’efficienza è in effetti uno degli attributi che anche Falcone riconosceva alla Mafia. Forse val la pena riflettere che lo stretto controllo sui circuiti sociali, così come sulla circolazione di beni e informazioni, sia qualcosa di più di mera efficienza. Si tratta piuttosto di una forma alternativa di ordine sociale.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">Saviano descrive anche una macrogeografia del territorio. Il porto e i suoi magazzini: le ville di lusso dove i boss si isolano dalle periferie congestionate; le piazze disadorne delle periferie dove la droga è venduta al dettaglio, come in un supermercato; le caverne, gli anfratti naturali, di depositi abbandonati dove si immagazzinano rifiuti e scorie tossiche; i campi coltivati dove sono dispersi al posto dei fertilizzanti inquinanti chimici e residui industriali (causando una delle maggiori crisi della regione).</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">Secondo Isenburg, nelle condizioni della economia contemporanea è da considerare uno specifico modo di produzione dello spazio geografico da parte del circuito illegale. In questo approccio macro, Isenburg suggerisce una tipologia di territori permeabili agli illeciti basata sulla densità dei circuiti di movimento: </span></span></p>
<ul>
<li>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">i 	territori isolati e scarsamente abitati sono utilizzati per esempio 	per i sequestri, la coltivazione (come i parchi naturali Usa) o il 	raffinamento della droga; </span></span></p>
</li>
<li>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">i 	territori dove invece ‘scorre un rapido, intenso e intermittente 	flusso di persone, di merci, di denaro” (Isenburg 2000: 179). 	Località di riviera, casino, consentono sia incontri, 	soggiorni, che riciclaggio. Questi ultimi sono anche i luoghi 	privilegiati nelle strategie di duplicazione della presenza di 	organizzazione mafiose (Sciarrone 1998). I porti e in generale i 	luoghi di traffico delle merci, di rottura di carico, di smistamento 	(dei rifiuti) sono facilmente veicolo di merci illegali o di 	operazioni di occultamento. </span></span></p>
</li>
</ul>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">Micro e macro geografie dell’ordine sociale si inviluppano una nell’altra. Ma queste importanti caratterizzazioni non devono far scordare la transcalarità dei circuiti illegali. In questa ipotesi, il crimine assume forme ‘globali’ e tende a esercitare il proprio ruolo in forme organizzative analoghe e in modi simili. Questa analogia sembra però adattarsi poco alle caratteristiche fin qui esaminate, e gli studi più accurati tendono al contrario a sottolineare la persistenza strutturale di aspetti specifici e locali della mafia e della camorra. Anche se coinvolte in reti transnazionali e scambi globali, il carattere locale delle ‘fratellanze’ mafiose prevale (Paoli 2000).</span></span></p>
<p style="margin-left: 30pt;text-indent: -30pt" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-left: 30pt;text-indent: -30pt" align="justify"><span style="color: #000000">“<strong><span lang="it-IT"><span style="font-size: small">S-regolazioni” e regolazione sociale</span></span></strong></span></p>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">Più precisamente, dunque, le OC costruiscono un circolo vizioso a proprio favore: producono la sfiducia, e distruggono il capitale sociale esistente, per poter richiedere successivamente la protezione. A questo punto, si crea non di rado la possibilità di connivenza tra vittime e OC ai danni di altri concorrenti. In questo modo, la sfiducia si estende e penalizza i comportamenti illegali.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">Se l’effetto della cattiva regolazione è evidente sui processi di sviluppo economico, ancora più incisivo è l’effetto sullo sviluppo sociale. La fiducia, un certo grado di ordine, la stabilità delle aspettative, la certezza delle regole sono componenti delle regolazioni sociali importanti quanto il sistema legale e giuridico. Anzi, le regolazioni sociali sono componenti decisive della qualità sociale di una regione (Donolo 2001). </span></span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: small"><span style="color: #000000">La carenza di fiducia è legata alla produzione di s-regolazioni (<em>ibidem</em>), cioè di ‘ordini parziali’, il cui esito è mediamente meno soddisfacente per i contraenti, e progressivamente peggiorativo. La sregolazione è una caratteristica ipertrofica dei sistemi legali che viene utilizzata da circoli particolaristici per rafforzare il proprio potere di inter-mediazione. Su questa possibilità si inseriscono efficacemente gli interessi illegali con la loro duplice pressione a livello pubblico, attraverso i propri complici, e a livello illegale con il ricorso a minacce e intimidazioni.</span></span></span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: small"><span style="color: #000000">Il riferimento alle sregolazioni consente di concepire la formazione di un ordine dipendente non dalla produzione di <em>decisioni regolative</em>, né dalla semplice <em>assenza</em> di decisioni (che non impedisce a molte istituzioni, per esempio università e condomini, di funzionare lo stesso); ma dalla produzione di <em>regolazioni non decisive</em>, tali cioè da preservare all’infinito il potere di mediazione dei circuiti particolaristici e dei mediatori. Le sregolazioni producono giochi ad esito decrescente, e naturalmente moltiplicano gli spazi di mediazione e il potere degli intermediari.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">In conclusione, questa rassegna invita a considerare il presupposto delle regolazioni sociali come condizione per l’efficacia di regole pubbliche anche nel campo della legalità. Spostando l’attenzione dalla regolazione formale al sistema concreto delle regolazioni sociali si acquista una prospettiva più incisiva sulla penetrazione criminale. È pur vero che la debolezza dei poteri legali alimenta le sregolazioni; e il rafforzamento della legalità, al contrario, li indebolisce. Ma le due modalità non sono interamente antinomiche e l’insieme delle sregolazioni non si contrappone al potere legale in un gioco a somma zero. </span></span></p>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">Sregolazioni, regolazioni sociali e sistema legale formano una specie di triangolo. Un sistema legale per poter funzionare richiede una forte ed efficace regolazione sociale, senza la quale resterebbe un castello di carta. Viceversa, senza regolazione sociale, le sregolazioni possono facilmente convivere con un sistema legale astratto.</span></span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: small"><span style="color: #000000">Una conseguenza di questa impostazione è che il rafforzamento della legalità non passa <em>tout-court </em>attraverso la produzione di norme e politiche, o viceversa attraverso la cancellazione delle norme ipertrofiche; ma va piuttosto diretto alla produzione di regole semplici e robuste. Inoltre, le politiche pubbliche devono sostenere i processi di regolazione sociale che sono in difficoltà e sono invece il prerequisito della riaffermazione della legalità. Va in particolare ricordato – a scanso di equivoci- che tra repressione e controllo, e riaffermazione delle regole da un lato; politiche di attivazione sociale dall&#8217;altro, non c&#8217;è contraddizione o successione temporale. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: small">Questa considerazione incontra due problemi, che sembrano centrali ma che devono essere oggetto di ulteriori ricerche: il primo di efficacia, alla luce degli scarsi, ancorché non disprezzabili, risultati ottenuti finora in questa direzione; il secondo di efficienza, per il dumping tra le diverse istituzioni locali e centrali, diversamente esposte a complicità, ricatti e intimidazioni. E riporta dunque la questione della legalità non solo alla difesa delle istituzioni, e neppure solo al sostegno della società civile, ma alla più complessa demarcazione di comportamenti di segno opposto dentro alle prime come alle seconde. </span></span></p>
<p lang="it-IT" align="justify">
<p lang="it-IT" align="justify"><span style="color: #000000"><span style="font-size: x-small"><strong>Note</strong></span></span></p>
<p align="justify"><span lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-size: x-small">1. </span><span style="font-size: x-small">Il libro è una ricostruzione giornalistica di alcuni episodi centrali nella storia recente della mafia siciliana, e ruota intorno alla cattura di Provenzano e al negoziato a distanza con il governo Berlusconi sulle misure di repressione. Qui interessa in particolare l’investimento nel mercato immobiliare, e l’attività di controllo che la mafia esercitata nella formazione della rendita. Il libro riporta diversi episodi riconducibili al controllo degli appalti; alla realizzazione di centri commerciali; alla preparazione ad arte di piani per consentire investimenti irregolari. Il controllo degli appalti, per lavori o per forniture, in Sicilia ha dimensioni economiche e coinvolgimenti politici paragonabili alla Tangentopoli milanese. Gli appalti fruttano alla mafia una tangente del 2%, pari a quella pretesa dai partiti politici, lo 0,5% va invece ai funzionari della macchina amministrativa, versata dal cartello di aziende che controllavano le assegnazioni dei lavori. Ancora di più per le forniture, soprattutto quelle sanitarie. Inoltre, le cosche sono in concorrenza per realizzare ipermercati nell’hinterland di Palermo. La decisione passa sia per il comune che per la regione. Per ottenere la decisione bisogna far pressione su molti politici, anche di rango nazionale. Infine, la realizzazione di investimenti turistici, con o senza finanziamento pubblico, richiede il coinvolgimento di tecnici con capacità elevate e l’appoggio di una rete di imprenditori e politici. Gli episodi citati sono riferiti a tecnici e politici di ogni provenienza; talvolta si fa ricorso, a scopo di preventivo depistaggio, a esponenti – apparentemente integerrimi – della cultura progressista.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="justify">
<p lang="it-IT" align="justify">Riferimenti bibliografici</p>
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<p align="justify">Paoli L., 2004, “Italian Organised Crime: Mafia Associations and Criminal Enterprises”, Global Crime, Vol. 6, 1, Feb., p. 19-31.</p>
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<p align="justify">Saviano R., 2006, Gomorra. Viaggio nell&#8217;impero economico e nel sogno di dominio della camorra, Mondadori, Milano.</p>
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<p align="justify">Varese, F., 2001, The Russian Mafia: Private Protection in a New Market Economy, Oxford UP.</p>
<p lang="it-IT" align="justify">
<p lang="it-IT" align="justify">
]]></content:encoded>
