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	<title>Trame urbane/Urban Plots &#187; Riqualificazione urbana</title>
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	<description>Come cambiano città e politiche? How do cities and policies change? spunti dalla ricerca di Marco Cremaschi</description>
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		<title>Quartieri che cambiano: un’agenda di ricerca</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Oct 2009 15:44:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[La nuova questione urbana]]></category>
		<category><![CDATA[quartieri]]></category>
		<category><![CDATA[Riqualificazione urbana]]></category>

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		<description><![CDATA[“Quartieri che cambiano”, in A. Balducci e Fedeli V., a cura di, Territori della città in trasformazione. Tattiche e percorsi di ricerca, Angeli, Milano, 2007.
 
vedi anche:Tracce di quartieri
<p>1. Premessa</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Una vasta letteratura è tornata di recente ad occuparsi di quartieri. In parte, perché sono diventati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<address>“<a href="http://cremaschi.dipsu.it/files/2009/10/Quartieri-che-cambiano-in-Balducci-Fedeli-2007.pdf">Quartieri che cambiano</a>”, in A. Balducci e Fedeli V., a cura di, Territori della città in trasformazione. Tattiche e percorsi di ricerca, Angeli, Milano, 2007.</address>
<address> </address>
<address>vedi anche:<a href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.asp?ID=16710&amp;Tipo=Libro&amp;strRicercaTesto=&amp;titolo=tracce+di+quartieri%2E+il+legame+sociale+nella+citta+che+cambia">Tracce di quartieri</a></address>
<p>1. Premessa</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Una vasta letteratura è tornata di recente ad occuparsi di quartieri. In parte, perché sono diventati oggetto di politiche che, in contrasto con la settorialità degli interventi precedenti, hanno enfatizzato l’aspetto di “arealità” delle iniziative pubbliche (Jacquier, 1991; Balducci, 2001; SEU 2001; Cremaschi, 2003). Un altro motivo di interesse deriva dal fatto che i quartieri rappresentano un terreno comune a soggetti sociali diversi, nonostante la crescente segregazione della popolazione sfavorita (Buck, 2001; Galster, 2001); e nonostante il fatto che gli effetti della localizzazione residenziale sui destini individuali siano spesso sopravvalutati o risultino meno evidenti di quanto mantenuto nel common wisdom (Ellen e Turner, 1997; Lupton, 2003; Friedrichs et al., 2003). Un altro motivo ancora riguarda la manifestazione del cambiamento: i quartieri infatti mostrano l’intersezione tra i cambiamenti sociali ed economici che investono le città, tra le logiche della situazione quotidiana e quelle che influenzano (e spesso confondono) le scale geografiche dei fenomeni, con una tensione fertile che riapre a questa scala la ricerca fenomenologia sui mondi e vitali (Blokland, 2001; Amin e Thrift, 2002; Hoffman, 2003).</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Come spesso accade in questi cicli culturali (Cremaschi, 2007), risultati pur singolarmente apprezzabili producono, non di rado, esiti cumulati poco incisivi. Sedimentano inoltre banalizzazioni e semplificazioni poco desiderabili. In tutto ciò, soprattutto, non è messa in discussione la natura del quartiere rispetto alle nozioni di “microcosmo organizzato” sedimentate nella tradizione sociologica e urbanistica.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">La ricerca<sup><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote1anc" href="#sdfootnote1sym"><sup>1</sup></a></sup> che qui si presenta attraverso una prima esplorazione della letteratura cerca di affrontare questi temi, esplorando la costruzione dei legami di convivenza a livello locale “nella città che cambia”. Questa domanda è affrontata in un certo numero di casi studio nelle tre maggiori città italiane (Napoli, Roma, Milano). I casi riguardano “quartieri” e percorsi di trasformazione abbastanza diversi che sintetizziamo provvisoriamente nella tabella riportata in fondo. Le parole chiave sono tre: quartiere; convivenza; cambiamento.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Il primo termine è il più problematico. La nozione stessa di quartiere è incerta, una “scatola nera” (Germain, 2005) di cui poco si conosce la natura, gli effetti e il ruolo nelle politiche; in più, è oggetto di profonde trasformazioni. Come è noto, da tempo è stato messo in dubbio che esista – nonostante la perdurante forza del riferimento – una dimensione autonoma e distinta rispetto ai legami interpersonali da un lato; e al legame sociale nel suo insieme dall’altro. Ciononostante, il quartiere sembra oggi conoscere una nuova fortuna, mantiene la sua storica incidenza sulla identità personale, e sperimenta un revival grazie ai complessi processi di rinnovo urbano. Al momento, teniamo ferma una definizione preliminare, in parte discussa nelle pagine che seguono, che intende i quartieri come l’esito dell’incrocio tra pratiche sociali locali che hanno in comune l’orientamento alla convivenza di gruppi e “popolazioni” diverse.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">La seconda parola chiave, convivenza, allude al legame sociale che si crea intorno alla dimensione “abitativa”, nel senso non solo del risiedere in un luogo, ma della più ampia pratica di appartenenza a (belonging), e fare propri<sup><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote2anc" href="#sdfootnote2sym"><sup>2</sup></a></sup>, luoghi e relazioni. L’intreccio tra pratiche di appartenenza e appropriazione è fortemente influenzato da elementi locali, di contesto, che tendono a definire esiti complessi e molto differenziati. E anche da politiche pubbliche e locali, sempre più influenti sui modi della socializzazione, e sulla (eventuale) ricostruzione di legami sociali a livello locale. La ricerca si svolge dunque costruendo diverse storie di trasformazioni locali su un comune modello di analisi. Le componenti concettuali del “modello” – su cui torneremo più avanti – sono tre: l’habitat di significato, le pratiche sociali e le rappresentazioni (tra cui le politiche).</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Infine, i casi esplorano questo intreccio a partire da diversi punti di attacco del processo di cambiamento, che a volte è il frutto di processi endogeni, altre il riflesso di fenomeni più vasti, talvolta infine l’esito di politiche che mirano in specifico ai “quartieri”. Misurarsi con il cambiamento di un quartiere non è del tutto arbitrario. È in fin dei conti il cambiamento di una porzione limitata di territorio, per lo più edificato, e degli abitanti che lo usano “sia simbolicamente che praticamente” (Blokland, 2003). La densità di rimandi tra pratiche e significati è una delle ragioni – non recente (Noschis, 1984) – che giustifica una certa curiosità e dà origine anche a questa ricerca. In un dibattito che è acceso e non certo concluso, appare ai più che la società si dissolva, si liquefi da un lato e si globalizzi dall’altro; e che lo spazio venga ristretto, frammentato, o proiettato su scale diverse. Ripartire dal quartiere vuol dire confrontarsi invece con una dimensione riottosa a queste innovazioni; interrogare lo stato delle forme di vita nelle diverse possibili combinazioni; e chiedersi quali siano gli effetti specifici delle trasformazioni economiche o culturali.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">La ricerca consiste quindi in studi di caso, nella ricostruzione e critica delle categorie interprative, e nella discussione (iniziale) dei modelli di cambiamento. A questo scopo, un certo grado di disomogeneità tra i casi appare inevitabile, né sembra problematico partire da punti di vista diversi. La questione riguarda meno la definizione dei punti di vista (pratiche, politiche, dinamiche), o dei singoli componenti (area, comportamenti, motivazioni); che non le relazioni poste tra questi, che caratterizzano i modelli di cambiamento. A questo fine, le pagine che seguono riportano i materiali della prima riflessione esplorativa della letteratura recente.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0pt">2 Quartieri e “habitat di significato”</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Il riferimento al quartiere richiede alcune precisazioni. Si tratta di una storia intellettuale complessa, ma nota, nella quale sono stati variamente combinati gli effetti spaziali e le relazioni sociali.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">La definizione di quartiere oscilla tra due riferimenti principali. Da un lato, c’è il riferimento storico e costitutivo alla idea di sottocomunità e di omogeneità culturale; dall’altro, il riferimento all’aggregato fisico e alla concentrazione. Con la nascita dell’urbanistica moderna, inoltre, il progetto della “costruzione della comunità” si materializza nell’idea di “quartiere” (Tosi, 2001); e il quartiere diventa il banco di prova per la sperimentazione delle pratica urbanistica (Cremaschi, 1994).</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Più in specifico, la nozione di quartiere è stata storicamente associata all’idea di comunità, da un lato; e di classe lavoratrice, dall’altro (due referenti attualmente problematici). I quartieri, nella tradizione socio-urbanistica, sono prevalentemente intesi come delle comunità operaie (anche per riabilitarli rispetto alla critica ottocentesca degli slum: Topalov, 2003), sono ricondotti preferibilmente alla costruzione della città industriale tra otto e novecento, e mostrano due impegnative caratteristiche: forti relazioni interne e precisi confini. Nei paesi a tradizione urbana, come il nostro, si possono trovare ascendenze più antiche (borghigiane e artigianali) che non modificano nella sostanza l’uso e il significato della categoria analitica. Inoltre, modelli noti e influenti (come quello della scuola di Chicago) hanno contribuito a stabilizzare nozioni quali popolazione, sostituzione e invasione, area naturale, in un approccio “naturalistico”. Altri modelli hanno insistito su aspetti culturali, accettando una maggiore autonomia e mutevolezza dei comportamenti. Ciascuna di queste tradizioni ha una coda critica abbastanza nota.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Questa rappresentazione è stata spesso criticata (Ellen e Turner 1997): né la coesione di classe è apparsa sufficiente a garantire l’omogeneità sociale (per esempio, dialetto, nazionalità, religione dividono più di quanto la classe unisca); né la dimensione locale offre tutti i requisiti organizzativi necessari ad alimentare l’azione collettiva (le modalità di appartenenza famigliari, di gruppo o classe sono spesso translocali sostengono spesso reti più strutturate) (Blokland, 2001).</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">L’uso che prevale, in definitiva, è povero e funzionale. Anche di recente (Galster, 2001), si definisce un quartiere come un insieme di issues ed elementi concentrati spazialmente, sia simbolicamente che fisicamente, con confini geografici ben definiti. Comunque sia esteso l’elenco delle issues, le aree residenziali sono descritte per le loro qualità percepite, fisiche e sociali sullo stesso piano. Quando poi si costruiscono – su queste premesse – dei modelli di cambiamento, inevitabilmente si resta condizionati dall’orizzonte esplicativo implicito alla scelta delle componenti originarie.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Non si coglie allora l’aspetto problematico che deriva dalla sovrapposizione di reti sociali diverse, caratteristica che è stata riconosciuta da tempo come specifica alla dimensione locale rispetto alla pretesa omogeneità del quartiere tradizionale. Dal riferimento alle reti (e non ad una comunità), si ricavano due elementi critici: non solo il carattere relativo della valutazione delle issues, dipendente appunto dalle diverse posizioni nella rete; ma soprattutto il carattere negoziale e strategico che deriva dalla sovrapposizione tra reti diverse.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">All’interno di un quartiere si stabiliscono relazioni e interazioni fra coloro che in qualche modo utilizzano quella specifica area. In questo caso, “concentrazione spaziale dei fattori” e “marcatura dei confini” sono gli elementi concettuali più rilevanti, che appaiono però dipendere più dalla necessità delle politiche di territorializzarsi che dalle fenomenologie concrete. Ma appunto concentrazioni e confini sono nozioni costruite, relative e relazionali al tempo stesso. Non c’è dubbio che oggi il cambiamento appaia rilevante su ciascuno dei due riferimenti: sulla dimensione spaziale e su quella sociale, come pure sui modi di indagine, sulla capacità di chiarezza analitica o, viceversa, sullo spessore ideologico e cognitivo.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Agenti e habitat locali</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Per partire da qualcosa di diverso dall’elenco delle funzioni prestate localmente, occorre introdurre una prima distanza dalla nozione di quartiere in termini di set di valori fisici e sociali; e ripensarlo in modo opposto come l’esito negoziato e costruito di set di relazioni definite contestualmente.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Si trova un’interessante analogia con la riflessione di qualche tempo fa sulla contrapposizione tra attore e sistema, che cercava di ridurre il chiasmo tra le due tradizioni di azione sociale e struttura. Nel momento però in cui si accentua il richiamo alla dimensione locale, e si riconoscono tutte le sfumature e le dipendenze dal contesto di questa, anche la semplice relazione attore e sistema appare insufficiente. Soprattutto appare impegnativa la riduzione del sistema degli attori a un sistema. Soccorre una distinzione intermedia introdotta da Baumann e Hannerz (2001) che pluralizzano l’idea di “agency”, riformulandola in quella di habitat molteplici. Gli “habitat di significato” sono una formulazione migliore, meno occlusiva e autosufficiente di “mondi vitali”, più utili per l’analisi dei significati culturali. Non esisterebbe cioè una, e una sola, relazione con il sistema, ma tanti habitat culturali che mettono in relazione le reti di attori con specifiche relazioni strutturali. L’habitat (come il locale) è flessibile per natura, e riflessivo: «l’agire opera e nello stesso tempo produce, trovandovi risorse e obiettivi così come limiti» (Hannerz ivi, p. 28). L’angolatura dei significati è necessaria per ogni considerazione del locale e delle sue pratiche e, in particolare, per tenere in conto non solo la flessibilità, l’espansione o contrazione degli habitat di significato (che possono coincidere con individui o collettività), ma anche la loro possibile condivisione. Come questa si produca, non è problema di poco, in un mondo non solo genericamente globalizzato, ma fortemente sottoposto a processi di “riscrittura” simbolica, artificiale, e tecnologicamente mediata.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">La condivisione eventuale risulta anche, e soprattutto, dall’intersecazione di habitat differenti, e dal consolidarsi dei modi e delle forme in cui questo avviene. L’intersecazione restituisce alle relazioni sociali una prospettiva dinamica sui modi di composizione degli habitat. Un quartiere, uno spazio locale, appare in questa prospettiva dalla “convivenza” di più habitat, che è per definizione incerta e problematica, non di rado conflittuale. Nessun habitat può quindi pretendere alla rappresentazione autentica della identità locale; la presenza di habitat diversi essendo, al contrario, la caratteristica proprio di uno spazio locale.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Capacità abitative</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Il riconoscimento e l’apprensione di habitat, differenze, complementarietà e conflitti è un’attività intuitiva sulla quale si è poco riflettuto. Occorre a questo proposito formulare una definizione di capacità abitativa.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Le capacità non sono attributi personali, ma relazioni che si costruiscono in contesti di appartenenza. Il sapere, e il sapere fare, è costruito sulla base di competenze individuali e di relazioni funzionali, variamente distribuite tra individui e istituzioni legati dallo svolgimento di attività pratiche.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Anche l’attività di abitare richiede un apprendimento, che non di rado è parte fondamentale del sentimento di belonging, e che costituisce la distinzione tra gli insediamenti tradizionali e quelli moderni (e torna come rimpianto o aspirazione nei quartieri di nuova progettazione: Lees, 2003).</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">La pratica di abitare ha subito un’estensione problematica. Nella evoluzione dai sistemi abitativi moderni, i rapporti abitativi sono stati più volte riformulati. Anche la socievolezza è oggetto di apprendimento: il (buon) vicinato risulta così come un’impresa comune (al limite, come una comunità di pratiche), e non come una delimitazione amministrativa o organicista.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">La ridefinizione del vicinato come (eventuale) comunità di pratiche incontra però alcuni limiti: la comunità di pratiche è, infatti, un’impresa comune negoziata (ogni membro negozia all’interno della comunità il proprio ruolo ed il modo in cui svolgerlo); prevede il coinvolgimento nell’impresa comune (lo svolgimento efficace dell’attività richiede che gli individui sentano propria l’impresa comune); prevede la mutua rilevanza (ogni membro riconosce come rilevante l’operato di ogni altro membro al fine di svolgere l’impresa comune).</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">A ritroso da questa definizione, potremmo ricavare una definizione più limitata e problematica del quartiere, come costruzione di un set, una scena comune tra comunità di pratiche. Alcune di queste hanno infatti un raggio di azione delimitato, costituiscono dei luoghi, si appoggiano a delle strutture materiali. È ragionevole ipotizzare che, intorno al quartiere (comunque definito), avvenga un certo ispessimento e radicamento di queste forme di appartenenza. E che in particolare, alcune delle appartenenze trans-locali (ceto sociale, stili di consumo, gruppi etnici, comunità religiose…) escano rafforzate dalla appartenenza a reti e comunità locali.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">In questo senso, possiamo estendere la nozione del locale, e del quartiere, e considerarli propriamente come degli effetti del gioco tra habitat di significati e pratiche. Effetti nello stesso senso in cui si precisa che la prossimità (o la distanza, per quel che vale) sono difficilmente analizzabili in quanto tali, non possedendo caratteristiche strutturali né facilmente oggettivizzabili, nemmeno in habitat di significato stabili e condivisi.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">La prossimità e la distanza dipendono dalla costruzione locale dei significati e dalla intersecazione degli habitat, secondo regole e opportunità che risultano dalla combinazioni proprie a certe situazioni. La lunga citazione che segue mette in evidenza gli aspetti più propriamente epistemologi (e di travalicamento disciplinare) coinvolti in questa definizione (in particolare l’ibrido incitarsi di sensazione, soggettività, rappresentazione simbolica e pratica) che discuteremo in altra sede. Mette in evidenza inoltre il carattere “fabbricato” delle distanza e della prossimità. Ma soprattutto la tensione interna tra componenti disgiunte e non necessariamente coerenti; e sappiamo in particolare che quelle legate in qualche modo alla pratica e quelle legate all’immaginario possono produrre effetti dirompenti (si pensi alla costruzione pratica/simbolica dello straniero, alla criminalità, alla identità…).