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	<title>Trame urbane/Urban Plots &#187; Roma</title>
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	<description>Come cambiano città e politiche? How do cities and policies change? spunti dalla ricerca di Marco Cremaschi</description>
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		<title>Roma dopo il Giubileo</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Dec 2009 15:20:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scenari e trasformazioni territoriali]]></category>
		<category><![CDATA[eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>

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in 	Dossier di Urbanistica Informazioni, 1998


<p>Un evento “inatteso”</p>
<p class="western" lang="it-IT">Il Giubileo del secondo millennio dell’era cristiana è un evento particolare per il mondo e una tappa particolare per Roma, di cui sono fortemente temute le ricadute organizzative e funzionali sulla città, soprattutto in termini di ingorghi del traffico e saturazione dei servizi.</p>
<p class="western" lang="en-GB">Non sono [...]]]></description>
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<address>in 	Dossier di Urbanistica Informazioni, 1998</address>
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<p>Un evento “inatteso”</p>
<p class="western" lang="it-IT">Il Giubileo del secondo millennio dell’era cristiana è un evento particolare per il mondo e una tappa particolare per Roma, di cui sono fortemente temute le ricadute organizzative e funzionali sulla città, soprattutto in termini di ingorghi del traffico e saturazione dei servizi.</p>
<p class="western" lang="en-GB">Non sono ancora delineate del tutto le componenti del quadro previsionale, ma già appare tempo di riflettere –soprattutto in termini comparativi &#8211; su alcune delle caratteristiche generali delle strategie urbane a fronte dei grandi eventi.</p>
<p class="western" lang="it-IT">Ma nel giudizio sulle capacità di gestione andrebbe introdotto una dimensione di prospettiva. Non sempre l’accoppiamento di progetti urbani e di grandi eventi si è rivelato fertile. Per esempio, il regime fascista si impegnò molto nella realizzazione a Roma di un quartiere direzionale esemplare per un evento, l’Esposizione Universale del ’42, che non si tenne mai. Il grande Giubileo del secondo millennio promette il contrario: un grande evento che non si accompagna alla realizzazione di alcun grande progetto.</p>
<p class="western" lang="en-GB">La riflessione che segue tralascia gli aspetti più interpretativi delle politiche urbane e delle vicende procedurali, già trattati altrove (<sup><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote1anc" href="#sdfootnote1sym"><sup>1</sup></a></sup>), ed è rivolta ad esaminare soprattutto l’eredità che l’evento lascerà presumibilmente a Roma, anche ai fini di una riflessione comparativa con le altre città.</p>
<p class="western" lang="it-IT">
<p class="western" lang="it-IT">Il contesto e la natura dell’evento</p>
<p class="western" lang="it-IT">Il Giubileo è un appuntamento religioso, una festa di riconciliazione che si celebra con certa periodicità, in linea di massima ogni 25 anni salvo casi eccezionali. Il credente si mette in viaggio per raggiungere il centro spirituale del cattolicesimo dove visita S. Pietro e i luoghi principali di devozione. Non che tale percorso non si possa compiere individualmente in un momento e in un luogo qualsiasi della propria vita, come la visita alla mecca dei musulmani. Ma la condivisione con altri pellegrini dell’esperienza del viaggio è parte integrante della ricerca di spiritualità; e viceversa, l’arrivo a Roma, la visita dei luoghi sacri e della sede del Pontificato sono altrettanti punti fermi dell’Anno Santo.</p>
<p class="western" lang="it-IT">Visto però dall’ottica della città che lo ospita, il Giubileo appare un’occasione intrattabile e un po’ sfuggente. In parte, come argomenteremo poi, dipende dalla strategia che fa degli “eventi” un’occasione di sviluppo per le città, tema di attualità nel contesto della competizione tra le città europee. In parte dipende dalla natura particolare dei singoli eventi.</p>
<p class="western" lang="it-IT">Di tutti gli eventi, il Giubileo è il più anarchico e indisciplinato. Alcuni vincoli interni che rendono il Giubileo un evento poco trattabili. Per esempio, la durata di oltre dodici mesi difficilmente lo rende assimilabile ad altri eventi “straordinari”. Non giova peraltro che l’organizzazione dell’evento segua regole complesse: a tutt’oggi il calendario delle ricorrenze dell’Anno Santo non è stato definito, con le prevedibili conseguenze per chi cura gli aspetti organizzativi. E particolarmente delicati sono i rapporti tra le tre entità dotate di poteri distinti (lo Stato Pontificio, la Repubblica Italiana e il Comune di Roma). La coincidenza del cambio di millennio evoca peraltro delle risonanze epocali a cui non sono indifferenti né gli spiriti laici né le agnostiche forze di mercato.</p>
<p class="western" lang="it-IT">In sostanza è un evento imposto alla città, per il non trascurabile dettaglio che le sue componenti principali sono indipendenti e non governabili. Il gioco del Giubileo prevede infatti che si attrezzi a servizio di un evento a scatola chiusa: l’“offerta” è gestita dal Vaticano, che pur collaborando risponde a criteri, tempi e gerarchie lontane dal senso comune; la “domanda” è alimentata dalle organizzazione periferiche della chiesa cattolica mondiale, in gran parte esse stesse autonome.</p>
<p class="western" lang="it-IT">Roma è la città sacra del cattolicesimo che è a sua volta componente importante d’una delle religioni mondiali. Roma è il centro, ma l’area geografica di riferimento del cattolicesimo è più vasta di analoghi centri, ecc. I cattolici sono numerosi e ampiamente diffusi in almeno quattro continenti. Inoltre, figurano in percentuali consistenti sia tra le nazioni e le popolazioni più ricche che tra le più povere del pianeta. Questi elementi, insieme alla facilità dei trasporti da e per i maggiori bacini (la stessa Italia, Polonia, Belgio, Spagna nel continente europeo; Irlanda, Usa, America Latina nel resto del mondo), alla volatilità dei cambi monetari, alla particolare organizzazione semi-gerarchica delle parrocchie che gestiscono i pellegrinaggi in una sorta di autonomia che ricorda il franchising, rendono estremamente difficoltoso ogni esercizio di previsione e di controllo sul lato della domanda.</p>
<p class="western" lang="it-IT">Al momento dobbiamo fare credito alle stime che sono state avanzate dalla Agenzia del Giubileo, che presentano previsioni imponenti ma non estreme. Si attendono infatti nel corso dell’intero anno circa 24 milioni di arrivi (stima Agenzia del febbraio 1998) a fronte dei circa 8 milioni attuali (1997). Vanno inoltri aggiunti 5 milioni di presenze in coincidenza di particolari ricorrenze, come la festa mondiale della gioventù. Poiché si stima che il soggiorno dei pellegrini sarà di due notti, più breve dunque di quello dei visitatori usuali, il “carico” del Giubileo misurato in presenze dovrebbe passare dai circa 21 milioni attuali a 45 milioni (tenendo conto sia della permanenza in albergo, che della ospitalità presso istituti religiosi e case private).</p>
<p class="western" lang="it-IT">
<p class="western" lang="it-IT">Effetti sulla città</p>
<p class="western" lang="it-IT">Il primo effetto del Giubileo dunque è di moltiplicare di un fattore 2 o 3 a seconda degli indicatori la presenza di visitatori. Pur nella incertezza delle stime, è una prospettiva importante, che collocherebbe Roma -almeno provvisoriamente- al rango delle città capitali del turismo mondiale, a livello cioè di Londra e New York.</p>
<p class="western" lang="it-IT">L’industria turistica di Roma appare sostanzialmente inadeguata sia in termini quantitativi che qualitativi. La disponibilità alberghiera di posti letti a Roma è limitata (84.400) e, incredibilmente, non sarà incrementata da qui al 2000. Diversi espedienti sono stati individuati per ampliare l’offerta. Parte dell’ospitalità verrà gestita da istituti religiosi e da privati, parte da strutture provvisorie per far fronte ai picchi, parte ancora verrà dirottata su città prossime. Ma anche considerando l’offerta dell’intera regione o, in un raggio di 300 km, città come Firenze e Napoli, il sistema ricettivo non è altezza né dell’evento né delle aspirazioni. Inoltre, l’offerta alberghiera risulta troppo costosa per un turismo povero e di massa, come quello atteso per il 2000.</p>
<p class="western" lang="it-IT">D’altra parte, le interconnessioni dell’evento Giubileo con altri fattori di centralità turistico culturale sono possibili, in principal modo con il patrimonio culturale e archeologico della città.</p>
<p class="western" lang="it-IT">Da questo punto di vista, anche in virtù di alcune fortunate coincidenze, l’offerta culturale di Roma è stata fortemente potenziata in questi anni. All’interno del programma di opere del Giubileo, inoltre, il recupero del patrimonio culturale è stato ampiamente considerando, godendo da tempo di una notevole capacità propositiva e realizzativa. Nel complesso, l’offerta museale ed espositiva della città è aumentata più negli ultimi anni che nei 50 precedenti, ed è stata coerentemente premiata da un consistente aumento nei visitatori. Ciononostante, la città è ancora carente in termini di offerta di servizi e di organizzazione del turismo culturale, e soprattutto manca di una chiara strategia in questo senso.</p>
<p class="western" lang="it-IT">Non è chiaro per esempio se è stata compiuta una scelta di specializzazione turistico culturale e se la gestione del Giubileo la favorisce. Da un alto, la proiezione internazionale che proviene dal Giubileo è probabilmente il vantaggio più cospicuo che la città ottiene dalla gestione dell’evento. D’altra parte, appare difficilmente gestibile in termini positivi: la città non si percepisce e non intende presentarsi alla pari di città come Gerusalemme, La Mecca, Benares.</p>
<p class="western" lang="it-IT">La riflessione comparativa sulle strategie urbane dovrebbe aiutare a illuminare le condizioni che consentono di coniugare eventi e progetti urbani, congiunzione che appare il punto più debole della vicenda romana. Probabilmente vi sottosta un errore di prospettiva nella valutazione degli effetti dell’evento.</p>
<p class="western" lang="it-IT">
<p class="western" lang="it-IT">La concentrazione</p>
<p class="western" align="justify">A questo proposito, è stato finora evidenziato che la geografia delle visite dei pellegrini è fortemente concentrata nel tempo e nello spazio. Il visitatore del 2000 si recherà prevalentemente a S. Pietro, principalmente nei periodi dell’anno e della settimana che già oggi registrano le maggiori punte.</p>
<p class="western" align="justify">Le stime svolte dall’Agenzia per l’Area di S. Pietro prospettano un incremento fino a 5 volte i visitatori attuali nelle udienze settimanali del papa, con punte di oltre 300.000 persone nell’area della Basilica. Considerando che la metà dei pellegrini si muoverà in autobus, è facile considerare le difficoltà in termini di congestione e parcheggio.</p>
<p class="western" align="justify">Altre aree della città saranno coinvolte, principalmente le Basiliche maggiori e i luoghi di devozione di singole comunità nazionali, alcuni monumenti turistici e musei più importanti, nonché stazioni, metro, ed aeroporti, con un ulteriore problema di dislocazione da un punto all’altro della città dei 120.000 visitatori presenti in media ogni giorno.</p>
<p class="western" align="justify">I trasporti sono stati il settore maggiormente penalizzato dalle vicende dei piani di intervento. Nuove infrastrutture di trasporto pubblico non sono realizzabili in tempo utile, e anche gli interventi sulla rete stradale sono stati molto ridimensionati rispetto alle ambizioni. Addirittura alcuni aspetti cruciali di assetto dei trasporti sono ancora incerti.</p>
<p class="western" align="justify">Ragionevolmente, dunque, l’attenzione è stata spostata verso la gestione dei flussi e verso gli aspetti organizzativi e gestionali che li governano. Una parte rilevante del programma di investimento per il Giubileo andrà indirizzata in questa direzione, principalmente su materie quali il coordinamento dei servizi pubblici sanitari e di sicurezza, il sistema informativo, tecnologie di controllo e prenotazione a distanza, ecc.</p>
<p class="western" align="justify">La gestione dei grandi flussi di persone (la Roma di Sisto V offre ancora insegnamenti di attualità) riposa su dei semplici dispositivi: la zonizzazione degli spazi, la segmentazione dei flussi, la creazione di interfacce dedicate. Nel caso di Roma è risultato necessario concentrarsi su quest’ultimo aspetto, proprio perché la gestione dei precedenti risulta in qualche modo obbligata.</p>
<p class="western" align="justify">Le interfacce individuate consistono principalmente in tecnologie, strutture e personale volte a orientate e accompagnare lo spostamento dei gruppi di pellegrini su percorsi pressoché obbligati. Una scelta vincolata, nella situazione data, ma non impropria a confronto con modelli diversi dove uno stretto controllo (p. es., nell’accesso alle manifestazioni sportive) o al contrario l’assenza di filtri (escluso il biglietto: cfr. Disneyland) non esimono comunque dai rischi di code e congestione.</p>
<p class="western" align="justify">In definitiva, è possibile proporre il seguente schema di valutazione dei probabili esiti delle azioni programmate in vista del Giubileo.</p>
<p>Programmi		Esiti</p>
<p class="western" align="justify">Ricettività					-		+</p>
<p class="western" align="justify">Offerta culturale					+++		++</p>
<p class="western" align="justify">Mobilità		 			-		&#8212;</p>
<p class="western" align="justify">Gestione dell’accoglienza				+++		+++</p>
<p>Come  già detto, si tratta di un risultato molto diverso da quello inizialmente prospettato e, in qualche misura, di un risultato modesto rispetto alla entità dell’evento.</p>
<p lang="it-CH" align="justify">Il dubbio che suggerisce e che peraltro è stato spesso sollevato, al di là delle vicende proprie a Roma, è il seguente: è nella natura degli eventi offrire tutte le magnifiche ricadute positive che di solito vengono loro attribuite, oppure c’è un fattore di fascinazione del circuito politico che cede alla prospettiva di vantaggi indiretti, non necessariamente impropri, ma comunque poco attinenti alla occasione che li giustifica?</p>
<p class="western" lang="it-CH" align="left">
<p class="western" lang="it-CH">Il fascino degli eventi</p>
<p class="western" lang="it-CH">Questa domanda è di particolare attualità per almeno due condizioni ricorrenti in Europa.</p>
<p class="western" lang="it-CH">La prima, è quella delle città d’arte a forte attrattività turistica, per le quali sono per l’appunto allo studio sistemi di selezione dell’offerta, di controllo degli accessi, di sostegno all’incontro tra domanda e offerta.</p>
<p class="western" lang="it-CH">La seconda situazione è quella, più generale, originata dalla scarsità di risorse proprie che indirizza le città a sviluppare politiche finalizzate alla acquisizione di risorse esterne.</p>
<p class="western" lang="en-GB">Questa è la radice di un atteggiamento favorevole alla moltiplicazione di eventi (Olimpiadi, le Fiere, i Festival, i Giochi) e naturalmente alle opere e progetti urbani connessi (stadi, palacongressi, auditorium, ecc.).</p>
<p class="western" lang="it-IT">Ovviamente non si tratta di una risposta semplice, ma ci sono almeno tre dimensioni che sono state messe in luce dal dibattito e che possono essere, con molto schematismo, restituite in questo modo:</p>
<ul>
<li>
<p class="western" align="justify">i 	sostenitori affermano che gli “eventi” forniscono la massa 	critica necessaria alla realizzazione di opere di interesse 	generali; il ragionamento semplice ha sovente la struttura del 	calcolo economico, ma si regge sul non dimostrato postulato della 	complementarietà tra l’&#8221;ordinaria&#8221; 	dotazione infrastrutturale e lo &#8220;straordinario&#8221; contributo 	dell’evento specifico. In realtà questo calcolo complesso, 	non è sempre soddisfacente neanche nei casi più 	semplici degli stadi sportivi (<sup><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote2anc" href="#sdfootnote2sym"><sup>2</sup></a></sup>), 	mentre per grandi progetti urbani entrano in giocano fattori 	difficilmente quantificabili. A prescindere dai punti tecnicamente 	deboli delle metodologie di previsione degli impatti economici, il 	punto essenziale è che gli eventi di massa richiamano 	consumatori a reddito basso, che materialmente spendono poco nella 	città di destinazione;</p>
</li>
<li>
<p class="western" align="justify">i 	detrattori fanno presente gli effetti distorcenti dello 	stravolgimento delle regole amministrative ordinarie, delle 	convenienze economiche e, in particolare, del gioco politico, che si 	surriscalda in una sorta di “festival” promozionale (<sup><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote3anc" href="#sdfootnote3sym"><sup>3</sup></a></sup>). 	La posta in gioco è la mobilitazione di risorse aggiuntive 	rispetto ai normali flussi finanziari e, spesso, l’attivazione di 	consenso politico. Paradossalmente, sono questi gli esiti che una 	buona attività di lobbying riesce il più delle volte a 	garantire.</p>
</li>
<li>
<p class="western" align="justify">altri 	ancora mettono l’accento sui caratteri qualitativi connessi in 	generale alle grandi trasformazioni: gli eventi consentirebbero una 	discontinuità, un salto di scala, una rottura della linea 	evolutiva di un milieu rafforzando, si può dire, il 	carattere di esternalità positiva della città 	(<sup><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote4anc" href="#sdfootnote4sym"><sup>4</sup></a></sup>). 	E’ la tesi delle catastrofi benefiche, dei vincoli esterni, 	dell’opportunità in una parola di uno “shock” 	per recuperare gli elementi di debolezza (si pensi a cosa è 	stato il processo di integrazione europea per l’Italia). Gli esiti 	in questo caso vanno giudicati volta per volta, ma la posta in gioco 	è la rivoluzione culturale che produce un orientamento nuovo 	delle risorse umane, tesi felicemente riassunta nella categoria 	dell’“azzardo”. In questo senso, le politiche urbane dei 	grandi eventi sarebbero scelte consapevolmente orientate ad aprire 	nuove prospettive non interamente calcolabili.</p>
</li>
</ul>
<p class="western" align="justify">
<p class="western" align="justify">Recentemente, è stata proposta una definizione di città “come economie del movimento”, dispositivi cioè che distribuiscono nello spazio i flussi di persone, e condizionano in parte le cosiddette economie esterne (Hillier 1996).</p>
<p class="western" align="justify">Per analogia, possiamo definire i grandi eventi come dispositivi che distribuiscono nel tempo il “movimento” di grandi folle, e determinano economie di scala. Questa analogia permette di evidenziare il presupposto comune alle politiche di cui discutiamo oggi: l’uso della folla generata dagli eventi .</p>
<p class="western" align="justify">
<p class="western" align="justify">A. Bailly et al., “Changing cities, restructuring, marginality and policies in urban Europe”, European Urban and Regional Studies, 3,2 , 1996</p>
<p class="western" align="justify">M. Cremaschi, “Folla come risorsa”, Croma Ricerche, 4, 1997</p>
<p class="sdfootnote" style="line-height: 100%">M. Cremaschi,  “La ribellione degli Eventi”, ibidem, 1-2, 1998</p>
<p class="western" align="justify">C. Calvaresi, L’Agenzia del Giubileo a Roma, Urbanistica, 110, 1998</p>
<p class="sdfootnote">B. Hillier, “City as movement economies”, in Space is the machine, Cambridge UP, 1996.</p>
<p class="sdfootnote">K. L. Shrospshire, The Sports Franchise Game, Cities in pursuit of Sports Franchises, Events, Stadiums, and Arenas, Pennysilvania UP, 1995.</p>
<p class="western" align="justify">M. Venturi, Grandi eventi, la festivalizzazione delle politiche urbane, Il Cardo, Venezia 1994</p>
<div id="sdfootnote1">
<p class="sdfootnote" style="line-height: 9pt"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote1sym" href="#sdfootnote1anc">1</a> Il pur ragionevole tentativo di piegarlo alle strategie urbanistiche 	e infrastrutturali della città è tramontato in fretta, 	con una storia complessa già raccontata in Cremaschi 1998 e 	1998; Calvaresi 1998.</p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote2sym" href="#sdfootnote2anc">2</a> Nella logica che misura l’impatto di un’opera in base al 	moltiplicatore economico dell’investimento, i progetti più 	costosi risultano inevitabilmente i più convenienti. Per una 	rassegna relativa agli impianti sportivi delle città negli 	USA  cfr. Shrospshire 1995.</p>
</div>
<div id="sdfootnote3">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote3sym" href="#sdfootnote3anc">3</a> Da un articolo di  W. Siebel &#8211; “Die Festivalisierung der 	Politik”, apparso sulla Die Zeit  del 30 ott. 1992- è 	scaturito un dibattito interessante che, anche per prossimità 	a vicende emblematiche degli anni ’80, ha messo in evidenza 	soprattutto gli esiti negativi: M. Venturi 1994.</p>
</div>
<div id="sdfootnote4">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote4sym" href="#sdfootnote4anc">4</a> Si insiste in questo caso sulla costruzione di capacità 	locali. A differenze delle vulgate un po’ riduttive sul marketing 	urbano, si insiste in questo caso non sono sul carattere 	“imprenditoriale”, ma su una più generale intenzione  	“pro-attiva”: cfr. per  esempio, A. Bailly 1996.</p>
</div>
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		<title>Politiques urbaines et partenariat &#8220;au pluriel&#8221;: quelques remarques sur rome</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Oct 2009 15:10:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[En français]]></category>
		<category><![CDATA[Partnerships, strategie e governance del territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblico privato]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Recherches sur le projet et les concepteurs, Ministère du Logement-Pca, Paris (Actes du séminaire Euro-conception, Paris, 28-29 sept. 1993</p>
<p>C&#8217;est une géographe française qui (Seronde Babonaux 1980) a révélé qu&#8217;à Rome la construction massive des quartiers du dix-neuvième siècle d&#8217;abord, puis de la périphérie moderne, ne s&#8217;est pas produite à la suite d&#8217;un développement endogène, mais [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Recherches sur le projet et les concepteurs</em>, Ministère du Logement-Pca, Paris (Actes du séminaire Euro-conception, Paris, 28-29 sept. 1993</p>