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		<title>Dopo il neoliberismo: quali politiche?</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Oct 2009 16:50:34 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[La pianificazione del liberismo]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<address>Territorio, 46, 	2008, pp. 118-122.</address>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">Un crescente numero di studi cerca di offrire un quadro interpretativo del cambiamento e dei caratteri innovati delle politiche pubbliche territoriali che, negli ultimi venti anni, sono state sottoposte a un processo di continua ridefinizione. In questa breve nota, si cerca di delineare alcuni caratteri specifici del caso italiano e alcune linee di ricerca generali che appaiono interessanti.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">Finora, i non numerosi tentativi di riflettere sul senso e la direzione del cambiamento in atto (per esempio, Palermo 2001), non hanno ancora avuto la dovuta presa sulle politiche urbane e territoriali. A ben vedere, la cultura urbanistica (italiana, ma non solo) resta fortemente improntata a un modello classico, di ripartizione amministrativa del welfare state. Non sorprende il diffuso scetticismo per un dibattito che oscilla da una parte, tra il rimpianto del piano (e della sacralità dello stato); e un riferimento appena più che strumentale alle politiche dall&#8217;altro. Come se il problema fosse contrapporre piano e politiche, e non discutere di quali politiche siano possibili e opportune.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">Forse è possibile partire da altre premesse. Se l&#8217;interrogativo principale riguarda natura e cambiamento delle politiche pubbliche (in particolare, quelle locali), tenendo conto sia dello sfondo più generale, che delle particolarità del caso italiano, si possono cogliere i caratteri innovativi di questa transizione, ed alcuni elementi in prospettiva che conducono al superamento del modello liberista.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">Sono caratteri innovativi, in primo luogo, le specifiche particolarità istitutive e costituenti del neoliberismo politico, in particolare quelle caratteristiche che ne fanno un processo che non solo distrugge le istituzioni e le politiche del welfare state, ma ne costruisce di nuove. Da questo punto di vista, è meno interessante studiare il principio astratto delle politiche neoliberali (almeno, dal punto di vista del territorio e delle politiche urbane), che non i risultati locali delle sperimentazioni adattative, frutto della revisione dei contesti politici attraverso “adattamenti regolativi, pratiche istituzionalizzate, e compromessi politici” (Brenner e Theodore 2002).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify">In secondo, luogo, sono caratteri innovativi (e non secondari) gli esiti dell&#8217;ibridazione tra nuove e vecchie istituzioni, tra nuovi e vecchi attori; tema questo dell&#8217;interrogativo di Donzelot (2008; vedi anche in questo numero) sull&#8217;insorgente &#8216;inflessione sociale&#8217; del liberismo, come pure di molte ricerche in corso sui caratteri dei sistemi nazionali generati dalle commistioni di fine secolo scorso (Leitner et al. 2007).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">Sono caratteri innovativi, infine, le risorgenti, o potenziali, possibilità di manovra degli stati e degli attori operanti in una (nuova?) sfera pubblica, tema che sta al centro di riflessione generali (per esempio, quella di Unger, che supera e per alcuni aspetti corregge la &#8216;terza via&#8217; di Giddens).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">Nelle righe che seguono si prova a trarre indicazioni, in base a un percorso di ricerca ancora molto iniziale, da tre filoni di ricerca: la ricostruzione delle politiche liberiste in Italia, la riflessione sull&#8217;investimento sociale, la sperimentazione delle partnership.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">Privatizzazione vs. denazionalizzazione</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">A partire dagli anni Settanta, lo shock liberista avrebbe dovuto stabilire regole nuove per il funzionamento di mercati un tempo protetti. In certi segmenti &#8211; tradizionali come il credito, in mutazione come le telecomunicazioni- si è fatto gran ricorso alle privatizzazioni, con risultati tutt&#8217;altro che trascurabili. Anche il territorio, le politiche locali e, tra queste, le politiche sociali urbane sono state investite da questo impulso.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify">Gran parte delle letteratura, in particolare inglese, di è dedicata all&#8217;esame critico di questa trasformazione, e a rintracciare gli elementi di continuità tra l&#8217;epoca thatcheriana e quella del new labour. In questa prospettiva di ricerca, il campo dell&#8217;urban regeneration è stato un elemento centrale della transizione verso un sistema di pianificazione influenzato dall&#8217;emergente modello liberista. Il dibattito anglosassone è rimasto catturato da questa contrapposizione, e si è diviso tra i critici della deriva rispetto all&#8217;idea di planning al servizio dell&#8217;interesse pubblico, e chi si è occupato di trovare gli elementi di novità nelle forme di collaborazione, di governance, di costruzione interattiva di pratiche luoghi (<sup><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote1anc" href="#sdfootnote1sym"><sup>1</sup></a></sup>).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify">Una prima critica a questo pur cospicuo dibattito introduce a quei caratteri locali rilevanti per il nostro paese, frutto appunto della revisione delle forme di regolazione dei contesti politico-istituzionali, più che dell&#8217;adozione di modelli puri. Più che di privatizzazione, insomma, si è trattato in Italia (e in numerosi paesi europei) di un processo di de-nazionalizzazione (Cremaschi 1994): una dismissione cospicua di problemi e strutture, consegnati alla responsabilità degli attori locali. Non direttamente un passaggio ai privati, e alle imprese; quanto una riarticolazione tra diverse &#8217;scale&#8217; statuali. Ma più che una compensazione tra livelli di governo, questo ha comportato un adattamento della natura politico-istituzionale sia del governo locale che di quello centrale.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">Un secondo elemento riguarda appunto la natura delle politiche, il loro carattere concreto, di &#8216;pratiche&#8217; costruite dentro a dense relazioni (che le rende, per esempio, irriducibili alla dimensione strumentale rispetto alle decisioni). Il quadro delle politiche nazionali e regionali appare, in questi anni, corrodersi progressivamente e risulta alla fine per molti versi poco influente. Di nuovo, questo processo si manifesta in modo diverso a livello centrale e a livello locale; e tra arene diverse dell&#8217;azione pubblica. Detto in estrema sintesi, lo stato centrale si &#8216;allontana&#8217; e privilegia il governo a distanza, limitandosi quasi solo a politiche regolative, in particolare le più astratte (moneta, fisco, ecc.), o repressive; e si riduce simmetricamente la capacità di investimento diretto e di intervento nella gestione dei conflitti. Quello locale al contrario si trova massimamente impegnato nella costruzione dei nuovi assetti allocativi (in particolare, nella rinata economica immobiliare urbana, ancora colpevolmente ai margini degli studi urbani); e nelle azioni, quasi &#8216;costituzionali&#8217;, di costruzione di nuove soggettualità locali (tra cui figurano molti degli interventi di rigenerazione dei quartieri e di sviluppo locale, ma anche operazioni economiche consistenti nel campo delle ex municipalizzate, delle proprietà immobiliari, dei servizi ambientali e dell&#8217;edilizia).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify">Un ultimo elemento, infine, riguarda la crescente consapevolezza dei limiti e responsabilità delle politiche pubbliche, per il modo in cui sono costruite e in cui si trasformano (o non trasformano) in azione. In particolare, questa consapevolezza nasce dall&#8217;originale reinterpretazione dell&#8217;analisi delle politiche pubbliche che ha avuto una specifica vitalità nella interpretazione italiana della formazione sociale del territorio. L&#8217;orientamento costruttivista, e la dimensione sociale, sono i due elementi fertili di questa interpretazione (<sup><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote2anc" href="#sdfootnote2sym"><sup>2</sup></a></sup>). In Italia e in questa fase storica, non solo dunque per motivi teorici, i limiti e le debolezze delle politiche pubbliche appaiono in modo perfino impietoso. Questa combinazione è il risultato di una situazione generale, comune a tutti i paesi, e di una specificità tutta italiana.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">Sulle specificità si tornerà nel terzo paragrafo. Per quanto riguarda la situazione generale è la ricollocazione dello spettro degli orientamenti politici, che dalla opposizione novecentesca tra conservatori e progressisti, tradizionalisti i primi, modernisti i secondi, si riarticola su posizioni nuove. Senza voler esaurire una riflessione evidentemente ampia, si può riconoscere che la destra di oggi è più populista che conservatrice, ma al tempo stesso più modernizzatrice che semplicemente reazionaria. Al contrario, la sinistra conserva gran parte del proprio bagaglio ideologico, ma accentua per necessità gli aspetti difensivi dei diritti acquisiti, con un orientamento che assume non di rado toni nazional-corporativi (Donzelot 2008); e al tempo stesso dimostra una crescente insofferenza per le proiezioni moderniste e i rischi che queste implicano.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">La possibilità di una terza via, terza come lo è stata storicamente la socialdemocrazia, è stata annunciata più volte e più volte reclamata anche da posizioni autorevoli, non senza dei suggerimenti interessanti: ma certo, la sua praticabilità e la sua capacità competitiva (non solo in termini elettorali, ma anche di efficacia) resta tutta da esplorare.  Ancorché insufficiente e priva delle necessarie sfumature, questa iniziale dicotomia può rappresentare il punto di partenza di una riflessione sul senso del cambiamento.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">Va da sé che questo schema è utile se aiuterà, e lo vedremo in seguito, ad affrontare alcune delle grandi questioni sul tappeto, per esempio il nuovo sistema di relazioni internazionali, il rapporto tra ambiente ed economia, la coesione sociale (che giustificano le politiche urbane e territoriali).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">Le politiche di &#8216;investimento&#8217; sociale</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">Da qualche anno è in corso, principalmente in ambienti anglosassoni, una riflessione sulle trasformazioni del welfare state e sui caratteri che le politiche sociali hanno assunto nella nuova formulazione dell&#8217;investimento sociale.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify">La riflessione sulle vicende del Social Investment State, idea originalmente proposta da Giddens (1998) ma con numerosi e importanti antecedenti (Perkins et al. 2004), si propone di identificare il ruolo dello stato in un&#8217;epoca di superamento dei caratteri più primitivi e dirompenti del liberismo politico. Anzi, a seconda di molti commentatori, gli aspetti emergenti dalle trasformazioni epocali dell&#8217;azione pubblica, dilaniate da opposte pressioni al tempo stesso dissolutrici e rifondatrici, si pongono in quale modo &#8216;oltre&#8217; i caratteri che contraddistinguono l&#8217;era liberista. E&#8217; come se, nel momento in cui si cominciano a riconoscere gli aspetti propri di questa, se ne annunci già il superamento. O, per meglio, dire, mentre si cominciano a riconoscere gli aspetti di rinnovamento anche istituzionale del liberismo, si constata altresì la “relativa imprevedibilità degli esiti locali ai quali questi conducono” (Coppola 2008).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">Al fondo di queste ricostruzioni, si riconoscono alcuni elementi che caratterizzano il modello del Social Investment State. Si tratta di un approccio orientato al futuro che riconosce allo stato un ruolo imprenditoriale; supera la contrapposizione tra regime statalista e deregulation, rilegittimando l&#8217;intervento pubblico nella prospettiva di costruire le nuove basi economiche della competizione globale; incorpora dunque un orientamento produttivista, nel senso che la giustificazione delle politiche pubbliche risiede principalmente nella loro capacità di assicurare il ri-ordinamento produttivista della società (Jessop 2002); legittima il mercato come strumento dell&#8217;interesse pubblico, ma controbilancia la dimensione economica con quelle non economiche, come pure il principio di regolazione con quello di liberalizzazione-deregolazione (Giddens 1998); la finalità dell&#8217;azione pubblica, infine, viene riformulata in termini di benefici individuali, piuttosto che di correzione degli assetti collettivi, con enfasi quindi sulla redistribuzione delle opportunità piuttosto che del reddito.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">In termini pratici, si riscontra facilmente come questo orientamento sia presente in pressoché tutti i settori di politiche, e in misura rilevante in quelli che interessano il territorio. Ne sono tributarie, per esempio, tutte le prospettive che fanno gioco sulla valorizzazione del capitale sociale (dallo sviluppo locale, alle politiche di quartiere); tutte le iniziative che insistono sulla educazione permanente, la mobilità lavorativa, l&#8217;educazione e la cultura in generale.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify">In definitiva, mentre ancora il processo di dispiegamento ideologico dei detrattori dello stato e dei sostenitori del razionalismo liberista non è concluso, in numerosi paesi -dove questi processi sono stati esperiti da tempo- non solo il modello liberista appare esaurito, ma emergono possibili reinterpretazioni della sua eredità. Da questo punto di vista, viene sottolineato il &#8216;valore strategico&#8217; (Perkins et al. 2004) di tre principi guida:</p>