</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Per quanto un po’ elaborata, questa definizione serve a prendere le distanze sia dalle definizioni iper-sociologiche di quartiere come riflesso di un “spazio sociale”, sia dagli approcci minimalisti che stanno spesso alla base delle politiche pubbliche:</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-left: 14.2pt;margin-right: 19.8pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">«Si constaterà una volta di più che … la prossimità… non è un dato puramente fisico, ma è sempre al tempo stesso materiale ed ideale, soggettiva e socialmente costruita. Ciò significa che da un lato sfugge in parte all’oggettivazione; e che, dall’altro, può essere afferrata sotto differenti aspetti, anche disgiunti: come una percezione (una sensazione immediata), come una rappresentazione (una costruzione simbolica), o come una categoria pratica. Queste diverse dimensioni della prossimità non coincidono necessariamente. In effetti, la prossimità è una costruzione nella quale l’immaginario prende la sua parte. Permette all’individuo di “fabbricare” la distanza» (Lefeuvre, 2005, pp. 91).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">D’ora innanzi, parlando di quartiere si intenderà questa combinazione di habitat locali condivisi, risultati dall’intersecazione di significati da un lato e dai processi combinatori originati dalle relazioni sociali dall’altro.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Uno “spazio” di un certo tipo</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">In ambedue le narrazioni tradizionali (la sottocomunità; la concentrazione spaziale) manca, o viene meno, una riflessione relativa al sostrato “quasi-organizzato” e materiale della convivenza nei quartieri.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Questa riflessione può essere riformulata in analogia con quella operata (quasi di mano sinistra rispetto alla sua riflessione principale) dalla Douglas sulla natura della casa (1991). Il termine casa indica in numerose lingue sia la residenza che la famiglia. Nella terminologia della Douglas, l’organizzazione familiare è costituita in forma di casa (home) dalla circolazione di beni e manufatti dovuto a regular doings (che traduciamo qui con “facimenti regolari”, ma potrebbe essere reso anche con sforzi, pratiche). Questi facimenti sovrintendono ai circuiti funzionali legati alla alimentazione, pulizia, cura ecc. Il pacchetto di queste “funzioni” definisce la nostra idea di casa e di famiglia, in un tempo storico data. La forma che assumono implica una certa gerarchia e organizzazione, nonché divisione del lavoro, ripartizione di ruoli, specializzazione di spazi, elaborazione di routine e riti. Secondo la Douglas, infatti, la rotazione di beni e servizi nella casa<sup><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote3anc" href="#sdfootnote3sym"><sup>3</sup></a></sup> conduce ad un ordine funzionale e ad una forma di organizzazione, sia pur elementare. Tutto questo – e non il fatto di condividere lo stesso indirizzo- si chiama per l’appunto “casa”.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">I facimenti non sono altro che pratiche, la cui dimensione “funzionale” e ritualizzata è esaltata nell’approccio durkheimiano della grande antropologa. La circolazione è un’attività quotidiana tutt’altro che banale, che richiede competenze e capacità: nella sua materialità, restituisce la natura sempre congiuntamente pratica e simbolica dei facimenti.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Queste nozioni potrebbero apparire in prima istanza limitate ad una versione del quartiere come luogo della riproduzione sociale, in contrapposizione alle funzioni di produzione legate ad altri luoghi. In realtà, né la riproduzione sociale, né il consumo sono così facilmente legabili a dei luoghi, e a delle culture locali; né peraltro la produzione della società avviene in luoghi separati, e in rapporti a questa deputati.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Ma qui l’attenzione è posta soprattutto sui “facimenti regolari” (necessariamente al plurale) e sulla conseguente idea di ricorrenze organizzative e spaziali<sup><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote4anc" href="#sdfootnote4sym"><sup>4</sup></a></sup>. Sono facimenti regolari l’approvvigionamento e lo smaltimento (di cibo e giornali…); la circolazione, la sosta, la mobilità; il controllo, la regolazione, la cura di luoghi e situazioni (da parte di vigili urbani, giardinieri, “gattare”…); molta parte dell’accesso ai cosiddetti servizi di prossimità avviene per tramite di facimenti regolari (accompagnare i figli a scuola, a sport, a danza; passare dal medico, in farmacia…), ecc.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">In analogia, vale la pena di chiedersi se e quali effetti di assestamento di routine e di forma embrionale di organizzazione siano prodotti dalla rotazione regolare dei doings. Inutile forse precisare che la forma di organizzazione in questo caso è ancora più blanda, di carattere ancor meno funzionale, crucialmente più aperta a ridondanze, incongruenze, effetti indiretti. Forse è più utile ricordare che i doings e le loro organizzazioni non solo non coincidono necessariamente con il “quartiere”, ma sovente sono frutto di agenti privi di un riferimento locale forte o dipendenti da logiche generali e astratte. I netturbini, come i commercianti, sono esempi significativi di questa ambigua doppia appartenenza: a logiche e organizzazioni centralizzate o interdipendenti con altre aree e scale, ma così fortemente ancorati a quell’ambito locale.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Questi effetti indiretti sono così importanti che (come già per la prossimità) si potrebbe considerare proprio il ‘quartiere” – microcosmo e “concentrato” localizzato – come il risultato, l’effetto indiretto delle ricorrenze regolari dei facimenti. E questa prospettiva appare tanto più interessante quanto sostanzialmente trascurata dalle letture che premiano i modelli comunitari o le forme di socializzazione intenzionali e legate alla prossimità. E qui si apre la riflessione sui destini incrociati di legami sociali e facimenti regolari. I primi, come noto, sono deboli e plurali; i secondi parzialmente sindacati da processi di ristrutturazione e dislocazione (l’accentramento del commercio, per esempio; il trasferimento dei modi di aggregazione su scale metropolitane e non locali, ecc.).</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">A nessuno sfugge l’importanza di queste attività regolari, né le relazioni sofisticate con le condizioni di accessibilità, i modelli culturali, le forme di socializzazione, le politiche locali. Anzi, si potrebbe dire che gran parte della critica al modernismo (si pensi in particolare, ma non solo, al dibattito sollevato dalla Jacobs e alla polemica con Gans) sia stata in gran parte una riscoperta della importanza di queste ricorrenze ma, soprattutto, della crucialità dei loro effetti indiretti.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Comunque, una “specie di spazio”</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Le pratiche costruiscono (e sono costruite ne)gli habitat condivisi, come prima definiti; non solo sono numerose, ma tendenzialmente sono tutte quelle che avvengono lì.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Questo è il paradosso infruttuoso che sta alla radice della tradizione di ricerca sui microcosmi e le sottocomunità, che sovrastima la coerenza e l’integrazione tra pratiche coesistenti. Al contrario, nella città che cambia, sono sempre più frequenti pratiche che vengono poste in relazione, e si trovano in frizione quando non in conflitto, per l’avvicinamento di mondi e habitat diversi. Ma tutto questo avviene in uno specifico ambito spaziale, in un ordinamento di elementi (materiali e simbolici, come già detto) che costituisce un luogo.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Ma se questo è vero, è vero anche il contrario. Accanto allo spazio funzionale proprio della organizzazione antropica, il luogo si costituisce anche come il risultato di interazioni assai più libere e disgiunte (come nella decostruzione di Perec in Espèces d&#8217;espaces).</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Gans, a proposito del più generale rapporto tra relazioni sociali e spazio (Gans, 2002), invita a concentrarsi sui “pochi ma importanti modi in cui lo spazio naturale influenza la vita sociale e le collettività; e sugli innumerevoli modi in cui queste collettività trasformano lo spazio naturale in spazio sociale e ne modellano gli usi” (pp. 329). Gli usi – e gli utilizzatori – hanno dunque a disposizione alcune occasioni privilegiate di relazione con gli habitat locali: tra le molte possibili, alcune influenzano in modo “causale” più o meno forte l’azione individuale e collettiva. Fin qui Gans: e non sorprende riscontrare ancora una volta l’esito arido delle grandi contrapposizioni (microcosmo vs. villaggio globale).</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Si può espandere ancora un po’ questa definizione ricordando la Massey secondo la quale gli spazi “diventano” piuttosto che essere: le identità (sociali e dei luoghi) – costruite nella rivisitazione del vissuto e del passato –  conducono alla costruzione del locale. Ma è vero anche il processo inverso (Blokland, 2001), che porta dalla costruzione sociale del luogo alla formazione delle identità sociali.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Come spesso succede, la capacità analitica delle grandi dicotomie non coincide con quella euristica. Piuttosto, sembra utile riprendere l’accentuazione sugli usi a partire da alcune attività pratiche. Le pratiche –ibride per natura, sempre interscalari e influenzate da fattori generali, solo in parte contestuali – illuminano le combinazioni locali di limiti e risorse.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Queste considerazioni arricchiscono la preliminare distinzione per grado funzionale del quartiere, come spesso avviene disaggregandone funzioni diverse in ordine crescente: per esempio, appartenenza, fruizione di servizi e opportunità (Kearns e Parkinson, 2001). In maggior dettaglio, se ne può ricordare un elenco appena più lungo: difesa dell’intimità e costruzione di forme dell’abitare, con i materiali e l’opportunità resi disponibili localmente; pratiche di consumo e riproduzione della vita quotidiana, inserimento nel ciclo funzionale di rotazione di merci, servizi, informazioni e persone che costituisce un quartiere come una organizzazione sociale; strategie famigliari di orientamento dell’evoluzione prospettiva dei destini individuali nel repertorio delle carriere morali possibili; incontri informali nello spazio pubblico; rappresentazioni simbolico-identitarie e attivazioni delle risorse locali intorno a questioni e obiettivi comuni.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">C’è un evidente crescendo di esposizione alla reciprocità in queste dimensioni di pratiche, e anche una crescita di intensità e criticità delle interazioni. Sono classi idealtipiche che cercano di ordinare gli usi dei quartieri secondo un duplice criterio: la crescita della intenzionalità (abitare, utilizzare servizi in comuni, progettare il proprio futuro…); e la crescita della dimensione interattiva (incontrarsi e partecipare alla attività di reciproco riconoscimento, fondamento della condivisione; prendere parte ai processi di significazione collettiva).</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Non è inutile ricordare che i due criteri non sono coincidenti, anzi in più di un caso sono contradditori: la dimensione interattiva, con l’enfasi sugli esiti, mina, anche concettualmente, le fondamenta dell’intenzionalità dell’azione. Disporli sulla stessa sequenza aiuta però a considerare la varietà delle pratiche e delle relazioni sociali che combinano il tessuto di vita del quartiere. Inoltre, ciascuno di questi elementi è presente, sia pur in misura diversa, nei casi studio in esame.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">In definitiva, i quartieri sono implicitamente ambivalenti: esercitano una certa influenza sulle relazioni sociali senza condizionarle; si costituiscono per sovrapposizione di reti sociali, ma subiscono gli effetti di organizzazione verticale dei settori funzionali del mercato e dello stato; stabilizzano ritmi, routine e codici, ma dipendono da pratiche fluide ed anarchiche; si svolgono nello spazio fisico, ma ne ridefiniscono continuamente la materialità. Questa ambiguità sembra, più che un limite, un’opportunità per costruire descrizioni profonde e accurate del mutamento dei quartieri.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0pt">3. Convivenza e legame sociale</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Qual è la posizione del quartiere rispetto ai grandi cambiamenti che riguardano la questione sociale e quella urbana in questo ultimo periodo? Valgono per la scala locale le elaborazioni, e che tendono a sottolineare i caratteri innovativi e di rottura della fase storica nella quale ci troviamo a vivere, sottolineando gli esiti di mutazioni che sono, al tempo stesso, “strutturali, simultanee e interdipendenti”?</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">La ricerca urbana è spesso attratta da interpretazioni epocali del cambiamento; anche la riflessione sulla coesione sociale sottolinea la distanza dal modello novecentesco e keynesiano di società, e il riapparire di fenomeni frattura e crisi sociale. Gli effetti sul legame sociale urbano sembrano però evidenziare più di un elemento di casualità o, comunque, una forte dipendenza dal contesto istituzionale e dal percorso evolutivo precedente.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Se fosse così, qualche cautela andrebbe espressa sulle attese di ricostruire a livello locale il legame sociale messo a repentaglio da processi globali, attese che tanto hanno segnato le politiche dei quartieri in Europa (Madanipour et al., 1998).</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Un’altra rivoluzione urbana?</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">La natura del cambiamento urbano solleva sia questioni di costruzione delle teorie scientifiche che di sociologia della conoscenza. Il consenso diffuso sulle trasformazioni della realtà urbana, a partire almeno dagli anni Settanta del secolo scorso, pone infatti problemi di misura (ovvi, ma non sempre rispettati) e di costruzione del quadro interpretativo. Ignorando i primi, si può facilmente scadere nella litania minacciosa dell’avvento della crisi urbana, un po’ ripetitiva e tutto sommato poco utile. Ma è il quadro interpretativo – che giustifica le teorie e le stesse misure della crisi urbana – cela altresì la questione più delicata ed importante.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Molte delle letture urbane e delle teorie oggi in circolo insistono sulla radicalità del cambiamento, sull’epocalità della crisi, e sulla incommensurabilità dei fenomeni rispetto ai periodi precedenti (l’era degli stati nazione; la modernizzazione industriale nelle sue varianti liberale e keynesiana). Conferme non sono possibili che nel periodo lungo: nel frattempo, questi approcci esaltano frammenti fenomenici assurgendoli ad anticipazioni del futuro. In definitiva, l’accettabilità di questi sforzi interpretativi si misura meno nella predittività della scienza tradizionale, che non nella credibilità della rappresentazione offerta e negli usi che autorizzano. Il prezzo che si paga, in questa linea di lavoro, è sottodimensionare la durata, la resistenza e la continuità rispetto al cambiamento.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Più in particolare, gli argomenti usati per sostenere la discontinuità toccano alcuni punti critici, con i quali sarebbe difficile dissentire. La città moderna, fatta di elementi specifici (prossimità, concentrazione&#8230;), avrebbe avuto il pregio di rimescolare le carte delle gerarchie sociali e culturali e di moltiplicare le opportunità di vita per i singoli. La fine del processo di espansione della sfera pubblica borghese segnerebbe un punto critico del progetto moderno. Con l’accelerarsi della globalizzazione, l’urbano si manifesta come forma insediativa prevalente, mentre la città si dissolve. Si instaura inoltre un modello di diseguaglianza sociale e segregazione spaziale all’opposto del progetto moderno.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Questo processo è più evidente nelle metropoli globali della nuova gerarchia planetaria, ma in qualche misura è visibile altrove. I ceti sociali superiori si disperdono fisicamente, si disincarnano dalla città ma al tempo stesso si reintegrano in reti sociali più ampie, a loro agio con il carattere traslocale e globale dei flussi contemporanei. Inoltre, la capacità di integrazione della società risulta indebolita dalla crescente individualizzazione; dalla resistenza delle forme di coesione a torto considerate premoderne (comunità, neo-tribalismi, identità religiose, nazionali&#8230;); dalla debolezza dell’azione pubblica.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Riassumendo in modo un po’ rapido, la città perde la storica funzione di produrre integrazione, come avveniva con l’avviamento al lavoro, e con l’”educazione urbana” fornita dalla strada (secondo le note osservazioni della Jacobs e degli storici della città, ma anche degli studiosi della economia del vicolo). Questa tesi impegnativa è stata lungamente commentata nel processo di elaborazione e critica del superamento della territorialità e della distanza –da studiosi come Castells, Sassen, Soja, e altri.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Conseguentemente, le identità collettive tradizionali si dissolvono, e la formazione di nuove è incerta. E anche l’identità sociale attribuita a luoghi –quartieri e città – viene ridefinita. L’identità si formerebbe in processi che possono essere locali, basati sulla prossimità; o transcalari, legati ai flussi. Alcuni tipi sociali – i cosmopoliti – risultano in grado di approfittare di queste nuove opportunità; altri, meno mobili e flessibili, sono al contrario penalizzati.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Spesso, l’uso di questi studi tende a sedimentare una narrazione sulla crisi della forma e dell’ideale di città in relazione alla crisi della modernità. La narrativa della crisi urbana – nella sua forma attuale – eccede in “superlativi”, rendendo un cattivo servizio all’impresa critica della ricerca urbana (Beauregard, 2003), e appare viziata da eccessi di drammatizzazione e da pretese generaliste.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">In questo contesto, lo studio dei quartieri si trova un po’ schiacciato. Da un lato, i quartieri sono oggetti di moda, vengono riprogettati anche per contribuire alla commercializzazione di nuove identità. Dall’altro, i quartieri sono contesti di “relegazione”, stigma terribile di marginalità. Nell’uno e nell’altro caso, si può convenire che “è fin troppo facile sottostimare le continuità [e]… la sorda routine della vita quotidiana, nonché il ruolo che svolge nel sostenere il continuo lavorio di manutenzione per normalizzare le relazioni sociali” (Forrest e Kearns 2001, p. 2127). La routine e la riduzione a normalità sono alveolare dai ritmi dei “facimenti regolari”. Gran parte dei quartieri sono fatti di queste materia ordinaria: e gran parte dei problemi dei quartieri dipende dalla mancanza di questa ordinarietà. La perdita di coesione sociale riguarda la società nel suo insieme, ma si rintracciano quartieri ordinariamente coesi e quartieri privi di coesione sia tra quelli ricchi che tra quelli poveri.</p>
<p style="margin-right: -1.4pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">In particolare, l’identità dei quartieri è un prodotto di questi processi di normalizzazione, resistente a mutamenti e falsificazioni, nonché all’omogeneizzazione strisciante della globalizzazione culturale.</p>