<p><span lang="fr-FR">C&#8217;est une géographe française qui (Seronde Babonaux 1980) a révélé qu&#8217;à Rome la construction massive des quartiers du dix-neuvième siècle d&#8217;abord, puis de la périphérie moderne, ne s&#8217;est pas produite à la suite d&#8217;un développement endogène, mais grâce à l&#8217;aide d&#8217;un corps étranger, c&#8217;est-à-dire le jeune État italien qui en 1870 s&#8217;empara de la capitale pontificale. Seronde Babonaux utilise la contraposition physique de l&#8217;&#8221;urbe&#8221; papale à la ville &#8220;piémontaise&#8221;, devenue italienne en suite, qui l&#8217;entoure, comme guide pour la description géographique et l&#8217;explication de ce qui la différencie des autres villes européennes (et italiennes). En réalité, l&#8217;&#8221;urbe&#8221; ancienne est plus imbriquée dans la ville moderne que ce que l&#8217;on croit, mais l&#8217;effet miroir du conflit au niveau social entre les &#8220;deux villes&#8221; est doublé du conflit institutionnel entre la ville et la capitale. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">Pour comprendre l&#8217;évolution des politiques urbaines, il est donc nécessaire de tenir compte du conflit entre l&#8217;État et la municipalité. A un niveau tout à fait différent, la ville aussi, en principe soumise au faible contrôle de la Région, est responsable de presque toutes les grandes décisions concernant le plan d&#8217;urbanisme, du génie urbain, du logement, des services, du réseau de transport en commun, etc. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">Mais une transition étant en cours entre un modèle réglementaire de politique urbaine et l&#8217;imbrication de regimes divers, une conséquence est donc l’inutilité d’une conception unitaire des politiques urbaines. D&#8217;ailleurs, un aspect commun à toutes les définitions de politique urbaine est le mélange des effets inattendus avec les cours des actions intentionnelles (</span><sup><span style="font-size: xx-small"><span lang="fr-FR"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote1anc" href="#sdfootnote1sym"><sup>1</sup></a></span></span></sup><span lang="fr-FR">). </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">Quoi qu’on puisse considérer la ville de Rome comme un cas emblematique du désordre qui resulte d&#8217;une mauvaise gestion urbaine, du point de vue analytique elle apparaît comme une <em>figure de la transition</em> qu&#8217;affecte toutes les métropoles du monde. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">Ce papier introduit donc les politiques urbaines dans le cas de Rome faisant récours à l&#8217;imbrication des principes de flexibilité et de blocage dans un procès de progressive articulation du système decisionnelle. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">Rome a fait de la <em>flexibilité </em>un programme (voir § 1) avant de faire du plan la règle (en toute anarchie et paradoxe, on peut soutenir qu&#8217;on a privatisé bien avant que Londres la fonction du plan).</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">Dans un &#8220;désordre&#8221; des politiques apparentement caotique, sutout pendant les années Quatre-Vingts, on a pu décrire d&#8217;abord (voir § 2) une logique fonctionelle: le <em>blocage, </em>qu&#8217;on a cherché à expliquer comme un système de filtre des opérations urbaines.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">En suite, le développement urbain semble se partager sur des horizons divers sinon alternatifs parmi differents <em>niveaux d&#8217;actions </em>(voir § 3). </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">Les acteurs publics et privés sont articulé à seconde de la strategie qu&#8217;ils poursuivent et de la configuration des reseaux d&#8217;acteurs pour chaque niveau (voir § 4). </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">Dans ce contexte on peut presenter le début d&#8217;une pratique négotionale  (voir § 5).</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt;font-style: normal" lang="fr-FR">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="fr-FR"><em>1. La flexibilité</em></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">En Italie, l&#8217;urbanisme est surtout une affaire locale, au même das les limites des lois d&#8217;orientation nationale et régionale. On se trompe peu en affirmant que le niveau &#8220;supracomunal&#8221; conditionne faiblement les choix du niveau comunal. En principe, l&#8217;aménagement municipal est hiérarchique et à tout azimut. En réalité, la pratique de l&#8217;aménagement &#8211; en raison, entre autres, du lourd mécanisme d&#8217;approbation (</span><sup><span style="font-size: xx-small"><span lang="fr-FR"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote2anc" href="#sdfootnote2sym"><sup>2</sup></a></span></span></sup><span lang="fr-FR">)- s&#8217;est éloignée par degrés de sa matrice d&#8217;origine. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="fr-FR">D&#8217;une autre part, l&#8217;espérance de vie des administrations locales (avant la réforme électorale de 1993) était de moins de deux ans, seulement un quart du temps nécessaire en moyenne pour conclure le cheminement pour l&#8217;approbation d&#8217;un prg: on pourrait donc soutenire la thèse que le cycle politico-électoral et le cycle administratif du plan ont presque toujours été dissociés, avec évidente faiblesse de l&#8217;un et de l&#8217;autre.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="fr-FR">Dans cette situation, le problème administratif devient vite un problème technique et politique: c&#8217;est-à-dire, comment rendre plus flexible les choix des plans par rapport à la rigidité temporelle et technique des vieux instruments de planification.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">Si la situation italienne auraient pu passer pour extraordinaire iusqu&#8217;au la réforme, on ne pas dire le meme pour le problème du plan et de son réalisation &#8220;flexible&#8221;. Pendant les dix dernières années, on a en effet assisté en Europe à une extraordinaire fragmentation des formes du plan, soit juridiquement légitimées, soit ayant au contraire seulement une valeur informelle et locale, soit enfin par recours aux &#8220;grands projets&#8221; realisé au dehors de l&#8217;aménagement ordinaire (</span><sup><span style="font-size: xx-small"><span lang="fr-FR"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote3anc" href="#sdfootnote3sym"><sup>3</sup></a></span></span></sup><span lang="fr-FR">). </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">La révision du plan est donc une parmi plusieurs éscamotages ou ruses pour introduire une ligne à double voie: le <em>status quo </em>et le nouveau dossier, donc des règles et le projet de règles nouvelles. Cette duplicité potentielle des règles peut être considérée comme un des indicateurs possibles d&#8217;une souplesse, à la fois institutionelle et culturelle, du rapport à la norme publique, souplesse qui a caracterisé sans doute l&#8217;expérience italienne de l&#8217;urbanisme des dernières années. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">En générale, la flexibilité est la conséquence des rapports entre le domaine des décideurs et le domaine des techniciens. <em>On contourne la technique abstraite pour obtenir un surcroit d’efficacité</em>. On aura bien évidenment plusieurs nuance plus ou moins “vertuex”. Une souplesse tout simplement &#8220;dérèglementaire&#8221; tiendra à avoir &#8220;pour fondement les pratiques clientélistes dans la distribution des biens publics, et pour effet les pratiques négatives illégales” (Verpraet 1994) tel que les &#8220;abus des autorisation de construire&#8221; dans le cas de Rome; mais, en même temps, une flexibilité plus orientée tendra au contraire à contourner les blocages administratifs &#8220;par le développement par fragment de nouvelles formes d&#8217;organisation plus productives sur les lacunes du secteur public&#8221; (<em>ibidem</em>). </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">Mais il vaut mieux souligner ce que la flexibilité (et son envers, le blocage qu’on verra ici après) a eu en commun avec ce qui caractérise l&#8217;action publique depuis toujours (de Lara 1993): elle peut apparaître comme soit <em>trop politisée</em> (quand les problèmes techniques sont réglés par des choix politiques); soit, au contraire, <em>pas assez politisée </em>(quand les choix techniques s&#8217;avèrent étrangers aux règles de la représentation politique et au jeu des coalitions décisionnelles). </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">Le manque d&#8217;efficacité est un reproche typiquement libéral: la vague libériste voudrait étendre au plan d&#8217;urbanisme la flexibilité, la spécialisation, la réduction des délais, la mobilité dans l&#8217;espace, les caractères de la production industrielle plus moderne (</span><sup><span style="font-size: xx-small"><span lang="fr-FR"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote4anc" href="#sdfootnote4sym"><sup>4</sup></a></span></span></sup><span lang="fr-FR">). Le marché remplacerait la formule Étatique classique, qui associait technique et politique dans l&#8217;action publique, par le recours aux forces du marché: deréglementation et dépolitisation, donc, progresseraient ensemble. Ce remarque a été justement inversé (Crosta 1991): au contraire, le retour de la politique affecterait les entreprises privées elles-mêmes. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="fr-FR">Le mélange correct est donc un problème qui concerne tous les systèmes de plan, en particulier ceux qui s&#8217;adressent aux situations innovantes (où la &#8220;puissance&#8221; publique opère un transfert de responsabilité politique vers des sujets privés); ces dernières étant des situations de mobilisation &#8220;des acteurs publics et privés, dans le cadre d&#8217;une action conjointe, visant des objets de négociation jugés réalisables dans une zone spécifique&#8221; (Crosta 1991).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="fr-FR">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="fr-FR"><em>2. Le blocage</em></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">Le années &#8216;80 marquent un clivage dans le processus de développement de la capitale. Par rapport aux années passées, les transformations physiques de la ville sont limitées, c&#8217;est-à-dire que les réalisations sont peu nombreuses; les transformations touchent des zones peu étendues, les changements dans les fonctions principales sont limités. Si on regarde le programme exposé par le délégué à l&#8217;Urbanisme pendant la III Conference municipale sur l&#8217;urbanisme de 1986, on voit une liste d&#8217;interventions prioritaires qui n&#8217;ont pas encore été realisées (</span><sup><span style="font-size: xx-small"><span lang="fr-FR"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote5anc" href="#sdfootnote5sym"><sup>5</sup></a></span></span></sup><span lang="fr-FR">). Mais le blocage n&#8217;est pas un dispositif total. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="fr-FR">La production immobilière a avancée, mais souvent au ralenti; la ville a changée. C&#8217;est un changement qui se déroule tout à l&#8217;intérieur du cadre bâti et du cadre normatif donné, par un accroissement continu mais léger et par des innovation des usages plutot que des ruptures du tissu urbaine. Fort d&#8217;un consensus monolitique, on a utilisé depuis les années soixante un système de planning immobile et fossilisé pour faire des projets au coup par coup avec de douteux résultats: pas d&#8217;opposition univoque autour de la même question, pas de compétition non plus, pas de programmes à moyen ou long terme (pour l’histoire de la politique du plan à Rome: Fried, 1973).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">Ailleurs (Cremaschi 1991) on a expliquée cette situation empruntant à la polémologie l&#8217;image du conflit &#8220;à basse intensité&#8221; pour décrire le soudain <em>blocage</em> du cours des décisions. Le blocage n’est pas l’absence de tout changement: c’est une sorte de change qu’on peut decrire comme à &#8220;<em>basse</em> <em>intensité</em>&#8221; par rapport à la violente croissance urbaine à partir des années trentes jusqu&#8217;aux années Soixantes. C&#8217;est une transformation qualitative et fonctionelle de l&#8217;usage, des rôles, de la hiérarchie des diverses partie de la ville. Il est donc important de souligner que le blocage (de l&#8217;immobilier, du foncier, de l&#8217;économie urbaine) est à la foi une ruse du gouvernement de la ville, et l&#8217;inverse &#8220;symétrique&#8221; de la souplesse italienne du rapport à la norme publique.<em> On a contourné la technique (prévision) pour obtenir un <span style="font-size: small"><span style="font-family: Times New Roman,serif">surcro</span></span>î<span style="font-size: small"><span style="font-family: Times New Roman,serif">t</span></span> de consensus</em>.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">Le blocage a été donc la &#8220;formule&#8221; d&#8217;une conjoncture qui a administré des avantages (souvent illicites) par des choix qui n&#8217;étaient ni publics ni optimaux; il a opéré, dans une situation d&#8217;incertitude et de mouvement comme un système de filtrage, mortifiant en même temps la raison technique et politique. Le système du blocage a vite laissé voir les conséquences négatives, surtout en termes de choix tout sauf optimaux, inefficacité économique, corruption et coûts croissants. Une des raisons en est la faiblesse des fonctions qui, en France notamment, &#8220;sont associées à la maîtrise d&#8217;ouvrage publique et privée (programmation, évaluation, édification&#8221;) (Verpraet 1994), dont la rationalisation se heurte à la faiblesse de l&#8217;administration publique surtout au niveau local, autant du point de vue technique que du point de vue des ressources économiques (la taxation locale est encore étroitement limitée, tandis que les normes gérées par l&#8217;État imposent des standards techniques élevés); en général, on inpute à l&#8217;instabilité et l&#8217;incertitude politique la déstructuration de l&#8217;appareil administratif de l&#8217;État (</span><sup><span style="font-size: xx-small"><span lang="fr-FR"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote6anc" href="#sdfootnote6sym"><sup>6</sup></a></span></span></sup><span lang="fr-FR">). </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">Quoi que bien d&#8217;autres résultats auraient pu être assurés par des voies plus “rationelles”, le blocage se révèle avoir été une ressource inestimable pour le pouvoir politique de l’époque. Pas des grands projets, donc, mais en revanche l&#8217;association parmi les promoteurs, le control de toute proposition innovant qui veuillisse traumatiser le “bloc” social autour de la coalition dominante (</span><sup><span style="font-size: xx-small"><span lang="fr-FR"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote7anc" href="#sdfootnote7sym"><sup>7</sup></a></span></span></sup><span lang="fr-FR">). </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">Mais sa limite n&#8217;est pas simplement une limite d&#8217;<em>efficacité</em> de l&#8217;action publique. De fait, le blocage a signifié la &#8220;dé-légitimation&#8221; autant des procédures de décision basées sur des critères techniques que des procédures basées sur des critères politiques: l&#8217;administration a finit par favoriser un critère de sélection &#8220;opportuniste&#8221;, qui récompense la coalition des intérêts plus habiles et plus résistants. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="fr-FR">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="fr-FR"><em>3. Niveaux d’action </em></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">A Rome comme ailleurs la sortie du blocage est suivie de l&#8217;extension des règles publiques et de l&#8217;approbation de programmes politiques. Mais, car &#8220;<em>the era of the grand plan has passed</em>&#8221; (comme on le récite à la London Docklands Development Corporation), les villes semble sutout nécessiter un programme qui soit &#8220;un programme politique, qui puisse définir avec clarté les buts, les objectifs, les secteurs et les lieux où on désire intervenir&#8221; (Folin 1990).</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">La réforme administrative et électorale du 1993 a donné aux maires un surplus de légitimité et d&#8217;efficacité par rapport au niveau institutionnel central (quoi que le &#8220;tournant&#8221; vers la deuxième République est encore loin de l&#8217;accomplissement). D&#8217;autre part, les procédures dans le domaine de l&#8217;urbanisme n&#8217;ont pas changé: le changement s&#8217;opère donc dans le cadre législatif et administratif connu, sans autre nouveauté que le recours aux outils d&#8217;&#8221;autocoordination&#8221; au niveau local pour avancer les réformes que l&#8217;État ou les Régions tardent à introduire. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="fr-FR">Ces changements semblent préceder une &#8220;ré-orientation&#8221; des politiques urbaines et de la culture politique locale (Perulli 1994). On peut déterminer, du point de vue analytique, au-moins trois niveaux d&#8217;action soutenant différentes organisations urbanistiques. Chaque niveaux peut être interprétée comme un terrain possible de développement de la ville, dans laquelle s&#8217;inscrivent -à divers degrés- les éventuels programmes d&#8217;action des sujets publics et privés.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">Ces terrains sont <em>alternatifs</em> car ils fournissent diverses solutions à des problèmes comuns: par exemple, à la localisation du tertiaire urbaine, la typologie ou la déconcentration des nouveaux logements. Mais naturellement ils produisent des effets qui, bien que contradictoires, sont co-présents en même temps. On peut donc considérer que la &#8220;hétérogénéité&#8221; des politiques urbaines de Rome, qui souvent désoriente autant le spécialiste que l&#8217;observateur, remonte à ce brassage (Cremaschi 1994a).</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="fr-FR">Dans la schématisation qui suit sont reportés quelques exemples illustrant la manière dont les trois principaux sujets publics contribuent à chacun terrain, quoique de toute évidence chaque sujet contribue de manière prédominante à une strategie spécifique:</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">- 	la<em> ville capitale </em>affronte le problème de l&#8217;organisation du &#8220;poste de commandement&#8221; de l&#8217;État, et s&#8217;est surtout manifestée avec des projets de &#8220;re-concentration&#8221; directionnelle et de création des districts de business modernes, tel que l&#8217;a été en son temps l&#8217;Eur, quartier des ministères choisi par le régime fasciste pour l&#8217;Exposition de 1942. Sur le papier, il existe un secteur privilégié de la périphérie pour la &#8220;re-concentration&#8221; des bureaux publics; en pratique, la concentration continue autour de la ville politique (</span><sup><span style="font-size: xx-small"><span lang="fr-FR"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote8anc" href="#sdfootnote8sym"><sup>8</sup></a></span></span></sup><span lang="fr-FR">). </span></p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.1pt;margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">-	la<em> ville globale </em>(pas tant de la politique et de la finance, comme New-York, Tokyo etc., mais de l&#8217;esprit, comme Jérusalem ou Calcutta) affronte le problème des fonctions d&#8217;excellence au niveau mondial (religion, tourisme, culture, sport, diplomatie) et s&#8217;est manifestée dans les propositions de grandes infrastructures: aéroports, transports en commun, liaisons variées, centres technologiques, grands aménagements de musées et centres culturels etc. Du point de vue du territoire, on ne privilégie pas un lieu spécifique, et même d’une certaine façon se désintéresse du centre traditionnel. Eventuellement, on privilégie le décentrage sélectif de certaines fonctions importantes vers les pôles périphériques, mettant en évidence le caractère différencié des &#8220;vocations&#8221; fonctionnelles des secteurs territoriaux de la ville. Elle implique une modernisation diffuse qui peut procéder par projets graduels et est relativement indifférente au rôle de capitale institutionnelle de Rome. </span></p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.1pt;margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">-	l<em>&#8216;agglomeration urbaine</em>, enfin, affronte le problème de l&#8217;organisation urbaine, en particulier le problème du logement et, plus récemment, le problème des transports et de la mobilité (l&#8217;identité des grands quartiers périphériques, la spécialisation fonctionnelle des secteurs urbains, les liaisons entre le centre et les communes de l&#8217;aire métropolitaine, etc, sont d&#8217;autres problèmes importants). Il serait laborieux de rendre compte des actions des administrations de diverses époques et des indications politiques, mais en résumé nous pouvons affirmer qu&#8217;on a toléré une dispersion élevée des interventions ainsi qu&#8217;une considérable production informelle de logements illégaux. En ce qui concerne le territoire, on ne définit pas de claires stratégies si non en termes négatifs envers la ville existante: en fait, la construction informelle abusive a privilégié la dispersion résidentielle; tandis que le logement public a privilegié la banlieue (</span><sup><span style="font-size: xx-small"><span lang="fr-FR"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote9anc" href="#sdfootnote9sym"><sup>9</sup></a></span></span></sup><span lang="fr-FR">).</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="fr-FR">
<ol>
<li>
<p style="margin-bottom: 0pt"><em><span lang="fr-FR">La ligne de 	partage des acteurs </span></em></p>
</li>
</ol>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">Les differents niveaux d’actions articulent aussi les modalités de négotiation et d&#8217;accord entre acteurs public et privés. La première raison est que des sujets divers ont opéré sur les differents niveaux. La seconde, est que chaque action demande aux politiques des specifiques contributions.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">On voit alors que la condition pour la réalisation de la première grande strategie était une forte intentionalité, et l&#8217;accord résolu par au moins des deux principaux sujets publics, l&#8217;État et la Commune. Par exemple, tout effort de renouveau de l&#8217;urbanisme et les programmes des grands projets de Rome ont été liés iusqu&#8217;au présent à la (re)localisation des services de l&#8217;État. Mais ces &#8220;affaires d&#8217;État&#8221; sont menées face à une compétence municipale sur l&#8217;urbanisme; et d&#8217;autre part, la municipalité revendique la reconnaissance du rôle même de capitale, contribution que l&#8217;État a de la peine à concéder dans la mesure demandée. Sans volonté de collaborer ou, au contraire, sans pouvoir de coercition, le jeu entre la commune et l&#8217;État tend souvent à annuler n&#8217;importe quelle initiative. On peut donc soutenir que le SDO a été la plus célèbre victime du blocage du système, car les ressources de consensus à mobiliser auraient d être beaucoup plus fortes que celles réellement impliquées. À l&#8217;accord auraient pu participer aussi des entreprises et des promoteurs privés ou semi-privés, mais seulement en fonction de l&#8217;accord entre le deux sujets, élément qui au contraire est manqué. On peut aussi conclure que des operations trop vastes ne satisferaient pas la qualité d&#8217;un système decisionnelle dispersif et pluriel.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">Le deuxième horizon strategique serait en apparence plus concurrentiel que le premièr, car il nécessiterait de nouveaux acteurs et promoteurs dans tous les domaines d&#8217;&#8221;excellence&#8221; (tels que les domaines religieux, culturel, cinématographique, sportif, etc). Mais en effet on ne registre qu&#8217;une sujet reéllement actif, bien qu&#8217;il soit tout à fait étrange au logique partenarial. En fait, les instituts religieux du Vatican et les grandes congrégations ont réussi à réaliser, dans les tournures du prg, une sorte de centre directionnel dans le Secteur Ouest, au service du catholicisme universel. En ce qui concerne certains aspects des politiques urbaines, on peut en effet soutenir que trois <em>souverainetés</em> se confrontent, dissemblables et relativement indépendantes: l&#8217;État, la Commune, le Vatican. Les relations entre ces trois sujets n&#8217;ont presque jamais été linéaires, pas même au moment de la rédaction des programmes. La superposition institutionnelle est donc le double de celle d&#8217;autres capitales, où elle se manifeste pourtant dans divers rapports (districts fédéraux etc). De plus, chaque sujet est en réalité multiple: par exemple, autant l&#8217;industrie publique que les finances du Vatican ont &#8220;joué&#8221; de manière autonome par rapport à l&#8217;État et à l&#8217;Eglise, participant directement à l&#8217;industrie de la construction de la capitale (</span><sup><span style="font-size: xx-small"><span lang="fr-FR"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote10anc" href="#sdfootnote10sym"><sup>10</sup></a></span></span></sup><span lang="fr-FR">).</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">Enfin, les logiques ayant opéré en accord avec le troisième horizon ont été capables de s&#8217;insérer dans les interstices du système administratif et politique. C&#8217;est le cas du directionnel qui s&#8217;est beaucoup développé à Rome, bien que moins qu&#8217;en Europe (</span><sup><span style="font-size: xx-small"><span lang="fr-FR"><span lang="fr-FR"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote11anc" href="#sdfootnote11sym"><sup>11</sup></a></span></span></span></sup><span lang="fr-FR">), et dans lequel la &#8220;déconcentration&#8221; des services techniques publics (les services de la Banque centrale, une des Universités, une partie de la recherche et de l&#8217;information statistique) a pris un poids considérable. C&#8217;est aussi le cas des actions informelles, les pratiques des &#8220;nouveaux castors&#8221; (Vollet 1995<span style="font-size: x-small">)</span>.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="fr-FR">