<ol>
<li>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">il 	ricongiungimento tra politica economica e sociale, e tra le 	rispettive razionalità: a parte l&#8217;inflazione del riferimento 	al capitale sociale, si pensi alla influenza di questo intreccio 	nella costituzione stessa della &#8216;nuova&#8217; economia cognitiva;</p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">l&#8217;insistenza 	sull&#8217;eguaglianza delle opportunità, e quindi sulla necessità 	di politiche correttive dei fallimenti di mercato, in particolare 	nei confronti di ceti, popolazioni e regioni sfavorite;</p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">il 	sostegno alla partecipazione all&#8217;economia, e in particolare al 	lavoro, con l&#8217;avvertenza che l&#8217;aspirazione a valori di giustizia 	mantiene una sua inconciliabile autonomia dalle aspirazioni 	efficientiste e produttivistiche compatibili con questo principio.</p>
</li>
</ol>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">Sono tutte e tre punti critici. Ma forse l&#8217;elemento del capitale sociale è quello che meglio traduce al momento l&#8217;influenza di questa riarticolazione sulle politiche. L&#8217;enfasi sul capitale sociale è pervasiva, e spesso pretenziosa (Bricocoli in questo stesso numero). Soprattutto al cospetto delle aspettative e delle domande pregresse, che richiederebbero non di rado risposte più semplice ma più consistenti.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify">Al tempo stesso, la retorica del capitale sociale mette troppo facilmente a sintesi dei processi sociali fragili e impegnativi. E&#8217; forse opportuno ricordare che la versione corrente banalizza delle concezioni piuttosto esigenti. L&#8217;idea era già presente, per esempio, nella definizione di ‘diritto alla città’ di Lefebvre, che poneva al centro della dimensione della città la possibilità di aver accesso a degli opposti: l’individualità e l’associazione, la privacy e l’abitare insieme… Dove figurava soprattutto il diritto all’operare (e il termine è naturalmente denso), la capacità cioè non solo di partecipare a (anche in termini politici); ma soprattutto di fruire attivamente della costruzione della città (di operare appunto).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">Questo è il dilemma e il limite delle politiche per le periferie, il punto dove l&#8217;inflessione sociale del liberismo (e le prospettive di superamento) si mostra in tutta la sua problematicità: politiche che si vogliono in grado di capacitare, piuttosto che di ordinare, e quindi politiche oltre lo stato, in una dimensione di azione pubblica da ricostruire in modo esteso. Politiche che potrebbero essere intese come la possibilità di fruire –nel senso detto prima- e ricostruire i beni comuni che la città offre, operazione certamente radicata nei processi di attivazione ma che non può che continuare a rimandare in modo problematico alla contemporanea sparizione dei beni comuni prodotti dallo stato.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">Partnership e particolarismo</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify">Il riferimento alle partnership è chiaramente una delle caratteristiche della diffusione del modello neoliberista, ancorché il carattere episodico e anarchico delle partnership sia consistente, e nonostante che sotto questa etichetta stiano emergendo “strane formazioni organizzative” (Larner e Craig 2005). A maggior ragione se si considera l&#8217;estensione assunta dal riferimento alle partneship, utilizzata sia per promuovere inclusione sociale che per realizzare investimenti e programmi di sviluppo locale.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify">Il terreno operativo delle partnership è dunque di straordinario interesse sia per la pertinente con-fusione di economico e sociale, che per l&#8217;imprevedibilità degli esiti. L&#8217;interpretazione della diffusione delle partnership in Italia non è ancora stata risolta in modo soddisfacente, ma ci sono ragioni per pensarle come un carattere distintivo rispetto alla esperienza  internazionale (Cremaschi 2005).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">La commistione di ruoli tra pubblico e privato è una delle caratteristiche del nuovo quadro di politiche, una delle più dibattute e criticate. E mette in luce la natura critica dei sistemi di regolazione, e il loro difficile temperamento (Donolo, 2001). Rispetto alla questione posta in termini ideologici dalla rivoluzione liberista, il contrasto non è più tra regolazione e de-regolazione (si ricorderanno gli strali contro i lacci e laccioli che ingabbiano l&#8217;intraprendenza sociale). Piuttosto  la domanda riguarda la risorgenza di forme di regolazione, la loro qualità e natura.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify">Anche in questo caso, prevale nel dibattito accademico una polarizzazione non reciprocamente esclusiva che testimonia il carattere ambiguo della transizione in corso. Si riproduce sul tema la contrapposizione tra chi sottolinea il ruolo di &#8216;fiancheggiatore&#8217; nel processo di svuotamento dello stato a fronte della persistente inadeguatezza del mercato (Jessop 2002), con il rischio però di insistere eccessivamente su &#8216;cosa è andato perduto&#8217; (Larner 2003); e chi considera con interesse l&#8217;esito dei processi di ibridazione, anche in termini di recupero di forme di regolazione pubblica (Keil 2002), in una prospettiva post-strutturalista che considera i modi in cui il neoliberismo produce nuove regolazioni e nuovi spazi.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify">Questa seconda prospettiva sembra particolarmente interessante nella ripresa di studi, tra l&#8217;altro sulle modificazione della vita quotidiana nelle condizioni urbane del neoliberismo, più volte toccate dagli interventi di questo numero di Territorio (ma vedi anche: Balducci e Fedeli 2007).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">Nelle transizione italiana, e nelle condizioni di erosione e riformulazione di scala tipiche del nostro paese, le questioni delle partnership assumono un aspetto centrale. Nell&#8217;irrisolto bilanciamento dei poteri istituzionali, e insieme nel contesto di riforme incrementali e disgiunti, la proliferazione delle partnership appare qualcosa di più di un accomodamento contingente, assume per certi aspetti il carattere di una vera alternativa alla governabilità.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">Questo aspetto ha evidentemente a che fare con la resilienza degli accordi locali e la forza delle formazioni sociali territoriali che caratterizza il nostro paese. Non di rado si insiste sul carattere vitale della dimensione locale, e sulla capacità dei sistemi locali e del &#8216;capitalismo delle famiglie&#8217; di far fronte alle incertezze strutturali congiunte del paese e della globalizzazione.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">C&#8217;è forse un aspetto che risulta marginalizzato in questa prospettiva, e che invece appare centrale nel nuovo ruolo della economia fondiaria e della condizioni urbana del neoliberismo: si tratta della presenza di regimi non funzionali all&#8217;ordine di mercato ma non per questo meno resistenti. Lungi dall&#8217;essere residuali, clientelismo e collusioni hanno spesso contraddistinto le regolazioni sociali delle società mediterranee, nel mezzogiorno ma non solo. Oltre a questo, c&#8217;è uno specifico allarme per la penetrazione delle economie criminali in settori parzialmente nuovi (l&#8217;immobiliare o i servizi alle imprese) fortemente legati alle nuove condizioni urbane.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify">Letti insieme, gestioni clientelari, particolarismi e criminalità rappresentano un&#8217;inquietante lettura alternativa della attivazione locale, e rivelano un ulteriore aspetto perverso del riferimento al capitale sociale (Cremaschi 2007a). Naturalmente, va qui distinto il capitale sociale universale e quello che  viene catturato da reti particolariste, frutto di strategie non di rado utilitaristiche. Questa è l&#8217;ambiguità, sovente lamentate, delle partnership e delle coalizioni collusive nelle operazioni di cooperazione tra forze di mercato e istituzioni.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify">In particolare, nel nostro paese si evidenzia una condizione -sempre più generalizzabile come tipica dell&#8217;ipercapitalismo- e cioè la produzione di sregolazioni (Donolo 2001), ‘ordini parziali’ il cui esito è mediamente meno soddisfacente per i contraenti, e progressivamente peggiorativo (<sup><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote3anc" href="#sdfootnote3sym"><sup>3</sup></a></sup>).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">Spostando l’attenzione dalla regolazione legale al sistema concreto delle regolazioni sociali si acquista una prospettiva più incisiva sulla penetrazione criminale. L’insieme delle regolazioni e delle sregolazioni, infatti, non si contrappone in modo antinomico al potere legale, in un gioco a somma zero. Il gioco tra regolazione sociale, istituzionale e sregolazioni (almeno in parte intenzionali) sembra emergere con evidenza nelle realizzazioni delle politiche urbane.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">In definitiva, un ulteriore elemento specifico della situazione italiana è la fortissima presenza nel nostro paese di regolazioni localiste e particolari, che hanno permeato da tempo la politica locale, ma hanno compiuto un salto di scala con la regionalizzazione, la riforma costituzionale, e la diffusione di forme di economia mista.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">Il localismo si aggiunge alla debolezza storica del corpo politico centrale, alla corrosione delle ideologie e della morale dei soggetti politici, e al tradizionale e strutturale consociativismo della politica conseguente alla necessità di tenere insieme un paese fortemente frammentato. Particolarismo e consociativismo trovano una forma istituzionale congeniale nella partnership tra soggetti pubblici e privati, una forma di commistione tra mercato e responsabilità pubblica che è tipica delle esperienze più avanzate di sperimentazione neoregolativa e post liberista.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">Conclusioni</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">In definitiva, la prospettiva di ricerca che rilegge il processo di incapsulamento del modello liberista nel complesso contesto regolativo degli stati nazioni (sconvolti dalla globalizzazione e dalla riformulazione delle politiche pubbliche), conduce a valorizzare gli aggiustamenti, le pratiche, i compromessi rispetto all&#8217;assetto precedente, più che il confronto tra modelli puri. Da questa prospettiva, gran parte del dibattito critico sul planning sembra viziata da una forte e superflua astrazione; inoltre, sembra insistere su potenzialità di implicazione, da un lato, o limiti strutturali dall&#8217;altro che non solo non sembrano contraddittori e reciprocamente esclusivi, ma probabilmente riguardano caratteri generali dei sistemi sociali, e ne sopravvalutano invece l&#8217;incidenza sul campo di azione legato alle trasformazioni e alla pianificazione urbana.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">Gli elementi fin qui rapidamente scorsi sembrano indicare una prospettiva di approfondimento di un certo interesse e un po&#8217; diversa, in particolare intorno ai tre temi passati in rassegna: la ristrutturazione e ricostruzione delle arene politiche pubbliche, in particolare la &#8216;distanza&#8217; acquisita a livello centrale, e al contrario il coinvolgimento nei processi costituenti a livello locale; l&#8217;accentuazione sociale di politiche che, per motivi e occasioni diverse, spesso ideologicamente opposte, fanno perno sulla attivazione degli attori implicati; la realizzazione di nuovi e instabili accordi a cavallo di reti di attori e istituzioni di diversa provenienza e caratura politica, che marcano il problematico rapporto tra stato e mercato, da un lato; tra interessi comuni e particolari dell&#8217;altro.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-left: 19.2pt;text-indent: -19.7pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Balducci, A. e Fedeli, V. (2007), a cura di, Territori della città in trasformazione. Tattiche e percorsi di ricerca, Angeli, Milano.</p>