<p style="margin-right: -1.4pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Non è scontato che l’appartenenza al quartiere non ricopra più alcun significato a fronte delle più fluide identità metropolitane. Certo, i quartieri sono più legati alla residenzialità e alle routine del quotidiano, convivono con forme di identità sociale più complesse e articolate su altre geografie di rete. Ma sono pur sempre il luogo dove gli strumenti basi della convivenza diventano familiari e utilizzabili.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">
<p style="margin-bottom: 0pt">
<p style="margin-right: -1.5pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Legame sociale</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Tenersi alla larga dai “superlativi” della crisi urbana non significa minimizzare il rischio di rottura presente nella percorso attuale del cambiamento sociale.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">La formula della “disintegrazione” sociale riassume l’interrogativo sulla dinamicizzazione delle forme di ineguaglianza, lo stiramento della gerarchia sociale (Donzelot 1984). Come viene rimproverato a Donzelot dai critici più radicali, la rappresentazione della “città che si disfa” introduce ad un quadro interpretativo credibile, ma anche a possibili linee di azione correttive tacciate come “riformiste”.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Non a caso, questo modello insiste sull’effetto casuale della combinazione che risulta dalla scomposizione della città in epoca di globalizzazione, dove la prossimità conflittuale degli attori della città industriale è sostituita dalla contiguità casuale. In una formula “la città non fa più società” (Donzelot e Jaillet, 2001). Al contrario, le popolazioni più povere appaiono integrate nella città compatta, sia pure in periferia, ma escluse dalla società. Nasce da qui la preoccupazione per una questione urbana, questa volta non direttamente determinata da quella sociale ma con tutta una serie di interdipendenze complesse.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Questa ricostruzione appare interessante ancorché esigente, ed anche in formulazioni recenti (AaVv., 2005) viene rivisitata criticamente e, in particolare, viene interpretata alla luce dello – spesso invocato, ma non sempre ovvio– passaggio alla pluralizzazione del legame sociale<sup><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote5anc" href="#sdfootnote5sym"><sup>5</sup></a></sup>.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Sovente si trovano riferimenti ai legami sociali, a diversi modalità di costituzione del nesso fondativo sociale. Il legame sociale è una costruzione antica ed ambiziosa che risente certo della sua derivazione organicista, concepita sui presupposti funzionali della filosofia morale e della condivisione di identità per strati e ceti. Mentre le osservazioni delle pratiche e l’analisi dei casi reinvia a una molteplicità di scambi dagli aspetti diversi e contraddittori (ivi).</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Il legame sociale più d’altri può indicare pratiche non solo diverse, ma conflittuali; e ancor di più, pratiche di dissimulazione, di organizzazione spontanea o rapporti di forza. Il plurale rende opaca – invece d’esaltare– l’effettiva varietà, e al contempo sposta l’attenzione dai rapporti di scambio tra le diverse forme fenomeniche. Il ricorso al plurale è spesso implicito nelle politiche urbane, che introducono in modo un po’ facile un rapporto di sostituzione tra legami “più strutturali” (tipicamente quelli societari, deprecati perché vengono meno); e i legami sociali locali, urbani e di quartiere, che sono chiamati a surroga dei precedenti.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Da qui il rimprovero, condivisibile anche a proposito di altre formule che si diffondono con troppa facilità, del carattere eufemistico dei plurali. E, viceversa, la necessità ancora una volta di ricostruire criticamente la nozione di “legame” nella varietà dei casi. In particolare, senza dimenticare gli elementi forse più importanti in questa prospettiva, cioè conflitti e frizioni da un lato, relazioni translocali dall’altro.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">A questo proposito, le politiche per le città sembrano vicine ora a svoltare pagina. La fine dello scorso decennio ha visto la massima diffusione dell’approccio dell’azione locale che, per affrontare il disagio sociale localizzato, prevedeva azioni integrate nei quartieri. I risultati ottenuti sono stati variamente valutati, ed ora il modello è sotto revisione. Gli interventi emblematici della scorsa stagione (per esempio, i programmi comunitari Urban) avevano prodotto esiti perversi: pur migliorando i luoghi, hanno sostenuto la progressiva sostituzione della popolazione originaria. L’assenza di mobilità sociale appare uno dei principali problemi che l’approccio locale non riesce a trattare adeguatamente. Come pure non riesce a trattare in modo efficace i problemi di sicurezza in particolare nelle condizioni dove prevalgono economie informali e forme di legalità “debole”. Ma più in generale le diverse generazioni di politiche urbane, i meriti e i relativi insuccessi, mettono in causa una modalità di costruzione dell’azione pubblica, che da sempre fatica a confrontarsi con i caratteri ambigui del locale.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">4. Come cambiano</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Che i quartieri cambino, è quasi un’ovvietà, legati come sono ad una popolazione e alle sue dinamiche, da un lato; al posizionamento relativo in un sistema insediativi, dall’altro. Per chi, questi cambiamenti siano rilevanti (Forrest e Kearns, 2001) è un’altra questione.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Una breve rassegna delle difficoltà insegna alcune cautele (Lupton e Power, 2004). La direzione del cambiamento non è ben chiara, soprattutto considerando le diverse situazioni. La polarizzazione e segregazione spaziale di ceti e popolazioni diverse (spesso aggravate da discriminazioni legate alla etnia, alla lingua) caratterizzano la struttura spaziale di tutti i paesi. Anche in situazioni dove la divisione sociale è più marcata della nostra si esita ad indicare coordinate precise; e, nel caso, italiano, il perdurante dualismo territoriale penalizza in particolare le regioni e le città meridionali<sup><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote6anc" href="#sdfootnote6sym"><sup>6</sup></a></sup>.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;margin-bottom: 0pt">
<p style="margin-right: -1.5pt;margin-bottom: 0pt">Eppur si muovono</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Le numerose teorie dei cambiamenti dei quartieri (rassegne numerose e studi critici sono apparsi a seguito della diffusione di politiche areali in molti paesi europei) riguardano soprattutto l’evoluzione di una popolazione relativamente stabile; o al contrario, le trasformazioni fisiche effetto di interventi esterni. Nella sostanza, due modelli sono più frequentati: il primo individua degli stadi di sviluppo, quasi sempre correlati a grandi narrazioni e a strategie esplicative monodimensionali (la competizione dei gruppi etnici, secondo Park; il flusso di capitale, secondo la scuola della gentrification); il secondo, modelli causali più o meno complessi (lineari o circolari, eventualmente correlati agli stadi di sviluppo).</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Una posizione intermedia raccorda il cambiamento localizzato con le dinamiche socio-economiche del sistema urbano; in particolare, il riflesso di condizioni strutturali come l’accessibilità al mercato del lavoro, la struttura economica e (crescentemente) la discriminazione razziale (Lupton e Power, 2004).</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Ma nel complesso, ricordano sempre le due ricercatrici, si sa poco del cambiamento dei quartieri. Salvo ricordare alcune costanti storiche, e cioè il miglioramento nel lungo periodo della posizione assoluta di singoli quartieri, la stabilità delle differenze relative nello stesso periodo, la riduzione delle differenziazioni spaziali fino agli Settanta e una ripresa nel periodo più recente (ivi). Oltre ai pochi, grandi caratteri comuni, ricerche più fini (sempre ricordando la scarsità di dati) segnalano andamenti diversi tra tipi di quartieri simili; l’influenza del posizionamento del sistema socio-territoriale di appartenenza e dei grandi cambiamenti occupazionali e demografici; nonché effetti contraddittori di medesimi cambiamenti in quartieri diversi.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Questa varietà di situazioni contrasta in particolare con la ripresa della povertà urbana. Questo è un fenomeno generale, ma può a volte concentrarsi in aree e quartieri. In un primo momento, negli anni ’90, i nuovi pericoli della esclusione sociale – solo pochi anni dopo la celebrazione dei movimenti e delle istanze partecipative- sono apparsi profondamente iscritti nello spazio della città (Dubet e Lapeyronnie, 1992; Allen, 1998; Oecd, 1998; Magatti, 2007). Questa riflessione ha generato una certa mole di considerazioni causali sul cambiamento delle città attraverso i quartieri<sup><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote7anc" href="#sdfootnote7sym"><sup>7</sup></a></sup>.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Per questa via, una maggior attenzione è stata posta sui rischi di precarietà e fragilità che toccano in generale tutto il corpo sociale. Inoltre, l’immigrazione e le frizioni interculturali ispessiscono i termini del confronto. I modelli di cambiamento dei quartieri risultano allora più complessi e problematici (Briata, 2007); e mescolano soprattutto gli effetti di distinti processi, tra cui la riarticolazione delle scale geografiche della globalizzazione<sup><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote8anc" href="#sdfootnote8sym"><sup>8</sup></a></sup>; e la diversificazione degli stili di vita, sulla quale si interrogano – con diversi intenti – sia gli agenti del marketing che gli studiosi dei processi di individualizzazione (Bauman, 2005).</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Inoltre, propone alcuni interrogativi più aperti: alcune delle caratteristiche della contemporaneità -la mobilità, la multi-appartenenza, il ‘supermercato’ delle identità, la disponibilità di diversi ambiti “locali” – incidono certamente sulla idea tradizionale di quartiere. Ma forse pensare che tutte le forme di vita locali e tutti i “locali” siano riformulati dalle pur potenti forze della globalizzazione e dal nostro disincanto postmoderno è pretendere troppo: va riconosciuta una certa “lentezza” alle forme di socialità e a quelle urbane, che non si lasciano facilmente scomporre e riarticolare nonostante l’incedere dei cambiamenti epocali (Beauregard e Haila, 1997).</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;margin-bottom: 0pt">Periferie: prima o poi…<sup><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote9anc" href="#sdfootnote9sym"><sup>9</sup></a></sup></p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">L’indebolimento dei legami famigliari, comunitari e nazionali – frutto della modernità ma accelerati dai processi di globalizzazione – sembra richiedere una compensazione nei termini  di “azioni collettive comunitarie” per la produzione di beni e servizi e la (ri)costituzione del legame e della coesione sociale.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Alcune formule tipiche del secondo dopoguerra &#8211; l’espressione “a macchia d’olio” in italiano; il riferimento al periodo dei “trente glorieuses” in Francia-  rendono esplicito il carattere fordista della produzione dello spazio urbano. Il risultato materiale più evidente di quel periodo è la nozione di periferia (Laino, 2003; De Leo, 2005).</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Per come è conosciuta in Europa continentale, questa indica una cintura di quartieri compatti, ad alta densità, abitati da ceti medi e proletari, sia operai che impiegatizi. La periferia è un classico prodotto del taylorismo, in termini di standardizzazione, ripetizione e produzione di massa degli edifici. Lo è in un senso anche più profondo: il principio taylorista investe sia la produzione che il consumo della vita quotidiana nelle periferie “moderne”.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">La trasformazione dei processi identitari delle classi e dei gruppi sociali è stata legata per tutta la prima modernità a specifici luoghi – quartieri, fabbriche, associazioni…– e a legami di prossimità. La razionalizzazione postfordista scardina la coincidenza tra la prossimità nel processo produttivo e quella residenziale, e apre la prospettiva ad una riarticolazione più vasta della identità sociale<sup><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote10anc" href="#sdfootnote10sym"><sup>10</sup></a></sup>. Questa progressivamente si sposta, come sostiene Harvey, su un asse temporale. La crescita del turismo ne è la manifestazione più evidente; ma il processo di distorsione del nesso tra spazio e coscienza sociale che si apre allora ha portata epocale, che stiamo ancora esplorando. E il turismo tocca tanto i paradisi tropicali che i centri storici.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">In questo senso, la periferia non è il contrario del “centro”. Con troppo romanticismo, infatti, si descrive il centro come il luogo che preserva le identità sociali, conciliando storia e modernità; laddove la periferia le negherebbe entrambe. Questo atteggiamento è frequente nella storia urbana, in particolare europea, ma è continuamente ripreso dai decisori, ed è stato recentemente popolarizzato nella figura della renaissance urbana (che facilmente si rintraccia dietro a molte politiche comunitarie). Anche in questo caso si sopravvaluta il significato materiale e simbolico del centro, e la sua qualità; e si sottovaluta per altri versi quello della periferia.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Al contrario, certe periferie – come la banlieue parigina che periodicamente esplode – accomunano condizioni ed esperienze, vissute non di rado sotto il segno della povertà e della discriminazione, in “un luogo di identità forte, un’atmosfera sociale condivisa” (Coppola, 2006): una visione che sarebbe stata condivisa da un grande indagatore della periferia come Pasolini.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Ma sia il centro che la periferia operano in modo debole rispetto alla domanda di senso sociale dei cittadini. È la metropoli nel suo complesso lo sfondo necessario per ricostruire i modi della trasformazione sia dell’uno che dell’altra<sup><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote11anc" href="#sdfootnote11sym"><sup>11</sup></a></sup>. L’idea di periferia dovrebbe rimandare ai limiti dell’agire politico più che a un problema di confini o di compensazioni materiali. Non è (solo) la mancanza di attrezzature, valori formali, qualità fisiche, come lamentano i fautori di politiche urbane dal lato del mattone; è la mancanza di nesso “politico” tra spazi e relazioni sociali che il mattone da solo non può creare (Laino, 2007). Più che al “malessere” di una parte di città rispetto ad un’altra, dovremmo sottolineare la scarsa mobilità sociale e l’esclusione politica. Non a caso, le fondazioni operanti sul tema insistono più sul problema della democrazia (Hilder, 2005; Taylor et al., 2007).</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Quindi, sembra difficile al momento parlare di periferie in generale. Anzi, il rischio è che si legittimi un uso strumentale della riqualificazione urbana ancora una volta come strumento anticiclico a favore del settore edilizio. C’è sicuramente in vista un problema di potenziale saldatura tra discriminazione politica, censura culturale, segregazione etnica e povertà, di cui alcune grandi città del mezzogiorno sono forse la vetrina. Nel frattempo, studiare la “sorda routine della vita quotidiana” può dare elementi utili per attivare politiche di convivenza più generali.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;margin-bottom: 0pt">Contesti e problemi della ricerca</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">In definitiva, la ricerca delimita il cambiamento secondo tipi e percorsi che si costruiscono dentro allo spazio di più ampie trasformazioni. Alcuni tipi di cambiamento sono lenti, molecolari, dal basso, caratteri peculiari delle formazioni socio-spaziali italiane: Altre realtà urbane sono sottoposte a cambiamenti più rapidi e più incisivi. Altri ancora sono esito di interventi e politiche più o meno esterni e operati dall’alto. Questo significa non di rado che sono operati in base a presupposti generali o non contestualizzati, non di rado su convinzioni e modelli trasposti da altre premesse o esperienze. Questa non infrequente discrasia sembra costitutiva di molti casi locali, e introduce l’interesse al ruolo della politica e delle politiche come agenti di attivazione del locale. Altri infine, forse i casi più interessanti, risultano dalla combinazione dei due elementi precedenti, secondo modalità che vanno indagate localmente ma che sembrano delineare alcuni percorsi ricorrenti e significativi.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Una mappa provvisoria (tab. 1) caratterizza i casi allo studio secondo due criteri, uno legato ai tipi di cambiamento dei quartieri, il secondo a livelli e problemi sollevati. Più in particolare, le fenomenologie indicate in riga selezionano alcune situazioni ricorrenti – la concentrazione di popolazione sfavorita, la sostituzione di ceti popolari, l’arrivo di nuova popolazione –  che sembrano significative ancorché non esaurienti dei percorsi evolutivi dei quartieri. In colonna, sono indicati alcuni ambiti degli spazi urbani contemporanei. Il quartiere – come già introdotto – si articola su riferimenti diversi, sia pur non in via esclusiva, che diventano progressivamente problemi attivati dai modi di cambiamento: come luogo di vicinato e prossimità, per la produzione di identità e appartenenza; come articolazione della città, per la fruizione di spazi pubblici e di servizi comuni; come territorio, per la definizione di opportunità localizzative ed economiche spesso dipendenti dai processi di riarticolazione metropolitana. In questi incroci alcuni dei casi evidenziano la tensione evolutiva degli habitat di quartiere, altri la frizione e il conflitto tra nuovi e concorrenti habitat, prodotti da popolazione nuove o nuove congiunture.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">In questa ipotesi, sarà possibile in definitiva disegnare almeno una tipologia qualitativa, riportando i tipi ai grandi processi di ristrutturazione: l&#8217;individualizzazione della esperienza quotidiana, la erosione delle routine e delle forme culturali tradizionali, la frizione tra culture e pratiche diverse, spesso sovresposte in modo oppositivo (la nuova “moltitudine”: non solo gli immigranti, ma anche i nuovi ceti narcisisti o gli esclusi dal capitalismo globale); l&#8217;articolazione della geografia sociale della città, che premia processi strutturali disgreganti (gentrification, marginalizzazione, diffusione); il gioco della politica e delle politiche che incide fortemente sulla formazione del locale.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Insomma, il lavoro ha lo scopo di discutere se la socialità di quartiere vada erodendosi secondo la grande narrazione dei difetti della città capitalista della globalizzazione; e se davvero le nuove forme di attivazione del basso incidono sulla elaborazione delle forme di convivenza. O se, come è più probabile, i processi strutturali hanno esiti non sempre coerenti, e a volte accentuano i caratteri della individualizzazione (che comunque rimane lo sfondo dominante); a volte consentono la ricostruzione locale di pratiche comuni, la condivisione di significati, la convivenza tra culture, ceti e gruppi diversi. Inoltre, significa discutere alcune categorie operative che tendono a “cannibalizzare” le descrizioni della città, per quella forza insita nella diffusione epidemiologica delle rappresentazioni sociali (ma questa è un’altra storia: Cremaschi, 2007).</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">E naturalmente, esplorare se il gioco della politica e delle politiche – e la questione non piccola del destino della democrazia – incida e come su queste tendenze.</p>