<p style="margin-bottom: 0pt"><em><span lang="fr-FR">5. Le partenariat</span></em></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">Les innovations des années &#8216;90 essayeraient d&#8217;obtenir une plus grande flexibilité et de meilleurs résultats en faisant recours à: a) une notion stratégique du plan d&#8217;urbanisme, quoique la législation de l&#8217;État enregistre un profond rétard en ce qui concerne l&#8217;aspect technique, l&#8217;urbanisme et le droit foncier; b) la negotiation avec les principaux acteurs, bien que les procédures du partenariat soient abouti à peu de résultats iusqu&#8217;au aujourd&#8217;hui. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">On peut donc formuler deux hypothèses: qu&#8217;un transfert de responsabilités soit en cours du contexte national au contexte local (Cremaschi 1994b); et que dans cette réformulation on puisse entrevoir, surtout en perspective, des combinaisons nouvelles entre décideurs (publics ou privés) et critères de légitimation (politique ou technique) (Crosta 1991; de Lara 1992). C&#8217;est là qu&#8217;on trouve la grande contradiction de cette phase: l&#8217;administration locale voudrait poursuivre des objectives de grande envergure, mais pour l&#8217;instant, à bien du mal ad atteindre le but minimal d&#8217;&#8221;un <em>programme politique</em>, qui puisse définir avec clarté les buts, les objectifs, les secteurs et les lieux où on désire intervenir&#8221; (Folin 1990). Les nouvelles administrations locales, à Rome comme ailleurs, paraissent donc suivre pour le moment le modèle de l&#8217;extension des règles publiques (</span><sup><span style="font-size: xx-small"><span lang="fr-FR"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote12anc" href="#sdfootnote12sym"><sup>12</sup></a></span></span></sup><span lang="fr-FR">), n&#8217;étant pas assez fortes ni compétentes pour évoquer des projets plus ambitieux. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">D&#8217;autre part, on ne trouve à Rome d&#8217;autre sujets capables de proposition (tandis que pour Milan, par example, la situation est differente: voir Fareri 1990). </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">L&#8217;Etat n&#8217;a jamais proposé (ni imposé) un projet pour sa capitale, et bien que souvent des entreprises publiques (sourtout du batiment, ou des promoteurs immobilières) ont essayés des accords avec la municipalité, ils ont failli le pari le plus important, le nuoveau quartier des affairs. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">Le seul cas véritable d&#8217;accord de partenariat c&#8217;est passé avec le &#8220;Ferrovie dello Stato&#8221;, la régie -maintenant entreprise publique- qui gère les chemins de fer. Quoique propriété de l&#8217;Etat, le Fs ont jouit d&#8217;une vaste autonomie pendant les dernières cinq ans; en effet, c&#8217;est l&#8217;accord qui scelle la fin de la question de Rome-capitale et concrétise d&#8217;autre perspectives strategiques pour la ville. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">L&#8217;accord poursuivi entre la mairie et le tout-puissant pdg de Fs régarderait un échange complexe: a) le Fs aurait concentré des important ressources sur le renoveau du service de transport metropolitaine, le pivot potentiel d&#8217;une nouvelle organisation urbaine; b) tandis que la nouvelle administration aurait permis le développement du patrimoine fonçière de Fs. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">En suite on a envisagé l&#8217;aire de la gare Tiburtina comme le pôle directionel de la municipalité, tandis que l&#8217;ancien projet du quartier Sdo venait d&#8217;être éffacé. Plus récemment, la gare S. Pietro, tout près du Vatican, a été choisi come terminal des pèlerins du prochaine Année Sainte,  et donc comme site des nouveaux équipements hotellières, de transport, etc.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">Donc, le domaine férroviaire résulte la ressource strategique qui a été joué deux fois, une première pour l&#8217;organisation de l&#8217;aire métropolitaine; une deuxième, pour l&#8217;objectif strategique de la qualification de la ville, au niveau globale, pour le tourisme religieux. L&#8217;accord pragmatique avec Fs a été &#8220;enlargi&#8221; au table avec le Vatican, en raison sourtout qu&#8217;il apparut faisable à bref délai.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR">A fur et à mesure que ces combinations -d&#8217;acteurs, projets, ressources économiques, compétences techniques &#8211; reussissent, une formulation nouvelle des stratégies urbaines se dégage; si l&#8217;on veut, un nuoveau ordre &#8220;construit&#8221; du plan</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="fr-FR">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="fr-FR">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="fr-FR">
<p style="margin-bottom: 0pt"><em><span lang="fr-FR">Reférences</span></em></p>
<p style="margin-left: 28.4pt;text-indent: -28.4pt;margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR"><span style="font-size: x-small">Agnew J., 1995, <em>Rome</em>, J. Wiley, London</span></span></p>
<p style="margin-left: 28.4pt;text-indent: -28.4pt;margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR"><span style="font-size: x-small">Bagnasco A., 1996, “Le développement diffus: le modèle italien”, in I. Sachs, <em>Quelles villes, pour quel développement</em>, Puf, Paris</span></span></p>
<p style="margin-left: 28.4pt;text-indent: -28.4pt;margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR"><span style="font-size: x-small">Bellicini L., 1991, a cura di, <em>La costruzione della città europea negli anni &#8216;80</em>, Roma, Credito Fondiario.</span></span></p>
<p style="margin-left: 28.4pt;text-indent: -28.4pt;margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR"><span style="font-size: x-small">Cremaschi, M., 1991, &#8220;Urbanistica a bassa intensità: il caso di Roma&#8221;, in L. Bellicini, 1991.</span></span></p>
<p style="margin-left: 28.4pt;text-indent: -28.4pt;margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR"><span style="font-size: x-small">Cremaschi M., 1994a, &#8220;L&#8217;organizzazione territoriale dell&#8217;area romana. Dinamiche e rappresentazioni degli anni Ottanta&#8221;, in A. Fubini, a cura di, <em>I problemi delle grandi aree metropolitane</em>, F. Angeli</span></span></p>
<p style="margin-left: 28.4pt;text-indent: -28.4pt;margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR"><span style="font-size: x-small">Cremaschi M., 1994b, &#8220;La denazionalizzazione del problema abitativo&#8221;, <em>Urbanistica</em> 102</span></span></p>
<p style="margin-left: 28.4pt;text-indent: -28.4pt;margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR"><span style="font-size: x-small">Crosta P.L., 1990, &#8220;La politica urbanistica&#8221;, in B. Dente, curateur, <em>Le politiche pubbliche in Italia</em>, il Mulino, Bologna</span></span></p>
<p style="margin-left: 28.4pt;text-indent: -28.4pt;margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR"><span style="font-size: x-small">Crosta P.L., 1991, &#8220;Politiche urbanistiche, nuovi attori e trasformazione della città&#8221;, in L. Bellicini, 1991 </span></span></p>
<p style="margin-left: 28.4pt;text-indent: -28.4pt;margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR"><span style="font-size: x-small">de Lara Ph., 1992, &#8220;Les langages de l&#8217;État&#8221;, voir <em>Le futur de l&#8217;État</em>, Ministère del l&#8217;Equipement-PCA, Paris, 17 feb. 1992</span></span></p>
<p style="margin-left: 28.4pt;text-indent: -28.4pt;margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR"><span style="font-size: x-small">Fareri P., 1990, &#8220;La progettazione del governo a Milano: nuovi attori per la metropoli matura&#8221;, in B. Dente, L. Bobbio, P. Fareri, M.Morisi, <em>Metropoli per progetti</em>, il Mulino, Bologna</span></span></p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR"><span style="font-size: x-small">Folin M., 1990, &#8220;Il piano che è fallito&#8221;, <em>MicroMega</em>, 1</span></span></p>
<p style="margin-left: 28.4pt;text-indent: -28.4pt;margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR"><span style="font-size: x-small">Fried R. C., 1973, <em>Planning the eternal City, roman Politics and Planning since Word War II</em>, Yale UP, New Haven and London</span></span></p>
<p style="margin-left: 28.4pt;text-indent: -28.4pt;margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR"><span style="font-size: x-small">Indovina, 1973, <em>Lo spreco edilizio</em>, Marsilio, Padova</span></span></p>
<p style="margin-left: 28.4pt;text-indent: -28.4pt;margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR"><span style="font-size: x-small">Martinotti G., Vicari S., 1994, &#8220;La formazione del piano regolatore generale&#8221;, in AA.VV., <em>Le decisioni di opera pubblica e di urbanistica nelle città</em>,. Archivio Isap, Nuova Serie, 7, Giuffré, Milano </span></span></p>
<p style="margin-left: 28.4pt;text-indent: -28.4pt;margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR"><span style="font-size: x-small">Muller P., 1990, <em>Les politiques pubbliques</em>, Puf, Paris</span></span></p>
<p style="margin-left: 28.4pt;text-indent: -28.4pt;margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR"><span style="font-size: x-small">Perulli P., 1994, &#8220;La costruzione delle nuove politiche urbane&#8221;, in <em>Casabella</em>, pp. 23 et ss.</span></span></p>
<p style="margin-left: 28.4pt;text-indent: -28.4pt;margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR"><span style="font-size: x-small">Seronde Babonaux A.M., 1980, <em>De l&#8217;Urbs à la ville: Rome. Croissance d&#8217;une capitale</em>, Edisud, Aix en Provence, (tr. it. 1983)</span></span></p>
<p style="margin-left: 28.4pt;text-indent: -28.4pt;margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR"><span style="font-size: x-small">Thœnig J.-C., 1985, &#8220;L&#8217;analyse des politiques publiques&#8221;, in M. Grawitz, J. Leca, <em>Traité de science politique</em>, t. IV, Puf, Paris</span></span></p>
<p style="margin-left: 28.4pt;text-indent: -28.4pt;margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR"><span style="font-size: x-small">Tocci W., 1993, <em>Roma, che ne facciamo</em>, Editori Riuniti, Roma</span></span></p>
<p style="margin-left: 28.4pt;text-indent: -28.4pt;margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR"><span style="font-size: x-small">Verpraet G., 1994, &#8220;Plans et projets en horizon flexible, trajectoire Franco-Italiennes&#8221;, en <em>Recherches sur le projet et les concepteurs</em>, Ministère du Logement-Pca, Paris (Actes du séminaire Euro-conception, Paris, 28-29 sept. 1993)</span></span></p>
<p style="margin-left: 28.4pt;text-indent: -28.4pt;margin-bottom: 0pt"><span lang="fr-FR"><span style="font-size: x-small">Vollet C. 1995, <em>Rome et ses “borgate”, 1960-1980, des marques urbaines à la ville diffuse, </em>Ecole Française de Rome, Rome</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt">
<div id="sdfootnote1">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym-western" name="sdfootnote1sym" href="#sdfootnote1anc">1</a> Dans une démarche pragmatique, comme un &#8220;programme 	d&#8217;action&#8221; de l&#8217;autorité publique ou gouvernementale 	(Thoenig 1985); en termes systémiques et régulatifs, 	comme un &#8220;processus de médiation sociale&#8221; (Muller 	1990); ou encore, d&#8217;un point de vue constructiviste, comme l&#8217;outil 	d&#8217;une analyse, &#8220;construit&#8221; par l&#8217;observateur (Crosta 	1990). D’autre part, le désordre n&#8217;est que &#8220;le 	mouvement, plus l&#8217;incertitude&#8221; (selon Balandier) donc deux 	idées centrales à toute analyse économique et 	politique.</p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym-western" name="sdfootnote2sym" href="#sdfootnote2anc">2</a> Une étude de Martinotti et Vicari (1994), ayant étudié 	les procédures pour l&#8217;approbation d&#8217;un prg (&#8221;piano 	regolatore generale&#8221;) ,donne une idée des problèmes 	administratifs. Le temps minimum entre l&#8217;envoi du dossier et 	l&#8217;approbation du plan est de deux ans, alors qu&#8217;en moyenne on arrive 	presque à huit ans. En général, selon la même 	recherche, les prg sont plutôt vieux (en moyenne, le prg a 12 	ans d&#8217;âge; mais pour plus de la moitié des communes de 	l&#8217;échantillon, l&#8217;âge est plus avancé). Il est 	certain qu&#8217;en absence de plans, ou avec des plans et projets 	veillis, l&#8217;incertitude en matière d&#8217;urbanisme augmente, et 	ajoute à l&#8217;incertitude de l&#8217;économie.</p>
</div>
<div id="sdfootnote3">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym-western" name="sdfootnote3sym" href="#sdfootnote3anc">3</a> Comme effet de l&#8217;introduction de nouvelles procédures dans la 	réglementation nationale: le contrat de ville, en Italie les 	&#8220;accords de programme&#8221;&#8230;, le Plan Programme pour l&#8217;Est 	parisien, en Italie des &#8220;délibérations 	programmatique&#8221; des municipalités&#8230;. Dans les plans 	généraux plus récents on voit, parfois, un 	surcroît d&#8217;attention donné à la définition 	détaillée des aspects concernant la réalisation 	de manière à ne pas avoir à approuver des plans 	executifs ultérieurs avant de réaliser les travaux. 	Enfin, on a vu la diffusion de l&#8217;institut du &#8220;plan 	préliminaire&#8221;, sorte de schéma directeur local 	sans efficacité légale, qui annonce les principales 	interventions visées. Toujours dans la recherche indiquée 	(Martinotti, Vicari 1994), cette situation est bien illustrée: 	en tout cas, 65% des communes a en cours la &#8220;révision&#8221; 	du prg, une procédure beaucoup plus simple qu&#8217;un nouveau 	plan.</p>
</div>
<div id="sdfootnote4">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym-western" name="sdfootnote4sym" href="#sdfootnote4anc">4</a> La méfiance répandue envers le plan d&#8217;urbanisme est 	exemplifié par la remarque contenue dans une étude 	redigée pour le Ministère du Bilan et du Plan: &#8220;un 	programme d&#8217;investissement ne peut pas être subordonné 	d&#8217;une façon rigide aux contenus et aux procédures 	d&#8217;élaboration des plans d&#8217;urbanisme&#8221;.</p>
</div>
<div id="sdfootnote5">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym-western" name="sdfootnote5sym" href="#sdfootnote5anc">5</a> Le blocage frappe d&#8217;abord la réalisation du SDO; le projet de 	Gregotti e Benevolo pour le grand Parc Archéologique du 	Centre Historique et de la rue Appia Antica; le Centre des Congrès 	et d&#8217;expositions, l&#8217;auditorium de Flaminio (dont le projet a été 	presenté en 1994 par R. Piano); les nouveaux Marchés 	Généraux, le centre ferroviaire de SetteBagni, le port 	turistique à Ostie, le renouveau du quartier de la Gare 	Termini; l&#8217;agrandissement de la seconde Université, la 	réalisation de la troisième Université et le 	plan du quartier de la gare Ostiense; le reseau  ferroviaire 	metropolitaine, etc. Seuls échappent au blocage la deuxième 	ligne du metro, les projets pour le Mondial de Football <em>Italia 	&#8216;90</em>: le renouveau du stade de football, la nouvelle liaison 	ferroviaire rapide avec l&#8217;aéréoport de Fiumicino, 	outre quelques grands magasins dans la banlieue, des grands 	ensembles et nombreux pavillons illégaux.</p>
</div>
<div id="sdfootnote6">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym-western" name="sdfootnote6sym" href="#sdfootnote6anc">6</a> Dans ce contexte, il n&#8217;est pas étonnant que les travaux 	publics réalisés en Italie pour le &#8220;rendez-vous- 	spectacle&#8221; du Mondial de football de 1990 aient coûtés, 	selon les évaluations, de 6.500 à 8.000 milliards de 	lires, plus du double coût (en valeurs de l&#8217;époque) des 	Grands Travaux parisiens, ou des investissements de l&#8217;état 	anglais pour les Docklands de Londres (Bellicini 1991). Pendant la 	même période, d&#8217;autre part, la reconstruction de Naples 	après le tremblement de terre a coûté trois fois 	la somme prévue.</p>
</div>
<div id="sdfootnote7">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym-western" name="sdfootnote7sym" href="#sdfootnote7anc">7</a> Voir à ce propos V. Parlato, “Il blocco edilizio”, in F. 	Indovina, 1973, qui anticipe les études sur le role politique 	de la “<em>growth machine</em>”.</p>
</div>
<div id="sdfootnote8">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym-western" name="sdfootnote8sym" href="#sdfootnote8anc">8</a> Le siège théorique de la reconcentration est le 	secteur oriental où, dans les années soixantes fut 	désigné le SDO (le Système Directionnel 	Oriental: presque 10 millions de mc. de bureaux, à l&#8217;origine 	même 40 millions, autour d&#8217;un axe infrastructurel). A 	l&#8217;origine, l&#8217;idée était que le SDO puisse être 	considéré comme une opération d&#8217;avantages 	réciproques pour la commune et l&#8217;état: en fait, la 	&#8220;re-localisation&#8221; des Ministères de l&#8217;état 	aurait rationnalisé les sièges administratifs, et 	aurait induit la &#8220;re-qualification&#8221; de la périphérie 	orientale de la ville (permettant entre autres de réaliser 	infrastructures, métro, parcs etc). Au contraire, l&#8217;état 	garde encore plus de 70% de ses propres bureaux dans le centre ou à 	l&#8217;Eur (environ 8 millions de mc.); et il a agrandi les sièges 	ou en a réalisé de nouveaux (3 millions de mc. 	seulement dans les années 80) faisant recours à des 	procédures spéciales qui ne tiennent pas compte du prg 	de la commune. La valeur  du SDO aujourd&#8217;hui est donc presque nulle 	(Perulli 1994): mais on ne sait pas encore quels programmes pourront 	hériter de ce rôle.</p>
</div>
<div id="sdfootnote9">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym-western" name="sdfootnote9sym" href="#sdfootnote9anc">9</a> Les équipements urbains ont été maintes fois 	réalisés après les quartiers abusifs; le nombre 	des logements publics a été limité dans le 	temps et de toute façon récemment réduit à 	cause du manque de ressources (l&#8217;incidence de la construction 	publique, égale à 60% du total en 1980, s&#8217;est trouvée 	réduite à 11% dix ans plus tard). Le travail 	concernant les infrastructures de transport a été à 	la fois tardif et onéreux (au cours des années 80, il 	est monté de 24,7% à 49,4% des investissements de la 	Commune) (voir: Cremaschi 1991).</p>
</div>
<div id="sdfootnote10">
<p style="margin-bottom: 0pt"><a class="sdfootnotesym-western" name="sdfootnote10sym" href="#sdfootnote10anc">10</a> <span style="font-size: x-small">La présence de la Cité 	du Vatican, des pèlerinages, des audiences, des sièges 	diplomatiques etc., impose de lourds péages d&#8217;organisation à 	la commune de Rome. Prenons comme exemple l&#8217;année Sainte 	(celle de 1950, ou la prochaine, de 2000): il s&#8217;agit d&#8217;un événement 	typiquement urbain, comme une grande foire ou une exposition, qui 	&#8220;consumme&#8221; la ville dans son ensemble pour plusieurs mois 	et nécessite des investissements en hotels, réseaux de 	transports publics, parkings, surveillances etc. C&#8217;est le Vatican 	qui décide des dates (ce qui n&#8217;exclut pas les surprises: 	l&#8217;actuel pape a promu une année Sainte extraordinaire entre 	les deux dates), la tutèle de l&#8217;initiative est attribuée 	par le Concordat de 1984 à l&#8217;état italien, et ce qui 	concerne l&#8217;organisation retombe sur la commune de Rome.</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote11">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym-western" name="sdfootnote11sym" href="#sdfootnote11anc">11</a> A Londres, pendant les années 1987-89 seulement, ont a 	terminé plus de 2,1 millions de mc.<sup> </sup>de bâtiments 	pour les activités tertiaires; plus de 6,1 million de mc. 	étaient en voie de costruction; et on disposait de permis de 	construire 12 millions de mc.<sup> </sup>encore. En région 	Île-de-France pendant les années &#8216;80 on a octroyé 	permis de contruire pour 15 millions de mc. (Bellicini 1991). En 	même temps, à Rome, on a realisé 6 millions de 	mc.<sup> </sup>pour le logement populaire et presque 1 million de 	mc.<sup> </sup>de bâtiments pour les activités 	tertiaires (Cremaschi 1991).</p>
</div>
<div id="sdfootnote12">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym-western" name="sdfootnote12sym" href="#sdfootnote12anc">12</a> Quoi que la réforme administratif du &#8216;93 ait donné aux 	maires un surplus de légitimité et d&#8217;efficacité 	par rapport au niveau institutionnel central, le &#8220;tournant&#8221; 	vers la deuxième République est encore loin de 	l&#8217;accomplissement. D&#8217;autre part, les procédures dans le 	domaine de l&#8217;urbanisme n&#8217;ont pas changé: le changement 	s&#8217;opère donc dans le cadre législatif et administratif 	connu, sans autre nouveauté que le recours aux outils 	d&#8217;&#8221;autocoordination&#8221; au niveau local pour avancer les 	réformes que l&#8217;état ou les Régions tardent à 	introduire. Ces changements semblent préceder une 	&#8220;ré-orientation&#8221; des politiques urbaines et de la 	culture politique locale (Perulli 1994).</p>
</div>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Riqualificazione e rigenerazione urbana a Roma</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Oct 2009 15:03:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politiche della casa e dell'abitare]]></category>
		<category><![CDATA[Casa e abitare]]></category>
		<category><![CDATA[Piani]]></category>