<p style="margin-left: 19.2pt;text-indent: -19.7pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Brenner N., Theodore N., a cura di (2002), Spaces of Neoliberalism: Urban Restructuring in North America and Western Europe, Blackwell, London.</p>
<p style="margin-left: 19.2pt;text-indent: -19.7pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Coppola, A. (2008), “Recensione: Jason Hackworth, &#8216;The neoliberal city&#8217;”, Territorio, 46.</p>
<p style="margin-left: 27.2pt;text-indent: -27.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Cremaschi, M. (1994), &#8220;La denazionalizzazione del problema abitativo&#8221;, Urbanistica, 102.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify">Cremaschi, M. (2005), “Lo Stato delle partnership”, Territorio, 21.</p>
<p style="margin-left: 27.2pt;text-indent: -27.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Cremaschi, M. (2007a), “The dark side of social capital: crime, development, and social regulations in Southern Italy”, Aesop International Conference, Napoli, july.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify">Cremaschi, M. (2007b), “Quartieri che cambiano: un’agenda di ricerca”, in A. Balducci e Fedeli V. Cremaschi, M. (2008), a cura di, “Legalità debole, criminalità e periferie”, in Territorio, in stampa.</p>
<p style="margin-left: 19.2pt;text-indent: -19.7pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Crosta, P. L. (2007a), “Interazioni: pratiche, politiche e produzione di pubblico. Un percorso attraverso la letteratura, con attenzione al conflitto”, Critica della Razionalità Urbanistica, 19.</p>
<p style="margin-left: 19.2pt;text-indent: -19.7pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Crosta, P. L. (2007b), “L&#8217;abitare itinerante come &#8216;pratica dell&#8217;abitare&#8217; che costruisce territori e costruisce popolazioni. Politicità delle pratiche”, in A. Balducci e Fedeli V.</p>
<p style="margin-left: 19.2pt;text-indent: -19.7pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Donolo, C. (2001), Disordine. L&#8217;economia criminale e le strategie della sfiducia, Donzelli, Roma.</p>
<p style="margin-left: 19.2pt;text-indent: -19.7pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Donzelot, J. (2008), a cura di, Ville, violence et dépendance sociale, La Documentation Française.</p>
<p style="margin-left: 19.2pt;text-indent: -19.7pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Giddens, A. (1998), The third way, The renewal of social democracy, Polity, London.</p>
<p style="margin-left: 19.2pt;text-indent: -19.7pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Larner, W. (2003) “Guest editorial: Neoliberalism?”, Environment and Planning D: Society and Space 21(5): 309–312.</p>
<p style="margin-left: 19.2pt;text-indent: -19.7pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Larner, W. e Craig, D. (2005), &#8216;After Neoliberalism? Community Activism and Local Partnerships in Aotearoa New Zealand&#8217;, Antipode, 403-424.</p>
<p style="margin-left: 19.2pt;text-indent: -19.7pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Leitner H.,  Peck J., Sheppard E. S.  (2007), a cura di, Contesting Neoliberalism: Urban frontiers, Guilford Press, New York.</p>
<p style="margin-left: 19.2pt;text-indent: -19.7pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Mangabeira Unger, R. (2006), What Should the Left Propose? Verso, Londra (tr. it., Democrazia ad alta energia, Fazi, Roma 2007).</p>
<p style="margin-left: 21.9pt;text-indent: -20.9pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Palermo, P. C. (2001), Prove di innovazione. Nuove forme ed esperienze del governo del territorio in Italia, Angeli, Milano.</p>
<p style="margin-left: 21.9pt;text-indent: -20.9pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Perkins D., Nelms L., Smyth P., (2004), Beyond neo-liberalism: the social investment state?, Social Policy WP 3, Centre for Public Policy, University of Melbourne.</p>
<p style="margin-left: 21.9pt;text-indent: -20.9pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Jessop B. (2002), “Liberalism, neoliberalism and urban governance: A state-theoretical perspective”, Antipode, 34 (3):452–472.</p>
<p style="margin-left: 21.9pt;text-indent: -20.9pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Keil R. (2002), ‘‘Common-sense’’ neoliberalism: Progressive conservative urbanism in Toronto”, Canada, Antipode, 34 (3): 578–601.</p>
<p style="margin-left: 21.9pt;text-indent: -20.9pt;margin-bottom: 0pt">
<div id="sdfootnote1">
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote1sym" href="#sdfootnote1anc">1</a> La letteratura su questo tema è vasta e 	difficilmente riassumibile. Nel contesto britannico, probabilmente 	due posizioni contrapposte sono segnate da Allmendiger e Healey. 	Gran parte della cultura internazionale del planning combina 	elementi delle due posizioni, ma resta catturata da questa 	contrapposizione non sempre fertile.</p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote2sym" href="#sdfootnote2anc">2</a> In particolare, nel lavoro di Crosta si perviene alla critica più 	decisa del modello funzionalista delle politiche, e a stabilire la 	necessità di interrogarsi sulle politiche non come decisioni, 	ma come momenti che colgono il cambiamento, gli aggiustamenti tra 	attori diversi sul campo (Crosta 2007a).</p>
</div>
<div id="sdfootnote3">
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote3sym" href="#sdfootnote3anc">3</a> La sregolazione è una caratteristica ipertrofica 	dei sistemi legali che viene utilizzata da circoli particolaristici 	per rafforzare il proprio potere di inter-mediazione. Su questa 	possibilità si inseriscono efficacemente gli interessi 	illegali (Cremaschi 2007). La sregolazione riguarda la formazione di 	un ordine che dipende non dalla produzione di decisioni 	regolative, né dalla semplice assenza di decisioni (che 	non impedisce a molte istituzioni, per esempio i dipartimenti 	universitari, di funzionare lo stesso); ma dalla produzione di 	regolazioni non decisive, tali cioè da preservare 	all’infinito il potere di mediazione dei circuiti particolaristici 	e dei mediatori. Questo è stato il tema della seconda parte 	del convegno (Cremaschi 2008, in stampa).</p>
</div>
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		<title>Destra, sinistra e politiche urbane: inciampi del riformismo in urbanistica</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Oct 2009 13:01:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“Destra e sinistra: inciampi del riformismo in urbanistica”, in S. Lanzani, S. Moroni, Città e azione pubblica, riformismo al plurale, Carocci, 2007.
<p align="justify">
<p align="justify">La dizione di riformismo in urbanistica allude, da un lato, a tradizioni di pensiero con radici ottocentesche accomunate dalla convinzione che agire sull’ambiente urbano (Crosta 1975) corregga le disparità economiche e sociali; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<address>“Destra e sinistra: inciampi del riformismo in urbanistica”, in S. Lanzani, S. Moroni, Città e azione pubblica, riformismo al plurale, Carocci, 2007.</address>
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<p align="justify">La dizione di riformismo in urbanistica allude, da un lato, a tradizioni di pensiero con radici ottocentesche accomunate dalla convinzione che agire sull’ambiente urbano (Crosta 1975) corregga le disparità economiche e sociali; e dall’altro, ad una famiglia di pratiche relative alla regolazione dell’uso dei suoli e, in particolare, al controllo della formazione della rendita immobiliare attraverso lo strumento dei piani regolatori.</p>
<p align="justify">Quale che sia la combinazione di cui si rivendica l’eredità, non sarà difficile rintracciare elementi critici e disciplinari accoppiati ad orientamenti normativi e assunzioni di valore, che mutano con evidenti cicli e accentuazioni, nell’una o nell’altra direzione. Non c’è un singolo approccio riformista, da questo punto di vista ma tante ibridazioni di metodi, spunti etici e generalizzazioni empiriche, talvolta con pretese dottrinarie, raramente stabilizzate in più ampie formazioni discorsive.</p>
<p align="justify">Per esempio, nello scorso trentennio si è diffuso un approccio comune alla gestione della trasformazione postindustriale in diversi paesi europei che, sotto nomi differenti (terza generazione, renaissance, eurocities…) ha promosso politiche, linguaggi, tecniche simili. Se si accetta questa definizione, non sfuggirà il carattere molto ‘costruito’ dell’oggetto –il riformismo in urbanistica- pervaso com’è di apporti eterogenei provenienti da influenze culturali, acquisizioni tecniche, rapporti di forza, credenze accumulate e gioco degli attori.</p>
<p align="justify">Il ruolo dello stato, e il rapporto con la politica, sono -in questo approccio- il necessario correttivo ad alcuni palesi fallimenti del mercato. Questo aspetto naturalmente apparenta il riformismo urbanistico con il più vasto riformismo politico in opposizione al mercato nel merito, alle utopie nei mezzi o radicalità dei valori. Inutile sottolineare la rilevanza della distinzione tra le due tradizioni, almeno finché si resta sul piano critico e dottrinario: la distanza si riduce invece, quando si passa al piano delle pratiche. Reiterare la distinzione tra mercato, riformismo (o la più ‘virtuosa’ critica radicale) diventa però controproducente quando c’è incertezza o instabilità sui termini.</p>
<p align="justify">Questo saggio prova a verificare il contenuto ‘riformista’ in alcuni casi, scelti perché più familiari a chi scrive, che mostrano l’usura delle categorie interpretative tradizionali. Sono vicende non secondarie (cessione d’immobili pubblici; orientamenti delle politiche abitative; coalizioni di sviluppo urbano; identità dei luoghi) nelle quali si evidenziano comuni nodi concettuali, questioni di metodo e stili d’approccio.</p>
<p align="justify">In particolare, sembra di poter indicare un limite comune al modo di procedere storicamente ‘riformista’: una ‘cifra’ astratta e generalizzante, spesso vincolata ad una lettura statica e oppositiva. Affrontare questo nodo può aiutare a superare le critiche correnti -radicali e di mercato- che per difetto di simmetria replicano il limite senza correggere il tiro.</p>
<p align="justify">Se la strategia argomentativa è valida, giudicherà chi legge dal punto d’arrivo. Quel che preme è indicare una strada per sostenere politiche più giuste, senza dover incorrere negli errori d’astrattezza, generalità, e semplificazione che sembrano essere l’abituale corredo logico (e il punto debole) delle argomentazioni ‘riformiste’ (e delle repliche d’altra ispirazione).</p>
<p><em>Il riformismo astratto è poco sexy </em></p>
<p align="justify">L’ urbanistica si vuole fondata sulla tecnica e su scelte di valore; non necessariamente parla di desideri (<sup><span style="font-size: xx-small"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote1anc" href="#sdfootnote1sym"><sup>1</sup></a></span></sup>), né si confronta con la scala ordinaria delle pratiche. Viceversa, la duplice fondazione tecnica ed etica ambisce a fornire una sorta di dottrina-guida all’azione collettiva.</p>
<p align="justify">Ma periodicamente esplodono le contraddizioni tra politiche e i loro principi, l’azione collettiva e i suoi valori. Per esempio il passaggio del planning dall’era thatcheriana a quella blairiana è stato ricostruito lungo il continuum destra-sinistra (Almendiger e Tewdwr-Jones 2000); come pure le politiche abitative (Marcuse 2001; Cowan e Marsh 2001); i fenomeni di <em>gentrification</em> (Smith 1996); le politiche di rinnovo urbano (Moulaert <em>et al.</em> 2003). In queste ricostruzioni, il riformismo urbanista appare una risposta debole al <em>mainstream</em> neo-liberale, divenuto recentemente ancora più pervasivo e pericoloso, una forma di ‘globalized planning’ particolarmente influente di recente sulle retoriche per la città europee (Mc Neill 1999).</p>
<p align="justify">In realtà le relazioni tra i due termini sono meno chiare di quanto può sembrare, e l’opposizione meno esaustiva (una ricostruzione critica in Monclús: 2003). Ad uno sguardo più ravvicinato, infatti, le categorie di destra e sinistra, come quelle di riformismo e neoliberismo, appaiono assai poco stabili nel tempo, in particolare se applicate al planning. Per esempio, sugli effetti della concentrazione, la globalizzazione, il ruolo del mercato, le diverse scuole di pensiero si dividono come pure le scelte politiche. A complicar le cose – a partire almeno dalla fine degli ani ’70- è attivo anche un riformismo di ‘destra’, un progetto modernizzatore che scompagina la tradizionale e stabile assunzione, tacita ma solidamente ancorata, che fa coincidere innovazione e modernizzazione, riforme e progressismo.</p>