<p style="margin-right: -1.5pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-right: -1.5pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Tab. 1. Tavola sinottica dei casi studio</p>
<table border="1" cellspacing="0" cellpadding="4" width="384">
<col width="94"></col>
<col width="86"></col>
<col width="86"></col>
<col width="85"></col>
<tbody>
<tr valign="top">
<td width="94" height="32">Processi di cambiamento 			per contesti e intensità</td>
<td width="86">Ridefinizione del 			vicinato e delle appartenenze</td>
<td width="86">Ridefinizione di servizi 			e spazi comuni</td>
<td width="85">Ridefinizione delle 			opportunità alla scala metropolitana</td>
</tr>
<tr valign="top">
<td width="94" height="33">
<p style="margin-bottom: 0pt">Concentrazione 			di un ceti popolari, marginalità o immigrati</p>
</td>
<td width="86">
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify">Primavalle 			(RM)</p>
</td>
<td width="86">
<p style="margin-bottom: 0pt">Via 			Padova (MI)</p>
<p>Montecalvario  (NA)</td>
<td width="85"></td>
</tr>
<tr valign="top">
<td width="94" height="47">
<p style="margin-bottom: 0pt">Progressiva 			sostituzione della popolazione originaria con ceti benestanti</p>
</td>
<td width="86">
<p style="margin-bottom: 0pt">Torre 			Maura (RM)</p>
<p>Chiaia (NA)</td>
<td width="86">
<p style="margin-bottom: 0pt">Porta 			Ticinese (MI)</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">S. 			Lorenzo/ Pigneto (RM)</p>
</td>
<td width="85"></td>
</tr>
<tr valign="top">
<td width="94" height="19">
<p style="margin-bottom: 0pt">Crescita 			per trasferimento di nuovi abitanti</p>
</td>
<td width="86"></td>
<td width="86">
<p style="margin-bottom: 0pt">Ladispoli 			(RM)</p>
</td>
<td width="85">
<p style="margin-bottom: 0pt">Garbagnate 			(MI)</p>
<p>Giugliano (NA)</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify">Riferimenti bibliografici</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">AaVv. (2005), “Les lieux des liens sociaux”, numero monografico, Espaces et sociétés, n. 126.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Amin A. e Thrift N. (2002), Cities: Reimagining the Urban, Polity, Oxford (ed. it. Mulino, Bologna, 2005).</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Annunziata S. (2007), “Oltre la gentrification”, in Lanzani e Moroni (a cura di), cit.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Atkinson R., Buck N. e Kintrea K. (2005), “Neighbourhoods and Poverty: linking Place and Social Exclusion”, in Buck N. et al., cit</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Balducci A. (2001), (a cura di) “Senza Quartiere”, Territorio, n. 19.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Bauman Z. (2005), Fiducia e paura nella città, Bruno Mondatori, Milano.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Beauregard R. A. (2003), “City of Superlatives”, City &amp; Community, vol. 2, n. 3, pp. 183-199.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Beauregard R. A. e Haila A. (1997), “The Unavoidable Incompleteness of the City”, in American Behavioral Scientist,  n. 41, pp. 327-341.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Beauregard R. A. (1990), “Trajectories of neighborhood change: the case of gentrification”, Environment and Planning A, vol. 22, n. 7, pp. 855-874.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Blokland T. (2001), “Bricks, mortar, memories: neighbourhood and networks in collective acts of remembering”, International Journal of Urban and Regional Research, vol. 25, n. 2, pp. 268-283.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Blokland T. (2003), Urban Bonds, Polity Press, Cambridge.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Bourdin A., Lefeuvre M.P. e Germain A. (2005), La proximité, construction politique et expérience sociale, Harmattan, Paris.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Briata P. (2007), Sul filo della frontiera. Politiche urbane in un quartiere multietnico di Londra, FrancoAngeli, Milano.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Buck N. (2001), “Identifying Neighbourhood Effects on Social Exclusion”, Urban Studies, vol. 38, n. 12, pp. 2251-2275.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Buck N., Gordon I., Harding A. e Turok I. (2005), Changing cities, Rethinking Competitiveness, Cohesion an Governance, Palgrave, Houndsmills e New York.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Butler T. (2005), “Gentrification”, in Buck N. et al., cit.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Ciaffi D. (a cura di) (2005) Neighbourhood Housing Debate, FrancoAngeli, Milano.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Coppola A. (2006), “Dentro la rivolta: storia, realtà e rappresentazioni della banlieue francese”, Lo straniero, 68, febb., pp. 25-37.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Cremaschi M. (1994), Esperienza comune e progetto urbano, Angeli, Milano.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Cremaschi M. (2003), Progetti di sviluppo del territorio Le azioni integrate locali in Italia e in Europa, Sole24ore, Milano.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Cremaschi M. (2007), “Destra e sinistra: inciampi del riformismo in urbanistica”, in Lanzani e Moroni (a cura di), cit.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">De Leo D. (2005), “Italy’s Peripheries and Policies: an Overview”, in Ciaffi (a cura di), cit.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Di Carlo M. (2006), “Londra, tre volte sul podio olimpico”, Urbanistica Informazioni, n. 208, ago.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Donzelot J. (1984), L&#8217;invention du social: essai sur le déclin des passions politiques, Fayard, Paris.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Donzelot J. (2004), “La ville à trois vitesses: relégation, périurbanisation, gentrification ”, Esprit, n. 204, mai.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Donzelot J. e Jaillet M.C. (2001), La nouvelle question urbaine, PUCA, Paris.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><a name="top"></a> Douglas M. (1991), “The home, a kind of space”, Social Research, numero monografico, “Home: A Place in the World”, vol. 58, n. 1.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Dubet F. e Lapeyronnie D. (1992), Les quartiers d’exil, Seuil, Paris.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Ellen I. e Turner M. (1997), “Does Neighbourhood Matter? Assessing Recent Evidence”, Housing Policy Debate, vol. 8, n. 4, pp. 833-866.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Forrest R. e Kearns A. (2001), “Social Cohesion, Social Capital and the Neighbourhood”, in Urban Studies, vol. 38, n. 12, pp. 2125-2143.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Friedrichs J., Galster G. e Musterd S. (2003), “Neighbourhood effects on social opportunities: the European and American research and policy context”, Housing Studies, vol. 18, n. 6, pp. 797-806, nov.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Galster G. (2001), “On the Nature of Neighbourhood”, Urban Studies, vol. 38, n. 12, pp. 2111-2124.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Gans H. J (2002), “The Sociology of Space: A Use-Centered View”, City &amp; Community, vol. 1, n. 4, pp. 329-339.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Genestier Ph. (2005), “L’expression ‘lien social’: un syntagme omniprésent, révélateur d’une évolution paradigmatique”, Espaces et sociétés, n. 126.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Germain A. (2005), “Grandeur er misères du quartier”, in Bourdin et al., cit.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Gerometta J., Häussermann H. e Longo G. (2005), “Social innovation and civil society in urban governance: Strategies for an inclusive city”, Urban Studies, vol 42, n. 11, pp. 2007- 2021.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Gieryn Th. F. (2000), “A Space for Place in Sociology”, Annual Review of Socio-logy, vol. 26, pp. 463-496.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Granata E. e Lanzani A. (a cura di) (2006), Esperienze e paesaggi dell’abitare. Itinerari nella regione urbana milanese, AIM, Abitare Segesta Caraloghi, Milano.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Hannerz U. (2001), La diversità culturale, Il Mulino, Bologna.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Hilder P. (2005), Seeing the wood for the trees: The evolving landscape for neighbourhood arrangements, The Young Foundation and Transforming Neighbourhoods Programme, London.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Jacquier C. (1991), Voyage dans dix quartiers européens en crise, l’Harmattan, Paris.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Kearns A. e Parkinson A. (2001), “The Significance of Neighbourhood”, Urban Studies, vol. 38, n. 12, pp. 2103-2110.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Laino G. (2003), “Politiche per le periferie dalla periferia delle politiche”, in Moccia F. D. e De Leo D. (a cura di) (2003), I nuovi soggetti della pianificazione, Atti della VI conferenza nazionale SIU, FrancoAngeli, Milano, pp. 390-412.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Laino G. (2007), “Una proposta riformista per la mobilitazione sociale: rendiamo più pubbliche le opere pubbliche”, in Lanzani e Moroni (a cura di), cit.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Lanzani A. e Moroni S. (a cura di) (2007), Città e azione pubblica, riformismo al plurale, Carocci, Roma.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Lees L. (2003), “Vision of ‘urban renaissance’: the Urban Task Force report and the Urban White Paper”, in Imrie R. e Raco M. (a cura di), Urban Renaissance? New Labour, community and urban policy, Policy Press, Bristol.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Lefeuvre M.P. (2005), “Proximité spatiale et relation sociale”, in Bourdin et al., cit.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Lucciarini S. e Violante S. (2007), “Trasformazioni socio-economiche e mutamento della città: il caso di Roma”, in Argomenti, 19.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Lupton R. (2003), “‘Neighbourhood Effects: Can we measure them and does it matter?”, CASE Report, Sept.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Lupton R. e Power A. (2004), “What We Know About Neighbourhood Change: A literature review”, CASE Report, Sept.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Madanipour, A., Cars G., Allen J. (a cura di) (1998), Social Exclusion in European Cities, J. Kingsley, Londra.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Magatti M. (2007), La città abbandonata. Dove sono e come cambiano le periferie italiane, Mulino, Bologna.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;margin-right: -1.4pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt">Marazzi Ch. (1999), Il posto dei calzini. La svolta linguistica dell&#8217;economia e i suoi effetti sulla politica, Bollati Boringhieri, Torino.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Marcuse P., van Kempen R. (a cura di) (2000), Globalizing Cities: A New Spatial Order?, Blackwell, London e New York.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Noschis K. (1984), Signification Affective du quartier, Les Meridiens, Paris.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">OECD (1998), Integrating distressed urban areas, OECD, Paris.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Social Exclusion Unit (2001), A New Commitment to Neighbourhood Renewal; National Strategy Action Plan, Cabinet Office, London.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Taylor M., Wilson M., Purdue D. e Wilde P. (2007), Changing neighbourhoods. Lessons from the JRF Neighbourhood Programme, Joseph Rowntree Foundation, Policy Press, Bristol.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Topalov Ch. (2003), “Traditional Working-Class Neighbourhoods: An Inquiry into the Emergence of a Sociological Model in the 1950s and 1960s”, in Osiris, vol. 18, pp. 212-233.</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Tosi A. (a cura di) (1994), La casa, il rischio e l’esclusione, Rapporto IRS per la Caritas, FrancoAngeli Milano 1994</p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify">Tosi, A. (2001), “Quartiere”, in Balducci (a cura di), cit.</p>
<div id="sdfootnote1">
<p class="sdfootnote" align="justify"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote1sym" href="#sdfootnote1anc">1</a> I 	componenti del gruppo di lavoro sono D. Ceccarelli, M. Di Carlo, A. 	Coppola dell’Università degli Studi di Roma Tre; G. Longo 	del Politecnico di Milano; M. T. Sepe, D. De Leo e G. Laino 	dell’Università di Napoli Federico II.</p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p class="sdfootnote" align="justify"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote2sym" href="#sdfootnote2anc">2</a> Nel noto lavoro di de 	Certeau, la “privatizzazione” del pubblico è il 	fondamento della nozione di locale e di resistenza alle logiche 	sovraordinate. È anche lo spunto per cogliere quanto nel 	sociale, nei legami, nella convivenza è frutto di una volontà 	di coesistenza, e non solo l’effetto della pesante 	desertificazione sociale connessa alle ricomposizioni e 	ristrutturazione della città contemporanea.</p>
</div>
<div id="sdfootnote3">
<p class="sdfootnote" align="justify"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote3sym" href="#sdfootnote3anc">3</a> Cfr. 	nel resoconto della Douglas il “magico” riapparire del calzino 	pulito nel cassetto, dopo il viaggio che dal cesto della biancheria 	lo ha portato alla lavatrice, e poi al filo da stendere, sul tavolo 	da stiro, ecc. Uso liberamente immagini suggerite altrove (Marazzi, 	1999).</p>
</div>
<div id="sdfootnote4">
<p class="sdfootnote" align="justify"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote4sym" href="#sdfootnote4anc">4</a> Presenti 	anche nella recente ripresa di temi lefèvriani (Amin e 	Thrift, 2001).</p>
</div>
<div id="sdfootnote5">
<p class="sdfootnote" align="justify"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote5sym" href="#sdfootnote5anc">5</a> Questa 	trasformazione grammaticale e generativa viene sempre più 	spesso associata al noto e più consueto processo – da tempo 	identificato (Donzelot, 1984) – che dal sostantivo (società, 	per esempio) ha estratto l’aggettivo (sociale) per poi 	risostantivizzarlo come “il sociale”. In questo processo si 	perde un po’ della cosalità originaria, acquisendo nuances 	costruttivistiche che vengono accentuate ulteriormente dalla 	successiva trasformazione in plurale (i sociali, i legami sociali).</p>
</div>
<div id="sdfootnote6">
<p class="sdfootnote" align="justify"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote6sym" href="#sdfootnote6anc">6</a> Per questo 	aspetto, mi sembra ancora valida l’elaborazione predisposta tempo 	fa per riformulare il disagio abitativo in termini di contesti 	territoriali differenziati  (Tosi, a cura di, 1994).</p>
</div>
<div id="sdfootnote7">
<p class="sdfootnote" align="justify"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote7sym" href="#sdfootnote7anc">7</a> Il cui incrocio con i processi 	di gentrification conduce a una notevole riarticolazione di questo 	approccio, e alla ripresa degli elementi di autonoma 	differenziazione dei gruppi sociali coinvoli (Beauregard, 1990; 	Butler, 2005; 	Annunziata 2007).</p>
</div>
<div id="sdfootnote8">
<p class="sdfootnote" align="justify"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote8sym" href="#sdfootnote8anc">8</a> La 	città a “tre velocità” (Donzelot, 2004), che opera 	gentrificando, ma anche producendo suburbi e segregazione. Ma anche 	la città articolata in quattro settori nella nuova economia 	postfordista: colonie delle elite; suburbi; quartieri popolari; e 	aree abbandonate (Marcuse e van Kempen, 2000). Con un taglio 	diverso, ma con alcuni elementi comuni, una descrizione a scala 	metropolitana individua numerosi e diversi “paesaggi” (Granata e 	Lanzani, 2006). Pur nei limiti delle generalizzazioni, questi lavori 	hanno incomune lo sforzo di coniugare processi generali e condizioni 	specifiche ai contesti.</p>
</div>
<div id="sdfootnote9">
<p><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote9sym" href="#sdfootnote9anc">9</a> Prodi 	a caldo paventò la diffusione in Italia delle rivolte nelle 	periferie francese. A. Dal Lago lo ammonisce su Il manifesto (8 	nov. 2005), ricordando il film La Haine, di M. Kassovitz, 	1995 (il cui refrain era: jusqu’ici, tout va bien …): 	“…non perché le nostre periferie siano migliori di quelle 	francesi. Il fatto è che per il momento sono diverse. Da noi, 	la povertà è trasversale, annidata nelle famiglie 	normali che tirano la carretta, sepolta nelle stamberghe dei 	migranti, non confinata ed etnicizzata negli anelli che circondano 	le città. Ma questo non significa 	che domani forme analoghe di conflitto non siano possibili”.</div>
<div id="sdfootnote10">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote10sym" href="#sdfootnote10anc">10</a> Si 	evidenzia così l’ambigua posizione della nozione di società 	civile: Jerometta et al. 2005.</p>
</div>
<div id="sdfootnote11">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote11sym" href="#sdfootnote11anc">11</a> Tra i lavori dei componenti del 	gruppo di ricerca, vedi: Lucciarini e Violante, 2007; Di Carlo, 	2006.</p>
</div>
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		<title>Riqualificazione e rigenerazione urbana a Roma</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Oct 2009 15:03:49 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Politiche della casa e dell'abitare]]></category>
		<category><![CDATA[Casa e abitare]]></category>
		<category><![CDATA[Piani]]></category>
		<category><![CDATA[Riqualificazione urbana]]></category>
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		<description><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify">Nel comune di Roma, nel corso degli ultimi 15 anni, sono stati approvati, o sono in corso di approvazione, oltre 300 programmi integrati di riqualificazione. In questo periodo, il numero e la qualità dei progetti integrati territoriali è venuta crescendo. Questo intervento cerca di delineare alcuni elementi di confronto tra l’esperienza italiana, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Nel comune di Roma, nel corso degli ultimi 15 anni, sono stati approvati, o sono in corso di approvazione, oltre 300 programmi integrati di riqualificazione. In questo periodo, il numero e la qualità dei progetti integrati territoriali è venuta crescendo. Questo intervento cerca di delineare alcuni elementi di confronto tra l’esperienza italiana, di Roma in particolare, e quella europea (Cremaschi 2005; Tedesco 2002). </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">La questione dell’apprendimento e della trasposizione delle politiche è al centro di questo saggio (Fabbrini 2003). E’ una questione cruciale nello sviluppo delle politiche urbane (Cremaschi 2003), in particolare in paesi come l’Italia dove il confronto tra riqualificazione edilizia, rinnovo urbano e sostegno sociale è acceso e non sempre pacifico (Tosi 2000). </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Si può dunque generalizzare un’osservazione che venne fatta alla fine degli anni ’80 sulle politiche di quartiere in Francia. Cominciano ad essere verificate in diversi paesi le premesse (Gaudin 1990) che contraddistinguono la costituzione di un campo di politiche distinto. Tra queste si constata: </span></p>
<ul>