		<category><![CDATA[Riqualificazione urbana]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify">Nel comune di Roma, nel corso degli ultimi 15 anni, sono stati approvati, o sono in corso di approvazione, oltre 300 programmi integrati di riqualificazione. In questo periodo, il numero e la qualità dei progetti integrati territoriali è venuta crescendo. Questo intervento cerca di delineare alcuni elementi di confronto tra l’esperienza italiana, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Nel comune di Roma, nel corso degli ultimi 15 anni, sono stati approvati, o sono in corso di approvazione, oltre 300 programmi integrati di riqualificazione. In questo periodo, il numero e la qualità dei progetti integrati territoriali è venuta crescendo. Questo intervento cerca di delineare alcuni elementi di confronto tra l’esperienza italiana, di Roma in particolare, e quella europea (Cremaschi 2005; Tedesco 2002). </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">La questione dell’apprendimento e della trasposizione delle politiche è al centro di questo saggio (Fabbrini 2003). E’ una questione cruciale nello sviluppo delle politiche urbane (Cremaschi 2003), in particolare in paesi come l’Italia dove il confronto tra riqualificazione edilizia, rinnovo urbano e sostegno sociale è acceso e non sempre pacifico (Tosi 2000). </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Si può dunque generalizzare un’osservazione che venne fatta alla fine degli anni ’80 sulle politiche di quartiere in Francia. Cominciano ad essere verificate in diversi paesi le premesse (Gaudin 1990) che contraddistinguono la costituzione di un campo di politiche distinto. Tra queste si constata: </span></p>
<ul>
<li>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">la 	congiunzione di settori dell&#8217;azione pubblica fino allora distinti, 	in particolare quelli relativi alla casa (politica che ha fatto la 	storia delle città europee durante il boom economico che 	viene così riassunta in un nuovo contesto) e all&#8217;azione 	sociale e forse, aggiungeremmo oggi, allo sviluppo locale;</p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">lo 	spostamento di attenzione dalle politiche di settore alle politiche 	d’area, rivolte cioè a territori e località 	specifici, ancorché potenzialmente di scala diversa; volendo 	generalizzare, si tratta di politiche che trattano più il 	contesto delle funzioni;</p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">l&#8217;investitura 	politica o la formazione di un distinto centro –un ministero per 	la città come in Francia; un assessorato alle periferie come 	a Roma e in altre città italiane- capace di autonoma 	decisione sulle azioni integrate.</span></p>
</li>
</ul>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Come vedremo, nella esperienza del comune di Roma si osserva la costruzione di un centro simile, a partire da un problema sociale inizialmente definito come la riqualificazione della ‘periferia’ che, progressivamente, per errori e sperimentazioni, assume una varietà di nuovi riferimenti e riformulazioni.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><strong><span lang="it-IT">Rigenerazione urbana o riqualificazione edilizia?</span></strong></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Come è noto, negli ultimi anni l&#8217;Unione Europea si è attivata sulla questione urbana più di quanto previsto dalle attribuzioni formali dei trattati (Cremaschi 2005). Soprattutto, ha insistito sul legame tra politiche settoriali e questione urbana (Padovani 2002): per esempio, ha riformulato parte della politica ambientale in politica dell’ambiente <em>urbano</em>; di quella per lo sviluppo economico in sviluppo locale… Viceversa, la lobby delle città ha esercitato una discreta influenza sul policy making dell&#8217;Unione, anche perché i processi di sviluppo locale hanno accentuato il ruolo degli ‘attori’ (città o di regioni) che riescono a rappresentare nel loro insieme dei territori (Le Galès 2002).</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Va sottolineato, però, che tra l’esperienza europea e quella italiana, e di conseguenza quella di Roma, si verificano alcune importanti differenze. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">In particolare, la riqualificazione urbana diventa un tema importante in Europa al seguito della manifestazione della crisi urbana negli anni Settanta, esito peraltro di vicende drammatiche e conflittuali ben più vaste. La crisi urbana conduce addirittura, secondo certi osservatori (Donzelot 2006), ad una “frattura” del corpo sociale delle società avanzate, segnate in particolare dal sovrapporsi di effetti negativi dell’evoluzione demografica, da questioni culturali e immigratorie e dalla nuova disoccupazione emergente. In questa prospettiva, le politiche urbane sono giustificate dal timore che la frattura sociale e i processi di esclusione si concentrino nello spazio, e costituiscano delle <em>énclaves </em>socialmente stigmatizzate.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Per caratterizzare approcci diversi alle politiche della riqualificazione urbana (Cremaschi 2003), si può proporre, con una forte schematizzazione, l’immagine dell’Europa divisa in due parti, distinte da: modelli di welfare diversi; fenomeni di esclusione e soprattutto di immigrazione incomparabili; una struttura della marginalità territoriale puntiforme e urbana da un lato, estesa e regionale dall’altro; un diverso ruolo degli enti locali; infine, una miscela storicamente diversa di politiche sociali e urbanistiche. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Da un lato, Francia, Inghilterra, Olanda, paesi centralizzati e con un’immigrazione ex coloniale integrata nello statuto di cittadinanza, sono i paesi pilota dell’orientamento <em>sociale</em>. In questi paesi, il dinamismo delle realtà locali (trend peraltro presente, sia pur in modo diverso, in tutti i paesi europei) ha portato a iniziative strategiche di sviluppo economico e fondiario. Inoltre, le politiche nazionali di riforma strutturale dell’impiego hanno avuto una velocità maggiore e, sia pur in modo molto differenziato, hanno dimostrato la loro efficacia nell’arco degli ultimi vent’anni, quantomeno stabilizzando le situazioni di maggior emarginazione. Nell&#8217;accezione qui diffusa, le politiche di rigenerazione urbana indicano non tanto un ambito (la città); e neanche un tipo di operazione (la riqualificazione, piuttosto che la costruzione); quanto una <em>modalità d&#8217;azione pubblica innovativa</em>. Sono politiche, al tempo stesso, sociali <em>e </em>di miglioramento dell&#8217;ambiente fisico, nelle quali è ben chiaro e necessario l&#8217;incontro con l&#8217;azione sociale, con le sue strutture assistenziali pubbliche locali, volontarie e centrali (spesso dipendenti da settori diversi della amministrazione). Con queste premesse, nei paesi del Nord Europa vennero identificate alcune idealtipi di segregazione territoriale con corrispondenti di esclusione: i quartieri dove si concentra l’immigrazione, il più delle volte (a non solo) in edilizia sociale costruita nel secondo dopoguerra; le vaste aree urbane abbandonate dopo i profondi rimaneggiamenti dell&#8217;economia negli anni &#8216;80 (in particolare le zone di prima industrializzazione, i bacini minerari, le aree dipendenti da industrie di base; più recentemente, intere regioni dell&#8217;Est Europa); infine, i settori di centro città colonizzati dalle nuove popolazioni immigrate e povere. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Dall’altro lato, Italia, Spagna e Germania, paesi dove le azioni locali hanno una tradizione di intervento sulla edilizia, paesi tradizionalmente decentrati con vivaci tradizioni ‘localiste’ (pur con differenti modelli, federalisti o regionalistici). L’immigrazione è più recente e comunque è meno non integrata nello statuto di  cittadinanza e nel welfare. In questi paesi,  appaiono fenomenologie del disagio territoriale specifiche dipendenti dal modello territoriale di sviluppo di ciascuna economia (caratterizzato comunque da forte disparità regionali e da città diffuse), come iniziano ad evidenziare anche i sempre più frequenti confronti internazionali patrocinati dall’Unione Europea. Inoltre, le politiche del lavoro e dei diritti sono meno flessibili. Infine, gli enti locali possiedono una consolidata capacità operativa nel campo della riqualificazione edilizia. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Gli ideal tipi territoriali del Nord Europa -pur ripresi dai manuali dell’Unione Europea- mal si adattano alla realtà dei paesi del Sud Europa, e dell’Italia tra questi. La trasposizione dell’approccio di Urban incontra infatti una decisa riformulazione, sia per la diversità dei riferimenti territoriali, che per il <em>focus </em>tradizionale dei comuni italiani a intervenire sugli aspetti edilizi. Tra modelli europei e modelli italiani c’è dunque un gioco di adattamento, apprendimento e travisamenti che rendono la vicenda della trasposizione di indubbio interesse (Tedesco 2003). </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">I due gruppi di paesi si caratterizzano dunque per orientamenti diversi, quelli del Nord alla rigenerazione urbana; quelli del Sud alla riqualificazione. Tra i due modelli c’è una differenza maggiore di quella che riguarda l’oggetto di applicazione o il metodo. La differenza è soprattutto relativa al contesto: i primi, esperimentano anticipatamente una crisi occupazionale dovuta al decentramento produttivo con esiti sociali dirompenti, che paesi come l’Italia –per una serie di ragioni complesse- hanno stemperato nel corso dei successivi decenni, e mediato con numerose politiche di sostegno. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify"><strong>Quattro regimi urbani</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Spesso Roma è stata rappresentata –e con buone ragioni- come una metropoli arretrata, divisa ed eterodipendente (Ferrarotti 1970). Ci sono oggi alcuni argomenti nuovi per ritenere invecchiata la rappresentazione. Fintantoché la crescita di ricchezza e lo sviluppo della società dipendevano dall’industria, la posizione di Roma era segnata. Non a caso è stato sottolineato di recente che il costo sociale della deindustrializzazione è stato più elevato per le metropoli del Nord Europa (</span><sup><span lang="it-IT"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote2anc" href="#sdfootnote2sym"><sup>2</sup></a></span></sup><span lang="it-IT">). Dopo la stagione industriale, le posizioni ai posti di partenza mutano, ed altri fattori condizionano il cosiddetto “posizionamento strategico” delle città. Sia pur rapidamente, occorre distinguere le diverse fasi di sviluppo della città, e i diversi ‘regimi’ di sviluppo che l’hanno caratterizzata (Cremaschi 1990). </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Nel primo regime urbano del dopoguerra, un forte “blocco edilizio” sostenuto da una maggioranza di destra ha fomentato la “macchina dello sviluppo” urbano. Il malfunzionamento della città ha avuto radici robuste nella crescita distorta degli anni Cinquanta, della città e della sua economia. Si tratta di un’espansione basata sul direzionale di stato e sulla edilizia, favorita dal boom economico che avviene nel Nord industriale. La crescita oppone sia classi che geografie: il centro, la borghesia dei rentiers e dei burocrati; agli operai e gli impiegati delle periferie. Conseguenti effetti saranno la diffusione degli uffici nei quartieri residenziali, l’emergenza abitativa degli anni Settanta, l’espansione urbana e la conseguente congestione della mobilità. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Il secondo regime &#8220;progressista&#8221;, a partire da metà anni Settanta, ha operato sulla creazione di attrezzature e servizi pubblici per compensare e ridurre la distanza tra le “due città” venutesi a creare nel periodo precedente. La “crisi” urbana degli anni Settanta è stata una conseguenza della crisi di consenso del blocco politico precedente, e della crescita dualista minata da enormi scompensi sociali. Questi aspetti furono drammaticamente evidenziati dal cambiamento di clima morale e politico di metà anni Settanta. In campo urbanistico, attrezzature di quartiere e servizi sociali hanno contribuito a far fronte alla crisi del sistema di regolazione dei mercati locali. Le politiche redistributive furono seguite con grande entusiasmo per dieci anni, rinnovano profondamente l’azione pubblica, ma non riuscirono a risolvere i problemi strutturali della città. I quartieri periferici si erano già riorganizzati, i bisogni e le gerarchie erano cambiati. I servizi che furono realizzati allora, secondo i destinatari, arrivarono “troppo tardi”: in uno slogan, l’autobus pubblico arriva quando tutti si muovono in auto. La città divisa del dopoguerra cede il passo a dei ‘nuovi luoghi’ tutti da interpretare (Comune 1999). Ne è un emblema la tardiva realizzazione del gigantesco quartiere ultraperiferico di Tor Bella Monaca, 80 mila abitanti in prevalenza in alloggi pubblici, che sigla il fallimento delle politiche volte a contrastare l’espulsione del ceti popolari dalle aree centrali e la crisi degli alloggi. Pochi anni dopo, il quartiere sarà già in crisi, e oggetto dell’Urban di Roma (Panebianco 2004).</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">A metà anni Ottanta si cambia ancora registro, il governo urbano torna ad una coalizione centrista che pare insistere sullo sviluppo, ma in un clima mutato e più conflittuale (Cremaschi 1994). Al centro della riflessione strategica viene posto la funzione di capitale, e si rivendicano contributi da parte dello stato per il funzionamento della città. Viene definito un programma denominato ‘Roma Capitale’ che ridefinisce le strategie della città intorno alle funzioni di capitale. Il direzionale, la ricerca e la cultura -fino allora trattati da elementi parassitari- venivano rivalutati. Una legge speciale finanziò delle infrastrutture da realizzare con procedure accelerate, in particolare intorno al cosiddetto Sistema direzionale orientale (Sdo). Il programma consolidò la convinzione che la trasformazione della città andasse corretta con grandi operazioni fondiarie, in grado di generare il surplus adeguato a reggere il costo delle carenti attrezzature urbane (treni, metro, ecc.). Le grandi imprese pubbliche, in pieno spirito neocorporativo, si candidavano a realizzare le opere. L&#8217;esiguità delle risorse, la genericità della gestione, la successiva crisi di ‘tangentopoli’, hanno fatto fallire quello schema: a parte poche realizzazioni nel campo dei beni culturali, nessun gran progetto è stato realizzato. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">A partire dal ’93, con la crisi della prima Repubblica e l’elezione diretta del sindaco, la città si trova quasi per caso una maggioranza di centro-sinistra. Nello spirito della allora recente legge sulle Autonomie locali, si lavorò efficacemente sul decentramento funzionale e la riorganizzazione tecnico-istituzionale della città. Si può schematizzare l’ispirazione di queste idee nel modo seguente: re-distribuire e decentrare l’azione pubblica verso la periferia; agire su progetti strategici relativi a grandi settori urbani e funzionali. Con ogni evidenza era una linea d’azione diversa da quello posta a sostegno dello Sdo, che genera in seguito i piani di riqualificazione delle periferie. La strategia che puntava a migliorare la gestione ordinaria si accompagna rapidamente con una seconda, quando diviene chiaro che l’area metropolitana non sarebbe stata realizzata. Si cerca allora di utilizzare la preparazione del Giubileo del 2000 per veicolare la realizzazione di opere pubbliche. Rispetto alle linee di azione precedenti, le decisioni relative al Giubileo (e poi alla sfortunata proposta di Olimpiadi nel 2004) appaiono solo parzialmente innovative: nello spirito, riprendono la prospettiva di Roma Capitale; nei contenuti, adottano progetti elaborati in precedenza. Per questa via, sono ricostruiti –non senza discussioni politiche anche importanti- i rapporti con il mondo delle costruzioni e con i settori emergenti della economia terziaria (informatica, comunicazioni, televisione) nel frattempo per lo più privatizzati (</span><sup><span lang="it-IT"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote3anc" href="#sdfootnote3sym"><sup>3</sup></a></span></sup><span lang="it-IT">). La formula che racchiuderà in seguito, nel nuovo piano regolatore, questa doppia aspirazione, sarà l’idea del policentrismo. La città cresce, ma per poli di sviluppo, una parte dei quali è collocata nelle periferie metropolitane (fig. 1), anche non prossime e diverse dai tradizionali centri di potere e rappresentanza politica. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify"><strong>La “periferia” a Roma</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Per sottolineare la complessità dei problemi di Roma, il comune ha l’abitudine di ricordare che la città è la più vasta per superficie (grande da sola come le altre 10 maggiori città), e la più popolosa in Italia (ma non delle aree metropolitane di Milano e Napoli). In effetti, ancorché di taglia media per una città europea (circa 2,6 milioni di abitanti), occupa all’incirca la stessa superficie del Greater London Council. Una grande parte del territorio comunale è però agricolo, o costiero; solo una parte limitata è urbanizzata. Inoltre, l’area di influenza metropolitana e il numero dei comuni coinvolti sono relativamente limitati e la stessa regione Lazio è relativamente piccola. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Nonostante che queste caratteristiche –estensione, varietà, bassa densità- lo rendano simile al territorio di una piccola regione, i poteri dell’amministrazione di Roma sono uguali a quelli di qualsiasi altro comune italiano, con il limite dunque della relativa debolezza rispetto ad altri governi metropolitani europei, da un lato; e il vantaggio, dall’altro, della unitarietà di indirizzo per l’insieme della città, condizione quest’ultima che non ha eguali in altri ambiti metropolitani in Italia.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Dal punto di vista della geografia sociale della città, va poi ricordato che la struttura di Roma è fortemente articolata per reddito e ceto sociale. Questo non è sempre stato vero: la città storica, che coincide con l’attuale area monumentale centrale, ha ospitato dal Medioevo classi sociali diverse, la cui espulsione dal centro è iniziata durante l’epoca fascista. Proprio le demolizioni per il risanamento dei quartieri centrali hanno portato alla edificazione delle ‘borgate’ periferiche. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Le borgate sono un caratteristico modo di sviluppo delle periferie di Roma. Queste sono state a lungo “i quartieri operai di una città non operaia” (Berlinguer, Della Seta 1976), costruiti lungo le vie consolari che collegano a raggiera il centro della città con il resto d’Italia. Accanto a questi nuclei che ospitavano gli espulsi dalle aree demolite nel centro storico nei programmi di risanamento urbano (avvenuti da fine ‘800 a tutto il regime fascista), sono stati realizzati progressivamente altri nuclei informali, edifici autopromossi o baracche illegali che ospitano la gran massa dei poveri espulsi dalle campagne del Sud. In tutta la prima metà del ‘900 e fino agli Sessanta, questa massa di persone incrementa la popolazione di Roma, in una tipica <em>growth-machine</em>, un modello di crescita basato sull’espansione edilizia. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">La struttura concentrica della città è utile anche a riassumere i caratteri della crescita demografica. Roma diventa capitale d’Italia nel 1871 e raggiunge il milione di abitanti verso gli anni ‘30; raddoppia dopo la seconda guerra mondiale e, contando anche la cintura metropolitana, cresce quasi nella stessa misura fino a metà anni ’80, epoca dalla quale resta grossomodo stabile. Nel frattempo, però, il pur vasto centro monumentale si spopola, la prima fascia composta dai quartieri della città compatta del XIX e XX secolo comincia anch’essa a perdere popolazione. Acquista sempre più peso invece la cintura esterna, composta da quartieri periferici e dalle vecchie borgate: questa assorbe infatti un quarto degli incrementi fino agli ’50, ma già più della metà in seguito. Dopo gli anni ’80. è l’unico segmento che continua a crescere, mentre tutti gli altri perdono popolazione.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Ma sarebbe improprio considerare tutta questa area come periferica. Il significato di periferia va limitato ad una fase storica (il ‘900) e ad un modello economico e sociale (le società “fordiste” occidentali) e tenuto distinto dai processi di inurbamento globali, e dai processi di diffusione residenziale e urbana che caratterizzano l’epoca più recente. La periferia individua dunque la <em>condizione di aree urbane realizzate per dare accesso all’abitazione ai nuovi occupati dell’epoca del boom economico</em>. A Roma questo avvenne attraverso le borgate pubbliche e, successivamente e intorno a queste, attraverso la costruzione informale e spesso abusiva di abitazioni indipendenti. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Ma prima di considerare borgate e periferia come un <em>problema</em>, occorre ricordare che allora risultarono la <em>soluzione</em>: quella periferia era il risultato del processo di costruzione della città in una fase contraddittoria di sviluppo. In seguito, tra gli anni cinquanta e i settanta, la periferia si è fatta lentamente città, attraverso processi di inclusione che hanno segnato la storia politica oltre che urbanistica della città. Roma si distingue da altre metropoli anche per questo processo di integrazione sociale, che ha segnato la radicata cultura popolare diventata, grazie al neorealismo cinematografico, il manifesto dell’epoca.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Le vicende politiche e storiche di Roma, la forte conflittualità e la natura stessa dei processi migratori verso la capitale, l’hanno dunque costituita come un <em>crogiolo</em> di identità sociali e politiche. Le origini, ormai consacrate nella letteratura e nel mito, della periferia romana (Ferrarotti 1970), narrano la storia di una città che costruisce la sua cittadinanza nell’esperienza concreta e usurante del lavoro edile, della costruzione dei quartieri e delle battaglie politiche. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">La narrazione di queste vicende urbane viene elaborata in due direzioni: prima la città ‘divisa’; la città ‘policentrica’ in seguito.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">La città divisa riflette la situazione amara del dopoguerra. L’esito della straordinaria crescita dell’epoca è la costituzione di una città divisa per cerchi concentrici: solidamente borghese al centro (che progressivamente viene sostituita dalla città turistica e da quella politica); con una prima corona di quartieri otto-novecenteschi per la media e piccola borghesia; circondata da una vasta periferia popolare, in particolare nei settori Sud ed Est. Il centro direzionale dell’Eur e alcuni quartieri agiati in posizioni suburbana costituiscono alcune rilevanti eccezioni a questo modello. Gli insediamenti abusivi e le borgate, all&#8217;interno della città di Roma, sono il risultato di uno sviluppo urbanistico incontrollato restano a lungo privi delle infrastrutture primarie e secondarie. La mancanza di servizi, l’abusivismo edilizio, la costruzione a macchia d’olio si manifestano in tutta la loro gravità. Il Comune aveva già provveduto nel primo piano regolatore del 1962 alla prima perimetrazione delle aree abusive. Negli anni Settanta si inizia a definire per ciascuna un piano di dettaglio per il recupero urbanistico, che troveranno però progressiva attuazione solo alla fine degli anni Novanta. I problemi di povertà e disagio sono tutt’altro che spariti, anche se si tende a dimenticarli (Sgritta 1992); casomai, assumono forme nuove che richiedono un’attenzione diversa e rinnovata (Regione 2000; Caudo 2006).</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">La più recente immagine della città policentrica, al centro del recente piano regolatore, prende atto di una situazione nuova (Aa.Vv.  2001). Alla fine degli anni Novanta, metà della popolazione dell’area romana vive intorno o fuori dell’anello viario periferico (il Grande raccordo anulare), una quota destinata probabilmente a salire (tab. 1). Nel frattempo però <em>tutti i maggiori investimenti pubblici (ferro, direzionale, grandi progetti urbani) si sono concentrati nel cuore della città consolidata</em> (entro la cerchia della ferrovia). Si ripropone in questo clima l’ipotesi organizzativa del ‘mosaico’ urbano, che reinterpreta il problema delle periferie e gli approcci delle politiche. Non solo lo sviluppo edilizio, si sostiene, ma anche grandi attrezzature di qualità devono essere portate in ‘periferia’. A questo fine, le nuove politiche urbane e la pianificazione urbanistica riacquistano un nuovo punto di intersezione.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Tab. 1</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">Dinamiche demografiche e insediative di Roma</p>