<p align="justify">Contrariamente dunque a quanto per semplicità si assume, lo schema bimodale progresso <em>vs.</em> conservazione è insufficiente a descrivere le politiche, e peraltro è solo uno, e non il più recente, dei ‘clivage’ che caratterizzano la politica occidentale (<sup><span style="font-size: xx-small"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote2anc" href="#sdfootnote2sym"><sup>2</sup></a></span></sup>). La corrispondenza tra opzioni politiche e valori omogenei (valori e politiche di destra e di sinistra; conservatori e riformisti) non si rintraccia così frequentemente come piacerebbe: e a ben guardare, la fase politica recente ha rimescolato l’armamentario ideologico e, soprattutto, il repertorio strumentale (questioni importanti come il decentramento o lo sviluppo locale non sono facilmente collocabili in questo spettro).</p>
<p align="justify">Questi sforzi ricostruttivi pongono un duplice problema: da un lato, disvelare le relazioni strutturali sottostanti le posizioni ideologiche; dall’altro, individuare i modi e il ritmo di cambiamento, delle une come delle altre (la relazione tra le due non essendo peraltro semplice). Il rischio che corrono queste rassegne è infatti di replicare all’infinito un lavoro puntiglioso di documentazione che finisce per dar conto, in modo un po’ deludente, di facili fraintendimenti nel travaso periodico d’idee da una parte all’altra dell’oceano (<sup><span style="font-size: xx-small"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote3anc" href="#sdfootnote3sym"><sup>3</sup></a></span></sup>). Peraltro, i risultati non sono sempre all’altezza delle aspettative. Sovente –soprattutto nella letteratura più consolidata- si assiste alla fortuna accademica di certi filoni di studio che si sviluppano in subculture disciplinari (solo per citarne alcuni: sostenibilità, Migliaccio 2003; partecipazione: Ciaffi e Mela 2006) senza che si avverta la necessità di contrastare razionalizzazioni ideologiche ex-post, dispositivi normativi e pratiche, nonché i diversi e conseguenti problemi teorici e metodologici che sollevano. I problemi ‘wicked’ delle scelte sociali sono difficili; i valori sono per principio conflittuali; anche quando i set di valore sembrano più stabili, gran parte del dibattito scopre le rilevanti eccezioni (l’opposizione iniziale, seguita dal riconoscimento della compatibilità, tra planning e Thatcher; ma anche in seguito tra planning e Blair: Allmendiger e Tewdwr-Jones 2000).</p>
<p align="justify">Vuol dire che destra e sinistra vengano meno come distinzioni? Come già autorevolmente sostenuto da Norberto Bobbio, non è una conclusione inevitabile. Neanche la distinzione tra riformismo e radicalismo viene meno: ma certo corrisponde ad orientamenti meno categoricamente distinti. Perfino la riflessione sul cambiamento estremo deve reinventarsi opposizioni concettuali abusate (<sup><span style="font-size: xx-small"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote4anc" href="#sdfootnote4sym"><sup>4</sup></a></span></sup>).</p>
<p align="justify">Ma il fraintendimento sollevato da queste ricerche riguarda non la <em>politica</em> e gli orientamenti ideologici, ma i destini e le conseguenze delle <em>politiche</em>. Più che il gioco tra gli attori politici, spesso strumentale, la questione da affrontare riguarda la formazione dei set di valore, sui quali torniamo rapidamente in conclusione, l’evoluzione e, soprattutto, cosa ne succeda durante fasi di rottura che, in altro contesto, si direbbero paradigmatiche.</p>
<p align="justify">Questo gioco delle parti si è ripetuto sovente negli ultimi anni. Ne sono esemplificazioni il dibattito sulla cessione degli immobili pubblici, sugli orientamenti delle politiche abitative, sui regimi urbani, sull’identità, che riprendiamo nei prossimi paragrafi.</p>
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<p><em>Gli immobili pubblici</em></p>
<p align="justify">Nel corso degli ultimi quindici anni sono state avviate numerose iniziative di cessione del patrimonio immobiliare pubblico. Dal punto di vista operativo, il caso è sintomatico di una difficoltà gestionale: l’iniziativa ha attraversato tutte le usuali riformulazioni, dalla proposta di valorizzazione, alla cessione integrale, al trasferimento ai comuni, la costituzione di una serie di sfortunate agenzie, fino alla cartolarizzazione tuttora in corso. Il dibattito su questa questione è stato sovente guidato da nozioni molto generali e ideologiche: il lato pubblico (della proprietà, dell’economia, degli interessi) <em>vs.</em> quello privato, che vengono fatti corrispondere ad azioni tra loro opposte come la nazionalizzazione e la (s)vendita.</p>
<p align="justify">La cessione dei beni immobili pubblici è stata strumentalmente assimilata alle politiche di privatizzazione (delle imprese di produzione e dei servizi di proprietà dello stato). Ma il ruolo del patrimonio pubblico immobiliare è difficilmente riconducibile ad una funzione unica e predominante. Solo in pochissimi casi, per quanto importanti, il semplice possesso d’alcune categorie di beni immobili costituisce un condizionamento reale al mercato (foreste, acqua e falde, mari, miniere…). I beni immobili pubblici non necessariamente coincidono con beni pubblici ‘puri’, che casomai corrispondono all&#8217;idea di &#8220;demanio&#8221; inalienabile. E per l&#8217;appunto, la cessione dei beni immobiliari riguarda solo i beni alienabili e disponibili. Questi non sono caratterizzati solo dal titolo di proprietà, ma in generale dai rapporti tra pubblico e mercato, dalle forme di contracting-out, ecc. In quest’accezione allargata, la gestione di certi servizi o beni tradizionalmente pubblici può essere conferita ai privati in modo indiscriminato (l&#8217;etere), o anche in modo più o meno controllato (i servizi di recapito postale), o ancora può trovare forme di gestione intermedie (la protezione dagli incendi, il soccorso alpino, il servizio delle autoambulanze, alcuni servizi sociali sono gestiti da soggetti terzi, non necessariamente pubblici, attraverso contratti e modelli cooperativi).</p>
<p align="justify">Dunque, rispetto alle privatizzazioni in generale, o anche alle privatizzazioni degli alloggi pubblici, la cessione dei beni immobili patrimoniali (non demaniali) fa leva su un elemento, l&#8217;inefficienza gestionale pubblica: non si ridimensiona il ruolo dello stato perché si restituisce un settore al mercato, ma si fa ordine nella gestione di beni pubblici. Viceversa, il rimprovero prevalente a questa versione rassicurante, non priva di qualche occasionale lirismo contabile, è la disattenzione per le conseguenze economico-finanziarie, extra-gestionali delle cessioni, in particolare sulla produzione della città.</p>
<p align="justify">Questo contesto di riflessione elabora le categorie delle politiche, in particolare quelle relative alla mobilitazione economica del patrimonio, ma risulta inadeguato a rendere conto degli aspetti specifici della problematica. Infatti, le varie forme di <em>mobilitazione</em> economica degli immobili (edifici e terreni, in uso e dismessi) hanno progressivamente registrato l’insufficienza della definizione giuridica e pratica della distinzione pubblico-privato.</p>
<p align="justify">In origine, la prima giustificazione della proprietà pubblica, l&#8217;esercizio di un servizio di utilità generale, è stata elaborata in contrapposizione al diritto fondamentale alla proprietà privata. Ma già i beni patrimoniali -dicono i giuristi- che pur hanno in comune con quelli demaniali “l&#8217;attitudine” ad essere utilizzati per fini di pubblico interesse, ricadono per dottrina nel diritto privato. In ogni modo, la distinzione appare nella sostanza superata (Cassese e Cerulli Irelli, <em>cit.</em> in Cremaschi 1994a).</p>
<p align="justify">L&#8217;azione pubblica in questo campo, anche nella forma della regolazione generale, non scappa dall&#8217;evolversi del rapporto e dal reciproco intreccio delle due nozioni, tanto quanto il diritto di proprietà privato &#8220;si è dissociato progressivamente dal suo oggetto, dall’idea di potere, di dominio&#8221; (Pastorel, in AA.VV. 1992). Il destino della proprietà pubblica appare a questo punto del tutto metafisico: per difenderla, in tradizioni amministrative robuste, si ricorre all’idea che assicuri &#8220;la perennità&#8221; dello stato (introduzione, in AA.VV. 1992). Facile allora sostenere la metafisica opposta, e cioè che disfarsi del patrimonio (operazione peraltro ricorrente in Italia: la dismissione ottocentesca dell&#8217;asse ecclesiastico non ha equivalenti negli altri paesi di codice napoleonico) svilisca la dignità dello stato.</p>
<p align="justify">Questa prima vicenda evidenzia la delicata riformulazione delle categorie interpretative, e l’influenza delle rappresentazioni che svolgono un ruolo operativo rispetto ai grandi orientamenti valoriali. <em>Patrimonio</em> pubblico è la nozione storica, referente di un&#8217;idea consolidata d’interesse ed uso collettivo, che non cela il carattere occasionale dei beni che lo compongono, con l’inevitabile rischio di ‘inefficienza’ economica e una famiglia d’iniziative di cessione conseguenti. <em>Giacimento</em> è una nozione più recente (applicata per prima ai beni culturali ma facilmente estendibile: Bobbio 1990) che accetta l’origine casuale e sedimentaria dei beni e pone l’attenzione sull’attivazione delle risorse, assume come nodo il contesto e implica una valutazione positiva dell’autonomia dei soggetti che rovescia la prospettiva d’azione.</p>
<p align="justify">Va da sé che trasferire la proprietà d’alcuni immobili ai privati è un problema solo laddove la proprietà pubblica e quella privata si rappresentano reciprocamente in termini oppositivi, come nel discorso del patrimonio: opposizione che svanisce -o si riduce molto-, quando l&#8217;idea di giacimento introduce una modalità di regolazione congiunta tra una pluralità di soggetti diversi per diritto, scopi e responsabilità di una funzione collettiva.</p>
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<p align="justify"><em>Casa e politiche per la casa</em></p>
<p align="justify">Nulla di apparentemente più ideologizzato delle politiche per la casa (<sup><span style="font-size: xx-small"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote5anc" href="#sdfootnote5sym"><sup>5</sup></a></span></sup>) fin dalla storica contrapposizione tra proprietà e affitto. Nella pratica nazionale, però, i diversi regimi politici hanno sempre praticato il sostegno alla proprietà (attraverso la divisione delle cooperative, per esempio). Ma nel lungo periodo, i paesi avanzati presentano una totale trasformazione delle condizioni di partenza e dei modi d’azione rispetto al primo dopoguerra.</p>
<p align="justify">Infatti, le politiche abitative osservano cruciali riformulazioni, una vera e proprio <em>metamorfosi</em> delle relazioni tradizionali tra politica pubblica (statale) e territorio. Ridefinizione che più di un osservatore attribuisce proprio alle inedite combinazioni tra ambiti spaziali, attori emergenti, modi d’intervento.</p>
<p align="justify">Le misure abitative che hanno accompagnato la fase storica dell’espansione urbana e sono durate per tutto il ciclo della ‘modernità’ (Harloe 1995; Topalov 1987) hanno costituito un terreno fertile per le politiche per la città. Da questo punto di vista, la politica della casa è stata uno dei pilastri –forse il modello- della “nazionalizzazione” dell’intervento pubblico sui mercati fondiari. Com’è noto, questa garanzia è stata costitutiva nella formazione dei sistemi di welfare che hanno accompagnato il dispiegarsi del modello urbano-industriale. Casa, città, cittadinanza sono state legate da una misura universale e da un mediatore statuale (che le politiche di privatizzazione stanno annullando: Cremaschi 1994b).</p>