<li>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">la 	congiunzione di settori dell&#8217;azione pubblica fino allora distinti, 	in particolare quelli relativi alla casa (politica che ha fatto la 	storia delle città europee durante il boom economico che 	viene così riassunta in un nuovo contesto) e all&#8217;azione 	sociale e forse, aggiungeremmo oggi, allo sviluppo locale;</p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">lo 	spostamento di attenzione dalle politiche di settore alle politiche 	d’area, rivolte cioè a territori e località 	specifici, ancorché potenzialmente di scala diversa; volendo 	generalizzare, si tratta di politiche che trattano più il 	contesto delle funzioni;</p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">l&#8217;investitura 	politica o la formazione di un distinto centro –un ministero per 	la città come in Francia; un assessorato alle periferie come 	a Roma e in altre città italiane- capace di autonoma 	decisione sulle azioni integrate.</span></p>
</li>
</ul>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Come vedremo, nella esperienza del comune di Roma si osserva la costruzione di un centro simile, a partire da un problema sociale inizialmente definito come la riqualificazione della ‘periferia’ che, progressivamente, per errori e sperimentazioni, assume una varietà di nuovi riferimenti e riformulazioni.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><strong><span lang="it-IT">Rigenerazione urbana o riqualificazione edilizia?</span></strong></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Come è noto, negli ultimi anni l&#8217;Unione Europea si è attivata sulla questione urbana più di quanto previsto dalle attribuzioni formali dei trattati (Cremaschi 2005). Soprattutto, ha insistito sul legame tra politiche settoriali e questione urbana (Padovani 2002): per esempio, ha riformulato parte della politica ambientale in politica dell’ambiente <em>urbano</em>; di quella per lo sviluppo economico in sviluppo locale… Viceversa, la lobby delle città ha esercitato una discreta influenza sul policy making dell&#8217;Unione, anche perché i processi di sviluppo locale hanno accentuato il ruolo degli ‘attori’ (città o di regioni) che riescono a rappresentare nel loro insieme dei territori (Le Galès 2002).</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Va sottolineato, però, che tra l’esperienza europea e quella italiana, e di conseguenza quella di Roma, si verificano alcune importanti differenze. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">In particolare, la riqualificazione urbana diventa un tema importante in Europa al seguito della manifestazione della crisi urbana negli anni Settanta, esito peraltro di vicende drammatiche e conflittuali ben più vaste. La crisi urbana conduce addirittura, secondo certi osservatori (Donzelot 2006), ad una “frattura” del corpo sociale delle società avanzate, segnate in particolare dal sovrapporsi di effetti negativi dell’evoluzione demografica, da questioni culturali e immigratorie e dalla nuova disoccupazione emergente. In questa prospettiva, le politiche urbane sono giustificate dal timore che la frattura sociale e i processi di esclusione si concentrino nello spazio, e costituiscano delle <em>énclaves </em>socialmente stigmatizzate.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Per caratterizzare approcci diversi alle politiche della riqualificazione urbana (Cremaschi 2003), si può proporre, con una forte schematizzazione, l’immagine dell’Europa divisa in due parti, distinte da: modelli di welfare diversi; fenomeni di esclusione e soprattutto di immigrazione incomparabili; una struttura della marginalità territoriale puntiforme e urbana da un lato, estesa e regionale dall’altro; un diverso ruolo degli enti locali; infine, una miscela storicamente diversa di politiche sociali e urbanistiche. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Da un lato, Francia, Inghilterra, Olanda, paesi centralizzati e con un’immigrazione ex coloniale integrata nello statuto di cittadinanza, sono i paesi pilota dell’orientamento <em>sociale</em>. In questi paesi, il dinamismo delle realtà locali (trend peraltro presente, sia pur in modo diverso, in tutti i paesi europei) ha portato a iniziative strategiche di sviluppo economico e fondiario. Inoltre, le politiche nazionali di riforma strutturale dell’impiego hanno avuto una velocità maggiore e, sia pur in modo molto differenziato, hanno dimostrato la loro efficacia nell’arco degli ultimi vent’anni, quantomeno stabilizzando le situazioni di maggior emarginazione. Nell&#8217;accezione qui diffusa, le politiche di rigenerazione urbana indicano non tanto un ambito (la città); e neanche un tipo di operazione (la riqualificazione, piuttosto che la costruzione); quanto una <em>modalità d&#8217;azione pubblica innovativa</em>. Sono politiche, al tempo stesso, sociali <em>e </em>di miglioramento dell&#8217;ambiente fisico, nelle quali è ben chiaro e necessario l&#8217;incontro con l&#8217;azione sociale, con le sue strutture assistenziali pubbliche locali, volontarie e centrali (spesso dipendenti da settori diversi della amministrazione). Con queste premesse, nei paesi del Nord Europa vennero identificate alcune idealtipi di segregazione territoriale con corrispondenti di esclusione: i quartieri dove si concentra l’immigrazione, il più delle volte (a non solo) in edilizia sociale costruita nel secondo dopoguerra; le vaste aree urbane abbandonate dopo i profondi rimaneggiamenti dell&#8217;economia negli anni &#8216;80 (in particolare le zone di prima industrializzazione, i bacini minerari, le aree dipendenti da industrie di base; più recentemente, intere regioni dell&#8217;Est Europa); infine, i settori di centro città colonizzati dalle nuove popolazioni immigrate e povere. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Dall’altro lato, Italia, Spagna e Germania, paesi dove le azioni locali hanno una tradizione di intervento sulla edilizia, paesi tradizionalmente decentrati con vivaci tradizioni ‘localiste’ (pur con differenti modelli, federalisti o regionalistici). L’immigrazione è più recente e comunque è meno non integrata nello statuto di  cittadinanza e nel welfare. In questi paesi,  appaiono fenomenologie del disagio territoriale specifiche dipendenti dal modello territoriale di sviluppo di ciascuna economia (caratterizzato comunque da forte disparità regionali e da città diffuse), come iniziano ad evidenziare anche i sempre più frequenti confronti internazionali patrocinati dall’Unione Europea. Inoltre, le politiche del lavoro e dei diritti sono meno flessibili. Infine, gli enti locali possiedono una consolidata capacità operativa nel campo della riqualificazione edilizia. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Gli ideal tipi territoriali del Nord Europa -pur ripresi dai manuali dell’Unione Europea- mal si adattano alla realtà dei paesi del Sud Europa, e dell’Italia tra questi. La trasposizione dell’approccio di Urban incontra infatti una decisa riformulazione, sia per la diversità dei riferimenti territoriali, che per il <em>focus </em>tradizionale dei comuni italiani a intervenire sugli aspetti edilizi. Tra modelli europei e modelli italiani c’è dunque un gioco di adattamento, apprendimento e travisamenti che rendono la vicenda della trasposizione di indubbio interesse (Tedesco 2003). </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">I due gruppi di paesi si caratterizzano dunque per orientamenti diversi, quelli del Nord alla rigenerazione urbana; quelli del Sud alla riqualificazione. Tra i due modelli c’è una differenza maggiore di quella che riguarda l’oggetto di applicazione o il metodo. La differenza è soprattutto relativa al contesto: i primi, esperimentano anticipatamente una crisi occupazionale dovuta al decentramento produttivo con esiti sociali dirompenti, che paesi come l’Italia –per una serie di ragioni complesse- hanno stemperato nel corso dei successivi decenni, e mediato con numerose politiche di sostegno. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify"><strong>Quattro regimi urbani</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Spesso Roma è stata rappresentata –e con buone ragioni- come una metropoli arretrata, divisa ed eterodipendente (Ferrarotti 1970). Ci sono oggi alcuni argomenti nuovi per ritenere invecchiata la rappresentazione. Fintantoché la crescita di ricchezza e lo sviluppo della società dipendevano dall’industria, la posizione di Roma era segnata. Non a caso è stato sottolineato di recente che il costo sociale della deindustrializzazione è stato più elevato per le metropoli del Nord Europa (</span><sup><span lang="it-IT"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote2anc" href="#sdfootnote2sym"><sup>2</sup></a></span></sup><span lang="it-IT">). Dopo la stagione industriale, le posizioni ai posti di partenza mutano, ed altri fattori condizionano il cosiddetto “posizionamento strategico” delle città. Sia pur rapidamente, occorre distinguere le diverse fasi di sviluppo della città, e i diversi ‘regimi’ di sviluppo che l’hanno caratterizzata (Cremaschi 1990). </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Nel primo regime urbano del dopoguerra, un forte “blocco edilizio” sostenuto da una maggioranza di destra ha fomentato la “macchina dello sviluppo” urbano. Il malfunzionamento della città ha avuto radici robuste nella crescita distorta degli anni Cinquanta, della città e della sua economia. Si tratta di un’espansione basata sul direzionale di stato e sulla edilizia, favorita dal boom economico che avviene nel Nord industriale. La crescita oppone sia classi che geografie: il centro, la borghesia dei rentiers e dei burocrati; agli operai e gli impiegati delle periferie. Conseguenti effetti saranno la diffusione degli uffici nei quartieri residenziali, l’emergenza abitativa degli anni Settanta, l’espansione urbana e la conseguente congestione della mobilità. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Il secondo regime &#8220;progressista&#8221;, a partire da metà anni Settanta, ha operato sulla creazione di attrezzature e servizi pubblici per compensare e ridurre la distanza tra le “due città” venutesi a creare nel periodo precedente. La “crisi” urbana degli anni Settanta è stata una conseguenza della crisi di consenso del blocco politico precedente, e della crescita dualista minata da enormi scompensi sociali. Questi aspetti furono drammaticamente evidenziati dal cambiamento di clima morale e politico di metà anni Settanta. In campo urbanistico, attrezzature di quartiere e servizi sociali hanno contribuito a far fronte alla crisi del sistema di regolazione dei mercati locali. Le politiche redistributive furono seguite con grande entusiasmo per dieci anni, rinnovano profondamente l’azione pubblica, ma non riuscirono a risolvere i problemi strutturali della città. I quartieri periferici si erano già riorganizzati, i bisogni e le gerarchie erano cambiati. I servizi che furono realizzati allora, secondo i destinatari, arrivarono “troppo tardi”: in uno slogan, l’autobus pubblico arriva quando tutti si muovono in auto. La città divisa del dopoguerra cede il passo a dei ‘nuovi luoghi’ tutti da interpretare (Comune 1999). Ne è un emblema la tardiva realizzazione del gigantesco quartiere ultraperiferico di Tor Bella Monaca, 80 mila abitanti in prevalenza in alloggi pubblici, che sigla il fallimento delle politiche volte a contrastare l’espulsione del ceti popolari dalle aree centrali e la crisi degli alloggi. Pochi anni dopo, il quartiere sarà già in crisi, e oggetto dell’Urban di Roma (Panebianco 2004).</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">A metà anni Ottanta si cambia ancora registro, il governo urbano torna ad una coalizione centrista che pare insistere sullo sviluppo, ma in un clima mutato e più conflittuale (Cremaschi 1994). Al centro della riflessione strategica viene posto la funzione di capitale, e si rivendicano contributi da parte dello stato per il funzionamento della città. Viene definito un programma denominato ‘Roma Capitale’ che ridefinisce le strategie della città intorno alle funzioni di capitale. Il direzionale, la ricerca e la cultura -fino allora trattati da elementi parassitari- venivano rivalutati. Una legge speciale finanziò delle infrastrutture da realizzare con procedure accelerate, in particolare intorno al cosiddetto Sistema direzionale orientale (Sdo). Il programma consolidò la convinzione che la trasformazione della città andasse corretta con grandi operazioni fondiarie, in grado di generare il surplus adeguato a reggere il costo delle carenti attrezzature urbane (treni, metro, ecc.). Le grandi imprese pubbliche, in pieno spirito neocorporativo, si candidavano a realizzare le opere. L&#8217;esiguità delle risorse, la genericità della gestione, la successiva crisi di ‘tangentopoli’, hanno fatto fallire quello schema: a parte poche realizzazioni nel campo dei beni culturali, nessun gran progetto è stato realizzato. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">A partire dal ’93, con la crisi della prima Repubblica e l’elezione diretta del sindaco, la città si trova quasi per caso una maggioranza di centro-sinistra. Nello spirito della allora recente legge sulle Autonomie locali, si lavorò efficacemente sul decentramento funzionale e la riorganizzazione tecnico-istituzionale della città. Si può schematizzare l’ispirazione di queste idee nel modo seguente: re-distribuire e decentrare l’azione pubblica verso la periferia; agire su progetti strategici relativi a grandi settori urbani e funzionali. Con ogni evidenza era una linea d’azione diversa da quello posta a sostegno dello Sdo, che genera in seguito i piani di riqualificazione delle periferie. La strategia che puntava a migliorare la gestione ordinaria si accompagna rapidamente con una seconda, quando diviene chiaro che l’area metropolitana non sarebbe stata realizzata. Si cerca allora di utilizzare la preparazione del Giubileo del 2000 per veicolare la realizzazione di opere pubbliche. Rispetto alle linee di azione precedenti, le decisioni relative al Giubileo (e poi alla sfortunata proposta di Olimpiadi nel 2004) appaiono solo parzialmente innovative: nello spirito, riprendono la prospettiva di Roma Capitale; nei contenuti, adottano progetti elaborati in precedenza. Per questa via, sono ricostruiti –non senza discussioni politiche anche importanti- i rapporti con il mondo delle costruzioni e con i settori emergenti della economia terziaria (informatica, comunicazioni, televisione) nel frattempo per lo più privatizzati (</span><sup><span lang="it-IT"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote3anc" href="#sdfootnote3sym"><sup>3</sup></a></span></sup><span lang="it-IT">). La formula che racchiuderà in seguito, nel nuovo piano regolatore, questa doppia aspirazione, sarà l’idea del policentrismo. La città cresce, ma per poli di sviluppo, una parte dei quali è collocata nelle periferie metropolitane (fig. 1), anche non prossime e diverse dai tradizionali centri di potere e rappresentanza politica. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify"><strong>La “periferia” a Roma</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Per sottolineare la complessità dei problemi di Roma, il comune ha l’abitudine di ricordare che la città è la più vasta per superficie (grande da sola come le altre 10 maggiori città), e la più popolosa in Italia (ma non delle aree metropolitane di Milano e Napoli). In effetti, ancorché di taglia media per una città europea (circa 2,6 milioni di abitanti), occupa all’incirca la stessa superficie del Greater London Council. Una grande parte del territorio comunale è però agricolo, o costiero; solo una parte limitata è urbanizzata. Inoltre, l’area di influenza metropolitana e il numero dei comuni coinvolti sono relativamente limitati e la stessa regione Lazio è relativamente piccola. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Nonostante che queste caratteristiche –estensione, varietà, bassa densità- lo rendano simile al territorio di una piccola regione, i poteri dell’amministrazione di Roma sono uguali a quelli di qualsiasi altro comune italiano, con il limite dunque della relativa debolezza rispetto ad altri governi metropolitani europei, da un lato; e il vantaggio, dall’altro, della unitarietà di indirizzo per l’insieme della città, condizione quest’ultima che non ha eguali in altri ambiti metropolitani in Italia.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Dal punto di vista della geografia sociale della città, va poi ricordato che la struttura di Roma è fortemente articolata per reddito e ceto sociale. Questo non è sempre stato vero: la città storica, che coincide con l’attuale area monumentale centrale, ha ospitato dal Medioevo classi sociali diverse, la cui espulsione dal centro è iniziata durante l’epoca fascista. Proprio le demolizioni per il risanamento dei quartieri centrali hanno portato alla edificazione delle ‘borgate’ periferiche. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Le borgate sono un caratteristico modo di sviluppo delle periferie di Roma. Queste sono state a lungo “i quartieri operai di una città non operaia” (Berlinguer, Della Seta 1976), costruiti lungo le vie consolari che collegano a raggiera il centro della città con il resto d’Italia. Accanto a questi nuclei che ospitavano gli espulsi dalle aree demolite nel centro storico nei programmi di risanamento urbano (avvenuti da fine ‘800 a tutto il regime fascista), sono stati realizzati progressivamente altri nuclei informali, edifici autopromossi o baracche illegali che ospitano la gran massa dei poveri espulsi dalle campagne del Sud. In tutta la prima metà del ‘900 e fino agli Sessanta, questa massa di persone incrementa la popolazione di Roma, in una tipica <em>growth-machine</em>, un modello di crescita basato sull’espansione edilizia. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">La struttura concentrica della città è utile anche a riassumere i caratteri della crescita demografica. Roma diventa capitale d’Italia nel 1871 e raggiunge il milione di abitanti verso gli anni ‘30; raddoppia dopo la seconda guerra mondiale e, contando anche la cintura metropolitana, cresce quasi nella stessa misura fino a metà anni ’80, epoca dalla quale resta grossomodo stabile. Nel frattempo, però, il pur vasto centro monumentale si spopola, la prima fascia composta dai quartieri della città compatta del XIX e XX secolo comincia anch’essa a perdere popolazione. Acquista sempre più peso invece la cintura esterna, composta da quartieri periferici e dalle vecchie borgate: questa assorbe infatti un quarto degli incrementi fino agli ’50, ma già più della metà in seguito. Dopo gli anni ’80. è l’unico segmento che continua a crescere, mentre tutti gli altri perdono popolazione.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Ma sarebbe improprio considerare tutta questa area come periferica. Il significato di periferia va limitato ad una fase storica (il ‘900) e ad un modello economico e sociale (le società “fordiste” occidentali) e tenuto distinto dai processi di inurbamento globali, e dai processi di diffusione residenziale e urbana che caratterizzano l’epoca più recente. La periferia individua dunque la <em>condizione di aree urbane realizzate per dare accesso all’abitazione ai nuovi occupati dell’epoca del boom economico</em>. A Roma questo avvenne attraverso le borgate pubbliche e, successivamente e intorno a queste, attraverso la costruzione informale e spesso abusiva di abitazioni indipendenti. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Ma prima di considerare borgate e periferia come un <em>problema</em>, occorre ricordare che allora risultarono la <em>soluzione</em>: quella periferia era il risultato del processo di costruzione della città in una fase contraddittoria di sviluppo. In seguito, tra gli anni cinquanta e i settanta, la periferia si è fatta lentamente città, attraverso processi di inclusione che hanno segnato la storia politica oltre che urbanistica della città. Roma si distingue da altre metropoli anche per questo processo di integrazione sociale, che ha segnato la radicata cultura popolare diventata, grazie al neorealismo cinematografico, il manifesto dell’epoca.