<table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0" width="446">
<col width="176"></col>
<col width="66"></col>
<col width="70"></col>
<col width="70"></col>
<col width="61"></col>
<tbody>
<tr valign="top">
<td width="176" height="21">
<p lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">(in migliaia di abitanti)</span></p>
</td>
<td width="66">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">1921</span></p>
</td>
<td width="70">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">1951</span></p>
</td>
<td width="70">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">1981</span></p>
</td>
<td width="61">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">2001</span></p>
</td>
</tr>
<tr valign="top">
<td width="176" height="21">
<p lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Quartieri centrali </span></p>
</td>
<td width="66">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">472</span></p>
</td>
<td width="70">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">444</span></p>
</td>
<td width="70">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">181</span></p>
</td>
<td width="61">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">120</span></p>
</td>
</tr>
<tr valign="top">
<td width="176" height="29">
<p lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Quartieri consolidati della prima 			periferia</span></p>
</td>
<td width="66">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">155</span></p>
</td>
<td width="70">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">979</span></p>
</td>
<td width="70">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">1.890</span></p>
</td>
<td width="61">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">1.600</span></p>
</td>
</tr>
<tr valign="top">
<td width="176" height="31">
<p lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Quartieri recenti, intorno al Gra e 			nel resto dell’area metropolitana</span></p>
</td>
<td width="66">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">165</span></p>
</td>
<td width="70">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">401</span></p>
</td>
<td width="70">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">1.194</span></p>
</td>
<td width="61">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">1.500</span></p>
</td>
</tr>
<tr valign="top">
<td width="176" height="43">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Area 			metropolitana </span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">nel suo insieme</span></p>
</td>
<td width="66">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="right">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">792</span></p>
</td>
<td width="70">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="right">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">1.824</span></p>
</td>
<td width="70">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="right">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">3.265</span></p>
</td>
<td width="61">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="right">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">3.220</span></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small">Fonte: elaborazione su censimenti nazionali</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify"><strong>Una fase sperimentale recente</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Gli obiettivi della riqualificazione urbana a Roma mettono a fuoco questa particolare situazione e sono dunque diversi da quelli prevalenti nel Nord Europa. Per esempio, pur non mancando ‘quartieri in crisi’, emblematici e noti da tempo, dove si concentrano problemi sociali (Magatti 2007), come Corviale (Comune 2004) e Tor Bella Monaca (Comune 1999), i problemi principali riguardano la realizzazione di infrastrutture e servizi, anche ricorrendo alla partecipazione finanziaria dei residenti o di imprese disposte a investire in periferia. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Questo modo di assumere il problema delle periferie nelle politiche della città ha dei pregi e dei difetti. Da un lato, evidenza la carenza di servizi pubblici e conduce a una maggiore attenzione verso bisogni sociali fino allora dimenticati. Dall’altro, si tende ad assumere questi problemi dentro un quadro tecnico limitato alla produzione di opere (pur necessarie) come strade, fogne, edifici pubblici…</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">In effetti si constatano combinazioni differenti e risultanti altrettanto diversi a secondo se si privilegia il lato fisico o il lato sociale dell’intervento. In linea di principio, l’obiettivo della riqualificazione urbana combina aspetti di tutte e due. Nella pratica, si possono distinguere diverse modalità di combinazione</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Nella tab. 2 sono stati esemplificati quattro possibili combinazioni delle esperienze e degli strumenti elaborati a Roma, distinguendoli a seconda del tipo di intervento sull’edilizia e sulla popolazione. E’ una distinzione schematica, ma utile a qualificare come sia evoluto nel tempo l’intervento sulla città.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">La prima casella individua il classico intervento di risanamento ottocentesco, protrattosi a Roma per tutta la prima metà del ‘900. In questo caso, sia la popolazione che l’edilizia sono vittime del ‘piccone demolitore’. Come detto, proprio la deportazione degli abitanti delle aree ‘sventrate’ nel centro storico diede origine alle borgate storiche.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Mentre le demolizione è tornata recentemente un tema di attualità (Di Palma 2007), non si applica più sulla medesima scala. Nei quartieri storici e in quelli operai centrali, gli interventi tendono a muoversi dalla casella a) a quella b). Continua cioè la sostituzione della popolazione, ma si recupera l’habitat storico (</span><sup><span lang="it-IT"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote4anc" href="#sdfootnote4sym"><sup>4</sup></a></span></sup><span lang="it-IT">).</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Nel corso degli anni Novanta sono stati introdotti in Italia numerosi strumenti programmatici che hanno in comune alcuni degli aspetti già incontrati nelle politiche di riqualificazione urbana di stampo europeo. Nella casella c) sono riportati gli strumenti, brevemente descritti in seguito, che hanno consentito di affrontare il carattere specifico dei problemi della riqualificazione a Roma. Il limite comune a questi strumenti, comunque, è un orientamento prevalente allo spazio fisico, sebbene in più di un caso l’esigenza della riqualificazione è stata integrata in un ampio obbiettivo sociale. Questo è il caso dell’ultima casella, dove rientrano il programma Urban ed alcuni programmi sperimentali. Non c’è dubbio che la maggior attività svolta dal comune ricada nella casella della riqualificazione, dove si assiste peraltro ad un progressivo affinamento della strumentazione.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Tab. 2 </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">Modelli di Riqualificazione</p>
<table border="1" cellspacing="0" cellpadding="6" width="485">
<col width="142"></col>
<col width="153"></col>
<col width="152"></col>
<tbody>
<tr valign="top">
<td width="142">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT"><span style="font-size: x-small"><strong>Interventi 			sulla popolazione</strong></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: x-small"><strong>Interventi sull’assetto fisico</strong></span></p>
</td>
<td width="153">
<p lang="it-IT"><span style="font-size: x-small"><strong>Sostituzione della popolazione</strong></span></p>
</td>
<td width="152">
<p lang="it-IT"><span style="font-size: x-small"><strong>Miglioramento del (benessere 			del)la popolazione</strong></span></p>
</td>
</tr>
<tr valign="top">
<td width="142"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Concentrazione sugli aspetti 			fisici (architettonici e infrastrutturale) dell’impianto 			insediativo</span></span></td>
<td width="153">
<p style="margin-bottom: 0pt"><span style="text-decoration: underline"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">a) 			Risanamento</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Lo sventramento di Roma da parte dei 			primi piani dell’800 e poi di Mussolini</span></p>
</td>
<td width="152">
<p style="margin-bottom: 0pt"><span style="text-decoration: underline"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">c) 			Riqualificazione urbana</span></span></span></p>
<p><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">La famiglia dei programmi 			integrati (Pi, Pru, Priu, CdQ, Print) nonché i Progetti 			Urbani al servizio della strategia policentrica</span></span></td>
</tr>
<tr valign="top">
<td width="142"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Orientamento sulla popolazione 			prima e più che sul miglioramento dell’edilizia </span></span></td>
<td width="153">
<p style="margin-bottom: 0pt"><span style="text-decoration: underline"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">b) 			Gentrification</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Oltre al centro monumentale, i 			quartieri operai ottocenteschi prossimi al centro sono oggetto di 			processi di gentrification</span></p>
</td>
<td width="152">
<p style="margin-bottom: 0pt"><span style="text-decoration: underline"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">d) 			Rigenerazione urbana</span></span></span></p>
<p><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Alcuni dei programmi più 			recenti e sperimentali, in primo luogo l’Urban di Tor Bella 			Monaca, ma anche alcuni (ma non tutti) Contratti di Quartiere; i 			programmi di autorecupero</span></span></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">L’elenco delle successive revisioni dei programmi e delle azioni diretti all’obbiettivo della riqualificazione urbana non è breve: vi figurano –in una sequenza chiaramente evolutiva e di crescente complessità- i <em>Programmi integrati </em>(che a Roma prenderanno anche la sigla di Print), i <em>Programmi di recupero urbano (Pru)</em>, i <em>Programmi di riqualificazione urbana (Priu) </em>e i <em>Contratti di quartiere</em>. Si tratta spesso di iniziative modeste, rivolte soltanto a un settore o un quartiere, e con finalità non molto estese: solitamente lo scopo è promuovere la riqualificazione edilizia e infrastrutturale di un certo ambito. Ma spesso tali iniziative sono andate estendendosi, in particolare con implicazioni nel campo delle tecnologie ambientali, della partecipazione (Allegretti 2004) e del sostegno sociale. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Il Progetto Urbano, introdotto dal Programma degli interventi per Roma Capitale e implementato dal Nuovo PRG, è uno strumento flessibile di pianificazione che verifica il grado di trasformabilità di una parte di città, nonché la sua capacità di accogliere nuovi interventi e nuovi pesi di funzioni e attività. Il PU individua i diversi strumenti urbanistici attuativi e i le opere pubbliche necessarie. La riqualificazione promossa dai PU è ad ampio spettro, e prevede interventi sia di nuova edificazione che di recupero (Risorse 2007). Inoltre, sperimenta partenariato pubblico/privato e promuove l’adesione al programma da parte degli abitanti</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Infine, il Comune di Roma sta sperimentando forme di auto-promozione del territorio (</span><sup><span lang="it-IT"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote5anc" href="#sdfootnote5sym"><sup>5</sup></a></span></sup><span lang="it-IT">) attraverso l&#8217;attuazione di comparti urbanistici nell&#8217;ambito dei piani particolareggiati per le zone abusive. In queste aree, la progettazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria è affidata ai privati riuniti e organizzati in consorzi. Il Comune si occupa di pianificazione e realizzazione di servizi, attrezzature e infrastrutture; i cittadini –attraverso i consorzi di auto-recupero- realizzano le opere pubbliche invece di versare gli oneri concessori dovuti per la costruzione di nuovi alloggi. Un altro esempio ancora, è costituito dal programma sull’“Autorecupero a fini residenziali”, tra le forme che il Comune di Roma sta sperimentando per la realizzazione di alloggi da adibire ad edilizia residenziale pubblica, riconvertendo immobili del patrimonio edilizio pubblico. </span>Gli 11 interventi finora promossi hanno investito 13 milioni di euro, di cui il 20% delle cooperative, e recuperato 182 alloggi. <span lang="it-IT">Il Comune redige un progetto preliminare nel quale sono ipotizzate soluzioni distributive adeguate per la trasformazione in residenza dell&#8217;immobile prescelto. Il Comune finanzia il recupero dell’edificio e delle parti comuni; per gli alloggi, si invitano tramite un bando cooperative di autorecupero o di autocostruzione a presentare un progetto esecutivo e un&#8217;offerta economica. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">
<p style="border: 1px solid #000000;padding: 1pt 4pt;margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small"><strong>Scheda 1 </strong></span></p>
<p style="border: 1px solid #000000;padding: 1pt 4pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><strong><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">L’uso degli strumenti di riqualificazione a Roma</span></span></strong></p>
<p style="border: 1px solid #000000;padding: 1pt 4pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">I PRIU (art. 2 legge 179/92) sono piani attuativi e consistono in un insieme sistematico e coordinato di interventi pubblici e privati, realizzati in regime di convenzione. I PRIU possono riguardare qualunque parte ritenuta strategica dal Comune (ad es. aree dismesse e fabbricati), e devono essere cofinanziati da soggetti privati. </span></span>I 5 PRIU di Roma riguardano 5 municipi e 190.000 abitanti. Investono 109 milioni di Euro di fondi totali, di cui 65 di privati e 43 del Ministero: Si attuano attraverso 29 convenzioni private e 48 opere pubbliche.<span style="font-size: x-small"><span lang="it-IT"> L’Obiettivo dei programmi è la riqualificazione di aree degradate o dismesse attraverso nuovi servizi pubblici, spazi verdi e la promozione di azioni produttive e terziarie di livello elevato. </span>I PRIU prevedono interventi sull’edilizia residenziale e non, che mirano al miglioramento della qualità della vita nelle aree in oggetto, innescando processi virtuosi di riqualificazione.</span></p>
<p style="border: 1px solid #000000;padding: 1pt 4pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span style="font-size: x-small"><span lang="it-IT">I PRU (art. 11 legge 493/93) sono uno strumento simile al precedente ma pensato per i quartieri degradati di proprietà pubblica, nonché le aree contigue . Gli 11 PRU di Roma riguardano 9 Municipi e 440.000 abitanti; prevedono la realizzazione di 126 interventi privati da convenzionare, e di circa 350 opere pubbliche. Il recupero di quartieri di edilizia economica e popolare avviene attraverso la ristrutturazione e la manutenzione edilizia, il potenziamento dei servizi. le opere e la manutenzione delle case popolari sono finanziate da fondi pubblici con la partecipazione finanziaria di soggetti privati. </span>Per incentivare l&#8217;intervento dei privati i Comuni potevano approvare varianti urbanistiche con procedure più veloci di quelle ordinarie, purché garantiscano che il maggior valore attribuito all&#8217;area dalla variante sia compensato dalla costruzione da parte del soggetto privato di un&#8217;opera pubblica di valore superiore. </span></p>
<p style="border: 1px solid #000000;padding: 1pt 4pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">I PRINT sono piani urbanistici attuativi finalizzati al recupero di aree urbane degradate anche tramite nuova edificazione, e  fanno seguito alle esperienze di recupero delle borgate. Il Comune li promuove ma la presentazione delle proposte è lasciata a consorzi di soggetti pubblici e privati. L&#8217;amministrazione comunale, in collaborazione con i Municipi predispone uno schema d&#8217;assetto che individua obiettivi e indirizzi e le opere pubbliche prioritarie. I 162 PRINT di Roma riguardano 16 Municipi e più di 1 milione di abitanti. A parte 5 interventi nella città consolidata, 81 riguardano le periferie e 76 le aree produttive. </span></span></p>
<p style="border: 1px solid #000000;padding: 1pt 4pt;margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small">I CdQ riguardano i quartieri pubblici e sono finalizzati a incrementare la qualità della vita  e a rifunzionalizzare gli spazi pubblici. Oltre al recupero degli edifici e degli spazi aperti, dedicano particolare attenzione agli aspetti di sostenibilità ambientale. Sono programmi in parte sperimentali, promuovono la partecipazione degli abitanti e perseguono obiettivi di qualità sia edilizia che urbana. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify"><strong>Apprendere</strong></p>
<p style="text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Quali sono gli aspetti da segnalare di tutte queste esperienze? </span></p>
<p style="text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">In primo luogo, il numero delle azioni locali è in continua, regolare crescita: in un certo senso, la formula appare efficace e si replica in settori funzionali e ambiti geografici diversi. In meno di 15 anni, sono stati redatti e approvati circa 300 strumenti di riqualificazione urbana ed edilizia, pur appartenenti alle diverse ‘famiglie’ appena descritte. Questi programmi promettono nel loro insieme un vasto investimento di risorse pubbliche, e mettono in moto investimenti privati in elevata misura.</span></p>
<p style="text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">In secondo luogo, nel processo di crescita quantitativa abbiamo anche segnalato una diversificazione qualitativa degli strumenti. I primi, sono stati pensati come strumenti attuativi urbanistici, chiaramente orientati da un’intenzionalità tecnicista. Il loro primo problema era il disegno e la realizzazione di infrastrutture, per quanto in un’ottica profondamente ridistribuita e orientata alla giustizia sociale. Solo in seguito si sono aggiunti significati nuovi, e problematiche più vaste, legate alla inserzione sociale e allo sviluppo delle economie locale e delle possibilità occupazionali. Infine, nel corso della attuazione di questi programmi, è stato raggiunto un certo grado di cooperazione tra amministrazione, proprietari dei terreni e attori locali.</span></p>
<p style="text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">In terzo luogo, il grado di coinvolgimento del territorio è diseguale, e non è facilmente riconoscibile una distinta logica territoriale delle iniziative di riqualificazione. Piuttosto, la scelta di intervenire in certe aree e su certi problemi sembra risultare dalla combinazione di fattori diversi, e dalla presenza di alcuni requisiti che proviamo a sintetizzare come segue:</span></p>
<ul>
<li>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">le 	iniziative di riqualificazione investono su parti significative 	delle aree urbane, con l’avvertenza che la gamma di situazioni è 	profondamente differenziata città per città, come pure 	il range dei problemi che si vuole affrontare. Come è detto, 	a Roma il recupero funzionale delle periferie resta il precedente 	più significativo, e comporta quindi un’attenzione al 	coinvolgimento degli abitanti e degli investitori locali; </span></p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">queste 	iniziative operano attraverso un insieme di interventi diversi, sia 	materiali (progetti urbani) che immateriali; interventi che non sono 	pensati come autonomi o autosufficienti, ma sono intenzionalmente 	integrati ed equilibrati. Nel migliore dei casi sono costituite da 	misure e azioni integrate; il principio dell’integrazione agisce 	in questo caso non solo come criterio di equilibrio nella 	composizione delle iniziative, ma anche come criterio di verifica 	rispetto all’obbiettivo dello sviluppo locale nel suo insieme. 	Quando questo obiettivo è interiorizzato, questa finalità 	si traduce nel richiedere misure finalizzate anche all’incremento 	della base occupazionale, nonché della qualità e nella 	disponibilità di opportunità sociali;</span></p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">infine, 	elemento connesso al precedente ma concettualmente nuovo, 	l’interazione con i soggetti privati sia nel finanziamento, 	realizzazione e “animazione imprenditoriale” delle azioni, 	comporta il coinvolgimento di imprenditori e soggetti locali 	nell’ideazione delle stesse politiche pubbliche. Questo aspetto è 	ovviamente problematico, e viene identificato comunemente nella 	creazione di partnership di matrice britannica. Nella esperienza 	romana si verifica come in realtà esistano gradi diversi di 	questo coinvolgimento, con una vasta gamma di significati.</span></p>
</li>