<p align="justify">Nel contesto della prima modernizzazione, il principale dilemma etico delle politiche della casa ha riguardato la natura dell’alloggio, se fosse cioè merce o diritto. Nel primo caso, ne discendono alcune conseguenze in termini di limiti dello stato e d’indirizzo regolativo. Nel secondo, indicazioni opposte, che però sono restate prevalentemente disattese. Va da sé che su questa premessa si fondano considerazioni congiunturalmente rilevanti, riguardo per esempio il cambiamento in corso: per esempio, l’edilizia pubblica sarebbe per natura riformista e di sinistra, perché avvalora i diritti; la proprietà e le privatizzazioni di destra, come ha sostenuto autorevolmente Marcuse, perché sostiene il mercato. L’esito un po’ paradossale a cui perviene questo ragionamento, facilmente adattabile al caso italiano, è che non ci sono mai state politiche abitative ‘riformiste’, cioè politiche che togliessero la casa dalla condizione di merce. Al massimo, ci sono state delle politiche di mediazione e di sostegno all’edilizia sul modello keynesiano, sostanzialmente varianti del modello di mercato.</p>
<p align="justify">I problemi contemporanei sono diversi e, corrispondentemente, sono cambiate le politiche. Nei paesi avanzati la casa è patrimonio di oltre la metà, a volte tre quarti delle famiglie. I problemi abitativi nei paesi avanzati non dipendono dalla scarsità, ma dalla povertà. Inoltre, sono influenti processi d’omogeneizzazione con iniziative d’altri paesi (Padovani 2002; Tedesco 2002); queste seguono schemi di ‘europeizzazione’ notoriamente influenti su più di un settore di policies (Radaelli 1998); la finanziarizzazione del mercato scompone e ricompone il rapporto tra reddito, risparmio, investimento edilizio di famiglie e imprese, creando sia bolle speculative sia combinazioni potenzialmente nuove (edilizia sociale di mercato); infine, le forme di territorializzazione delle pratiche abitative mostrano caratteri specifici (Marcuse e Van Kempen 2000), e in parte combinazioni inaspettate, che accostano gruppi sociali e territori in forme meno univoche di un tempo.</p>
<p align="justify">Ancora, l’onda della globalizzazione ridefinisce le problematiche abitative: da problema d’espansione del mercato edilizio, a problema di povertà; da questione di patrimonio, a questione di tenuta e costruzione di legami sociali, d’identità (esemplare da questo punto di vista la questione dell’immigrazione: Bricocoli e Centemeri 2005).</p>
<p align="justify">Insomma, tutto è cambiato. Il problema fondamentale riguarda dunque la stabilità delle categorie su cui si operano le politiche della casa, in particolare della nozione di merce, mercato e le possibili alternative. Le prospettive più interessanti sembrano avvalersi delle nuove combinazioni (attori terzi, che fanno politiche non profit con strumenti di mercato): queste sono le condizioni –non facili- del riformismo contemporaneo, che deve al tempo stesso produrre alloggi sostenibili e condivisione abitativa.</p>
<p align="justify">Ma più in particolare, si potrebbe obiettare che resta poco considerato il vistoso problema della mediazione pubblica e dei connessi problemi di deviazione burocratica; e, viceversa, sono ignorati i potenziali aspetti progressivi d’<em>altri</em> strumenti (i voucher, per esempio), in principio (ma erroneamente) connotati come liberisti (Beltrametti 2005). Queste sono obiezioni non peregrine, ma che giustamente possono essere considerate al tempo stesso generali (riguardano tutti i sistemi pubblicisti, welfare, educazione ecc.); e locali (dipendono da condizioni di contesto e d’organizzazione del sistema ‘produttivo’ dei beni comuni). In particolare, la vicenda evidenzia la mancanza di una riflessione sugli strumenti e l’evoluzione dei modi del governo.</p>
<p><em>Chi governa la città</em></p>
<p align="justify">Nel caso delle coalizioni di sviluppo una vasta letteratura ha discusso della natura dei regimi urbani e delle caratteristiche delle strategie di sviluppo che ne discenderebbero.</p>
<p align="justify">Si tratta di un tema ormai ampiamente studiato (Bobbio 1996; Le Galès 1998 e 2002), che cerca di caratterizzare le scelte di governo delle città in base all’influenza di coalizioni d’interessi privati e istituzioni pubbliche, al mix di convenienze economiche e al tipo d’accordo che sono in grado di esprimere.</p>
<p align="justify">Nell’originale formulazione statunitense, le coalizioni sono spesso legate a stili di politiche: combinazioni d’interessi fondiari, finanziari, politici ed edilizi formano delle vere e proprie ‘macchine per lo sviluppo’. Secondo questo filone di ricerca, interessi pubblici e privati si coalizzano in ‘growth machine’ per reggere il governo locale e influenzare le decisioni rilevanti sullo sviluppo urbano. Città diverse sono state esaminate in questa prospettiva, estesa man mano anche a casi europei (Molotch e Vicari 1988).</p>
<p align="justify">I regimi possono assumere differenti ‘stili’ di governo secondo lo stadio di sviluppo, della maturazione delle aspettative, del livello di ricchezza complessiva… L’indagine cerca di caratterizzare appunto stile, composizione, provenienza delle coalizioni di governo, quasi obbedissero a leggi esterne in qualche modo legate ai fattori oggettivi dell’organizzazione urbana. In definitiva, gli stili di politica sarebbero riconducibili alla logica degli interessi e del consenso.</p>
<p align="justify">La letteratura si presta ad esercizi di virtuosismo censorio, significativamente connotati da appartenenze accademiche e geografiche. Per esempio, geografi inglesi in visita nei paesi latini colgono facilmente l’occasione per stigmatizzare la deriva dei riformisti mediterranei (Mc Neill 1999 e 2001). In realtà, l’evoluzione del planning e della governance urbana degli ultimi trenta anni si svolge su binari relativamente comuni alla gran parte delle città nord occidentali. La funzione dello sviluppo urbano è cambiata dalla crisi del fordismo e dalla conseguente deindustrializzazione urbana della fine del secolo scorso. L’<em>entrepreneurialism</em> vigoroso sperimentato dalle città americane ha alterato i ruoli del pubblico e privato: lo stesso pianificatore non è più un regolatore ma parte attiva del processo di sviluppo (Frieden 1990).</p>
<p align="justify">La questione non riguarda l’analisi di modelli diversi, quanto un panorama tutt&#8217;altro che ovvio. Per esempio, a causa della non infrequente combinazione (Savitch e Kantor 2002) di politiche ‘progressiste’ e regimi ‘conservatori’ (Parigi, Toronto); e, viceversa, di politiche apparentemente liberali con regimi progressisti (Barcellona, Roma). Anche in questo caso la corrispondenza tra valori e politiche non è scontata (Parkinson 1998).</p>
<p align="justify">Restando a Barcellona, il caso forse più famoso, gli effetti (non sempre scontati) distributivi e re-distributivi (analiticamente difficili da distinguere) delle politiche pongono rilevanti problemi nell’ottica delle trasformazioni strutturali di medio-lungo periodo, e vanno valutate caso per caso. E in questo caso non si possono negare le combinazioni originali che politiche di sviluppo socialmente orientate possono predisporre (Guzzo 2006). Va ripetuto che le valutazioni vanno fatte in un contesto che non rimane lo stesso, ma che nel tempo cambia e si adegua. Da questo punto di vista, è forse più importante inserire la valutazione su uno sfondo interpretativo, e uscire dall’ansia da prestazione che porta a giudicare per ‘modelli’: esemplare per l’aspetto strategico e qualitativo (della progettazione degli spazi urbani), Barcellona lo è meno per altri non meno importanti (l’organizzazione metropolitana e gli spazi verdi: Monclús 2003).</p>
<p align="justify">L’episodio del governo urbano mette nettamente in luce un vizio antico: la predilezione per modelli esplicativi monocausali, lineari e generalizzanti. Oltre ad essere poco plausibili, nelle condizioni attuali, questi modelli contrastano vistosamente con la realtà empirica. Si possono reggere dunque solo attraverso una sovraproduzione retorica, che deriva una presunta legittimità dalla difesa di valori solo apparentemente indiscutibili.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>Identità e comunità urbana</em></p>
<p align="justify">Limiti e pregi di questa mediazione tra metodi e valori sono ancor più chiari nella trattazione dell’identità urbana. L’identità è un prodotto vulnerabile ma resistente a mutamenti, ricostruzioni, falsificazioni, all’omogeneizzazione strisciante della globalizzazione culturale.</p>
<p align="justify"><a name="OLE_LINK2"></a><a name="OLE_LINK1"></a>Anche l’identità territoriale ha subito la progressiva deistituzionalizzazione occorsa all’identità individuale. L’astrazione moderna dei processi produttivi e culturali nega le specificità dei luoghi (Cremaschi ed Elisei 2004), con più di un’analogia all’evanescenza delle identità individuali (Leonini 1988); tutte e due non a caso aprono un ‘mercato’ delle identità. Il successo della nozione d’identità territoriale (e le difficoltà di definizione fanno tesoro dei caratteri evocativi del termine) si spiega in questo contesto.</p>
<p align="justify">L’identità è frequentemente presentata come un accumulo di proprietà funzionali comuni ad un gruppo ristretto. La funzione esercitata è di rispecchiare il gruppo in un sistema simbolico che permette processi d’integrazione. Come noto, è spesso associata a due condizioni talvolta enfatizzate come prerequisiti: le vicende temporali lunghe (che hanno accompagnato nel corso della storia la formazione di culture locali); e gruppi di riferimento relativamente ristretti (la dimensione comunitaria), nell’implicita assunzione che storie comuni e prossimità esercitino condizioni positive se non indispensabili.</p>
<p align="justify">In sostanza, dell’identità si dà una visione patrimoniale (una dote fatta di set d’artefatti simbolici più o meno coerenti) e collettiva (un bene non divisibile e comune ad un gruppo sociale), quasi che la rappresentazione simbolica (identitaria) derivasse dalla proiezione di componenti materiali (il territorio).</p>
<p align="justify">Recentemente, si è insistito invece sul carattere ‘costruito’ della nozione d’identità, sia di quelle apparentemente consegnateci dalla storia, sia quelle forgiate dal mercato e –come denunciato da tempo- dai revival culturali a rischio di nostalgie folkloriche (Scamozzi 1986). Da questo punto di vista, il carattere derivato del discorso identitario non appare né accidentale né strumentale, ma piuttosto il contenuto proprio della nozione. In questo senso, è il territorio (substrato materiale) ad essere definito dall’identità (costrutto strategico), piuttosto che il suo contrario.</p>
<p align="justify">L’identità territoriale è un valore <em>e</em> una costruzione strategica, avviene nel contesto del confronto con l’‘altro’ e dentro a regole di gioco che distribuiscono poste tra operazioni di successo; in questo senso la sua costruzione è strumentale e accidentale. Al tempo stesso, è anche un dispositivo narrativo che struttura lo scambio e accompagna la costruzione delle politiche (Moscovici 1989); da questo punto di vista, la costruzione della storia richiede un minimo di coerenza e tende a produrre comportamenti omogenei. Insomma, l’identità territoriale è come un favo appiccicoso passato per molte mani: una griglia che setaccia tra i contenuti possibili secondo una doppia logica, strategica e discorsiva.</p>
<p align="justify">Il turismo viene spesso indicato come la pratica sociale che modella con maggior incisività il senso dei luoghi, ben più delle trasformazioni consapevoli e delle critiche erudite. I flussi turistici decentrano la produzione di senso, un aspetto tipico della contemporaneità, come le trasformazioni della socializzazione primaria nei sobborghi e nelle periferie recintate, o della leadership politica per effetto della televisione. Rispetto a questo, la capacità del discorso moderno di difendere le identità funzionali resta strutturalmente indebolito e a rischio, a favore di nuovi stili ed operatori.</p>
<p align="justify">Un problema comune a molte euristiche che affrontano le forme della città contemporanea è la combinazione tra lo ‘sguardo’ post-moderno e i valori che ancora vanno cercati nell’orizzonte del moderno (una commistione frequente, per esempio in Giddens, e comunque meno inusuale di quanto possa superficialmente sembrare).</p>
<p align="justify">Limiti e pregi di questa mediazione sono chiari nella vicenda della identità urbana. L’identità è un prodotto vulnerabile ma resistente: a mutamenti, ricostruzioni, falsificazioni, all’omogeneizzazione strisciante della globalizzazione culturale, alle impossibili fondazioni delle dottrine che proclamano un ‘autentico’ storico (e come conseguenza ne minano dall’interno la permanenza).</p>
<p><em>Per un’idea locale di giustizia</em></p>