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Le vicende politiche e storiche di Roma, la forte conflittualità e la natura stessa dei processi migratori verso la capitale, l’hanno dunque costituita come un <em>crogiolo</em> di identità sociali e politiche. Le origini, ormai consacrate nella letteratura e nel mito, della periferia romana (Ferrarotti 1970), narrano la storia di una città che costruisce la sua cittadinanza nell’esperienza concreta e usurante del lavoro edile, della costruzione dei quartieri e delle battaglie politiche. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">La narrazione di queste vicende urbane viene elaborata in due direzioni: prima la città ‘divisa’; la città ‘policentrica’ in seguito.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">La città divisa riflette la situazione amara del dopoguerra. L’esito della straordinaria crescita dell’epoca è la costituzione di una città divisa per cerchi concentrici: solidamente borghese al centro (che progressivamente viene sostituita dalla città turistica e da quella politica); con una prima corona di quartieri otto-novecenteschi per la media e piccola borghesia; circondata da una vasta periferia popolare, in particolare nei settori Sud ed Est. Il centro direzionale dell’Eur e alcuni quartieri agiati in posizioni suburbana costituiscono alcune rilevanti eccezioni a questo modello. Gli insediamenti abusivi e le borgate, all&#8217;interno della città di Roma, sono il risultato di uno sviluppo urbanistico incontrollato restano a lungo privi delle infrastrutture primarie e secondarie. La mancanza di servizi, l’abusivismo edilizio, la costruzione a macchia d’olio si manifestano in tutta la loro gravità. Il Comune aveva già provveduto nel primo piano regolatore del 1962 alla prima perimetrazione delle aree abusive. Negli anni Settanta si inizia a definire per ciascuna un piano di dettaglio per il recupero urbanistico, che troveranno però progressiva attuazione solo alla fine degli anni Novanta. I problemi di povertà e disagio sono tutt’altro che spariti, anche se si tende a dimenticarli (Sgritta 1992); casomai, assumono forme nuove che richiedono un’attenzione diversa e rinnovata (Regione 2000; Caudo 2006).</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">La più recente immagine della città policentrica, al centro del recente piano regolatore, prende atto di una situazione nuova (Aa.Vv.  2001). Alla fine degli anni Novanta, metà della popolazione dell’area romana vive intorno o fuori dell’anello viario periferico (il Grande raccordo anulare), una quota destinata probabilmente a salire (tab. 1). Nel frattempo però <em>tutti i maggiori investimenti pubblici (ferro, direzionale, grandi progetti urbani) si sono concentrati nel cuore della città consolidata</em> (entro la cerchia della ferrovia). Si ripropone in questo clima l’ipotesi organizzativa del ‘mosaico’ urbano, che reinterpreta il problema delle periferie e gli approcci delle politiche. Non solo lo sviluppo edilizio, si sostiene, ma anche grandi attrezzature di qualità devono essere portate in ‘periferia’. A questo fine, le nuove politiche urbane e la pianificazione urbanistica riacquistano un nuovo punto di intersezione.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Tab. 1</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">Dinamiche demografiche e insediative di Roma</p>
<table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0" width="446">
<col width="176"></col>
<col width="66"></col>
<col width="70"></col>
<col width="70"></col>
<col width="61"></col>
<tbody>
<tr valign="top">
<td width="176" height="21">
<p lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">(in migliaia di abitanti)</span></p>
</td>
<td width="66">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">1921</span></p>
</td>
<td width="70">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">1951</span></p>
</td>
<td width="70">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">1981</span></p>
</td>
<td width="61">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">2001</span></p>
</td>
</tr>
<tr valign="top">
<td width="176" height="21">
<p lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Quartieri centrali </span></p>
</td>
<td width="66">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">472</span></p>
</td>
<td width="70">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">444</span></p>
</td>
<td width="70">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">181</span></p>
</td>
<td width="61">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">120</span></p>
</td>
</tr>
<tr valign="top">
<td width="176" height="29">
<p lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Quartieri consolidati della prima 			periferia</span></p>
</td>
<td width="66">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">155</span></p>
</td>
<td width="70">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">979</span></p>
</td>
<td width="70">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">1.890</span></p>
</td>
<td width="61">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">1.600</span></p>
</td>
</tr>
<tr valign="top">
<td width="176" height="31">
<p lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Quartieri recenti, intorno al Gra e 			nel resto dell’area metropolitana</span></p>
</td>
<td width="66">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">165</span></p>
</td>
<td width="70">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">401</span></p>
</td>
<td width="70">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">1.194</span></p>
</td>
<td width="61">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">1.500</span></p>
</td>
</tr>
<tr valign="top">
<td width="176" height="43">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Area 			metropolitana </span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">nel suo insieme</span></p>
</td>
<td width="66">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="right">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">792</span></p>
</td>
<td width="70">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="right">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">1.824</span></p>
</td>
<td width="70">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="right">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">3.265</span></p>
</td>
<td width="61">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="right">
<p lang="it-IT" align="right"><span style="font-size: x-small">3.220</span></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small">Fonte: elaborazione su censimenti nazionali</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify"><strong>Una fase sperimentale recente</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Gli obiettivi della riqualificazione urbana a Roma mettono a fuoco questa particolare situazione e sono dunque diversi da quelli prevalenti nel Nord Europa. Per esempio, pur non mancando ‘quartieri in crisi’, emblematici e noti da tempo, dove si concentrano problemi sociali (Magatti 2007), come Corviale (Comune 2004) e Tor Bella Monaca (Comune 1999), i problemi principali riguardano la realizzazione di infrastrutture e servizi, anche ricorrendo alla partecipazione finanziaria dei residenti o di imprese disposte a investire in periferia. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Questo modo di assumere il problema delle periferie nelle politiche della città ha dei pregi e dei difetti. Da un lato, evidenza la carenza di servizi pubblici e conduce a una maggiore attenzione verso bisogni sociali fino allora dimenticati. Dall’altro, si tende ad assumere questi problemi dentro un quadro tecnico limitato alla produzione di opere (pur necessarie) come strade, fogne, edifici pubblici…</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">In effetti si constatano combinazioni differenti e risultanti altrettanto diversi a secondo se si privilegia il lato fisico o il lato sociale dell’intervento. In linea di principio, l’obiettivo della riqualificazione urbana combina aspetti di tutte e due. Nella pratica, si possono distinguere diverse modalità di combinazione</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Nella tab. 2 sono stati esemplificati quattro possibili combinazioni delle esperienze e degli strumenti elaborati a Roma, distinguendoli a seconda del tipo di intervento sull’edilizia e sulla popolazione. E’ una distinzione schematica, ma utile a qualificare come sia evoluto nel tempo l’intervento sulla città.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">La prima casella individua il classico intervento di risanamento ottocentesco, protrattosi a Roma per tutta la prima metà del ‘900. In questo caso, sia la popolazione che l’edilizia sono vittime del ‘piccone demolitore’. Come detto, proprio la deportazione degli abitanti delle aree ‘sventrate’ nel centro storico diede origine alle borgate storiche.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Mentre le demolizione è tornata recentemente un tema di attualità (Di Palma 2007), non si applica più sulla medesima scala. Nei quartieri storici e in quelli operai centrali, gli interventi tendono a muoversi dalla casella a) a quella b). Continua cioè la sostituzione della popolazione, ma si recupera l’habitat storico (</span><sup><span lang="it-IT"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote4anc" href="#sdfootnote4sym"><sup>4</sup></a></span></sup><span lang="it-IT">).</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Nel corso degli anni Novanta sono stati introdotti in Italia numerosi strumenti programmatici che hanno in comune alcuni degli aspetti già incontrati nelle politiche di riqualificazione urbana di stampo europeo. Nella casella c) sono riportati gli strumenti, brevemente descritti in seguito, che hanno consentito di affrontare il carattere specifico dei problemi della riqualificazione a Roma. Il limite comune a questi strumenti, comunque, è un orientamento prevalente allo spazio fisico, sebbene in più di un caso l’esigenza della riqualificazione è stata integrata in un ampio obbiettivo sociale. Questo è il caso dell’ultima casella, dove rientrano il programma Urban ed alcuni programmi sperimentali. Non c’è dubbio che la maggior attività svolta dal comune ricada nella casella della riqualificazione, dove si assiste peraltro ad un progressivo affinamento della strumentazione.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Tab. 2 </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">Modelli di Riqualificazione</p>
<table border="1" cellspacing="0" cellpadding="6" width="485">
<col width="142"></col>
<col width="153"></col>
<col width="152"></col>
<tbody>
<tr valign="top">
<td width="142">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT"><span style="font-size: x-small"><strong>Interventi 			sulla popolazione</strong></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: x-small"><strong>Interventi sull’assetto fisico</strong></span></p>
</td>
<td width="153">
<p lang="it-IT"><span style="font-size: x-small"><strong>Sostituzione della popolazione</strong></span></p>
</td>
<td width="152">
<p lang="it-IT"><span style="font-size: x-small"><strong>Miglioramento del (benessere 			del)la popolazione</strong></span></p>
</td>
</tr>
<tr valign="top">
<td width="142"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Concentrazione sugli aspetti 			fisici (architettonici e infrastrutturale) dell’impianto 			insediativo</span></span></td>
<td width="153">
<p style="margin-bottom: 0pt"><span style="text-decoration: underline"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">a) 			Risanamento</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Lo sventramento di Roma da parte dei 			primi piani dell’800 e poi di Mussolini</span></p>
</td>
<td width="152">
<p style="margin-bottom: 0pt"><span style="text-decoration: underline"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">c) 			Riqualificazione urbana</span></span></span></p>
<p><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">La famiglia dei programmi 			integrati (Pi, Pru, Priu, CdQ, Print) nonché i Progetti 			Urbani al servizio della strategia policentrica</span></span></td>
</tr>
<tr valign="top">
<td width="142"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Orientamento sulla popolazione 			prima e più che sul miglioramento dell’edilizia </span></span></td>
<td width="153">
<p style="margin-bottom: 0pt"><span style="text-decoration: underline"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">b) 			Gentrification</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Oltre al centro monumentale, i 			quartieri operai ottocenteschi prossimi al centro sono oggetto di 			processi di gentrification</span></p>
</td>
<td width="152">
<p style="margin-bottom: 0pt"><span style="text-decoration: underline"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">d) 			Rigenerazione urbana</span></span></span></p>
<p><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Alcuni dei programmi più 			recenti e sperimentali, in primo luogo l’Urban di Tor Bella 			Monaca, ma anche alcuni (ma non tutti) Contratti di Quartiere; i 			programmi di autorecupero</span></span></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">L’elenco delle successive revisioni dei programmi e delle azioni diretti all’obbiettivo della riqualificazione urbana non è breve: vi figurano –in una sequenza chiaramente evolutiva e di crescente complessità- i <em>Programmi integrati </em>(che a Roma prenderanno anche la sigla di Print), i <em>Programmi di recupero urbano (Pru)</em>, i <em>Programmi di riqualificazione urbana (Priu) </em>e i <em>Contratti di quartiere</em>. Si tratta spesso di iniziative modeste, rivolte soltanto a un settore o un quartiere, e con finalità non molto estese: solitamente lo scopo è promuovere la riqualificazione edilizia e infrastrutturale di un certo ambito. Ma spesso tali iniziative sono andate estendendosi, in particolare con implicazioni nel campo delle tecnologie ambientali, della partecipazione (Allegretti 2004) e del sostegno sociale. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Il Progetto Urbano, introdotto dal Programma degli interventi per Roma Capitale e implementato dal Nuovo PRG, è uno strumento flessibile di pianificazione che verifica il grado di trasformabilità di una parte di città, nonché la sua capacità di accogliere nuovi interventi e nuovi pesi di funzioni e attività. Il PU individua i diversi strumenti urbanistici attuativi e i le opere pubbliche necessarie. La riqualificazione promossa dai PU è ad ampio spettro, e prevede interventi sia di nuova edificazione che di recupero (Risorse 2007). Inoltre, sperimenta partenariato pubblico/privato e promuove l’adesione al programma da parte degli abitanti</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Infine, il Comune di Roma sta sperimentando forme di auto-promozione del territorio (</span><sup><span lang="it-IT"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote5anc" href="#sdfootnote5sym"><sup>5</sup></a></span></sup><span lang="it-IT">) attraverso l&#8217;attuazione di comparti urbanistici nell&#8217;ambito dei piani particolareggiati per le zone abusive. In queste aree, la progettazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria è affidata ai privati riuniti e organizzati in consorzi. Il Comune si occupa di pianificazione e realizzazione di servizi, attrezzature e infrastrutture; i cittadini –attraverso i consorzi di auto-recupero- realizzano le opere pubbliche invece di versare gli oneri concessori dovuti per la costruzione di nuovi alloggi. Un altro esempio ancora, è costituito dal programma sull’“Autorecupero a fini residenziali”, tra le forme che il Comune di Roma sta sperimentando per la realizzazione di alloggi da adibire ad edilizia residenziale pubblica, riconvertendo immobili del patrimonio edilizio pubblico. </span>Gli 11 interventi finora promossi hanno investito 13 milioni di euro, di cui il 20% delle cooperative, e recuperato 182 alloggi. <span lang="it-IT">Il Comune redige un progetto preliminare nel quale sono ipotizzate soluzioni distributive adeguate per la trasformazione in residenza dell&#8217;immobile prescelto. Il Comune finanzia il recupero dell’edificio e delle parti comuni; per gli alloggi, si invitano tramite un bando cooperative di autorecupero o di autocostruzione a presentare un progetto esecutivo e un&#8217;offerta economica. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">
<p style="border: 1px solid #000000;padding: 1pt 4pt;margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small"><strong>Scheda 1 </strong></span></p>
<p style="border: 1px solid #000000;padding: 1pt 4pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><strong><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">L’uso degli strumenti di riqualificazione a Roma</span></span></strong></p>
<p style="border: 1px solid #000000;padding: 1pt 4pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">I PRIU (art. 2 legge 179/92) sono piani attuativi e consistono in un insieme sistematico e coordinato di interventi pubblici e privati, realizzati in regime di convenzione. I PRIU possono riguardare qualunque parte ritenuta strategica dal Comune (ad es. aree dismesse e fabbricati), e devono essere cofinanziati da soggetti privati. </span></span>I 5 PRIU di Roma riguardano 5 municipi e 190.000 abitanti. Investono 109 milioni di Euro di fondi totali, di cui 65 di privati e 43 del Ministero: Si attuano attraverso 29 convenzioni private e 48 opere pubbliche.<span style="font-size: x-small"><span lang="it-IT"> L’Obiettivo dei programmi è la riqualificazione di aree degradate o dismesse attraverso nuovi servizi pubblici, spazi verdi e la promozione di azioni produttive e terziarie di livello elevato. </span>I PRIU prevedono interventi sull’edilizia residenziale e non, che mirano al miglioramento della qualità della vita nelle aree in oggetto, innescando processi virtuosi di riqualificazione.</span></p>
<p style="border: 1px solid #000000;padding: 1pt 4pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span style="font-size: x-small"><span lang="it-IT">I PRU (art. 11 legge 493/93) sono uno strumento simile al precedente ma pensato per i quartieri degradati di proprietà pubblica, nonché le aree contigue . Gli 11 PRU di Roma riguardano 9 Municipi e 440.000 abitanti; prevedono la realizzazione di 126 interventi privati da convenzionare, e di circa 350 opere pubbliche. Il recupero di quartieri di edilizia economica e popolare avviene attraverso la ristrutturazione e la manutenzione edilizia, il potenziamento dei servizi. le opere e la manutenzione delle case popolari sono finanziate da fondi pubblici con la partecipazione finanziaria di soggetti privati. </span>Per incentivare l&#8217;intervento dei privati i Comuni potevano approvare varianti urbanistiche con procedure più veloci di quelle ordinarie, purché garantiscano che il maggior valore attribuito all&#8217;area dalla variante sia compensato dalla costruzione da parte del soggetto privato di un&#8217;opera pubblica di valore superiore. </span></p>
<p style="border: 1px solid #000000;padding: 1pt 4pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">I PRINT sono piani urbanistici attuativi finalizzati al recupero di aree urbane degradate anche tramite nuova edificazione, e  fanno seguito alle esperienze di recupero delle borgate. Il Comune li promuove ma la presentazione delle proposte è lasciata a consorzi di soggetti pubblici e privati. L&#8217;amministrazione comunale, in collaborazione con i Municipi predispone uno schema d&#8217;assetto che individua obiettivi e indirizzi e le opere pubbliche prioritarie. I 162 PRINT di Roma riguardano 16 Municipi e più di 1 milione di abitanti. A parte 5 interventi nella città consolidata, 81 riguardano le periferie e 76 le aree produttive. </span></span></p>
<p style="border: 1px solid #000000;padding: 1pt 4pt;margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small">I CdQ riguardano i quartieri pubblici e sono finalizzati a incrementare la qualità della vita  e a rifunzionalizzare gli spazi pubblici. Oltre al recupero degli edifici e degli spazi aperti, dedicano particolare attenzione agli aspetti di sostenibilità ambientale. Sono programmi in parte sperimentali, promuovono la partecipazione degli abitanti e perseguono obiettivi di qualità sia edilizia che urbana. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify"><strong>Apprendere</strong></p>