</ul>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">In definitiva, occorre riconoscere che la logica territoriale dei programmi di riqualificazione non è sempre chiara, anzi è piuttosto il risultato di questa crescita tumultuosa che non un intenzione programmata. C’è da chiedersi, alla luce delle più recenti riflessione sulla pianificazione se questo sia un problema o una condizione necessaria. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Occorre anche riconoscere che la nozione di integrazione nei programmi di riqualificazione è prevalentemente funzionale, cioè la combinazione e coordinazione di interventi diversi. Già questa condizione non è poi sempre rispettata nella realizzazione; è ancora più raro il caso di programmi qualitativamente integrati. Ma la nozione di integrazione è intrigante e complicata. Per spiegarla, conviene risalire caso per caso a come si è presentata nel corso delle diverse generazioni di programmi.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Un primo esempio innovativo di integrazione si verifica con l’arrivo del Programma comunitario Urban (Palermo 2002). Quando vennero avviati i primi progetti integrati, l’inizio fu notevolmente difficile. Molte amministrazioni comunali in Italia a quell’epoca non avevano esperienza di progetti innovativi, tanto meno con la partecipazione della gente. Il processo che ne risultò, contrariamente agli sforzi dei promotori, risultò tutt’altro che metodico. Una risorsa cruciale di innovazione fu costituita dalla riserva di progetti inevasi, che nuove amministrazioni locali più vivaci hanno saputo attivare facendo leva sulla mobilitazione politica e sociale. Il Programma URBAN Tor Bella Monaca nacque con l’obiettivo di elaborare interventi di rivitalizzazione economica e sociale in quartieri degradati (Palazzo 2004), e rappresenta una delle prime occasioni per sperimentare un approccio integrato e partecipato delle politiche urbane. A Tor Bella Monaca l’obiettivo è stato quello di creare nuove opportunità di lavoro, soprattutto giovanile, attraverso la promozione d’impresa e l’auto impiego, il miglioramento delle condizioni di alcune infrastrutture, attraverso la ristrutturazione di luoghi abbandonati al degrado, la ricerca della qualità ambientale degli edifici e delle attrezzature esistenti e, soprattutto, la loro manutenzione biennale programmata. L’integrazione e l’interrelazione degli interventi urbanistici, edilizi, manutentivi, di animazione economica e sociale, ha creato nuove opportunità di lavoro migliorando le condizioni infrastrutturali del territorio (Panebianco 2002): la riqualificazione di strade e piazze, i nuovi spazi verdi attrezzati, la ricerca della qualità ambientale degli edifici e delle attrezzature esistenti, la manutenzione biennale programmata e finalizzata alle opere realizzate e la promozione di forme di partecipazione all’interno del quartiere hanno rotto “l’isolamento” creatosi nel tempo per mancanza di luoghi di aggregazione. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Nei successivi Contratti di quartiere, un piccolo passo in avanti si registra nel requisito esplicito di favorire e organizzare la partecipazione dei cittadini. A questo fine, nei casi migliori è stato istituito un </span><em><span lang="it-IT">Laboratorio di Quartiere</span></em><span lang="it-IT">, spesso con la partecipazione di associazioni volontarie. In molte di queste prime esperienze, svolte in quartieri pubblici che si sentivano spesso ‘abbandonati’ dalle isituzioni, era molto chiara la necessità di ricostruire legami di fiducia: anzi, la progettualità consisteva nel cercare soluzione creative ai conflitti. A Roma (Comune 2004), il Contratto di Quartiere “Corviale” (che disponeva di finanziamenti per 10 milioni di Euro, di cui 4 per opere pubbliche) ha consentito di realizzare due parchi, nuovi impianti sportivi al coperto, di ristrutturare il centro culturale e lo spazio gradonato all’aperto già esistente. Inoltre, sono stati recuperati degli spazi di servizio all’interno della struttura edilizia da riconvertire ad alloggi. Ha consentito soprattutto di operare con gli abitanti per la definizione delle priorità, la scelta di alcuni servizi, e per la autoorganizzazione di eventi e momenti di comunicazione importanti.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Un passaggio ancora successivo ha portato poi alla organizzazione di strumenti locali permanenti per l´accompagnamento di processi partecipati e per l´elaborazione di idee innovative. La promozione di azione innovative per l’apertura di spazi pubblici locali ha avuto come elemento di traino la costituzione di un ufficio pubblico, detto dello Sviluppo locale sostenibile partecipativo a Roma (più semplicemente delle Periferie a Torino). Roma ha puntato sulla integrazione tra progettazione tecnica e accompagnamento sociale. Il <em>Laboratorio Territoriale </em>a Roma e’ stato lo strumento per l´animazione delle iniziative, e la partecipazione della comunità al progetto integrato, secondo un modello che riprende le esperienze precedenti di laboratorio di quartiere nate nel corso dei conflitti sociali degli anni Settanta; ma più di questo, il Laboratorio è divenuto un “avamposto delle istituzioni”, come lo definì l’assessore responsabile, per ridurre da un lato il gap con la gente, e costruire una nuova visione dell’azione pubblica dall’altro. Rispetto alla partecipazione di quartiere, cambia la consapevolezza della azione pubblica e del carattere metropolitano delle iniziative. Non solo o non tanto sostegno alle comunità insediate per assisterle e rafforzarle, ma al contrario per “destrutturarle e ricostruire relazioni, progettare nel rispetto delle diversità un futuro comune” (Uspel 2004). L’obiettivo è rendere aperta una comunità locale che –per mille ragioni spesso valide- non esprime creatività e visione. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify"><strong>Conclusioni </strong></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Questa sequenza suggerisce alcune conclusioni generali sulla esperienza romana. La riqualificazione urbana è cambiata nel corso degli anni come oggetto, come procedura e come strumenti; così come pure è cambiato il suo ‘referente’, la periferia romana come la conosciamo.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Inoltre, il cambiamento è avvenuto solo in parte per effetto di disposizioni o riforme calate dall’alto, e in buona misura per la successiva ridefinizione della capacità delle istituzioni e degli attori sociali. Un grande sforzo di innovazione amministrativa è stato compiuto nel corso degli anni corrente, e si espresso in organizzazione di uffici, sedimentazione di capacità e conoscenza di modalità operative. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Infine, è indubbio che tutto il processo di promozione dei programmi di riqualificazione (nella scelta delle tecniche di partecipazione; nella promozione di laboratori, uffici speciali, <em>urban center</em>; nella forma di selezione, via concorsi, bandi, animazione…) presenta un certo grado di eclettismo e una buona dose di pragmaticità, condizione che appare accettabile alla luce delle successive riformulazioni del problema. In altre parole, l’amministrazione ha imparato dalla esperienza e ha riformulato le proprie intenzioni, adeguandole progressivamente a problemi nuovi o ad una percezione rinnovata dei problemi. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Se questo è stato adeguato a risolvere i problemi più gravi delle periferie di Roma, è un’altra questione (e alcuni autorevoli dubbi cominciano ad apparire anche in sede istituzionale): in ogni caso, la lettura che abbiamo compiuto ha segnalato alcuni progressi dalla originaria formulazione tecnica che, in conclusione, non ci sembrano indifferenti.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="en-GB" align="justify"><em>Bibliografia</em></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small">Aa.Vv.  (2001) “Il nuovo piano di Roma”, sezione monografica di <em>Urbanistica, </em>116.</span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small">Allegretti G. (2004), <em>Inchieste locali, Comune di Roma</em>, URBACT – rete “Partecipando”, Urbact.</span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small">Annunziata S. (2007), “Oltre la <em>gentrification</em>”, in Lanzani e Moroni (a cura di), <em>Città e azione pubblica, riformismo al plurale</em>, Carocci, Roma.</span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small">Avarello P., M. Ricci (2000), a cura di, <em>Politiche urbane. Dai programmi complessi alle politiche integrate di sviluppo urbano, </em>Inu ed., Roma. </span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Berlinguer G., Della Seta P. (1976), <em>Borgate di Roma</em>, Editori Riuniti, Roma. </span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Caudo G., (2006), “Nuova questione abitativa, nuove forme dell’abitare e la prospettiva dell’housing sociale”, in <em>Rapporto sull’economia romana</em>, Roma.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Censis (1997), <em>Disagi urbani e conflittualità nella Roma di fine millennio</em>, Maggioli, Rimini.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Comune di Roma (1997), <em>Roma, città internazionale</em>, Roma. </span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Comune di Roma (1999), a cura di R. Pallottini, <em>I nuovi luoghi della città</em>, F.lli Palombi, Roma. </span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Comune di Roma (2007), <em>Rapporto sull&#8217;Economia Romana</em>, Roma.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Comune di Roma-Uspel (a cura di Ecosfera) 2001, <em>Le ragioni della partecipazione nei processi di trasformazione urbana, I costi dell’esclusione di alcuni attori locali</em>, Roma, 2001.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small">Comune di Roma-Uspel (2004), <em>Sviluppo locale sostenibile partecipativo, Intervista a Corviale, l’Esperienza di un laboratorio per lo sviluppo locale e la partecipazione</em>, a cura di M. Martini e A. Parasacchi, Roma.</span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Cremaschi M. (1990), “Roma, urbanistica a bassa densità” in AA.VV., <em>La costruzione della città europea</em>, a cura di L. Bellicini, Cresme-Credito Fondiario. </span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 13pt" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif"><span style="font-size: x-small"><span style="font-size: x-small"><span style="font-family: Times New Roman,serif">Cremaschi M. (1994), &#8220;L&#8217;organizzazione territoriale dell&#8217;area romana. Dinamiche e rappresentazioni degli anni Ottanta&#8221;, in AA.VV., a cura di A. Fubini e F Corsico, <em>Aree metropolitane in Italia</em>, Angeli, Milano, pp. 261-308.</span></span></span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Cremaschi M. (2003), <em>Progetti di sviluppo territoriale, Le azioni integrate in Italia e in Europa</em>, ilSole24ore, Milano </span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small">Cremaschi M. (2005), <em>L’Europa delle città, Accessibilità, partnership e policentrismo nelle politiche  comunitarie per il territorio, </em>Alinea, Firenze.</span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Di Palma V. (2006), <em>Le politiche di riqualificazione nelle città contemporanea: il caso degli interventi di demolizione e sostituzione</em>, Dissertazione di dottorato, Roma, Università La Sapienza.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="fr-FR"><span style="font-size: x-small">Donzelot J. (2006), <em>Quand la ville se défait, Quelle politique face à la crise des banlieues?</em>, Seuil, Paris.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Fabbrini S. (2003), a cura di, <em>L’Europeizzazione dell’Italia</em>, Laterza, Bari, 2003</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Ferrarotti F. (1970), <em>Roma da capitale a periferia</em>, Laterza, Roma-Bari.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="fr-FR"><span style="font-size: x-small">Gaudin J.-P. (1990), <em>Les nouvelles politiques urbaines</em>, Puf, Paris.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Giangrande A., Mortola E., Spada A. (a cura di) 2000, <em>Progettare con la comunità, Atti del seminario internazionale</em>, Università Roma Tre, Comune di Roma-Uspel, 13-14 apr.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Giangrande, A. Mortola, E. (1999), <em>Manuale di autoprogettazione per piccoli interventi di riqualificazione dell&#8217;ambiente urbano</em>, USPEL, Comune di Roma.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small"><span lang="en-GB">Le Galès P. (2002), <em>European cities, Social conflicts and Governance</em>, Oxford UP.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Magatti M. (2007), <em>La città abbandonata. Dove sono e come cambiano le periferie italiane</em>, Mulino, Bologna. </span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Osservatorio per il Monitoraggio del Pic Urban Roma, <em>Primo Rapporto</em>, mimeo, giugno 2000 (a cura di N. Stame).</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small">Padovani L. (2002), ‘L’impatto della UE come nuovo attore di politiche urbane nel contesto italiano’, <em>Urbanistica</em>, 119. </span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small">Palermo P. C. (2002), a cura di, <em>Il programma Urban e l’innovazione delle politiche urbane</em>, <em>Il senso dell’esperienza: interpretazione e proposte,</em> Angeli, Milano.</span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small"><span style="font-family: TimesNewRoman,serif">Palazzo, A. L. (2003), “</span>L’esperienza dei programmi Urban”<span style="font-family: TimesNewRoman,serif">, in Karrer F., Arnolfi S. (2002), </span><em>Lo spazio europeo tra pianificazione e governance</em><span style="font-family: TimesNewRoman,serif">, Alinea, Firenze.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Panebianco G. (2002), <em>La città muove le torri, L’esperienza del Programma Urban a Roma</em>, Roma.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small"><span lang="en-GB">Parkinson M. (1998), “Social cohesion and economic competitiveness are mutually sustaining, not mutually exclusive” in <em>Improving Urban Governance, Solidarity, Public Participation, and Partnerships</em>, OECD Workshop, Athens.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Regione Lazio (2000), <em>Disagio metropolitano</em>, DEI, Roma.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small">Risorse Rpr<em> </em>(2007)<em>, Conoscere per trasformare. L&#8217;analisi socioeconomica a sostegno dei progetti di riqualificazione urbana. L&#8217;esempio di Roma</em>,<strong> </strong>Gangemi, Roma<em>.</em></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Sgritta G. B. (1992), a cura di, <em>La città dimenticata: povertà ed esclusione sociale a Roma</em>, Istituto Poligrafico, Roma. </span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small">Tedesco C. (2002) “L’analisi delle politiche urbane Europee: alcuni <em>frame</em> emergenti”, <em>Foedus</em>, 4, II, pp. 139-145.</span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small">Tedesco C. (2003), “Europeizzazione e politiche urbane nel Mezzogiorno d’Italia”, <em>Urbanistica</em>, 122, 49-54.</span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small">Tosi  A.. (2000), “Urban e le politiche sociali”, in Ministero dei lavori pubblici -Dicoter, <em>Programma Urban.Italia. Europa, nuove politiche urbane</em>, Roma.</span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Tosi, A. (1994), <em>Abitanti. Le nuove strategie dell’azione abitativa</em>, Il Mulino, Bologna</span></span></p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify">
<div id="sdfootnote1">
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote1sym" href="#sdfootnote1anc">1</a> <span lang="it-IT">Università Roma Tre, Dipartimento di Studi 	Urbani. </span>Con il contributo di Angelica Fortuzzi e Valeria Di 	Palma, dottore di ricerca rispettivamente presso le Università 	Roma Tre e La Sapienza, per la raccolta del materiale.</p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote2sym" href="#sdfootnote2anc">2</a> Alla fine degli anni Novanta, negli studi per il piano regolatore si 	notava che Roma aveva perso 19 mila posti di lavoro nell’industria, 	quando Milano ne aveva ceduti 150 mila, Torino 100 mila, la regione 	Île-de-France 250 mila.</p>
</div>
<div id="sdfootnote3">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote3sym" href="#sdfootnote3anc">3</a> Operano nel terziario romano oltre 163 mila imprese cresciute del 	31%, quasi il doppio della media nazionale, negli ultimi dieci anni 	con oltre 1,3 milioni di occupati (+26,1% nello stesso periodo),e un 	valore aggiunto di oltre 91 miliardi e superiore agli 85 miliardi di 	Milano (Comune 2007).</p>
</div>
<div id="sdfootnote4">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote4sym" href="#sdfootnote4anc">4</a> In realtà il processo di <em>gentrification </em>discusso in 	letteratura è molto differente da quanto avviene in Italia, 	ed è segnato da presupposti interpretativi poco significativi 	in Europa. Per una comparazione, vedi  Annunziata 2007.</p>
</div>
<div id="sdfootnote5">
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote5sym" href="#sdfootnote5anc">5</a><span lang="it-IT"> <span style="font-size: x-small">I 140 consorzi di auto-recupero, con 40.000 iscritti e 	120.000 cittadini interessati, hanno installato 5.000 lampioni; e 	progettato 170 km di rete fognaria e di strade.</span></span></p>
</div>
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		<title>Sortie du blocage: nouvelles stratégies locales pour Rome</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Oct 2009 15:42:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[En français]]></category>
		<category><![CDATA[Partnerships, strategie e governance del territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblico privato]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Ce papier utilise les principes de blocage et souplesse pour l&#8217;analyse de politiques urbaines, et les verifie pour le cas de Rome; en particulier, on cherche à expliquer le blocage comme un système de filtre des opérations urbaines dans une conjoncture politique particulière. Les innovations auxquelles on assiste aujourd&#8217;hui essayent d&#8217;obtenir une plus grande flexibilité [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ce papier utilise les principes de blocage et souplesse pour l&#8217;analyse de politiques urbaines, et les verifie pour le cas de Rome; en particulier, on cherche à expliquer le blocage comme un système de filtre des opérations urbaines dans une conjoncture politique particulière. Les innovations auxquelles on assiste aujourd&#8217;hui essayent d&#8217;obtenir une plus grande flexibilité et de meilleurs résultats en faisant recours à une notion stratégique de plan.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">À ce propos, il est curieux que la législation de l&#8217;état enregistre un profond retard en ce qui concerne l&#8217;aspect technique, urbanistique et le droit foncier. En conséquence, de nouveaux instruments et des procédures innovatrices sont expérimentées localement, avec un intéressant processus qui ressemble à une espèce d&#8217;&#8221;auto-réforme locale&#8221; de l&#8217;action publique en urbanisme.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Pour conclure, on peut formuler l&#8217;hypothèse qu&#8217;un transfert de responsabilités du contexte national au contexte local est en cours, transfert dans lequel on peut entrevoir certaines intéressantes innovations dans les combinaisons d&#8217;état, marché, politique et technique. Il est encore trop tôt pour dire si ce mélange peut se révéler heureux ou singulier. Mais il serait inutile de supposer dans les politiques urbaines locales cette idée d&#8217;unité qui est excessive en ce qui concerne la méthode scientifique. Si on s&#8217;inspire de la formule de Georges Balandier &#8220;le mouvement, plus l&#8217;incertitude&#8221; pour qualifier le désordre, on peut considérer le cas de Rome d&#8217;une façon plus générale, comme une <em>figure de la transition</em> en cours vers de nouvelles politiques urbaines.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">
<p style="margin-bottom: 0pt"><em>Trois étapes de la planification urbaine </em>(<sup><span style="font-size: xx-small"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote2anc" href="#sdfootnote2sym"><sup>1</sup></a></span></sup>)</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">La loi urbanistique fondamental de 1942 a caractherisé le plan, instrument principal de l&#8217;action urbanistique, avec deux adjectives forts, qui le qualifient de manière apodictique: le plan est &#8220;regolatore&#8221; (&#8221;réglementateur&#8221;) et &#8220;generale&#8221; (général), c&#8217;est le gouvernail et aussi bien la carte de tout processus de transformation du territoire. L&#8217;execution du plan général demande la redaction des piani attuativi (plans executives) par portions homogènes du territoire. En réalité, pendant la periode de validité du plan (qui le plus souvent est indeterminée), on peut rediger des varianti (variantes) qui modifient l&#8217;instrument général soi sous tous les rapports (variant général), soit sous un seul rapport (variant pour les espaces verts, ou pour les services), soit encore relativement a un espace localisé (variant pour modifier certaines destinations determinées). Pour ce qui en concerne l&#8217;approbation, les variantes et le plan suivent le même chemin administrative.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">L&#8217;aménagement du territoire et l&#8217;urbanisme font partie en Italie des compétences privilégiées des organes périphériques de l&#8217;État, et notamment des environ 8.000 communes. Dès 1977, avec la réforme de l&#8217;administration qui a institué les régions, la fonction urbanistique a été essentiellement divisée a 50% entre les régions e les communes (Merloni et. al. 1982)</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Chaque municipalité se donne un &#8220;piano regolatore&#8221; qu&#8217;identifie les reseaux des infrastructures, les travaux publics prioritairs, les terrains à batir, les zones à proteger et les fonctions et l&#8217;intensité d&#8217;utilisation de chaque partie du territoire; et indique les zones pour lesquelles la concession des permis à batir est subordonné a des certains limites ou à des procedures spéciales (comme, par exemple, les quartiers anciens du centre des villes). Il n&#8217;est que récentement, par la nouvelle loi fondamental sur les organes périphériques de l&#8217;État (loi 142/90) qu&#8217;on a introduit un rôle de coordination pour les provinces (niveau institutionel à peu près equivalent aux départements) et pour les nouvelles &#8220;aree metropolitane&#8221;, encore à réaliser. Étant donnée la faible présence de tout aménagement de quelque importance soit à niveau national (à part les grands travaux d&#8217;équipements, tels que les lignes des chemins de fer à grand vitesse) ou régional (des plans régionaux sont à l&#8217;étude depuis peu d&#8217;années), on peut dire que la plus grand partie des décisions publics concernant le territoire et le marché fonçière est prise par les communes.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">L&#8217;hipothèse qu&#8217;il puisse y avoir des différents <em>modèles </em>du plan d&#8217;urbanisme et succession de modèles et cultures différentes n&#8217;est plus aujourd&#8217;hui une source de difficultés. Dans ce processus, plusieurs diménsions s&#8217;entrecroisent: la transformation des structures du territoire, des disciplines, des cultures professionelles, des formes de la décision.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Pendant le passage dès années &#8216;50 aux &#8216;60 se produit la première &#8220;rupture&#8221; dans les formes d&#8217;organisation territoriale de la societé italienne, du aux ingents transformations territoriales amorcées par le processus de modèrnisation, avec l&#8217;industrialisation du Nord et l&#8217;émigration massive en diréction des villes. Vu d&#8217;aujourd&#8217;hui, le plan de ce pèriode semble être caractèrisé, pour suivre la formulation de Secchi, par une spéciale autonomie &#8220;éthico-déductive&#8221;: il s&#8217;agit d&#8217;un processus de séléction des altérnatives, que l&#8217;expert-urbaniste exerce par la valutation &#8220;optimal&#8221; et le &#8220;calcul&#8221; des conséquences. Le plan trouve sa légittimité dans les principes universales (beauté, justice, efficacité, verité) que l&#8217;urbanisme modèrne a tiré de la tradition &#8220;illuministe&#8221; de la societé et du gouvernement.