<p align="justify">In questo breve excursus su quattro casi si è palesato un certo ‘conservatorismo’ di parte della letteratura accademica, che tende a reiterare pur difendibili convinzioni piuttosto che verificarne la trasformazione nel crogiuolo delle trasformazioni. Questo atteggiamento è fonte di stanchezza e confusione, nonché di ripetitività e scarsa incidenza di parte della ricerca urbana più recente. I quattro casi mostrano però dei problemi più ampi, nell’ordine:</p>
<ol>
<li>
<p align="justify">dal lato delle interpretazioni, l’erosione 	delle grandi categorie etico-deduttive di stato e mercato ha 	mostrato, nel caso degli immobili pubblici, l’emergere di 	dispositivi linguistici intermedi orientati in parte dalla 	vischiosità dei casi, in parte dalla possibilità di 	attivare risorse;</p>
</li>
<li>
<p align="justify">dal lato degli strumenti, il degrado degli 	strumenti statali di gestione, nel caso delle politiche abitative, 	mostra l’incidenza delle logiche perverse delle burocrazie e la 	necessità di innovare con radicalità adeguata al tasso 	di cambiamento dei fenomeni;</p>
</li>
<li>
<p align="justify">dal lato dei modelli, il ricorso ad abusate 	categorie generali e grandi scenari si rivela particolarmente 	ineffettuale nel caso dei regimi di sviluppo urbano, che mostrano 	invece combinazioni interessanti proprio nei momenti d’instabilità 	e di variazione;</p>
</li>
<li>
<p align="justify">infine, per quanto attiene al metodo, la 	rilevanza dei fattori culturali nella costruzione stessa dei 	fenomeni suggerisce, come nel caso delle identità 	territoriali, l’abbandono di strategie descrittive naturalistiche 	e la sperimentazione, certo rischiosa, di combinazioni più 	originali.</p>
</li>
</ol>
<p align="justify">Sono elementi importanti, ma non esaustivi né ordinati. Comunque, sembrano indicare la comune necessità di porre mano alla declinazione locale d’alcuni principi universali, quella idea di giustizia locale che anche Elster (1995) commentava.</p>
<p align="justify">Non c’è dubbio, infatti, che si possano commentare a lungo i guasti della urbanizzazione capitalista; e che l’attività di aggiornare la critica abbia salda fortuna accademica e incessante ripresa nella pubblicistica internazionale. Tutto questo esercizio manca però la presa e non pare in grado di cogliere gli elementi d’innovazione perché prende a riferimento un quadro di valori inteso come cornice <em>esterna</em> e <em>indipendente</em> dalla realtà da valutare. Questa assunzione è tanto frequente quanto insostenibile.</p>
<p align="justify">La linearità di rapporto tra potere-economia-valori svuota a priori qualsiasi tentativo riformista di introdurre spazio di gioco. Apparentemente, il riformismo fa largo uso di giudizi di valore esterni alla ragione economica, mentre il pensiero neo- liberale appare meno critico, delegando i risultati al gioco tra le forze del mercato. Una volta introdotti, però, i giudizi di valore tendono ad assumere il ruolo di variabili indipendenti, aprendo il varco a critiche radicali che hanno spesso buon gioco a rendere implausibili gli esiti faticosamente raggiunti dalle pratiche riformiste.</p>
<p align="justify">Com’è noto, alcuni problemi più specificatamente etici –per esempio, le difficoltà di fondazione dell’interesse pubblico e generale- sono invece consolidati in letteratura e hanno aperto un dibattito teorico consistente, sia pure in progress. Altri problemi più interpretativi, per esempio il ribaltamento di prospettiva su valori e azioni provenienti dalla prospettiva d’indagine delle pratiche, sono egualmente noti, anche se meno assimilati.</p>
<p align="justify">Il confronto tra valori e politiche diventa possibile a condizione di precisare la nozione di valori: si tratta di qualcosa molto distante dai valori ideali, costitutivi delle propensioni fondative delle azioni. L’eguaglianza, la solidarietà sono valori in questo senso. Al contrario, si potrebbero considerare i valori nel senso di <em>beni comuni</em>, fortemente ibridizzati con altre poste e condizioni.</p>
<p align="justify">Sono valori -in questa seconda dizione- ideali diversi, compositi, costituiti al contempo da orientamenti di fondo, rappresentazioni che strutturano le azioni, identità personali ecc. E’ un valore per esempio la propensione a camminare invece che prendere l’auto, qualcosa d’inscindibile dalle condizioni di contesto come dalle situazioni d’interazione.</p>
<p align="justify">Più precisamente, questi valori ideali sono combinati in configurazioni (Sciolla 2004) che organizzano e strutturano una pluralità d’orientamenti. Configurazioni che, a certe condizioni e a certi gradi, saranno coese e coerenti; e influenzeranno i relativi comportamenti.</p>
<p align="justify">Se si conviene che i valori intesi come beni comuni e come configurazioni d’orientamenti sono importanti nel caratterizzare la qualità del riformismo che si vuole innestare nelle pratiche politiche; ma se non s’intendono dette configurazioni come ‘dati’ esterni, sostanzialmente indipendenti e immutabili; bensì come elementi in qualche modo riconducibili alle azioni e alle reti d’attori, e quindi soggetti ad una dinamica e ad un inviluppo con credenze, appartenenze, pratiche, ecc.; allora, i valori collettivi non vengono prima delle politiche pubbliche, e anzi, ne sono spesso l’esito. O meglio ancora, potremmo riprendere l’autorevole definizione di Lowi (<sup><span style="font-size: xx-small"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote6anc" href="#sdfootnote6sym"><sup>6</sup></a></span></sup>) a suo tempo fertilmente provocatoria, e affermare che sono le politiche a fare i valori, e non viceversa.</p>
<p align="justify">In generale, si pone il problema di confrontare valori e pratiche (politiche) in modo biunivoco, assumendo cioè che ambedue siano variabili dinamiche che cambiano nel tempo. Questo è quasi impossibile senza una mappa storica per la comprensione della successione dei fenomeni. Anche in questo caso i riferimenti devono essere necessariamente circoscritti. Siamo in una fase storica di crescente individualizzazione, d’incremento dell’incertezza e d’indebolimento dei legami collettivi. Un minimo di prudenza sembrerebbe doveroso. Viceversa, anche un po’ d’attenzione per le prospettive teoriche che questa situazione crea non sembrerebbero del tutto inopportuna.</p>
<p><em>Conclusioni</em></p>
<p align="justify">Le riflessioni proposte conducono ad una certa insoddisfazione per gli esiti di filoni di ricerca recenti che ripetono le conquiste dell’analisi critica degli anni ‘70, ma mostrano limiti d’elaborazione che dipendono soprattutto da un’eccessiva affezione a categorie generalizzanti; dalla predilezione per modelli esplicativi universali; e dalla corrispondente sovrapproduzione retorica. La finalità di smascherare gli esiti socialmente ineguali delle politiche di mercato, è spesso accompagnato da un’analisi elementare del gioco della politica (oggetto invece d’importanti sviluppi negli ultimi venti anni); e dall’insostenibile pretesa che gli orientamenti valoriali seguono criteri omogenei.</p>
<p align="justify">Sembra dunque opportuno rivedere come valori e azioni si combinino in un momento di scomposizione dei frame della politica e delle giustificazioni etiche complessive. Riformismo è parola equivoca, che per giunta si porta appresso un secolo di promesse non mantenute, quando non di millanterie. Ma su un punto non c’è esitazione: il riformismo è (per definizione, non può non essere) responsabile del dove, del quanto, del come s’inverano le visioni e le deliberazioni.</p>
<p align="justify">A ben pensarci, il poco tanto che può fare del riformismo un’idea ‘sexy’, un argomento persuasivo, capace di sollecitare le pur necessarie emozioni ed entrare in positiva competizione con le utopie, è la responsabilità del cambiamento. In modo più concreto, parafrasando Amato, l’opposizione non è concettuale, ma pratica: sollevo i problemi in modo radicale; li affronto da riformista.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;text-indent: -17.1pt;line-height: 12pt" align="justify">
<p style="margin-right: -19pt">AaVv. 1992, Administration, avr.-juin, 155.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt;line-height: 12pt" align="left">Allmendinger Ph. e Tewdwr-Jones M., 2000, New Labour, New Planning? The Trajectory of Planning in Blair&#8217;s Britain, Urban Studies, 37,  8, July 1, pp. 1379-1402.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt">Beltrametti L., 2005, Vouchers, Presupposti, usi e abusi, Mulino, Bologna.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt" align="left">Bobbio L., 1990, &#8220;La politica dei beni culturali&#8221;, in B. Dente, a cura di, Le politiche pubbliche in Italia, il Mulino, Bologna.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt;line-height: 12pt" align="left">Bobbio L. 1996, La democrazia non abita a Gordio. Studio sui processi decisionali politico-amministrativi, Franco Angeli, Milano.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt;line-height: 12pt" align="left">Bobbio L. 2000, “Produzione di politiche a mezzo di contratti nella pubblica amministrazione italiana”, Stato e mercato, n. 58.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt;line-height: 12pt" align="left">Bricocoli M., Centemeri L., 2005, “Abitare: tra l’alloggio e la città. Quando le politiche entrano in casa”, in Bifulco L., 2005, a cura di Le politiche sociali. Temi e prospettive emergenti, Carocci, Roma.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt;line-height: 12pt" align="left">Ciaffi D. e Mela A., 2006, La partecipazione. Dimensioni, spazi e strumenti, Carocci, Roma.</p>
<p class="sdfootnote" style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt;line-height: 100%" align="left">Cowan D. e Marsh A., 2001, “Reports: New Labour, Same Old Tory Housing Policy?”, The Modern Law Review,  64:2, March, 260-261.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt" align="left">Cremaschi M., 1994a, Le peripezie del patrimonio pubblico. La mobilitazione economica degli immobili di stato 1985-1994, quaderno di ricerca Daest, Venezia</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt" align="left">Cremaschi M., 1994b, “La denazionalizzazione del problema abitativo”, Urbanistica, 102, 1994</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt">Cremaschi M. e Elisei P., 2004, “Identità territoriali e partnership per lo sviluppo”,  in I. Vinci, a cura di, Il radicamento territoriale dei sistemi locali, Angeli, Milano.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt">Crosta P. L. 1975, a cura di, L’urbanistica del riformismo, Etas, Milano.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt">Elster J. 1995, Giustizia locale, Milano, Feltrinelli, Milano.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt">Frieden B. J., 1990, “Center City Transformed. Planners as Developers”, Journal of the American Planners Association, 56.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt">George E., 2006, “Lessons From Colombia, Ex-Bogotá Mayor Enrique Peñalosa Lectures City Officials On How to Steer a Car-less Future”, Los Angeles Downtown News,  Sunday, dec. 10</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt">Guzzo F., 2006, “Tra crescita economica e giustizia sociale: i processi di governance urbana a Barcellona”, Stato e Mercato, 77</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt">Harloe M., 1995, The people’s home, Blackwell, London</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt">Le Galès P., 1998, “La nuova political economy delle città e delle regioni”, Stato e mercato, n. 52, pp. 282-291.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt;line-height: 12pt" align="left">Le Galès P., 2002, European cities, Social conflicts and Governance, Oxford UP.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt">Leonini L., 1988, L’identità smarrita, Mulino, Bologna</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt;line-height: 12pt" align="left">Marcuse P., 2001, “The Liberal/Conservative Divide in the History of Housing Policy in the United States”, Housing Studies, 16, 6, p. 717–736.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt;line-height: 12pt" align="left">Marcuse P. e R. Van Kempen, 2000, Globalizing Cities, Blackwell, Oxford.</p>