<p style="text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Quali sono gli aspetti da segnalare di tutte queste esperienze? </span></p>
<p style="text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">In primo luogo, il numero delle azioni locali è in continua, regolare crescita: in un certo senso, la formula appare efficace e si replica in settori funzionali e ambiti geografici diversi. In meno di 15 anni, sono stati redatti e approvati circa 300 strumenti di riqualificazione urbana ed edilizia, pur appartenenti alle diverse ‘famiglie’ appena descritte. Questi programmi promettono nel loro insieme un vasto investimento di risorse pubbliche, e mettono in moto investimenti privati in elevata misura.</span></p>
<p style="text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">In secondo luogo, nel processo di crescita quantitativa abbiamo anche segnalato una diversificazione qualitativa degli strumenti. I primi, sono stati pensati come strumenti attuativi urbanistici, chiaramente orientati da un’intenzionalità tecnicista. Il loro primo problema era il disegno e la realizzazione di infrastrutture, per quanto in un’ottica profondamente ridistribuita e orientata alla giustizia sociale. Solo in seguito si sono aggiunti significati nuovi, e problematiche più vaste, legate alla inserzione sociale e allo sviluppo delle economie locale e delle possibilità occupazionali. Infine, nel corso della attuazione di questi programmi, è stato raggiunto un certo grado di cooperazione tra amministrazione, proprietari dei terreni e attori locali.</span></p>
<p style="text-indent: 14.2pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">In terzo luogo, il grado di coinvolgimento del territorio è diseguale, e non è facilmente riconoscibile una distinta logica territoriale delle iniziative di riqualificazione. Piuttosto, la scelta di intervenire in certe aree e su certi problemi sembra risultare dalla combinazione di fattori diversi, e dalla presenza di alcuni requisiti che proviamo a sintetizzare come segue:</span></p>
<ul>
<li>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">le 	iniziative di riqualificazione investono su parti significative 	delle aree urbane, con l’avvertenza che la gamma di situazioni è 	profondamente differenziata città per città, come pure 	il range dei problemi che si vuole affrontare. Come è detto, 	a Roma il recupero funzionale delle periferie resta il precedente 	più significativo, e comporta quindi un’attenzione al 	coinvolgimento degli abitanti e degli investitori locali; </span></p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">queste 	iniziative operano attraverso un insieme di interventi diversi, sia 	materiali (progetti urbani) che immateriali; interventi che non sono 	pensati come autonomi o autosufficienti, ma sono intenzionalmente 	integrati ed equilibrati. Nel migliore dei casi sono costituite da 	misure e azioni integrate; il principio dell’integrazione agisce 	in questo caso non solo come criterio di equilibrio nella 	composizione delle iniziative, ma anche come criterio di verifica 	rispetto all’obbiettivo dello sviluppo locale nel suo insieme. 	Quando questo obiettivo è interiorizzato, questa finalità 	si traduce nel richiedere misure finalizzate anche all’incremento 	della base occupazionale, nonché della qualità e nella 	disponibilità di opportunità sociali;</span></p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">infine, 	elemento connesso al precedente ma concettualmente nuovo, 	l’interazione con i soggetti privati sia nel finanziamento, 	realizzazione e “animazione imprenditoriale” delle azioni, 	comporta il coinvolgimento di imprenditori e soggetti locali 	nell’ideazione delle stesse politiche pubbliche. Questo aspetto è 	ovviamente problematico, e viene identificato comunemente nella 	creazione di partnership di matrice britannica. Nella esperienza 	romana si verifica come in realtà esistano gradi diversi di 	questo coinvolgimento, con una vasta gamma di significati.</span></p>
</li>
</ul>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">In definitiva, occorre riconoscere che la logica territoriale dei programmi di riqualificazione non è sempre chiara, anzi è piuttosto il risultato di questa crescita tumultuosa che non un intenzione programmata. C’è da chiedersi, alla luce delle più recenti riflessione sulla pianificazione se questo sia un problema o una condizione necessaria. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Occorre anche riconoscere che la nozione di integrazione nei programmi di riqualificazione è prevalentemente funzionale, cioè la combinazione e coordinazione di interventi diversi. Già questa condizione non è poi sempre rispettata nella realizzazione; è ancora più raro il caso di programmi qualitativamente integrati. Ma la nozione di integrazione è intrigante e complicata. Per spiegarla, conviene risalire caso per caso a come si è presentata nel corso delle diverse generazioni di programmi.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Un primo esempio innovativo di integrazione si verifica con l’arrivo del Programma comunitario Urban (Palermo 2002). Quando vennero avviati i primi progetti integrati, l’inizio fu notevolmente difficile. Molte amministrazioni comunali in Italia a quell’epoca non avevano esperienza di progetti innovativi, tanto meno con la partecipazione della gente. Il processo che ne risultò, contrariamente agli sforzi dei promotori, risultò tutt’altro che metodico. Una risorsa cruciale di innovazione fu costituita dalla riserva di progetti inevasi, che nuove amministrazioni locali più vivaci hanno saputo attivare facendo leva sulla mobilitazione politica e sociale. Il Programma URBAN Tor Bella Monaca nacque con l’obiettivo di elaborare interventi di rivitalizzazione economica e sociale in quartieri degradati (Palazzo 2004), e rappresenta una delle prime occasioni per sperimentare un approccio integrato e partecipato delle politiche urbane. A Tor Bella Monaca l’obiettivo è stato quello di creare nuove opportunità di lavoro, soprattutto giovanile, attraverso la promozione d’impresa e l’auto impiego, il miglioramento delle condizioni di alcune infrastrutture, attraverso la ristrutturazione di luoghi abbandonati al degrado, la ricerca della qualità ambientale degli edifici e delle attrezzature esistenti e, soprattutto, la loro manutenzione biennale programmata. L’integrazione e l’interrelazione degli interventi urbanistici, edilizi, manutentivi, di animazione economica e sociale, ha creato nuove opportunità di lavoro migliorando le condizioni infrastrutturali del territorio (Panebianco 2002): la riqualificazione di strade e piazze, i nuovi spazi verdi attrezzati, la ricerca della qualità ambientale degli edifici e delle attrezzature esistenti, la manutenzione biennale programmata e finalizzata alle opere realizzate e la promozione di forme di partecipazione all’interno del quartiere hanno rotto “l’isolamento” creatosi nel tempo per mancanza di luoghi di aggregazione. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Nei successivi Contratti di quartiere, un piccolo passo in avanti si registra nel requisito esplicito di favorire e organizzare la partecipazione dei cittadini. A questo fine, nei casi migliori è stato istituito un </span><em><span lang="it-IT">Laboratorio di Quartiere</span></em><span lang="it-IT">, spesso con la partecipazione di associazioni volontarie. In molte di queste prime esperienze, svolte in quartieri pubblici che si sentivano spesso ‘abbandonati’ dalle isituzioni, era molto chiara la necessità di ricostruire legami di fiducia: anzi, la progettualità consisteva nel cercare soluzione creative ai conflitti. A Roma (Comune 2004), il Contratto di Quartiere “Corviale” (che disponeva di finanziamenti per 10 milioni di Euro, di cui 4 per opere pubbliche) ha consentito di realizzare due parchi, nuovi impianti sportivi al coperto, di ristrutturare il centro culturale e lo spazio gradonato all’aperto già esistente. Inoltre, sono stati recuperati degli spazi di servizio all’interno della struttura edilizia da riconvertire ad alloggi. Ha consentito soprattutto di operare con gli abitanti per la definizione delle priorità, la scelta di alcuni servizi, e per la autoorganizzazione di eventi e momenti di comunicazione importanti.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Un passaggio ancora successivo ha portato poi alla organizzazione di strumenti locali permanenti per l´accompagnamento di processi partecipati e per l´elaborazione di idee innovative. La promozione di azione innovative per l’apertura di spazi pubblici locali ha avuto come elemento di traino la costituzione di un ufficio pubblico, detto dello Sviluppo locale sostenibile partecipativo a Roma (più semplicemente delle Periferie a Torino). Roma ha puntato sulla integrazione tra progettazione tecnica e accompagnamento sociale. Il <em>Laboratorio Territoriale </em>a Roma e’ stato lo strumento per l´animazione delle iniziative, e la partecipazione della comunità al progetto integrato, secondo un modello che riprende le esperienze precedenti di laboratorio di quartiere nate nel corso dei conflitti sociali degli anni Settanta; ma più di questo, il Laboratorio è divenuto un “avamposto delle istituzioni”, come lo definì l’assessore responsabile, per ridurre da un lato il gap con la gente, e costruire una nuova visione dell’azione pubblica dall’altro. Rispetto alla partecipazione di quartiere, cambia la consapevolezza della azione pubblica e del carattere metropolitano delle iniziative. Non solo o non tanto sostegno alle comunità insediate per assisterle e rafforzarle, ma al contrario per “destrutturarle e ricostruire relazioni, progettare nel rispetto delle diversità un futuro comune” (Uspel 2004). L’obiettivo è rendere aperta una comunità locale che –per mille ragioni spesso valide- non esprime creatività e visione. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify"><strong>Conclusioni </strong></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Questa sequenza suggerisce alcune conclusioni generali sulla esperienza romana. La riqualificazione urbana è cambiata nel corso degli anni come oggetto, come procedura e come strumenti; così come pure è cambiato il suo ‘referente’, la periferia romana come la conosciamo.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Inoltre, il cambiamento è avvenuto solo in parte per effetto di disposizioni o riforme calate dall’alto, e in buona misura per la successiva ridefinizione della capacità delle istituzioni e degli attori sociali. Un grande sforzo di innovazione amministrativa è stato compiuto nel corso degli anni corrente, e si espresso in organizzazione di uffici, sedimentazione di capacità e conoscenza di modalità operative. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Infine, è indubbio che tutto il processo di promozione dei programmi di riqualificazione (nella scelta delle tecniche di partecipazione; nella promozione di laboratori, uffici speciali, <em>urban center</em>; nella forma di selezione, via concorsi, bandi, animazione…) presenta un certo grado di eclettismo e una buona dose di pragmaticità, condizione che appare accettabile alla luce delle successive riformulazioni del problema. In altre parole, l’amministrazione ha imparato dalla esperienza e ha riformulato le proprie intenzioni, adeguandole progressivamente a problemi nuovi o ad una percezione rinnovata dei problemi. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT">Se questo è stato adeguato a risolvere i problemi più gravi delle periferie di Roma, è un’altra questione (e alcuni autorevoli dubbi cominciano ad apparire anche in sede istituzionale): in ogni caso, la lettura che abbiamo compiuto ha segnalato alcuni progressi dalla originaria formulazione tecnica che, in conclusione, non ci sembrano indifferenti.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify">
<p style="margin-bottom: 0pt" lang="en-GB" align="justify"><em>Bibliografia</em></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small">Aa.Vv.  (2001) “Il nuovo piano di Roma”, sezione monografica di <em>Urbanistica, </em>116.</span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small">Allegretti G. (2004), <em>Inchieste locali, Comune di Roma</em>, URBACT – rete “Partecipando”, Urbact.</span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small">Annunziata S. (2007), “Oltre la <em>gentrification</em>”, in Lanzani e Moroni (a cura di), <em>Città e azione pubblica, riformismo al plurale</em>, Carocci, Roma.</span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small">Avarello P., M. Ricci (2000), a cura di, <em>Politiche urbane. Dai programmi complessi alle politiche integrate di sviluppo urbano, </em>Inu ed., Roma. </span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Berlinguer G., Della Seta P. (1976), <em>Borgate di Roma</em>, Editori Riuniti, Roma. </span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Caudo G., (2006), “Nuova questione abitativa, nuove forme dell’abitare e la prospettiva dell’housing sociale”, in <em>Rapporto sull’economia romana</em>, Roma.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Censis (1997), <em>Disagi urbani e conflittualità nella Roma di fine millennio</em>, Maggioli, Rimini.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Comune di Roma (1997), <em>Roma, città internazionale</em>, Roma. </span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Comune di Roma (1999), a cura di R. Pallottini, <em>I nuovi luoghi della città</em>, F.lli Palombi, Roma. </span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Comune di Roma (2007), <em>Rapporto sull&#8217;Economia Romana</em>, Roma.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Comune di Roma-Uspel (a cura di Ecosfera) 2001, <em>Le ragioni della partecipazione nei processi di trasformazione urbana, I costi dell’esclusione di alcuni attori locali</em>, Roma, 2001.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small">Comune di Roma-Uspel (2004), <em>Sviluppo locale sostenibile partecipativo, Intervista a Corviale, l’Esperienza di un laboratorio per lo sviluppo locale e la partecipazione</em>, a cura di M. Martini e A. Parasacchi, Roma.</span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Cremaschi M. (1990), “Roma, urbanistica a bassa densità” in AA.VV., <em>La costruzione della città europea</em>, a cura di L. Bellicini, Cresme-Credito Fondiario. </span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 13pt" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif"><span style="font-size: x-small"><span style="font-size: x-small"><span style="font-family: Times New Roman,serif">Cremaschi M. (1994), &#8220;L&#8217;organizzazione territoriale dell&#8217;area romana. Dinamiche e rappresentazioni degli anni Ottanta&#8221;, in AA.VV., a cura di A. Fubini e F Corsico, <em>Aree metropolitane in Italia</em>, Angeli, Milano, pp. 261-308.</span></span></span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Cremaschi M. (2003), <em>Progetti di sviluppo territoriale, Le azioni integrate in Italia e in Europa</em>, ilSole24ore, Milano </span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small">Cremaschi M. (2005), <em>L’Europa delle città, Accessibilità, partnership e policentrismo nelle politiche  comunitarie per il territorio, </em>Alinea, Firenze.</span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Di Palma V. (2006), <em>Le politiche di riqualificazione nelle città contemporanea: il caso degli interventi di demolizione e sostituzione</em>, Dissertazione di dottorato, Roma, Università La Sapienza.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="fr-FR"><span style="font-size: x-small">Donzelot J. (2006), <em>Quand la ville se défait, Quelle politique face à la crise des banlieues?</em>, Seuil, Paris.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Fabbrini S. (2003), a cura di, <em>L’Europeizzazione dell’Italia</em>, Laterza, Bari, 2003</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Ferrarotti F. (1970), <em>Roma da capitale a periferia</em>, Laterza, Roma-Bari.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="fr-FR"><span style="font-size: x-small">Gaudin J.-P. (1990), <em>Les nouvelles politiques urbaines</em>, Puf, Paris.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Giangrande A., Mortola E., Spada A. (a cura di) 2000, <em>Progettare con la comunità, Atti del seminario internazionale</em>, Università Roma Tre, Comune di Roma-Uspel, 13-14 apr.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Giangrande, A. Mortola, E. (1999), <em>Manuale di autoprogettazione per piccoli interventi di riqualificazione dell&#8217;ambiente urbano</em>, USPEL, Comune di Roma.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small"><span lang="en-GB">Le Galès P. (2002), <em>European cities, Social conflicts and Governance</em>, Oxford UP.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Magatti M. (2007), <em>La città abbandonata. Dove sono e come cambiano le periferie italiane</em>, Mulino, Bologna. </span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Osservatorio per il Monitoraggio del Pic Urban Roma, <em>Primo Rapporto</em>, mimeo, giugno 2000 (a cura di N. Stame).</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small">Padovani L. (2002), ‘L’impatto della UE come nuovo attore di politiche urbane nel contesto italiano’, <em>Urbanistica</em>, 119. </span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small">Palermo P. C. (2002), a cura di, <em>Il programma Urban e l’innovazione delle politiche urbane</em>, <em>Il senso dell’esperienza: interpretazione e proposte,</em> Angeli, Milano.</span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small"><span style="font-family: TimesNewRoman,serif">Palazzo, A. L. (2003), “</span>L’esperienza dei programmi Urban”<span style="font-family: TimesNewRoman,serif">, in Karrer F., Arnolfi S. (2002), </span><em>Lo spazio europeo tra pianificazione e governance</em><span style="font-family: TimesNewRoman,serif">, Alinea, Firenze.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Panebianco G. (2002), <em>La città muove le torri, L’esperienza del Programma Urban a Roma</em>, Roma.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small"><span lang="en-GB">Parkinson M. (1998), “Social cohesion and economic competitiveness are mutually sustaining, not mutually exclusive” in <em>Improving Urban Governance, Solidarity, Public Participation, and Partnerships</em>, OECD Workshop, Athens.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Regione Lazio (2000), <em>Disagio metropolitano</em>, DEI, Roma.</span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small">Risorse Rpr<em> </em>(2007)<em>, Conoscere per trasformare. L&#8217;analisi socioeconomica a sostegno dei progetti di riqualificazione urbana. L&#8217;esempio di Roma</em>,<strong> </strong>Gangemi, Roma<em>.</em></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Sgritta G. B. (1992), a cura di, <em>La città dimenticata: povertà ed esclusione sociale a Roma</em>, Istituto Poligrafico, Roma. </span></span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small">Tedesco C. (2002) “L’analisi delle politiche urbane Europee: alcuni <em>frame</em> emergenti”, <em>Foedus</em>, 4, II, pp. 139-145.</span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small">Tedesco C. (2003), “Europeizzazione e politiche urbane nel Mezzogiorno d’Italia”, <em>Urbanistica</em>, 122, 49-54.</span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify"><span style="font-size: x-small">Tosi  A.. (2000), “Urban e le politiche sociali”, in Ministero dei lavori pubblici -Dicoter, <em>Programma Urban.Italia. Europa, nuove politiche urbane</em>, Roma.</span></p>
<p style="margin-left: 55pt;text-indent: -55pt;margin-bottom: 0pt" align="justify"><span lang="it-IT"><span style="font-size: x-small">Tosi, A. (1994), <em>Abitanti. Le nuove strategie dell’azione abitativa</em>, Il Mulino, Bologna</span></span></p>