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Avec les années &#8216;60, commencent cértaines difficultés. Les raisons en sont nombreuses: entre elles, la faiblesse de la culture &#8220;phisiciste&#8221; du plan, et la concurrence d&#8217;autres disciplines sociales plus forts et plus favorisé par les exchanges internationales. Synthètiquement, l&#8217;urbanisme cherche dans les années &#8216;60 de se qualifier comme une des procedures rationelles au service du gouvernement social. Le modèle du plan, aussi bien par l&#8217;influence du planning américain et de la culture rational-comprehensive de sciènces régionales tend à s&#8217;aplatir sur le processus décisional, avec toute l&#8217;ambiguité que donne le rencontre (où naiveté et optimisme ne manquent guère) entre politique et rationalité technique. Le &#8220;plan-processus&#8221; comme on l&#8217;appelle à l&#8217;époque, ne peut pas être concu comme un simple artifact particulier, mais est articulé en plusieurs phases, d&#8217;analyse, de projet et d&#8217;actuation, reglés, dans les intentions, par une sequence logique systèmique. Le résultats sont evidentement très différenciés, en raison du contexte. Dans la Milan réformiste des années &#8216;60, l&#8217;organisation du processus décisionel politicise le plan, et politicise aussi les structures techniques des communes, avec de résultats disputés mais certainement intéressants dans le domaine de l&#8217;urbanisme.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Ailleurs, à Rome par exemple et dans une grand partie du Sud, l&#8217;urbanisme formel serà plutôt substitué par la logique politique: les mouvements des squatters, par exemple, obtiennent de la région d&#8217;abord, et de l&#8217;État successivement, la légittimation de leurs réalisations hors plan; la réalisation des grands travaux troverà sa place, dans une période encore successive, avec des dispositions spéciales (Cremaschi 1991). C&#8217;est dans cette période que vient en evidence la faiblesse de la structure administrative: l&#8217;État céntral, avec la constitution des régions, se trouve par dégrés émarginé des problématiques urbanistiques; l&#8217;opérativité des régions rétarde; les techniciens des administrations locales se révélent peu homogènes, par leur culture professionnelles et oriéntation politique, à l&#8217;action des nouvelles administrations municipales (dans la période le nombre des villes gerés par la gauche croît sans arrêt).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Dès le années &#8216;80 s&#8217;opère le dernier changement, avec l&#8217;affirmation général (non sans argument et discussion) d&#8217;une dimension négocial de la décision d&#8217;urbanisme; le rôle de promoteur (et non seulement de controleur) du sujet publique en résulte légittimé vis-à-vis des sujets privés qui proposent souvent des actions concerté d&#8217;aménagement. Dans ce processus, les administrations locales se concentrent sur les projets particuliers plutôt que sur les plans, sur le caractère strategique de chaque action particulière de la main publique plutôt que sur l&#8217;aspect prévisionel et la cohérence du plan. On peut dire qu&#8217;en cette phase l&#8217;urbanisme accroît son rôle <em>cognitive</em>: pour utiliser une methaphore tiré de la languistique, il gagne des fonctions performatives en outre à celle de narration.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Dans deux interventions tipiques de ces années, les grand travaux et les friches industrielles, on reconnait un procédé emblematique: le <em>projet urbain </em>délimite des espaces, les identifie et les nomme, les catégorise et lance des confrontations, invoque des connexions par analogie ou par imitation, etc. Le changement d&#8217;echelle a encore une autre consequence: le rôle du concepteur trébuche au déla de la figure de l&#8217;urbaniste. Pour autant que le sujet publique se configure comme manager, pour autant devient ouvert la dinamique de la conception.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Autour des nœuds du projet urbain souvent se réalisent des &#8220;coalitions de projet&#8221;, qui font rentrer des strategies promotionnelles entre les proposition d&#8217;aménagement pour la ville ou pour une zone. Si la culture du projet urbain est par définition pluraliste, la légitimation du concepteur n&#8217;utiliserà forcement la confrontation culturelle, mais fera recours aux nombreuses réthoriques du projet: du récit urbanistique à la culture du <em>project management</em>; de la force des arguments de la finance, au marketing du consensus.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">
<p style="margin-bottom: 0pt"><em>En quête de la flexibilité</em></p>
<p style="margin-bottom: 0pt">En Italie, l&#8217;urbanisme est surtout une affaire locale, au même das les limites des lois d&#8217;orientation nationale et régionale. On se trompe peu en affirmant que le niveau &#8220;supracomunal&#8221; conditionne faiblement les choix du niveau comunal. En principe, l&#8217;aménagement municipal est hiérarchique et à tout azimut. En réalité, la pratique de l&#8217;aménagement &#8211; en raison, entre autres, du lourd mécanisme d&#8217;approbation &#8211; s&#8217;est éloignée par degrés de sa matrice d&#8217;origine.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Ayant étudié les procédures pour l&#8217;approbation d&#8217;un prg (&#8221;piano regolatore generale&#8221;) Martinotti rt Vicari (1994) donnent une idée des problèmes administratifs. Le temps minimum entre l&#8217;envoi du dossier et l&#8217;approbation du plan est de deux ans, alors qu&#8217;en moyenne on arrive presque à huit ans. En général, selon la même recherche, les prg sont plutôt vieux (le prg moyen a 12 ans d&#8217;âge; mais pour plus de la moitié des communes de l&#8217;échantillon, l&#8217;âge est plus avancé). Il est certain qu&#8217;en absence de plans, ou avec des plans et projets veillis, l&#8217;incertitude en matière d&#8217;urbanisme augmente, et ajoute à l&#8217;incertitude de l&#8217;économie.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">D&#8217;une autre part, l&#8217;espérance de vie des administrations locales (avant la réforme électorale de 1993) était de moins de deux ans, seulement un quart du temps nécessaire en moyenne pour conclure le cheminement pour l&#8217;approbation d&#8217;un prg: on pourrait donc soutenire la thèse que le cycle politico-électoral et le cycle administratif du plan ont presque toujours été dissociés, avec évidente faiblesse de l&#8217;un et de l&#8217;autre.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Dans cette situation, le problème administratif devient vite un problème technique et politique: c&#8217;est-à-dire, comment rendre plus flexible les choix des plans par rapport à la rigidité temporelle et technique des vieux instruments de planification.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Pendant les dix dernières années, on a en effet assisté en Europe à une extraordinaire fragmentation des formes du plan, soit juridiquement légitimées (comme effet de l&#8217;introduction de nouvelles procédures dans la réglementation nationale: le contrat de ville, en Italie les &#8220;accords de programme&#8221;&#8230;), soit ayant au contraire seulement une valeur informelle et locale (le Plan Programme pour l&#8217;Est parisien, en Italie des &#8220;délibérations programmatique&#8221; des municipalités&#8230;).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">C&#8217;est le cas encore des &#8220;grands projets&#8221;, qui peuvent être separés du contexte de l&#8217;aménagement ordinaire pour suivre des parcours d&#8217;évaluation et d&#8217;approbation différenciés. Dans les plans généraux plus récents on voit, parfois, un surcroît d&#8217;attention donné à la définition détaillée des aspects concernant la réalisation de manière à ne pas avoir à approuver des plans executifs ultérieurs avant de réaliser les travaux. Enfin, on a vu la diffusion de l&#8217;institut du &#8220;plan préliminaire&#8221;, sorte de schéma directeur sans efficacité légale, qui annonce les principales interventions visées.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Toujours dans la recherche indiquée (Martinotti, Vicari 1994), cette situation est bien illustrée: en tout cas, 65% des communes a en cours la &#8220;révision&#8221; du prg, une procédure beaucoup plus simple qu&#8217;un nouveau plan.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">La révision est une parmi plusieurs éscamotages ou ruses pour introduire une ligne à double voie: le <em>status quo </em>et le nouveau dossier, donc des règles et le projet de règles nouvelles. Cette duplicité potentiellfse des règles peut être considérée comme un des indicateurs possibles d&#8217;une souplesse, à la fois institutionelle et culturelle, du rapport à la norme publique, souplesse qui a caracterisé sans doute l&#8217;expérience italienne de l&#8217;urbanisme des dernières années.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">
<p style="margin-bottom: 0pt"><em>Le blocage</em></p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Le années &#8216;80 marquent un clivage dans le processus de développement de la capitale. Par rapport aux années passées, les transformations physiques de la ville sont limitées, c&#8217;est-à-dire que les réalisations sont peu nombreuses; les transformations touchent des zones peu étendues, les changements dans les fonctions principales sont limités. Si on regarde le programme exposé par le délégué à l&#8217;Urbanisme pendant la III Conference municipale sur l&#8217;urbanisme de 1986, on voit une liste d&#8217;interventions prioritaires qui n&#8217;ont pas encore été realisées (<sup><span style="font-size: xx-small"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote3anc" href="#sdfootnote3sym"><sup>2</sup></a></span></sup>).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Mais le blocage n&#8217;est pas un dispositif total. La production immobilière a avancée, mais souvent au ralenti; la ville a changée. C&#8217;est un changement qui se déroule tout à l&#8217;intérieur du cadre bâti et du cadre normatif donné, par un accroissement continu mais léger et par des ruptures innovatrices des usages; d&#8217;autrepart (Cremaschi 1991), on a emprunté à la polémologie contemporaine l&#8217;image du conflit &#8220;à basse intensité&#8221; pour décrire le soudain blocage ou les accélérations forcées du cours des décisions. C&#8217;est un changement à &#8220;<em>basse</em> <em>intensité</em>&#8221; par rapport à la violente croissance urbaine à partir des années trentes jusqu&#8217;aux années Soixantes; c&#8217;est une transformation qualitative et fonctionelle de l&#8217;usage, des rôles, de la hiérarchie des diverses partie de la ville.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt"><em>Le blocage a opéré, dans une situation d&#8217;incertitude et de mouvement comme un système de filtrage</em>. De fait, le blocage signifie la &#8220;dé- légitimation&#8221; autant des procédures de décision basées sur des critères techniques que celles basées sur des critères politiques: l&#8217;administration finit par favoriser un critère de sélection &#8220;opportuniste&#8221;, qui récompense la coalition des intérêts plus habiles et plus résistants. Le paradoxe du blocage se révèle ainsi être une ressource inestimable pour le pouvoir politique: depuis les années soixante, on a utilisé un système de planning immobile et fossilisé pour faire des projets au coup par coup, avec de douteux résultats: pas d&#8217;opposition univoque autour de la même question, pas de compétition non plus, pas de programmes à moyen ou long terme; mais en revanche, la perpétuelle recherche de l&#8217;association parmi tous les promoteurs et la faiblesse de toute proposition qui innove.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">De ce point de vue, il est important de souligner que le blocage (de l&#8217;immobilier, du foncier, de l&#8217;économie urbaine) est à la fois une ruse de la rhétorique du gouvernement, et l&#8217;inverse &#8220;symmétrique&#8221; de la souplesse italienne du rapport à la norme publique.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Une souplesse tout simplement &#8220;dérèglementaire&#8221; tendra à avoir &#8220;pour fondement les pratiques clientélistes dans la distribution des biens publics, et pour effet les pratiques négatives illégales ( abus des autorisation de construire)&#8221; (Verpraet 1994); mais, en même temps, une flexibilité plus orientée tendra au contraire à contourner les blocages administratifs &#8220;par le développement par fragment de nouvelles formes d&#8217;organisation plus productives sur les lacunes du secteur public&#8221; (<em>ibidem</em>).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">
<p style="margin-bottom: 0pt"><em>Deux capitales et trois sujets publics </em></p>
<p style="margin-bottom: 0pt">C&#8217;est une géographe française qui, il y a quelques années (Seronde Babonaux 1980), a révélé qu&#8217; à Rome la construction massive des quartiers du dix-neuvième siècle d&#8217;abord, puis de la périphérie moderne, ne s&#8217;est pas produite à la suite d&#8217;un développement endogène, mais grâce à l&#8217;aide d&#8217;un corps étranger, c&#8217;est-à-dire le jeune état italien qui en 1870 s&#8217;empara de la capitale pontificale. Seronde Babonaux utilise la contraposition physique de l&#8217;&#8221;urbe&#8221; papale à la ville &#8220;piémontaise&#8221;, devenue italienne en suite, qui l&#8217;entoure, comme guide pour la description géographique et l&#8217;explication de ce qui la différencie des autres villes européennes (et italiennes). En réalité, l&#8217;&#8221;urbe&#8221; ancienne est plus imbriquée dans la ville moderne que ce que l&#8217;on croit, mais l&#8217;effet miroir du conflit au niveau social entre les &#8220;deux villes&#8221; est doublé du conflit institutionnel entre la ville et la capitale.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Pour comprendre l&#8217;évolution des politiques urbaines, il est donc nécessaire de tenir compte de la présence singulière de plusieurs souverainetés dans le même territoire, c&#8217;est-à-dire l&#8217;état et l&#8217;église. A un niveau tout à fait différent, la ville aussi, en principe soumise au faible contrôle de la région, est responsable de presque toutes les grandes décisions concernant le plan d&#8217;urbanisme, du génie urbain, du logement, des services, du réseau de transport en commun, etc.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Par exemple, tous les efforts de renouveau de l&#8217;urbanisme et les programmes des grands projets de Rome sont liés à la (re)localisation des services de l&#8217;état; mais ces &#8220;affaires d&#8217;état&#8221; sont menées face à une compétence municipale sur l&#8217;urbanisme; et d&#8217;autre part, la municipalité revendique la reconnaissance financière du rôle même de capitale, contribution que l&#8217;état a de la peine à concéder dans la mesure demandée. Sans volonté de collaborer ou, au contraire, sans pouvoirs de coercition, le jeu entre la commune et l&#8217;état tend souvent à annuler n&#8217;importe quelle initiative.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">La présence de la Cité du Vatican, des pèlerinages, des audiences, des sièges diplomatiques etc., impose de lourds péages d&#8217;organisation à la commune de Rome. Prenons comme exemple l&#8217;année Sainte (celle de 1950, ou la prochaine, de 2000): il s&#8217;agit d&#8217;un événement typiquement urbain, comme une grande foire ou une exposition, qui &#8220;consumme&#8221; la ville dans son ensemble pour plusieurs mois et nécessite des investissements en hotels, réseaux de transports publics, parkings, surveillances etc. C&#8217;est le Vatican qui décide des dates (ce qui n&#8217;exclut pas les surprises: l&#8217;actuel pape a promu une année Sainte extraordinaire entre les deux dates), la tutèle de l&#8217;initiative est attribuée par le Concordat de 1984 à l&#8217;état italien, et ce qui concerne l&#8217;organisation retombe sur la commune de Rome.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Le jeu entre les &#8220;trois têtes&#8221; institutionnelles des politiques urbaines romaines- état, commune et Vatican- est très vieux mais depuis peu se renouvelle, surtout en ce qui concerne l&#8217;importance croissante du rôle de la commune. Bien que capitale de l&#8217;Italie, et accueillant un état étranger &#8211; le Vatican- Rome n&#8217;a jamais joui d&#8217;un statut différent de celui des autres communes. A cause de cela justement, les rapports entre les trois sujets ne sont pas hiérarchisés d&#8217;une manière formelle; d&#8217;autre part, les connexions fonctionnelles, juridiques et opérationnelles sont extrêmement complexes.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">En ce qui concerne certains aspects des politiques urbaines, on peut dire que trois souverainetés se confrontent, dissemblables et relativement indépendantes; les relations entre ces trois sujets n&#8217;ont presque jamais été linéaires, pas même au moment de la rédaction des programmes. La superposition institutionnelle est donc le double de celle d&#8217;autres capitales, où elle se manifeste pourtant dans divers rapports (districts fédéraux etc). De plus, chaque sujet est en réalité multiple: par exemple, autant l&#8217;industrie publique que les finances du Vatican ont &#8220;joué&#8221; de manière autonome par rapport à l&#8217;état et à l&#8217;Eglise, participant directement à l&#8217;industrie de la construction de la capitale.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Cette cohabitation de trois sujets souverains (la commune n&#8217;est à proprement parler souveraine que dans le cadre des attributions précisées par une loi de l&#8217;état.) et territoriaux &#8211; surtout la commune- est en effet plutôt singulière. Notre réflexion sur les sujets institutionnels pourrait s&#8217;approfondir encore; ce que nous voudrions surtout souligner est la multiplicité des logiques d&#8217;organisation qui en résultent.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">
<p style="margin-bottom: 0pt"><em>Les logiques du développement urbain </em></p>
<p style="margin-bottom: 0pt">On peut déterminer, du point de vue analytique, au-moins trois logiques d&#8217;action soutenant différentes organisations urbanistiques.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Chacune de ces logiques peut peut être interprétée comme un &#8220;type ideal&#8221; de stratégie de développement de la ville, dans laquelle s&#8217;inscrivent -à divers degrés- les éventuels programmes d&#8217;action des sujets publics et privés. Ces logiques d&#8217;organisation sont <em>alternatives</em> par essence (elles fournissent diverses solutions à des problèmes comuns: par exemple, à la localisation du tertiaire urbaine, ou à la typologie et au taux de dispersion des nouveaux logements),  mais naturellement elles produisent des effets qui, bien que contradictoires, sont <em>présents</em> <em>en même temps</em>. On peut donc considérer que la &#8220;hétérogénéité&#8221; des politiques urbaines de Rome, qui souvent désoriente autant le spécialiste que l&#8217;observateur, remonte à ce brassage (Cremaschi 1994a).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Dans la schématisation qui suit sont reportés quelques exemples illustrant la manière dont les trois principaux sujets publics contribuent à chacune des <em>logiques</em> de développement, quoique de toute évidence chacune contribue de manière prédominante à une logique spécifique:</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt">- 	la <em>logique de la capitale </em>affronte le problème de l&#8217;organisation du &#8220;poste de commandement&#8221; de l&#8217;état, et s&#8217;est surtout manifestée avec des projets de &#8220;re-concentration&#8221; directionnelle et de création des districts de business modernes, tel que l&#8217;a été en son temps l&#8217;Eur, quartier des ministères choisi par le régime fasciste pour l&#8217;Exposition de 1942. Sur le papier, il existe un secteur privilégié de la périphérie pour la &#8220;re-concentration&#8221; des bureaux publics; en pratique, la concentration continue autour de la ville politique. Le siège théorique de la reconcentration est le secteur oriental où, dans les années soixantes fut désigné le SDO (le Système Directionnel Oriental: presque 10 millions de <em>m<span style="font-size: x-small"><sup>2</sup></span></em> de bureaux, à l&#8217;origine même 40 millions, autour d&#8217;un axe infrastructurel). Le fait que ce projet soit encore inachevé démontre la faiblesse de cette logique d&#8217;action et le manque d&#8217;accord de fond avec la commune, ainsi que l&#8217;ambiguité de l&#8217;état. A l&#8217;origine, l&#8217;idée était que le SDO puisse être considéré comme une opération d&#8217;avantages réciproques pour la commune et l&#8217;état: en fait, la &#8220;re-localisation&#8221; des Ministères de l&#8217;état aurait rationnalisé les sièges administratifs, et aurait induit la &#8220;re-qualification&#8221; de la périphérie orientale de la ville (permettant entre autres de réaliser infrastructures, métro, parcs etc). Au contraire, l&#8217;état garde encore plus de 70% de ses propres bureaux dans le centre ou à l&#8217;Eur (environ 8 millions de m2); et il a agrandi les sièges ou en a réalisé de nouveaux (3 millions de m2 seulement dans les années 80) faisant recours à des procédures spéciales qui ne tiennent pas compte du prg de la commune. La valeur  du SDO aujourd&#8217;hui est donc presque nulle (Perulli 1994): mais on ne sait pas encore quels programmes pourront hériter de ce rôle.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.1pt;margin-bottom: 0pt">
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.1pt;margin-bottom: 0pt">-	la <em>logique des villes globales </em>(pas tant de la politique et de la finance, comme New-York, Tokyo etc., mais de l&#8217;esprit, comme Jérusalem, Calcutta) affronte le problème des fonctions d&#8217;excellence au niveau mondial (religion, tourisme, culture, sport, diplomatie) et s&#8217;est manifestée dans les propositions de grandes infrastructures: aéroports, transports en commun, liaisons variées, centres technologiques, grands aménagements de musées et centres culturels etc. Au point de vue du territoire, cette logique ne privilégie pas un lieu spécifique, et même d&#8217;une certaine façon se désintéresse du centre traditionnel. Eventuellement, on privilégie le décentrage sélectif de certaines fonctions importantes vers les pôles périphériques, mettant en évidence le caractère différencié des &#8220;vocations&#8221; fonctionnelles des secteurs territoriaux de la ville. Cette deuxième logique implique une modernisation diffuse qui peut procéder par projets graduels et est relativement indifférente au rôle de capitale institutionnelle de Rome. Il s&#8217;agit en apparence d&#8217;une logique plus concurrentielle que la première, qui nécessite de nouveaux acteurs et promoteurs dans divers domaines, tels que les domaines religieux, culturel, cinématographique, sportif, etc. Un exemple important bien que presque ignoré est la présence d&#8217;un &#8220;quartier des affaires&#8221; du Vatican. En fait, les instituts religieux et les grandes congrégations ont réussi à réaliser, dans les tournures du prg, une sorte de centre directionnel religieux dans le Secteur Ouest, au service de toute la chrétienté.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.1pt;margin-bottom: 0pt">