<p class="sdfootnote" style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt;line-height: 100%" align="left">McNeill D., 1999, Urban Change and the European Left. Tales from the New Barcelona, Routledge, London.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt;line-height: 12pt" align="left">McNeill D., 2001, “Rutelli’s Rome: Mayors and Personality Politics in Italy”, European Urban and Regional Studies, 8, 3, p. 253-256.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt">Migliaccio A., “Holzwege. Provenienza del discorso ecologico nella cultura urbanistica tedesca”, in Cru 14, 2003.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt">Molotch H. e Vicari S., 1988, “Three ways to build: The Development Process in the US, Japan and Italy”, in Urban Affairs Quarterly, 24, 2, pp. 188-214.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt;line-height: 12pt" align="justify">Monclús F.-J., 2003, “The Barcelona model: an original formula? From ‘reconstruction’ to strategic urban projects (1979-2004)”, Planning Perspectives, 18, oct., p. 399-421.</p>
<p style="margin-left: 17pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17pt;line-height: 100%">Moscovici S., 1989 “Il fenomeno delle rappresentazioni sociali”, in R. M. Farr, S. Moscovici, Rappresentazioni sociali, Mulino, Bologna.</p>
<p style="margin-left: 17pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17pt">Moulaert F., Rodriguez A., Swyngedouw E., 2003, “The Globalized City. Economic Restructuring and Social Polarization in European Cities”. Oxford UP.</p>
<p style="margin-left: 17pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17pt;line-height: 100%" align="left">Padovani L., 2002, “L’impatto della UE come nuovo attore di politiche urbane nel contesto italiano”, Urbanistica, 119.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt">Paige J. M., 2003, “Finding the Revolutionary in the Revolution: Social Science Concepts and the future of Revolution”, in J. Foran, a cura di, The Future of Revolution, Rethinking Radical Change in the Age of Globalization, Zed Books, London</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt;line-height: 12pt" align="left">Parkinson M., 1998, “Social cohesion and economic competitiveness are mutually sustaining, not mutually exclusive” in Improving Urban Governance, Solidarity, Public Participation, and Partnerships, OECD Workshop, Athens.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt" align="left">Pastorel J.-P., 1992, “L&#8217;État propriétaire: vers une nouvelle définition de ses missions? ”, Administration, 155, avr.-juin.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt;line-height: 12pt" align="left">Radaelli C. M., 1998, “Come si formano le politiche pubbliche europee”, Stato e Mercato, 53.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt;line-height: 12pt" align="left">Savitch H.V. e Kantor P., 2002, Cities in the international marketplace: the political economy of urban development in North America and Western Europe, Princeton UP.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt">Scamozzi S., 1988, a cura di, Modernizzazione ed eterogeneità sociale: il caso piemontese, Angeli, Milano.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt;line-height: 12pt" align="left">Sciolla L., 2004, La sfida dei valori, Rispetto delle regole e rispetto dei diritti in Italia, Mulino, Bologna.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt;line-height: 12pt" align="left">Smith N., 1996, The New Urban Frontier: Gentrification and the Revanchist City, Routledge, London.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt;line-height: 12pt" align="left">Tedesco C., 2002 “L’analisi delle politiche urbane Europee: alcuni frame emergenti”, Foedus, 4, pp. 139-145.</p>
<p style="margin-left: 17.1pt;margin-right: -19pt;text-indent: -17.1pt;line-height: 12pt" align="left">Topalov Ch., 1987, Le logement en France, histoire d’une marchandise impossible, Presses de la fondation nationale de sciences politiques.</p>
<div id="sdfootnote1">
<p align="justify"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote1sym" href="#sdfootnote1anc">1</a> Come 	spiegare il successo di certe politiche urbane? Bogotà ha 	ridotto il traffico e consegnato il 20% in garage delle auto “grazie 	a un sistema di bus molto migliorato e più sexy”: George 	2006. Il difficile rapporto con la felicità, oggetto 	dell’intervento di Peñalosa allo scorso Word Urban Forum di 	Vancouver, è un problema cronico del riformismo.</p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote2sym" href="#sdfootnote2anc">2</a> Solo per completezza, le famiglie politiche europee rispecchiano 	divisioni politiche che si sono sovrapposte nel tempo e, pur 	rimanendo concettualmente indipendenti tra loro, hanno dato vita a 	numerose combinazioni spesso corrispondenti a partiti ancora in vita 	che rappresentano gli interessi di, nell’ordine, aristocratici e 	borghesi; rurali e urbani (vi siete mai chiesti perché il 50% 	del budget europeo vada alla politica agricola?); liberali e 	conservatori; modernizzatori (nel senso fordista) e reazionari; 	cristian-sociali e socialisti. Gli ibridi sono numerosi: cattolici 	rurali, liberali di sinistra, socialisti modernisti (fordisti) e, 	recentemente, conservatori ambientalisti. La questione ambientale ha 	aperto un nuovo clivage negli anni ottanta, e forse la questione 	bioetica ne aprirà un altro tra breve.</p>
</div>
<div id="sdfootnote3">
<p align="justify"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote3sym" href="#sdfootnote3anc">3</a> Per esempio: sono stati spesi decenni di studio e ricerca per 	spiegare che, in Europa, tra stato e mercato si frappone lo stato 	locale e che la politica adegua i suoi strumenti: Bobbio 2000; che 	le città sono anche attori politici: Le Galès 2002; 	che la competitività urbana è una fola perigliosa: 	Parkinson 1998.</p>
<p align="justify"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote4sym" href="#sdfootnote4anc">4</a> Con un po’ 	di sorpresa, constatiamo al cuore stesso della ricerca storica sulle 	‘rivoluzioni’ politiche (Paige 2003) che non vi si trova traccia 	delle questioni canoniche: lotta di classe, conquista dello stato, 	violenza politica. All’avvio della rivoluzione francese, la 	rinuncia ai ‘privilegi’ di classe è spontanea e omogenea, 	frutto di un esteso convincimento comune; e solo più tardi si 	riformeranno fazioni e conflitti. Anche in questo caso, l’accento 	è posto sul riorientamento cognitivo nel suo insieme (spesso 	così pervasivo da superare i conflitti di interesse).</p>
</div>
<div id="sdfootnote5">
<p class="sdfootnote" style="line-height: 100%"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote5sym" href="#sdfootnote5anc">5</a> Questo paragrafo è 	stato elaborato nel corso della ricerca Prin-Miur “Beni comuni 	locali e coesione sociale”, coordinatore nazionale Alessandro 	Balducci.</p>
</div>
<div id="sdfootnote6">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote6sym" href="#sdfootnote6anc">6</a> Secondo il 	quale &#8220;la policy determina la politics e non viceversa&#8221;, 	che rovesciava l&#8217;allora prevalente approccio sistemico e illustra 	come le diverse &#8220;arene&#8221; tendono ad attivare gruppi di 	interesse che influenzano ‘à rebours’ i decisori e 	i loro orientamenti strategici.</p>
</div>
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		<title>La pianificazione del liberismo</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Oct 2009 13:50:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[La pianificazione del liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[politiche]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>La pianificazione moderna e le politiche per le città sono state caratterizzate nel secolo scorso da principi e finalità congruenti ad un&#8217;epoca di grandi crisi e grandi riforme, e dal presupposto di una presenza e investimento costante dello stato.</p>
<p>In rapida successione, a partire dagli anni Settanta, una serie di revisioni ha alterato profondamente questo sistema. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La pianificazione moderna e le politiche per le città sono state caratterizzate nel secolo scorso da principi e finalità congruenti ad un&#8217;epoca di grandi crisi e grandi riforme, e dal presupposto di una presenza e investimento costante dello stato.</p>
<p>In rapida successione, a partire dagli anni Settanta, una serie di revisioni ha alterato profondamente questo sistema. Il modello liberalista ha imposto -in maggior o minore misura in tutto il mondo- il ritiro dello stato, un ritorno al mercato e soprattutto al principio di competitività. Le politiche sociali e urbane vengono riformulate non più come compensazione dell&#8217;ineguaglianza, ma come politiche di potenziamento sociale ai nuovi fini competitivi.</p>
<p>Questo riposizionamento ideologico e operativo non è avvenuto senza ambiguità. A livello generale, e di ricerca politologica, la &#8216;terza via&#8217; testimonia della possibilità di incroci apparentemente inediti, ma anche delle difficoltà applicative.</p>
<p>Dal punto di vista pratico e delle politiche realizzate, la realtà è diversa e forse più interessante. Nelle politiche locali, in particolare, tra il modello delle politiche pubbliche di stampo riformista e quelle di stampo liberista sono in corso interessanti ibridazioni, tanto che Donzelot ha parlato di un &#8220;&#8216;inflessione&#8221; sociale del neo-liberismo.</p>
<p style="margin-right: -2.4pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 14.5pt">Questo esito viene qui esplorato, con attenzione critica ma anche con lo scopo di ricostruire possibili alternative, a partire dal alcuni questioni rilevanti per il cambiamento urbano in questo frangente storico. Inoltre, dal punto di vista delle politiche locali si evidenziano i limiti e le possibilità di questa congiuntura del neoliberismo.</p>
<p style="margin-right: -2.4pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 14.5pt">Il libro qui presentato e&#8217; un esperimento virtuale. Si compone di due parti, che raccolgono pezzi pubblicati in tutto o in parte in altre occasioni, e li ricollega idealmente in un filo argomentativo unitario.</p>
<p style="margin-right: -2.4pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 14.5pt" lang="it-IT">La prima espone la congiuntura delle politiche urbane alla luce degli indirizzi neoliberisti correnti, ed esamina un nucleo di questioni generali; la seconda illustra temi e problemi emergenti nella applicazione delle politiche.</p>
<p style="margin-right: -2.4pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 14.5pt" lang="it-IT">Sommario</p>
<p style="margin-right: -2.4pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 14.5pt" lang="it-IT">0. <a href="http://cremaschi.dipsu.it/lurbanistica-del-liberismo/cittadinanza-urbana/">Città senza cittadini</a></p>
<p style="margin-right: -2.4pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 14.5pt" lang="it-IT">Parte I. Un nuovo orizzonte</p>
<p>1.  <a href="http://cremaschi.dipsu.it/lurbanistica-del-liberismo/dopo-il-neoliberismo-quali-politiche/">Neoliberismo e politiche urbane</a><br />
2.  <a href="http://cremaschi.dipsu.it/lurbanistica-del-liberismo/destra-sinistra-e-politiche-urbane-inciampi-del-riformismo-in-urbanistica/">Limiti del riformismo</a><br />
3.  <a href="http://cremaschi.dipsu.it/unione-europea-politiche-territoriali-e-sviluppo-delle-citta/europeizzazione-e-innovazionenelle-politiche-del-territorio/">L&#8217;innovazione dell&#8217;Europa</a><br />
4.  <a href="http://cremaschi.dipsu.it/lurbanistica-del-liberismo/il-territorio-delle-organizzazioni-criminali/">Disordine e illegalità</a><br />
5.  <a href="http://cremaschi.dipsu.it/lurbanistica-del-liberismo/il-coinvolgimento-degli-abitanti-nei-processi-decisionali/">Il coinvolgimento degli abitanti</a></p>
<p>Parte II. Temi e problemi emergenti</p>
<p>6.    <a href="http://cremaschi.dipsu.it/la-nuova-questione-urbana/quartieri-che-cambiano-un%E2%80%99agenda-di-ricerca/">Quartieri che cambiano</a><br />
7.    <a href="http://cremaschi.dipsu.it/files/2009/10/Tattiche-di-resistenza-allerosione-dello-spazio-pubblico-Academia-Espana-20081.pdf">Spazio pubblico</a><br />
8.     <a href="http://cremaschi.dipsu.it/partnerships-strategie-e-governance-del-territorio/a-che-serve-il-policentrismo/">Policentrismo territoriale</a><br />
9.     <a href="//">Piattaforme abitative</a><br />
10. <a href="http://cremaschi.dipsu.it/lurbanistica-del-liberismo/scena-creativa-bricolage-e-cantiere-tre-immagini-piu-una-della-citta-contemporanea/">La creatività urbana</a><br />
11. <a href="http://cremaschi.dipsu.it/partnerships-strategie-e-governance-del-territorio/riqualificazione-e-rigenerazione-urbana-a-roma/">Riqualificazione e rigenerazione</a></p>
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