<p style="margin-left: 14.2pt;text-indent: -14.2pt;margin-bottom: 0pt;line-height: 100%" lang="it-IT" align="justify">
<div id="sdfootnote1">
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote1sym" href="#sdfootnote1anc">1</a> <span lang="it-IT">Università Roma Tre, Dipartimento di Studi 	Urbani. </span>Con il contributo di Angelica Fortuzzi e Valeria Di 	Palma, dottore di ricerca rispettivamente presso le Università 	Roma Tre e La Sapienza, per la raccolta del materiale.</p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote2sym" href="#sdfootnote2anc">2</a> Alla fine degli anni Novanta, negli studi per il piano regolatore si 	notava che Roma aveva perso 19 mila posti di lavoro nell’industria, 	quando Milano ne aveva ceduti 150 mila, Torino 100 mila, la regione 	Île-de-France 250 mila.</p>
</div>
<div id="sdfootnote3">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote3sym" href="#sdfootnote3anc">3</a> Operano nel terziario romano oltre 163 mila imprese cresciute del 	31%, quasi il doppio della media nazionale, negli ultimi dieci anni 	con oltre 1,3 milioni di occupati (+26,1% nello stesso periodo),e un 	valore aggiunto di oltre 91 miliardi e superiore agli 85 miliardi di 	Milano (Comune 2007).</p>
</div>
<div id="sdfootnote4">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote4sym" href="#sdfootnote4anc">4</a> In realtà il processo di <em>gentrification </em>discusso in 	letteratura è molto differente da quanto avviene in Italia, 	ed è segnato da presupposti interpretativi poco significativi 	in Europa. Per una comparazione, vedi  Annunziata 2007.</p>
</div>
<div id="sdfootnote5">
<p style="margin-bottom: 0pt" align="justify"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote5sym" href="#sdfootnote5anc">5</a><span lang="it-IT"> <span style="font-size: x-small">I 140 consorzi di auto-recupero, con 40.000 iscritti e 	120.000 cittadini interessati, hanno installato 5.000 lampioni; e 	progettato 170 km di rete fognaria e di strade.</span></span></p>
</div>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Palermo: poveri abitanti della grande città europea</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Oct 2009 15:40:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[La nuova questione urbana]]></category>
		<category><![CDATA[Casa e abitare]]></category>
		<category><![CDATA[Palermo]]></category>
		<category><![CDATA[Riqualificazione urbana]]></category>

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		<description><![CDATA[<p></p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Palermo 1presenta tre condizioni particolari la cui coesistenza la distingue da altre metropoli: una rilevantissima domanda debole marginale; una consistente area di famiglie povere a forte rischio; una vasta area di degrado sia edilizio che sociale, distinta tra un grande quartiere centrale e numerose “isole” di povertà e degrado urbano nelle periferie. Come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { size: 595.3pt 841.9pt; margin: 56.7pt } 		P.sdfootnote { margin-left: 14.2pt; text-indent: -14.2pt; margin-bottom: 0pt; font-size: 10pt } 		P { margin-bottom: 6pt } 		A.sdfootnoteanc { font-size: 57% } --></p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Palermo<sup> <span style="font-size: x-small"><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote1anc" href="#sdfootnote1sym">1</a></span></sup>presenta tre condizioni particolari la cui coesistenza la distingue da altre metropoli: una rilevantissima <em>domanda debole </em>marginale; una consistente area di <em>famiglie povere a forte rischio</em>; una <em>vasta area di degrado </em>sia edilizio che sociale, distinta tra un grande <em>quartiere centrale </em>e numerose “<em>isole</em>” di povertà e degrado urbano nelle periferie. Come mostrano peraltro numerose esperienze europee, questi non sono problemi specifici della città.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Se Palermo è oggi divenuto un caso esemplare delle strategie di riqualificazione urbana, occorre però che si confronti con il carattere <em>paradigmatico nuovo</em> e con la <em>stratificazione sociale</em> del problema del disagio, come sono stati messi in luce dalla riflessione sulle politiche abitative e urbane in diverse città europee negli ultimi venti anni (<sup><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote2anc" href="#sdfootnote2sym"><sup>2</sup></a></sup>).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">
<p style="margin-bottom: 0pt">Una breve digressione autorizza l’affermazione di una comune problematica europea per le politiche di rinnovo urbano. Negli anni Cinquanta si intravedeva un destino che sembrava avvicinare territori diversi per tradizioni storiche e vincoli geografici, un destino dal quale le città meridionale parevano escluse. La <em>condizione metropolitana</em> costituiva infatti la tendenza conclamata di sviluppo delle città nei paesi a economia avanzata, di mercato o pianificata.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Gli sparsi nuclei parevano destinati non solo ad agglomerarsi, ma addirittura a costituire un organismo (la grande metropoli, la città-regione, ecc.) di rango superiore. L’addensamento fisico pareva inoltre simmetrico ad altri processi sociali che venivano intesi spesso acriticamente intesi in modo positivo: l’omogeneizzazione dei modelli di consumo (la casa, l’auto&#8230;), la libertà localizzative delle grandi funzioni (l’ipermercato&#8230;), l’organizzazione scientifica della produzione (la grande fabbrica, i centri direzionali, ecc.). I problemi della città del Sud erano misurati dal ritardo rispetto a questo modello.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Già con la fine degli anni Settanta si verifica una “rottura” qualitativa nel processo di sviluppo urbano dei paesi “maturi”. <em>Il modello metropolitano, peraltro solo parzialmente realizzato in Italia, non costituisce da allora l’opzione unica o privilegiata</em>. La condizione urbana appare in tutta Europa frammentaria; l’idea stessa di un modello privilegiato risulta del tutto inattuale. Per certi aspetti ogni città fa un caso a sé; per altri, i nuovi problemi attraversano tutte le realtà, mature o meno.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Il presunto ritardo delle grandi città del Mezzogiorno -se misurato sul vecchio trend metropolitano espansivo-  è paradossalmente annullato se commisurato ai problemi urbani.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Infelicemente, l’arretratezza relativa dell’economia e delle garanzie collettive nel nostro mezzogiorno e la lacerazione nei sistemi di <em>welfare</em> e di protezione sociale nei paesi del Nord Europa mostrano molti punti in comune. Nei “comuni destini” delle città europee c’è oggi il rischio di un generalizzato <em>impoverimento;</em> la diffusione di un nuovo “<em>disagio urbano</em>”; e l’emergere di luoghi specifici di <em>concentrazione</em> della povertà urbana. Forse più intenso, forse più radicato e recidivo, il disagio urbano di Palermo (e delle altre città del meridione) non è <em>strutturalmente</em> diverso da quello delle altre città europee.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Su queste tre problematiche, impoverimento, disagio, concentrazione, Palermo ha dunque molto da insegnare, dal lato delle fenomenologie, e molto da imparare dal lato delle politiche dalle altre esperienze europee.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">
<p style="margin-bottom: 0pt">E’ stato affermato che <em>un carattere nuovo della povertà</em> nei paesi avanzati consiste nel suo disporsi al di là della problematica economica come problema di &#8220;esclusione sociale&#8221; (<sup><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote3anc" href="#sdfootnote3sym"><sup>3</sup></a></sup>). Due aspetti sono inoltre cruciali per analizzare queste nuove forme: la condizione di &#8220;rischio&#8221; di grandi proporzioni, l’esposizione ad una possibile avvitamento;  ed una diversa &#8220;natura&#8221; delle situazioni di povertà, e del loro rapporto con il resto della società, la condizione di trovarsene fuori, di costituire una popolazione &#8220;in sovrannumero&#8221;. Già solo in termini di povertà economica, una parte consistente delle famiglie palermitane appare a rischio, sia che il capofamiglia risulti occupato stabilmente o in condizioni lavorative marginali (<sup><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote4anc" href="#sdfootnote4sym"><sup>4</sup></a></sup>).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Ma la letteratura scientifica intende con il tema della  povertà un problema più ampio: perdita di relazioni o &#8220;<em>disaffiliazione</em>&#8220;, generata da processi di <em>precarizzazione </em>delle condizioni lavorative e da processi di <em>fragilizzazione </em>dei legami sociali. In breve, l&#8217;approfondirsi della frattura tra chi è &#8220;dentro&#8221; e chi è &#8220;fuori&#8221; dalla società.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">E Palermo risulta una delle capitali italiane per l’entità della <em>domanda economicamente o socialmente debole</em>, espressione con la quale si indicano sia le categorie <em>sfavorite a basso reddito </em>(per esempio, gli anziani poveri), che la cosiddetta <em>domanda &#8220;anomala&#8221;</em> (<sup><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote5anc" href="#sdfootnote5sym"><sup>5</sup></a></sup>) espressa da soggetti particolari privi di tutela, sovrapposta ma non sempre direttamente assimilabile a quella originata da povertà (per esempio, gli immigrati, i nomadi, gli occupanti di alloggi abusivi,&#8230;).</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Infine, la domanda proveniente dall&#8217;area dell&#8217;<em>estremo disagio abitativo</em> è stata stimata da diversi osservatori in un numero rilevante (<sup><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote6anc" href="#sdfootnote6sym"><sup>6</sup></a></sup>). Comunque definita, Palermo presenta la più alta incidenza percentuale di domanda debole e marginale tra tutte le aree metropolitane; anche in valore assoluto, si situa appena dopo metropoli molto più vaste come Roma, Milano, Torino e Napoli.</p>
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<p style="margin-bottom: 0pt">Il “<em>disagio urbano</em>” è un termine in voga che si presta a mille fraintendimenti. Non si caratterizza solo per la dimensione fisico-urbanistica, che pure è costitutiva. Nasce dalla mancanza di una dignitosa condizione urbana, un bisogno non meno cruciale della casa, della salute, del lavoro&#8230; In un certo senso, è una dimensione abortita del sistema di protezione sociale, riflette una lacuna nella idea di cittadinanza sociale. Diffuso in vaste aree delle città, il disagio dipende, senza coincidervi, con i problemi urbani standard (mancanza di abitazioni, carenze infrastrutturali, scarsa qualità). Il disagio urbano che scopriamo oggi risulta dagli <em>effetti composti </em>di specifiche carenze. Ma l&#8217;attuale disagio, a differenza del disagio tradizionale, non deriva dal divario di numero o di prezzo tra case e famiglie (per il quale basterebbe colmare la differenza per risolvere il bisogno) (<sup><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote7anc" href="#sdfootnote7sym"><sup>7</sup></a></sup>). E’ dove i problemi abitativi si legano con quelli sociali, e dove l&#8217;esclusione abitativa si lega ad altre forme di esclusione, si manifesta un nuovo disagio.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">In questo senso, le nuove politiche urbane in Europa hanno evidenziato che intorno alla problematica abitativa si gioca una partita rilevante per il legame sociale e per la vitalità urbana. La casa riassume in sé le caratteristiche della povertà e del disagio. E’ un elemento decisivo nelle dinamiche di degrado urbano e nei percorsi soggettivi di impoverimento e fragilizzazione. La disponibilità di un alloggio è spesso il crinale tra <em>appartenenza </em>ed<em> esclusione</em>. E’ questo è l’aspetto “politico” (nel senso pieno della <em>civis</em>) che è stato trascurato nelle politiche urbane trascorse e di cui sono (speriamo di poter dire sono stati) esempi critici i quartieri periferici, a Palermo come a Napoli: chi controlla l’accesso alla casa regola un meccanismo delicato di sicurezza individuale e coesione sociale. Tanto è vero che gli interessi speculativi si intrecciano sovente con la criminalità organizzata e si avvantaggiano della precarietà di intere comunità. La somma di distorsioni e illegalità nel mercato abitativo ha condotto a un accumulo impressionante di fenomeni di degrado, di abbandono, di cui l’edilizia o le occupazioni “abusive” sono un aspetto. Quando questi lasciti si intrecciano con situazioni di forte povertà e marginalità si creano dunque situazioni esplosive, o semplicemente territori “fuori controllo”.</p>
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<p style="margin-bottom: 0pt">La <em>concentrazione</em> del disagio è il tema più dolente, per Palermo, e più sensibile anche nelle esperienze europee (<sup><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote8anc" href="#sdfootnote8sym"><sup>8</sup></a></sup>). Il concatenarsi dei fattori di povertà, degrado, esclusione giunge a creare -o contribuisce a mantenere- una frattura gravissima nel corpo della società locale. Non è un caso che i quartieri a forte segregazione sociale siano più frequenti nelle città del Mezzogiorno che non altrove, in Italia, e che quindi alla gravità della condizione abitativa si sommino penalizzazioni in termini di povertà economica, di esclusione sociale, e limiti frapposti al diritto di cittadinanza.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Si sostiene che nel Centro storico si concentrino le situazioni di estremo disagio sociale e di degrado urbanistico. Ma oltre al centro storico vanno considerati an­che i borghi sto­rici, che mostrano forse situazioni meno clamorose ma certo non meno difficili per chi vi abita (<sup><a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote9anc" href="#sdfootnote9sym"><sup>9</sup></a></sup>). In realtà, andrebbero considerate diverse tipologie di degrado ambientale: borgate e quartieri pubblici, lottizzazioni speculative e nuclei storici in degrado, che presentano sovente problemi simili.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Forse uno dei caratteri specifici di Palermo sono proprio queste varianti di quelle che in Europa sono chiamate -un po’ genericamente- le aree urbane “in crisi”.</p>
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<p style="margin-bottom: 0pt">Palermo può diventare il banco di prova di un modello diverso di politiche urbane: non solo più stringenti, non solo più efficaci, ma orientate ad integrare nell’azione di riqualificazione urbana il complesso delle finalità sociali ed economiche, civiche e urbanistiche.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Infatti, non sarebbe bene illudersi che l’avvio del processo di riqualificazione contenga da solo le risposte ai problemi storici della città; in realtà, pone numerose nuove sfide. Per esempio, oltre il 70% degli im­mobili del centro sto­rico richiederebbero in­terventi di ristruttura­zione e/o sostituzione.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Se i pur auspicabili processi di recupero si avviassero senza un approccio integrato in senso proprio, la si­tuazione della popola­zione più povera potrebbe addirittura peggiorare. Il recupero dei manufatti andrebbe a indebolire il tessuto delle attività residue presenti nel centro e nei borghi storici. La partita della riqualificazione si gioca anche su questo terreno difficile.</p>
<p style="margin-bottom: 0pt">Forse è possibile che a partire dal lavoro di Palermo, e di altre città nel meridione, si apra una riflessione più ampia che sarebbe di particolare attualità ora che le politiche abitative nazionali sembrano dichiaratamente inadeguate e in cerca di riformulazione: è probabilmente necessaria una fase di sperimentazione che, come nel secondo dopoguerra, chiami le amministrazioni locali a un ruolo innovativo e di anticipazione sul quadro nazionale. Forse non è fuori luogo chiedersi addirittura se le città non debbano costituire nei prossimi anni l’oggetto prioritario di una riflessione, se non addirittura di un intervento straordinario.</p>
<div id="sdfootnote1">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote1sym" href="#sdfootnote1anc">1</a> <span style="font-size: x-small">Pubblicato su Quaderni di 	Architettura ??</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote2sym" href="#sdfootnote2anc">2</a> Questa riflessione nasce <span style="font-size: x-small">dagli 	studi redatti da chi scrive e da M. Marino e A. Tosi finalizzati 	alla proposta contenuta in <em>L’Agenzia per la casa per il comune 	di Palermo, Priorità, finalità sociali, alternative 	organizzative</em>, Palermo, 1995.</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote3">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote3sym" href="#sdfootnote3anc">3</a> <span style="font-size: x-small">A. Tosi, “La casa, un problema 	di povertà”, in <em>Urbanistica</em> 102, 1994.</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote4">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote4sym" href="#sdfootnote4anc">4</a> <span style="font-size: x-small">Secondo stime ormai non più 	tanto recenti, la fascia di gravissima indi­genza riguarda a 	Palermo quasi 90 mila persone; ma nel complesso, i poveri sono 	va­lutati in circa 220 mila. Cfr. G. Ingrassia, a cura di, 	<em>Indagine campionaria sui principali aspetti socio-economici della 	cittˆ di Palermo con particolare riferimento alla povertˆ 	economica</em>, Palermo, 1988.</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote5">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote5sym" href="#sdfootnote5anc">5</a> <span style="font-size: x-small">Si tratta  di oltre 30 mila 	unità, per due terzi composta da anziani poveri e da 	extracomunitari. Cfr. anche D. Gruttadauria, a cura di, <em>Domanda 	marginale nel sistema residenziale di Palermo</em>, Rapporto di 	ricerca per il Comune di Palermo, marzo 1994.</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote6">
<p style="margin-bottom: 0pt"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote6sym" href="#sdfootnote6anc">6</a><span style="font-size: x-small"> Per queste notizie, cfr. M. Marino,</span> <span style="font-size: x-small"><em>Progetto 	operativo per l&#8217;Agenzia sociale per la Casa, Comune di Palermo</em>, 	sett. 1997.</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote7">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote7sym" href="#sdfootnote7anc">7</a> <span style="font-size: x-small">M. Cremaschi &#8220;Disagio 	abitativo e esclusione sociale&#8221;, in, a cura di A. Tosi, <em>La 	casa: il rischio e l&#8217;esclusione,</em> Angeli, Milano, 1994, pp. 76- 	148.</span></p>
</div>
<div id="sdfootnote8">
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote8sym" href="#sdfootnote8anc">8</a> <span style="font-size: x-small">Per tutti, valgano come 	riferimento: C. Jacquier, <em>Voyage dans dix quartiers européens 	en crise</em>, Paris, l’Harmattan, 1991; P. Lawless, &#8220;Social 	Integration and new Urban Activities, The Improvement of the Built 	Environment and Social Integration in Cities&#8221;, Berlin, 9-11 	oct, 1991, <em>European Foundation for the Improvement of Living and 	Working Conditions,</em>. Luxembourg 1992; P. Lawless, “Regeneration 	in Sheffield, from radical intervention to Partnership”, in D. 	Judd, M. Parkinson, a cura di, <em>Leadership and Urban Regeneration</em>, 	Sage, Newbury Park, 1990,.</span></p>
<p class="sdfootnote"><span style="font-size: x-small"> </span><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote9sym" href="#sdfootnote9anc">9</a> <span style="font-size: x-small">M. Marino in <em>L’Agenzia per 	la casa&#8230;, cit.</em></span></p>
</div>
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