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.1pt;margin-bottom: 0pt">-	la <em>logique de la métropole</em>, enfin, affronte -comme dans toutes les grandes métropoles du monde- le problème de l&#8217;organisation urbaine, en particulier le problème du logement et, plus récemment, le problème des transports et de la mobilité (l&#8217;identité des grands quartiers périphériques, la spécialisation fonctionnelle des secteurs urbains, les liaisons entre le centre et les communes de l&#8217;aire métropolitaine, etc, sont d&#8217;autres problèmes importants). Il serait laborieux de rendre compte des actions des administrations de diverses époques et des indications politiques, mais en résumé nous pouvons affirmer qu&#8217;on a toléré une dispersion élevée des interventions (Cremaschi 1991) ainsi qu&#8217;une considérable production informelle de logements illégaux. Les équipements urbains ont été maintes fois réalisés après les quartiers abusifs; le nombre des logements publics a été limité dans le temps et de toute façon récemment réduit à cause du manque de ressources (l&#8217;incidence de la construction publique, égale à 60% du total en 1980, s&#8217;est trouvée réduite à 11% dix ans plus tard). Le travail concernant les infrastructures de transport a été tardif et très onéreux (au cours des années 80, il est monté de 24,7% à 49,4% des investissements de la Comune). En ce qui concerne le territoire, on ne définit pas de claires stratégies si pas en termes négatifs envers la ville existante: en fait, la construction informelle abusive a privilégié la dispersion résidentielle; tandis que le logement public a privilegié la banlieue.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">
<p style="margin-bottom: 0pt"><em>Entre logiques et politiques</em></p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Le &#8220;désordre&#8221; parmi les logiques d&#8217;actions des sujets publics et leurs stratégies se réfléchit donc dans le décalage des politiques urbaines, dans l&#8217;absence d&#8217;un programme unitaire, dans l&#8217;effort croissant pour soutenir l&#8217;incertitude.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">D&#8217;ailleurs, un aspect commun à toutes les définitions de politique urbaine est le mélange des effets inattendus avec les cours des actions intentionnelles: dans une démarche pragmatique, comme un &#8220;programme d&#8217;action&#8221; de l&#8217;autorité publique ou gouvernementale (Thoenig 1985); en termes systémiques et régulatifs, comme un &#8220;processus de médiation sociale&#8221; (Muller 1990); ou encore, d&#8217;un point de vue constructiviste, comme l&#8217;outil d&#8217;une analyse, &#8220;construit&#8221; par l&#8217;observateur (Crosta 1990).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">La politique donnée est le résultat (et donc pas seulement un programme) d&#8217;un processus d&#8217;interaction sociale, mais d&#8217;un processus ouvert par essence, qui implique de nombreux acteurs (et pas seulement les acteurs dévoués à la politique à cause de la bureaucratie ou par impératif de la fonction sociale).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">La démarche qui caractérise cette définition de la politique est l&#8217;ampleur et la variété potentielle du <em>network</em> d&#8217;acteurs sociaux engagés dans la politique, plutôt que le problème que la politique donnée vise à résoudre. Il n&#8217;est donc pas impossible d&#8217;avoir plusieurs niveaux de politique urbaine en même temps objet et résultat des <em>networks</em> des différents acteurs. De ce fait, on ne peut pas ignorer que la principale différence entre les logiques de développement est justement l&#8217;importance diverse de la cohésion du <em>network</em> des acteurs.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">A ce stade, on peut introduire des liaisons entre logiques et politiques. La condition pour la réalisation de la première logique était une forte intentionnalité, et l&#8217;accord décidé par au-moins deux sujets publics, l&#8217;état et la commune; éléments qui au contraire sont venus tous deux à manquer. Les ressources de consensus à mobiliser devaient donc être beaucoup plus fortes que celles impliquées dans d&#8217;autres conduites. En réalité, le SDO a été la plus célèbre victime du blocage du système.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Au contraire, les logiques ayant obtenu du succès ont été celles capables de s&#8217;insérer dans les interstices du système administratif et de décider d&#8217;accords avec le système politique. C&#8217;est par exemple le cas du directionnel qui s&#8217;est beaucoup développé à Rome aussi, bien que moins qu&#8217;en Europe (<sup><span style="font-size: xx-small"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote4anc" href="#sdfootnote4sym"><sup>3</sup></a></span></sup>), et dans lequel la &#8220;déconcentration&#8221; dans la périphérie métropolitaine des sièges ou des services techniques publics (Banca d&#8217;Italia, Université, Istat&#8230;) a pris un poids considérable. C&#8217;est aussi le cas des actions informelles, des &#8220;nouveaux castors&#8221; et des travaux publics réalisés pour le Mondial de football (remaniement du stade, liaison ferroviaire avec l&#8217;aéroport, tangentiale etc.)</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Le système du blocage a vite laissé voir les conséquences négatives, surtout en termes de choix tout sauf optimaux, inefficacité économique, corruption et coûts croissants. Une des raisons en est la faiblesse des fonctions qui, en France notamment, &#8220;sont associées à la maîtrise d&#8217;ouvrage publique et privée (programmation, évaluation, édification&#8221;) (Verpraet 1994), dont la rationalisation se heurte à la faiblesse de l&#8217;administration publique surtout au niveau local, autant du point de vue technique que du point de vue des ressources économiques (la taxation locale est encore étroitement limitée, tandis que les normes gérées par l&#8217;état imposent des standards techniques élevés); en général, on inpute à l&#8217;instabilité et l&#8217;incertitude politique la déstructuration de l&#8217;appareil technico-administratif de l&#8217;état.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Dans ce contexte, il n&#8217;est pas étonnant que les travaux publics réalisés en Italie pour le &#8220;rendez-vous- spectacle&#8221; du Mondial de football de 1990 aient coûtés, selon les évaluations, de 6.500 à 8.000 milliards de lires, plus du double coût (en valeurs de l&#8217;époque) des Grands Travaux parisiens, ou des investissements de l&#8217;état anglais pour les Docklands de Londres (Bellicini 1991). Pendant la même période, d&#8217;autre part, la reconstruction de Naples après le tremblement de terre a coûté trois fois la somme prévue (SPS 1991).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Donc, le blocage a été la &#8220;formule&#8221; d&#8217;une conjoncture qui a administré des avantages illicites par des choix qui n&#8217;étaient ni publics ni optimaux, mortifiant en même temps la raison technique et politique: sa limite n&#8217;est pas simplement une limite d&#8217;<em>efficacité</em> de l&#8217;action publique. D&#8217;autres résultats auraient pu être assurés seulement à condition que les objectifs du système aient été changés d&#8217;avantage.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Mais il vaut mieux souligner ce que le blocage a en commun avec ce qui caractérise l&#8217;action publique depuis toujours (de Lara 1993): elle peut apparaître comme soit <em>trop politisée</em> (quand les problèmes techniques sont réglés par des choix politiques); soit, au contraire, <em>pas assez politisée </em>(quand les choix techniques s&#8217;avèrent étrangers aux règles de la représentation politique et au jeu des coalitions décisionnelles).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Le mélange correct est donc un problème qui concerne tous les systèmes de plan, en particulier ceux qui s&#8217;adressent aux situations innovatrices (où la &#8220;puissance&#8221; publique opère un transfert de responsabilité politique vers des sujets privés); ces dernières étant des situations de mobilisation &#8220;des acteurs publics et privés, dans le cadre d&#8217;une action conjointe, visant des objets de négociation jugés réalisables dans une zone spécifique&#8221; (Crosta 1991).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">
<p style="margin-bottom: 0pt">
<p style="margin-bottom: 0pt"><em>Retour de la politique?</em></p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Le manque d&#8217;efficacité est un reproche typiquement libéral: la vague libériste voudrait étendre au plan d&#8217;urbanisme la flexibilité, la spécialisation, la réduction des délais, la mobilité dans l&#8217;espace, les caractères de la production industrielle plus moderne (<sup><span style="font-size: xx-small"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote5anc" href="#sdfootnote5sym"><sup>4</sup></a></span></sup>). Le marché remplacerait la formule étatique classique, qui associait technique et politique dans l&#8217;action publique, par le recours aux forces du marché: deréglementation et dépolitisation, donc, progresseraient ensemble. Ce remarque a été justement inversé (Crosta 1991): au contraire, le retour de la politique affecterait les entreprises privées elles-mêmes.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Les nouvelles expériences en cours au niveau local, à Rome comme ailleurs, paraissent suivre pour le moment ce second modèle: la sortie du blocage est suivie de l&#8217;extension des règles publiques et de l&#8217;approbation de programmes politiques. La réforme a donné aux maires un surplus de légitimité et d&#8217;efficacité par rapport au niveau institutionnel central: en effet, le &#8220;tournant&#8221; vers la deuxième République est encore loin de l&#8217;accomplissement. D&#8217;autre part, les procédures dans le domaine de l&#8217;urbanisme n&#8217;ont pas changé: le changement s&#8217;opère donc dans le cadre législatif et administratif connu, sans autre nouveauté que le recours aux outils d&#8217;&#8221;autocoordination&#8221; au niveau local pour avancer les réformes que l&#8217;état ou les Régions tardent à introduire. Ces changements semblent préceder une &#8220;ré-orientation&#8221; des politiques urbaines et de la culture politique locale.(Perulli 1994).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Jusqu&#8217;à aujourd&#8217;hui, le plan général d&#8217;urbanisme, jugé inadéquat du point de vue technique et par rapport à la séquence temporelle, était contourné par les projets d&#8217;aires ou grâce aux grands travaux publics (approuvés par des procédures spéciales). Maintenant qu&#8217;on a annoncé de nouveaux plans pour des villes importantes (Milan, Catane, Palerme, Bologne, Vincenza) on n&#8217;assistera pas à l&#8217;exhumation du vieil outillage. Car <em>&#8220;the era of the grand plan has passed&#8221;</em> (comme on le récite à la London Docklands Development Corporation), les villes nécessitent un <em>programme </em>qui soit&#8221; un programme politique, qui puisse définir avec clarté les buts, les objectifs, les secteurs et les lieux où on désire intervenir&#8221; (Folin 1990).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Un tel programme est l&#8217;objet, en ce moment, d&#8217;une sorte d&#8217;&#8221;autoréforme&#8221; locale (Cremaschi 1994b): au-delà des expérimentations en cours (plan directeur, pacte pour le developpement local, projet d&#8217;aire, etc.), l&#8217;adjectif commun à chacune est &#8220;stratégique&#8221; (<sup><span style="font-size: xx-small"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote6anc" href="#sdfootnote6sym"><sup>5</sup></a></span></sup>), c&#8217;est-à-dire la thématique du rapport entre les nombreux sujets et les raisons diverses (publiques et privées) (<sup><span style="font-size: xx-small"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote7anc" href="#sdfootnote7sym"><sup>6</sup></a></span></sup>).</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt"><strong>Ouvrages cités</strong></p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt">
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt">Bellicini L., 1991, a cura di, <em>La costruzione della città europea negli anni &#8216;80</em>, Roma, Credito Fondiario.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt">Cremaschi, M., 1991, &#8220;Urbanistica a bassa intensità: il caso di Roma&#8221;, in L. Bellicini, <em>cit</em>.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt">Cremaschi M., 1994a, &#8220;L&#8217;organizzazione territoriale dell&#8217;area romana. Dinamiche e rappresentazioni degli anni Ottanta&#8221;, in A. Fubini, a cura di, <em>I problemi delle grandi aree metropolitane</em>, F. Angeli.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt">Cremaschi M., 1994b, &#8220;La denazionalizzazione del problema abitativo&#8221;, <em>Urbanistica</em> 102</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt">Crosta P.L., 1990, &#8220;La politica urbanistica&#8221;, in B. Dente, a cura di, <em>Le politiche pubbliche in Italia</em>, il Mulino, Bologna</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt">Crosta P.L., 1991, &#8220;Politiche urbanistiche, nuovi attori e trasformazione della città&#8221;, in L. Bellicini, <em>cit.</em></p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt">de Lara Ph., &#8220;Les langages de l&#8217;état&#8221;, in <em>Le futur de l&#8217;état</em>, convegno del Ministère del l&#8217;Equipement-PCA, Paris, 17 feb. 1992.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt">Folin M., 1990, Il piano che è fallito, <em>MicroMega</em>, 1</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt">Martinotti G., Vicari S., 1994, &#8220;La formazione del piano regolatore generale&#8221;, in AA.VV., <em>Le decisioni di opera pubblica e di urbanistica nelle città</em>,. Archivio Isap, Nuova Serie, 7, Giuffré, Milano</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt">Merloni F., Santantonio V., Torchia L., 1988, <em>Le funzioni del governo locale in Italia</em>, Milano, Giuffré.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt">Muller P., 1990, <em>Les politiques pubbliques</em>, Puf, Paris</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt">Perulli P., 1994, &#8220;La costruzione delle nuove politiche urbane&#8221;, in <em>Casabella</em>, pp. 23 e ss.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt">Seronde Babonaux A.M., 1980, <em>De l&#8217;Urbs à la ville: Rome. Croissance d&#8217;une capitale</em>, Edisud, Aix en Provence, (tr. it. 1983)</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt">SPS, 1991, <em>8° Rapporto sullo stato dei poteri locali</em>, Roma.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt">Thœnig J.-C., 1985, &#8220;L&#8217;analyse des politiques publiques&#8221;, in M. Grawitz, J. Leca, <em>Traité de science politique</em>, t. IV, Puf, Paris</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt">Tocci W., 1993, <em>Roma, che ne facciamo</em>, Editori Riuniti, Roma.</p>
<p class="sdfootnote">Verpraet G., 1994, &#8220;Plans et projets en horizon flexible, trajectoire Franco-Italiennes&#8221;, en <em>Recherches sur le projet et les concepteurs</em>, Ministère du Logement-Pca, Paris (Actes du séminaire Euro-conception, Paris, 28-29 sept. 1993</p>
<p class="sdfootnote">
<div id="sdfootnote1"></div>
<div id="sdfootnote2">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym-western" name="sdfootnote2sym" href="#sdfootnote2anc">1</a> Ce paragraphe est partiellement repris, avec modifications, d&#8217;une 	communication de l&#8217;auteur au séminaire: “Euro-conception, 	Recherches sur le projet et les concepteurs”, Paris, 28-29 sept. 	1993.</p>
</div>
<div id="sdfootnote3">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym-western" name="sdfootnote3sym" href="#sdfootnote3anc">2</a> Le blocage frappe d&#8217;abord la réalisation du SDO; le projet de 	Gregotti e Benevolo pour le grand Parc Archéologique du 	Centre Historique et de la rue Appia Antica; le Centre des Congrès 	et d&#8217;expositions, l&#8217;auditorium de Flaminio (dont le projet a été 	presenté en 1994 par R. Piano); les nouveaux Marchés 	Généraux, le centre ferroviaire de SetteBagni, le port 	turistique à Ostie, le renouveau du quartier de la Gare 	Termini; l&#8217;agrandissement de l&#8217;Université II, la réalisation 	de l&#8217;Université III et le plan du quartier de la gare 	Ostiense; le complément de l&#8217;anneau ferroviaire etc. Seuls 	échappent au blocage la deuxième ligne du metro, les 	projets pour le Mondial de Football Italia &#8216;90: le renouveau du 	stade de football, la nouvelle liaison ferroviaire rapide avec 	l&#8217;aéréoport de Fiumicino, outre quelques grands 	magasins dans la banlieue, des grands ensembles et nombreux 	pavillons illégaux.</p>
</div>
<div id="sdfootnote4">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym-western" name="sdfootnote4sym" href="#sdfootnote4anc">3</a> A Londres, pendant les années 1987-89 seulement, ont a 	terminé plus de 2,1 millions de m<sup>2 </sup>de bâtiments 	pour les activités tertiaires; plus de 6,1 million de m<sup>2</sup> étaient en voie de costruction; et on disposait de permis de 	construire 12 millions de m<sup>2 </sup>encore. En région 	Île-de-France pendant les années &#8216;80 on a octroyé 	permis de contruire pour 15 millions de m<sup>2</sup> (Bellicini 	1991).  En même temps, à Rome, on a realisé 6 	millions de m<sup>2 </sup>pour le logement populaire et presque 1 	million de m<sup>2 </sup>de bâtiments pour les activités 	tertiaires (Cremaschi 1991).</p>
</div>
<div id="sdfootnote5">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym-western" name="sdfootnote5sym" href="#sdfootnote5anc">4</a> La méfiance répandue envers le plan d&#8217;urbanisme est 	esemplifié par la remarque contenue dans une étude 	redigée pour le Ministère du Bilan et du Plan: &#8220;un 	programme d&#8217;investissement ne peut pas être subordonné 	d&#8217;une façon rigide aux contenus et aux procédures 	d&#8217;élaboration des plans d&#8217;urbanisme&#8221;.</p>
</div>
<div id="sdfootnote6">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym-western" name="sdfootnote6sym" href="#sdfootnote6anc">5</a> Par planification stratégique on entend &#8220;un processus 	(soutenu par des instruments analytiques et techniques) d&#8217;adaptation 	et d&#8217;exploration, construit de façon non séquentielle, 	mais par phases de définition/redéfinition, de 	développement et évaluation d&#8217;alternatives multiples, 	de compréhension et construction des interactions parmi les 	acteurs&#8221; (Perulli 1994).</p>
</div>
<div id="sdfootnote7">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym-western" name="sdfootnote7sym" href="#sdfootnote7anc">6</a> A Rome, en particulier, a été proposée 	l&#8217;articulation en dix zones qui devraient unir les &#8220;municipalità&#8221; 	(c&#8217;est à dire les arrondissements qui naîtront du 	partage de la commune actuelle) et les communes de la proche 	banlieue; en outre, une &#8220;confèrence permanente&#8221; 	dévra coordonner les sujets publics locaux. On est en train 	de rédiger un &#8220;plan directeur métropolitain&#8221; 	et des projets locaux, par zones (&#8221;progetti d&#8217;area&#8221;) ou 	par secteurs (aires naturelles, parcs publics, zones industrielles, 	voiries, transports en commun, grands équipements 	commerciaux). L&#8217;&#8221;occupation des sols&#8221; sera réglée 	par des prg de zones dont la responsabilité portera sur 	chaque commune métropolitaine. De plus, les problèmes 	de coordination avec les communes environnantes et la programmation 	économique font de nouveau partie de l&#8217;agenda politique 	local.</p>
</div>
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		<title>Riqualificazione e rigenerazione urbana a Roma</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Oct 2009 10:55:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Partnerships, strategie e governance del territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Casa e abitare]]></category>
		<category><![CDATA[Partnership]]></category>
		<category><![CDATA[politiche]]></category>
		<category><![CDATA[Questione urbana]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Presentazione in inglese</p>
<p>Riqualificazione o rigenerazione in Roma</p>
<p>Nel comune di Roma, nel corso degli ultimi 15 anni, sono stati approvati, o sono in corso di approvazione, oltre 300 programmi integrati di riqualificazione. In questo periodo, il numero e la qualità dei progetti integrati territoriali è venuta crescendo. Questo intervento cerca di delineare alcuni elementi di confronto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://cremaschi.dipsu.it/files/2009/10/Cremaschi-Housing-renewal-Notes.pdf">Presentazione in inglese</a></p>
<p><a href="http://cremaschi.dipsu.it/files/2009/10/Riqualificazione-o-rigenerazione-in-Roma.pdf">Riqualificazione o rigenerazione in Roma</a><a href="http://cremaschi.dipsu.it/files/2009/10/105944mappa_copertina.png"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-66" src="http://cremaschi.dipsu.it/files/2009/10/105944mappa_copertina-200x150.png" alt="105944mappa_copertina" width="200" height="150" /></a></p>
<p>Nel comune di Roma, nel corso degli ultimi 15 anni, sono stati approvati, o sono in corso di approvazione, oltre 300 programmi integrati di riqualificazione. In questo periodo, il numero e la qualità dei progetti integrati territoriali è venuta crescendo. Questo intervento cerca di delineare alcuni elementi di confronto tra l’esperienza italiana, di Roma in particolare, e quella europea (Cremaschi 2005; Tedesco 2002).</p>
<p><span id="more-63"></span>La questione dell’apprendimento e della trasposizione delle politiche è al centro di questo saggio (Fabbrini 2003). E’ una questione cruciale nello sviluppo delle politiche urbane (Cremaschi 2003), in particolare in paesi come l’Italia dove il confronto tra riqualificazione edilizia, rinnovo urbano e sostegno sociale è acceso e non sempre pacifico (Tosi 2000).</p>
<p>Si può dunque generalizzare un’osservazione che venne fatta alla fine degli anni ’80 sulle politiche di quartiere in Francia. Cominciano ad essere verificate in diversi paesi le premesse (Gaudin 1990) che contraddistinguono la costituzione di un campo di politiche distinto. Tra queste si constata:</p>
<ul>
<li>la congiunzione di settori dell&#8217;azione pubblica fino allora distinti, in particolare quelli relativi alla casa (politica che ha fatto la storia delle città europee durante il boom economico che viene così riassunta in un nuovo contesto) e all&#8217;azione sociale e forse, aggiungeremmo oggi, allo sviluppo locale;</li>
<li>lo spostamento di attenzione dalle politiche di settore alle politiche d’area, rivolte cioè a territori e località specifici, ancorché potenzialmente di scala diversa; volendo generalizzare, si tratta di politiche che trattano più il contesto delle funzioni;</li>
<li>l&#8217;investitura politica o la formazione di un distinto centro –un ministero per la città come in Francia; un assessorato alle periferie come a Roma e in altre città italiane- capace di autonoma decisione sulle azioni integrate.</li>
</ul>
<p>Come vedremo, nella esperienza del comune di Roma si osserva la costruzione di un centro simile, a partire da un problema sociale inizialmente definito come la riqualificazione della ‘periferia’ che, progressivamente, per errori e sperimentazioni, assume una varietà di nuovi riferimenti e riformulazioni.<a href="http://cremaschi.dipsu.it/files/2009/10/105944mappa_copertina.png"></a></p>
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